Nessun futuro senza uno stato bi-nazionale. Edward Said sul conflitto fra Israele e Palestina
I don’t think you can have understanding,
any more then you can have understanding between people,
in abstract sense. [1]
E.W.Said
E.W.Said
Quel che la natura vorrebbe invano,
lo compiono le opere d’arte: esse aprono gli occhi.[2]
Th.W. Adorno
Th.W. Adorno
I.
In una delle sue ultime interviste rilasciate in vita[3], la sola per un giornale israeliano, l’Ha’aretz Magazine,
Edward Said descrive il conflitto fra Israele e Palestina come una
maestosa sinfonia. Costruito su uno svolgimento complicatissimo di
stratificazioni storiche, di non risarcibili sofferenze individuali, di
tragici errori politici, di responsabilità nazionali e internazionali,
quel conflitto potrebbe essere sciolto solo da una mente grandiosa come
quella di Johan Sebastian Bach. Ci vorrebbe una politica portata a
quell’altezza di narrazione e di comprensione del reale; una diplomazia
educata all’arte del contrappunto e per questo capace di
organizzare un groviglio di conflitti senza apparente soluzione in un
processo molto più ampio e dinamico, di differenziazione e di
riconoscimento. Proprio come nelle Variazioni Goldberg: senza annullare le differenze, senza farle reciprocamente deflagrare.
Dicevo l’altra sera a
Daniel Baremboim: Pensa a questa catena di eventi: l’antisemitismo, il
bisogno degli ebrei di trovare una patria, l’idea originaria di Herzl,
decisamente colonialista, e poi la sua trasformazione nelle idee
socialiste del moshav e del kibbutz, la situazione drammatica
sotto Hitler e persone come Yizhak Shamir che erano realmente
interessate a cooperare con lui, poi il genocidio degli ebrei in Europa e
le azioni contro i palestinesi nella Palestina del 1948”. Quando pensi a
tutto questo, quando pensi a ebrei e palestinesi non separatamente ma
come parti di una stessa sinfonia, c’è qualcosa di incredibilmente
maestoso. Una storia molto ricca, anche molto tragica e per molti versi
disperata, una storia di estremi – di opposti in senso hegeliano – che
ancora deve ottenere il giusto riconoscimento. Quello che hai davanti,
quindi, è una sorta di grandezza sublime: una sequenza di tragedie,
perdite, sacrifici, dolori che richiederebbero la mente di un Bach per
riuscire a ricomporla.[4]
Non è strano, né tantomeno casuale, che
Said pensi la politica attraverso la musica. Perché nella sua
riflessione teorica il legame che stringe queste due esperienze umane,
apparentemente lontanissime, è per contro nitido ed essenziale. Daniel
Baremboim, introducendo Musica ai limiti[5] – volume che
raccoglie la maggior parte degli scritti di critica musicale di Said –
si sofferma proprio sul significato che l’esperienza della musica ha
avuto nella riflessione politica dell’amico insieme a cui fondò, nel
1999, la West Eastern Divano Orchestra: «il suo ideale sociale e
politico di inclusione, di accoglienza, deriva dal suo modo di
intendere la musica. Se si sottolinea una singola voce, escludendo tutte
le altre, si viola il principio fondamentale del contrappunto; allo
stesso modo, pensava Said, è impossibile risolvere un conflitto
politico, o di qualsiasi altro genere, senza coinvolgere tutte le parti
in causa nel processo che porterà alla soluzione»[6].
Lo stesso discorso vale per la letteratura. Prendiamo Sulle cause perse che è un saggio di critica letteraria, pubblicato alla fine degli anni ’90 e poi incluso nella raccolta di scritti intitolata Nel segno dell’esilio[7]. Said analizza quattro romanzi: l’Educazione sentimentale dell’amato Flaubert, il Don Chisciotte di Cervantes, Jude l’oscuro di Thomas Hardy e I viaggi di Gulliver
di Swift. L’elemento che accomuna questi testi, decisamente eterogenei
per forma, stile, scrittura ed epoca storica, è quello di essere
narrazioni senza redenzione, scritture che mostrano, senza possibilità
di riscatto alcuna, lo scontro catastrofico fra gli ideali, le passioni,
i desideri, le lotte dei personaggi rappresentati e il mondo che li
sovrasta. E tuttavia il saggio non si limita ad un’analisi comparata del
tema. Il movimento ondivago della scrittura (nel testo si alternano
ricordi autobiografici ad analisi testuali, riflessioni filosofiche ad
una ricostruzione storico/politica del conflitto palestinese/israeliano)
ricolloca i romanzi considerati in un rapporto di prossimità nuovo.
Quasi fossero queste narrazioni, per Said, pretesto per un esercizio di
autocura della propria intelligenza morale ferita. Per comprendere il
senso di questo procedere critico – che insegna un modo possibile di
pensare la politica attraverso la letteratura e viceversa – è necessario
però uscire dal mondo dei testi narrativi e ricostruire la realtà
storica all’interno della quale questa lettura si origina.
II.
Sulle cause perse viene
pubblicato la prima volta nel 1997. Come si capirà fra breve, il tema
esplicito dell’interrogazione critica dei romanzi discussi è in realtà
la crisi drammatica della questione palestinese. Siamo quattro anni dopo
gli Accordi di Oslo e il processo di pace sta di nuovo
implodendo. Dal 1996, in Palestina, gli scritti di Said – che ha
apertamente contrastato la strategia politica di Arafat – sono messi al
bando. Come se non bastasse, continua a non dargli tregua la leucemia
diagnosticatagli nel 1991, a causa della quale ha scelto di rassegnare
le dimissioni dal Consiglio Nazionale Palestinese (PNC). Non è dunque un
caso se proprio in questi ultimi anni ragionerà a lungo su un tema
apparentemente eccentrico: lo stile tardo[8]. La suggestione
gli deriva dalla lettura dei frammenti del saggio di Adorno sull’ultimo
Beethoven, ma le ragioni che lo spingono ad indagare il rapporto che
trasforma, in molti grandi autori, il senso enigmatico della propria
fine personale in un’energia estetica innovativa, quasi spericolata,
testimonianza di un’ultima sfida lanciata contro l’onnipresente
umiliazione di ciò che vive, sono soprattutto personali. Nella sua
esperienza biografica si stanno drammaticamente sovrapponendo l’avanzare
di una malattia mortale e una catastrofe politica senza riscatto. Lo
stile tardo però gli insegna proprio che la vita, imprigionata in uno
scacco, recalcitra di fronte alla rassegnazione e alla ragionevolezza
della resa. Si può sempre trasformare un accerchiamento senza facili vie
di fuga in una visionaria proposta di trasformazione radicale del
presente. Credo che non sia del tutto azzardato leggere la traiettoria
politica dell’ultimo Said pensandola precisamente attraverso questa
categoria estetica. Contro la catastrofe degli Accordi di Oslo,
Said alza al massimo la posta in gioco, immaginando un processo di pace
alternativo che abbia come meta nientemeno che la costituzione di uno
Stato unico bi-nazionale[9]. Nello stesso tempo, si incarica di radicare
quest’immagine visionaria in una strategia realistica che partendo
dalla delegittimazione morale del sionismo e da una radicale
autocritica della capacità di autogoverno palestinese arrivi fino ad
un’ipotesi di riconciliazione reale con la società civile israeliana.
L’ultima mossa riguarda, infine, la possibilità di fortificare, perfino
nel presente più disperato, il desiderio di questo futuro possibile. Nel
1999 insieme a Daniel Baremboim, Said fonderà la West Eastern Divano orchestra,
sapendo benissimo che se quest’orchestra composta da giovani musicisti
israeliani e arabi riuscirà ad avere successo, ogni suo singolo concerto
diventerà, di per sé, un atto simbolico inequivocabile, testimoniando,
nello stesso tempo, l’abominio di un conflitto che contro ogni
ragionevolezza persiste e la possibilità di essere altrimenti.
Iniziamo dunque a mettere a fuoco con
quali argomenti Said contrasti la strategia di Arafat e come si profili,
negli ultimi anni, la sua proposta per un processo di pace alternativo.
Il punto di svolta, il momento storico che rende possibile ai suoi
occhi la perdita reale della Palestina – e la sua trasformazione in una causa persa – sono ovviamente gli Accordi di Oslo
del 1993. Come si è visto, Said ha iniziato una battaglia durissima,
per lo più solitaria, contro le scelte politiche disastrose della
dirigenza Arafat. Nella maggior parte degli articoli politici pubblicati
sul quotidiano egiziano Al-Ahram o sul pan-arabista Al-Hayat, non sono infrequenti, contro Arafat, accuse di questa durezza:
La popolazione
palestinese – all’incirca sette milioni di persone – è alla mercé di un
incompetente che serve da strumento all’occupazione e alle
espropriazioni israeliane, e che per il suo popolo non riesce a fare
altro se non opprimerlo e ingannarlo.[10]
Secondo Said, a causa dell’incompetenza,
della corruzione e della tattica suicida adottata dalla dirigenza
dell’OLP, la lotta per l’autodeterminazione del popolo palestinese
rischia un’involuzione tragica. Accettare gli Accordi di Oslo
significa infatti accettare una sconfitta politica e morale. Politica,
perché ad un popolo disperso, a causa di un’occupazione militare che
permane da oltre mezzo secolo, non viene concesso quasi nulla: non una
reale sovranità territoriale, non un soluzione al problema del ritorno
dei profughi, non una garanzia sullo smantellamento degli insediamenti
israeliani in Cisgiordania. Ma gli Accordi vanno radicalmente
rifiutati soprattutto perché non riconoscono responsabilità morale
alcuna al sionismo come politica di deliberata spoliazione e
annientamento di un intero popolo. Con questa mossa suicida, preceduta
da un altrettanto infelice appoggio alle politiche espansionistiche di
Saddam Hussein, Arafat è riuscito ad annientare di colpo un patrimonio
morale e simbolico enorme, accumulato in più di trent’anni di lotte.
Nel quarto capitolo del saggio intitolato Sulla questione palestinese[11]
– che andrebbe probabilmente letto come il suo vero capolavoro
saggistico – Said ricostruisce l’itinerario che ha portato l’OLP a
consolidare, dagli anni Settanta, un’idea innovativa di Sé come soggetto
politico, ereditando, contemporaneamente, la migliore lezione del
panarabismo nasseriano, la capacità tattica delle lotte di liberazione
anticoloniale e le più avanzate rivendicazioni sociali dei movimenti
anti-sistemici occidentali.[12] La confluenza di queste tre grandi
esperienze novecentesche ha progressivamente trasformato il significato particolare della lotta antisionista palestinese in un simbolo universale
di emancipazione: nella politica internazionale – con la sola e non
trascurabile eccezione degli Stati Uniti – l’autodeterminazione della
Palestina ha iniziato ad essere percepita come una causa giusta.
Secondo Said, l’OLP avrebbe dovuto usare
con intelligenza questo consolidato patrimonio morale. Soprattutto a
fronte di un’inferiorità militare schiacciante, in un quadro geopolitico
sempre più complicato e sfavorevole. Con l’avanzare degli anni Ottanta,
dopo la guerra nel Libano meridionale, la crisi dell’Urss e il
simmetrico imporsi degli Stati Uniti come unica superpotenza, era
necessario cambiare strategia. Bisognava ereditare la potenza simbolica
dell’Intifada del 1987[13], come nuda resistenza contro un’oppressione
ingiustificabile, spostando sempre più la lotta dal piano direttamente
militare a quello simbolico dell’egemonia. Attraverso la lezione di
Gramsci, e dopo aver incontrato Nelson Mandela e Walter Sisulu in
Sudafrica nel 1991[14], Said capisce che l’unico modo per costringere
Israele ad iniziare un reale processo di pace passa dalla capacità
palestinese di delegittimare moralmente il sionismo:
La più grande
vittoria del sionismo – una vittoria che regge da oltre un secolo – è
l’aver persuaso gli ebrei e gli altri che il “ritorno” a una terra
disabitata rappresenta la giusta, anzi la sola soluzione ai dolori del
genocidio e dell’antisemitismo. Dopo aver passato anni a vivere,
studiare e militare nella lotta per i diritti palestinesi, sono più
convinto che mai che abbiamo del tutto trascurato lo sforzo – l’umano
sforzo – necessario a dimostrare al mondo l’immoralità di ciò che ci è
stato fatto: credo che sia questo il compito che oggi, come popolo,
abbiamo di fronte. (…) Se non mobilitiamo le nostre voci in modo da
smascherare con sistematicità il progetto sionista per ciò che è ed è
stato, non potremo mai aspettarci che nella nostra condizione di popolo
inferiore e dominato cambi qualcosa.(…) La nostra lotta contro il
sionismo va vinta innanzitutto a livello morale, per essere poi
combattuta nei negoziati da una posizione di forza morale, dato che sul piano militare ed economico noi saremo sempre più deboli di Israele e dei suoi sostenitori[15]
A partire da questo suo primo viaggio in
Sudafrica, Said, che è stato per anni molto vicino ad Arafat, suo
traduttore personale dei discorsi politici all’ONU, nonché estensore
della Dichiarazione di Indipendenza del 1988, inizia a
criticarne frontalmente le scelte e a profilare una tattica politica
alternativa[16]. Invece di iniziare trattative sottobanco con americani
ed israeliani, la dirigenza dell’OLP avrebbe potuto seguire la lezione
di Mandela per cui l’unica possibilità di sconfiggere una superiorità
militare soverchiante passa dalla delegittimazione morale, su scala
internazionale, del suo potere. Said discute a lungo con Walter Sisulu,
per anni presidente dell’ANC (African National Congress),
condannato all’ergastolo insieme a Mandela nel processo di Rivonia e
liberato nel 1989, dopo venticinque anni di carcere. Lo invita a Londra,
lo fa intervenire ad un congresso organizzato per i membri del
Consiglio Nazionale e alcuni ministri del governo Arafat. Inizia a
delinearsi una fronda, ci sarà una prima uscita pubblica, anche se poco
efficace, alla conferenza di Madrid del 1991. Ma la strada che porta
agli Accordi di Oslo è ormai tracciata, anche se all’insaputa
del Consiglio Nazionale. Nel settembre 1993, il presidente degli Stati
Uniti Bill Clinton convoca Said alla Casa Bianca, perché designato a sua
insaputa da Arafat a presiedere la cerimonia degli Accordi.
Declinerà con durezza l’invito, rispondendo che preferisce non
partecipare alla celebrazione di un funerale. Nella generale
glorificazione mediatica degli Accordi di Oslo, la voce di Said
sarà una delle pochissime voci stonate. Forse perché è stato uno dei
pochi commentatori politici ad aver studiato integralmente le carte del
trattato. Riletti oggi, i suoi scritti preconizzano lucidamente gli
effetti disastrosi generati dalle contraddizioni di quell’accordo[17].
In un articolo intitolato Strategia di speranza, pubblicato il 25 settembre 1997 sul quotidiano Al-Hayat – lo stesso anno dunque del saggio da cui siamo partiti, Sulle cause perse,
e che andrebbe probabilmente letto come suo possibile controcanto –
Said ripropone con forza la propria “strategia sudafricana” contro gli
ormai evidenti effetti catastrofi delle ultime mosse politiche di
Arafat:
Noi dobbiamo non
soltanto contestare ciò che ora ci viene fatto, ma anche portare la
nostra presenza morale direttamente dentro la coscienza israeliana e
occidentale, e persino araba. Questo confronto non può, tuttavia, essere
intrapreso da singoli che agiscono isolatamente: deve consistere in un
lavoro di organizzazione e quindi di realizzazione di tale piano da
parte della comunità mondiale dei palestinesi. Yasser Arafat e la sua coterie questo
non lo hanno mai capito (…). Ciò di cui sto parlando è una nuova
iniziativa di pace che dovrà disegnarsi lungo un ampio arco di tempo per
portare parità tra noi e gli israeliani, che per ora ci sopraffanno
tanto da rendere la dimensione morale il nostro unico terreno di lotta[18].
Said ovviamente non crede che la lotta per la delegittimazione morale del sionismo sia l’unica azione possibile contro la furia annessionista israeliana; crede però che questa sia l’azione determinante,
soprattutto se direzionata contro il mondo pubblico dei media
statunitensi. È un punto centrale del suo ragionamento: il governo di
Ariel Sharon può rappresentare pubblicamente la propria politica di
devastazione come strategia di autodifesa solo perché gode, negli Stati
Uniti, di un incondizionato sostegno, militare ed economico. Per questa
ragione, è fondamentale rompere l’accecamento che imprigiona la
discussione pubblica americana su Israele[19]. Se si vuole realmente
proteggere la resistenza palestinese e attivare un progetto di pace
alternativo va colpita l’immaginazione della società civile
statunitense, imponendo con forza, in un sistema mediatico che la
esclude, una rappresentazione della resistenza palestinese come lotta di
liberazione contro un’oppressione militare ingiustificabile.
La questione è
semplice: l’Intifada palestinese sarà priva di protezione e inefficace
finché non apparirà in Occidente come una lotta di liberazione. Gli
Stati Uniti, con i loro cinque miliardi di dollari l’anno, sono il
principale sostenitore di Israele, e se c’è una cosa che gli israeliani
hanno compreso da tempo è il valore diretto della propaganda, che
evidentemente permette loro di fare di tutto mantenendo un’immagine di
serena giustizia e di sicurezza del proprio diritto. Come popolo, noi
palestinesi dobbiamo seguire le orme del movimento sudafricano contro
l’apartheid, che delegittimò il regime acquisendo per sé considerazione
in Europa e soprattutto negli Stati Uniti. Perché l’autodeterminazione
palestinese possa progredire, è necessario che il principio stesso del
colonialismo israeliano venga screditato allo stesso modo.[20]
Se il piano della rappresentazione
della resistenza palestinese all’interno dei media americani non deve
essere in alcun modo sottovalutato (visto che «il divario fra la realtà
vissuta dagli americani e quella percepita dal resto del mondo è
talmente abissale che non si sa come descriverlo»[21]), Said sa
benissimo però che vanno comunque battute tutte le strade che possono
aprire, dentro la società palestinese ed israeliana, come nel contesto
internazionale, un processo di pace alternativo. Ed è proprio la
capacità di decentrare il proprio punto vista, provando ad elaborare
strategie diversificate e alleanze possibili, a seconda dei vari attori e
contesti del conflitto, a rendere particolarmente affascinante la
lettura dell’insieme dei suoi interventi politici sul Dopo Oslo[22].
Si è detto, all’inizio di questo scritto,
che negli ultimi anni prima di morire, Said è riuscito a trasformare
una condizione di scacco senza apparente via d’uscita in una risorsa
vitale, imprimendo alla propria immaginazione politica visionarietà e
realismo[23]. Ma è la forza di quest’ultimo, in particolare, potenziato
da una continua meditazione sulla lezione di Gramsci[24], a sorprendere
soprattutto un lettore abituato a seguire Said nelle sue riflessioni
estetiche o storico letterarie. Prendiamo, come esempio, gli attacchi
diretti contro l’incompetenza e la corruzione del governo Arafat e, più
in generale, contro l’insieme della classe dirigente araba in
Medioriente. La sua critica è sferzante, diretta, ironica, amara. Ma
soprattutto è accompagnata da un’instancabile volontà di immaginare
soluzioni alternative a problemi circostanziati. Come nel caso della
costruzione dei nuovi insediamenti israeliani in Cisgiordania. Per
fermare questa criminale strategia di soffocamento urbanistico, Said ha
una proposta semplice: costituire subito una cassa di mutuo soccorso per
impedire che muratori palestinesi siano costretti a lavorare proprio
per i sionisti più fanatici:
Uno dei nostri
compiti prioritari è impedire ai palestinesi più bisognosi di farsi
impiegare nella costruzione degli insediamenti. Tre settimane fa quando
ho chiesto a un camionista palestinese perché lavorasse per un
appaltatore israeliano, mi sono sentito rispondere: “Devo pur portare
qualcosa da mettere in tavola. Mi trovi un altro lavoro, e io mollo tuto
subito”. Con la cooperazione dell’Autorità, bisogna che dedichiamo
immediatamente tutta la nostra attenzione a questo problema, a cui si
deve rispondere creando un fondo di disoccupazione per impedire, o
quantomeno scoraggiare, che la nostra gente accetti queste proposte di
lavoro. Non vedo perché il Consiglio legislativo non possa sfidare
Arafat su questo punto, inserendolo nel contesto dell’eterno dibattito
sulla corruzione dell’Autorità. Il fatto è, ad esempio, che qualcosa
come quaranta o cinquantamila uomini sono impiegati nei servizi di
sicurezza, per lo più con funzioni di informatori e guardie
soprannumerarie. Perché non rivedere questa spesa in modo da dirottare
il denaro dalla sicurezza alla conservazione della terra? Inoltre
quattro milioni di palestinesi vivono all’estero, e molti di loro sono
decisamente benestanti e in grado di versare una somma mensile a questo
fondo di disoccupazione (o occupazione alternativa). Si tratta di un
bisogno urgente che, assuefatti come siamo a discutere e a teorizzare a vuoto di “strategia”, finisce per essere del tutto trascurato.[25]
È anche interessante vedere come di
fronte all’ondata di attentati suicida contro la società civile
israeliana, iniziati nel 2000, il suo pensiero non li riconosca solo
come reazione psicotica ad una soffocante, quanta programmata,
impotenza politica[26]; ma li legga soprattutto come sintomo più
generale di uno stato catastrofico dell’educazione scolastica in
Palestina:
Il vero colpevole è
un sistema di istruzione primario degradato, che mette insieme alla
bell’e meglio il Corano, la ripetizione a memoria di brani di libri di
testo risalenti a cinquant’anni fa, classi di gran lunga troppo numerose
con insegnanti tristemente impreparati e un’incapacità quasi totale di
pensare in maniera critica. Insieme agli eserciti smisurati, dotati di
armamenti inutilizzabili senza alcun successo alle spalle, questo
apparato scolastico antiquato ha prodotto quei bizzarri difetti di
logica e di ragionamento morale e quella scarsa considerazione della
vita umana che oggi producono soprassalti di entusiasmo religioso della
peggior specie o un’adorazione servile del potere.[27]
Spostando lo sguardo su Israele, i suoi
scritti politici, come ci si può aspettare, non smettono mai di
denunciare l’abominio delle politiche devastatrici di Ariel Sharon e
dell’allucinazione ingannevole che imprigiona la vita in Israele[28].
Nello stesso tempo, però, Said cerca instancabilmente sponde interne
alla società civile anti-sionista. Seguirà con grande interesse la
battaglia dei riservisti che rifiutano di prestare servizio militare, in
Cisgiordania e a Gaza, sostenendo che «finché non ci riconosceremo
nella resistenza israeliana e non cercheremo di operare di concerto,
rimarremo bloccati al punto di partenza»[29]. Allo stesso modo,
riconoscerà nella nuova storiografia israeliana di Znev Sthernell, Avi
Shlaim, Tom Segev e Ilan Pappé, un passo simbolico decisivo verso una
prima possibile riconciliazione fra società civile israeliana e
palestinese. Le fonti sioniste, direttamente interrogate da questa nuova
generazione di storici – grazie all’apertura, a partire dal 1980, degli
archivi israeliani e britannici sul decennio del dopo Mandato –
sono infatti inequivocabili. Il governo israeliano, scatenando la
guerra del 1948, ha consapevolmente causato quello che gli arabi
chiamano «nakbah», la catastrofe, vale a dire la distruzione sistematica
di villaggi e città palestinesi, attraverso massacri e stupri,
organizzando direttamente ed indirettamente l’espulsione di massa di
oltre 780.000 persone[30]. Se questa verità storica, che sta
alla base dell’edificazione dello Stato d’Israele, inizia ad essere
discussa pubblicamente e riconosciuta all’interno della società civile
israeliana, si può fare un ulteriore passo avanti e pensare insieme
«nakbah» e Olocausto[31]:
Tra ciò che è accaduto
agli ebrei durante la Seconda guerra mondiale e la catastrofe del
popolo palestinese va stabilito un nesso, ma tale nesso non può essere
creato solo a parole, o come argomento per demolire o sminuire il vero
contenuto dell’Olocausto quanto del 1948. Essi non sono identici tra
loro; né l’uno né l’altro giustificano la violenza presente; e nessuno
dei due va, infine, minimizzato. C’è abbastanza sofferenza e ingiustizia
per tutti. Se però non facciamo il collegamento che permette di vedere
che la tragedia degli ebrei ha portato alla catastrofe palestinese per –
diciamo – «necessità» (piuttosto che semplice volontà), sarà
impossibile che riusciamo a coesistere come comunità sofferenti isolate e
incomunicabilmente separate. Se il piano di Oslo è fallito è perché si
fondava sulla separazione, su una spartizione chirurgica di popoli in
entità astratte, ma diseguali, invece di afferrare che l’unico modo di
ergersi oltre la continua alternanza di violenza e disumanizzazione sta
nel riconoscere l’universalità e l’integrità dell’esperienza altrui e
nel cominciare a progettare una vita insieme[32].
Come si vede Said sta iniziando a fondare
le condizioni di pensabilità di un discorso pubblico nuovo, dove la
delegittimazione morale del sionismo e il riconoscimento da parte araba
dell’Olocausto, costituiscono la premessa ineludibile di una futura
forma di convivenza fra due parti rese “artificialmente” ostili e non-
comunicanti. Ed è proprio sulla scommessa di uno stato unico
bi-nazionale come meta ultima di questo processo di riconciliazione,
perché forma più adeguata della sua possibile trasformazione in
un’istituzione statuale, che realismo e visionarietà dell’ultimo Said
si saldano in un equilibrio pressoché perfetto. Anzitutto realismo,
perché i ripetuti viaggi in Palestina di questi anni[33] lo persuadono
dell’impossibilità oggettiva di creare uno stato autonomo. Per una
ragione essenzialmente geografica: l’annessionismo sionista, con la sua
aggressione continua dello spazio palestinese attraverso la fondazione
di colonie[34], ha creato una realtà geografica talmente frantumata da
essere di fatto inseparabile[35]. Il problema allora è ribaltare questa
strategia di soffocamento in una condivisione eticamente consapevole di
uno spazio politico comune. Per far questo è necessario caricare di
visionarietà il pensiero e immaginare un’ipotesi di convivenza
innovativa e desiderabile.
Anzitutto, Said ricorda che la storia
millenaria della Palestina è una storia composita e meticcia, fatta di
sovrapposizioni continue di culture, etnie, religioni e popoli. È un
posto dunque storicamente inadatto a pensare l’identità politica
attraverso categorie come purezza etnica o omogeneità religiosa, che
comunque sia restano problematiche per il deposito di violenza e
sofferenza che hanno ovunque sedimentato. Nello stesso tempo,
quest’ipotesi di convivenza è già stata immaginata, a cavallo fra le due
guerre, da un piccolo ma importante gruppo di pensatori ebraici, fra
cui Albert Einsten, Hannah Arendt[36], Martin Buber e Judah Leon Magnes.
L’idea di uno stato bi-nazionale è quindi visionaria e logica nello
stesso tempo: la geografia contemporanea della Palestina non permette
l’esistenza di sovranità separate, se non a prezzo di una politica di
esclusione capace solo di generare guerra permanente; nello stesso
tempo, questa soluzione può essere pensata attraverso una genealogia
storica di lungo periodo o semplicemente riportando all’altezza del
presente una riflessione politica ebraica degli anni Quaranta.
L’essenza di tale
visione [lo stato unico bi-nazionale] è la coesistenza e la condivisione
secondo metodi che richiedono una volontà innovativa, audace e teorica
di andare oltre l’arido stallo dell’asserzione, dell’esclusivismo e del
rifiuto. Una volta che si sia riconosciuto che l’altro è un nostro pari,
credo che procedere sia non solo possibile, ma attraente. […] Il passo
iniziale consiste nello sviluppare qualcosa che oggi è completamente
mancante tanto nella realtà israeliana quanto in quella palestinese:
l’idea e la pratica della cittadinanza, non di una comunità etnica o
razziale, come strumento principale per la coesistenza. In uno stato
moderno, tutti coloro che ne fanno parte sono cittadini in virtù della
loro presenza e del fatto che condividono diritti e responsabilità. La
cittadinanza riconosce dunque all’ebreo israeliano e all’arabo
palestinese il diritto agli stessi privilegi e alle stesse risorse. Una
costituzione e una carta dei diritti diventano quindi necessarie per
superare il conflitto e non ripartire ogni volta da zero, perché ogni
gruppo avrebbe un identico diritto all’autodeterminazione; vale a dire
il diritto di partecipare della vita comune a modo proprio (da ebreo o
da palestinese), forse in cantoni federati, con Gerusalemme come
capitale condivisa, uguale accesso alla terra, e inalienabili diritti
laici e giuridici. Nessuna delle due parti dovrebbe essere tenuta in
ostaggio dagli estremisti religiosi. […] L’alternativa è sgradevolmente
semplice: o la guerra continua (insieme al costo oneroso dell’attuale
processo di pace) oppure, malgrado i numerosi ostacoli, una via
d’uscita, basata sulla pace e sull’uguaglianza (come in Sud Africa dopo
l’apartheid), va attivamente ricercata. Una volta che riconosciamo che
palestinesi e israeliani sono lì per rimanerci, l’unica conclusione
decente è che bisogna arrivare a una coesistenza pacifica e a
un’autentica riconciliazione. Autodeterminazione reale.[37].
III.
Said sottolineava molto poco i libri su
cui studiava. Nella sua biblioteca personale, conservata all’ultimo
piano della Butler Library, alla Columbia University di New York, la
maggior parte dei volumi porta poche annotazioni e pochi appunti,
scritti a margine per lo più a matita. Sfogliando, per curiosità, la sua
copia personale dell’Inconscio politico di Fredric Jameson, non mi ha però stupito vedere sottolineato con forza questo passaggio:
Possiamo affermare che
[…] l’ideologia non è qualcosa che informi o investa la produzione
simbolica; è piuttosto l’atto estetico a essere in sé ideologico, e la
produzione di una forma estetica o narrativa dev’essere vista come un
atto in sé ideologico, la cui funzione è di inventare «soluzioni»
immaginarie o formali a contraddizioni sociali insolubili.[38]
Inventare soluzioni immaginarie a contraddizioni sociali insolubili.
Questa è l’idea centrale del modo con cui Said ha pensato il legame fra
estetica (soprattutto letteratura e musica) e politica per tutta la
vita. Due regni autonomi, due forme diverse dell’esperienza umana, certo
non sovrapponibili, se non a prezzo di semplificazioni gratuite o
abbagli[39]; ma che possono comunque lavorare insieme, meglio se in
frizione, uno contro l’altro: «penso che a volte sia utile pensare
all’estetico come a un atto d’accusa nei confronti del politico, una
forma di opposizione nei confronti della disumanità,
dell’ingiustizia»[40].
Se vale questo punto di vista, non è
strano che una passione per una forma musicale come il contrappunto –
che è una tecnica che pretende, nell’organizzazione dell’aspetto
armonico, la compresenza di linee melodiche indipendenti – si trasformi
in un modo possibile di pensare il presente. Il movimento estetico che
nei secoli ha lentamente perfezionato l’originale polifonia gregoriana
in un’architettura incredibilmente sofisticata e razionale, al cui
culmine stanno le sonate per clavicembalo di Domenico Scarlatti e
l’intera opera di John Sebastian Bach, ha in realtà espresso, benché
protetta nel mondo dell’esperienza musicale, una possibilità reale
dell’esistere: la convivenza armonica dell’eterogeneo[41]. Ed è
precisamente a questo che punta la lotta per uno Stato bi-nazionale.
Musica e politica, dunque; senza alcuna sovrapposizione immediata. La
scommessa di Said semmai sta tutta nella convinzione umanistica che il
potere simbolico dell’arte possa forzare l’orizzonte bloccato
del presente, aprendolo verso la possibilità di essere altrimenti. Visto
il successo e l’impatto simbolico della West Eastern Divano Orchestra,
e la rinnovata popolarità dell’ipotesi bi-nazionale[42], non è detto
che questo modo di pensare insieme politica ed estetica sia solo
l’ultima illusione romantica di un umanista fuori tempo massimo.
Note
Nel corso del saggio i testi di E.W.Said verranno citati facendo riferimento alle sigle riportate qui di seguito: [O] Orientalism, Pantheon Book, New York 1978 (tr.it Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente [1991], Feltrinelli, Milano 1999); [QP] The Question of Palestine [1979], Vintage Book, New York 1992 (tr.it. La questione palestinese. La tragedia di essere vittime delle vittime, Gamberetti, Roma 1995); [PD] The Politics of Dispossession, Vintage Book, New York 1994; [EP] The End of the Peace Process. Oslo and After, Pantheon Book, New York 2000 (tr.it. Fine del processo di pace, Feltrinelli, Milano 2002); [FO] From Oslo to Iraq and the the Road Map, Vintage, New York 2004 (tr.it La pace possibile, Il Saggiatore, Milano 2005); [M] My Right of Return in Power, Politics, and Culture. Interviews with Edward Said, (Edited by) G.Viswanathan, Vintage Book, New York 2002 (tr.it Il mio diritto al ritorno, Nottetempo, Roma 2007); [R] Reflections on Exile and Other Essays, Harvard University Press, Cambridge MA 2000 (tr.it Nel segno dell’esilio. Riflessioni, letture e altri saggi, Feltrinelli, Milano 2008); [ML] Music at the Limits, Bloomsbury, London 2008 (tr.it Musica ai limiti, Feltrinelli, Milano 2010); [ME] Musical Elaboration, Columbia University Press, New York 1991; [OL] On the Late Style. Music and Literature against the Grain, Pantheon Book, New York 2006 (tr.it. Sullo stile tardo, Il Saggiatore, Milano 2009); [TP] Tra guerra e pace. Ritorno in Palestina-Israele, Feltrinelli, Milano 1998 (è una raccolta di scritti esistente nella solo versione italiana); [PP] Parallels and Paradoxes. Explorations in Music and Society, Pantheon Book, New York 2002 (tr.it Paralleli e paradossi. Pensieri sulla musica, la politica e la società, Il Saggiatore, Milano 2004); [PPC] Power, Politics, and Culture. Interviews with Edward W. Said, (Edited by) G.Viswanathan, Vintage Book, New York 2001.
[1] PPC, p.267
[2] Th.W.Adorno, Ästetische Theorie, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1970 (tr.it. Teoria estetica, Einaudi, Torino 2009, p.89).
[3] M
[4] Ibidem, pp.16-17.
[5] ML; di Said critico musicale si veda anche il volume: ME.
[6] ML, p.10.
[7] R, pp. 527-553.
[8] OL; sul rapporto fra lavoro teorico
sullo stile tardo e pensiero politico delle scritture giornalistiche, si
veda: S.Gourgouris, The Late Style of Edward Said in Edward Said and Critical Decolonization, (Edited by) F.J. Ghazoul, The American University in Cairo Press, Cairo – New York 2007, pp. 37-45.
[9] “He spent the last few years of his
life trying to develop an entirely new strategy of peace, a new approach
based on equality, reconciliation, and justice” in A.Shlaim, Edward Said and the Palestine Question in Edward Said. A legacy of Emancipation and Representation, (Edited by) A.Iskandar – H.Rustom, University of California Press, Berkley 2010, p. 287.
[10] EP, p.80.
[11] QP
[12] “Nonostante la dispersione e
l’esilio, il movimento di resistenza palestinese (che più tardi venne
conosciuto come OLP) formulò un’idea ed una visione del Medioriente
decisamente di rottura con quelle del passato: l’idea di uno stato laico
e democratico in Palestina per gli arabi e per gli ebrei. Anche se
ormai è quasi diventata un’abitudine irridere questa proposta, in realtà
non è possibile minimizzarne seriamente l’importanza. Non solo
quest’idea riconosceva quel che generazioni di arabi e di palestinesi
avevano sempre rifiutato – la presenza di una comunità ebraica in
Palestina che aveva ottenuto un suo stato per mezzo della conquista – ma
andava molto oltre la semplice, passiva, accettazione degli ebrei. Essa
ebbe infatti il merito di porre quello che è ancora, secondo me,
l’unico possibile futuro per un Medioriente multi-etnico: il modello di
uno stato basato su diritti umani laici, non sulle tendenze esclusiviste
di religioni e/o minoranze e neppure, come nel caso nel nazionalismo
siriano, su un’idealizzata unità geopolitica. In una regione in cui la
politica era stata determinata dal colonialismo o dalla religione,
sarebbero state così gettate delle nuove basi sulle quali organizzare la
vita sociale al di fuori di conflitti confessionali e civili” in QP,
p.207.
[13] “Il fatto che dopo vent’anni di duri
e faticosi sforzi si sia sviluppato nei Territori Occupati un così
vasto movimento nazionalista di tipo insurrezionale contro l’ingiustizia
riempie giustamente d’orgoglio ogni palestinese. L’Intifada ha fornito
un modello per la vita politica e sociale del nostro popolo che durerà
nel tempo e che si caratterizza per essere relativamente non violento,
creativo, coraggioso e sorprendentemente intelligente” in QP, p.242
[14] “It seems to me that the lessons of
Mandela and others like him for the Arab world is not only something to
admire and respect. It is something to emulate, to implement and, yes,
to be rigid about” in PD, p.371.
[15] EP, pp.93-94.
[16]“Some South African observers have
noted that Said began his first public criticism of the failings of the
PLO leadership after visit to South Africa and his meeting with
President Nelson Mandela in May 1991” in R.I.Khalidi, Edward W. Said and the American public sphere: speaking truth to power in Edward Said and the Work of the Critic: speaking truth to power, (Edited by) P.A.Bové, Duke University Press, Durham and London 2000, p.150
[17] Difficile non concordare con il
giudizio dello storico israeliano Avi Shlaim sulla lungimiranza
impressionante delle critiche di Said agli Accordi di Oslo: “Said’s
critique of the Oslo Accord may have seemed unduly harsh and pessimistic
at that time, but it was fully borne out by subsequent events. Indeed,
the critique was almost prophetic. The accuracy of Said’s predictions is
surprising: he even surprised himself” in A.Shlaim, Edward Said and the Palestine Question cit., p. 286.
[18] EP, p.94.
[19] “Said’s impact is all the more
significant because both this public political discourse and the media
that feeds on it and nourishes it were, and in large part still are,
fundamentally sympathetic to the Israelis, and by extension are hostile
to the Palestinians. Indeed, in assessing American attitudes since the
Arab-Israeli war of 1967, it is immediately apparent that Said’s voice
on television, on radio, and in articles in a ranges of magazines and
periodicals has provided the main – and sometimes only – antidote to the
consensus of idiocy that generally prevails whenever Palestine is
discussed in the mainstream media” in R.I.Khalidi, Edward W. Said and the American Public Sphere cit., pp.152-153. Sullo stesso tema, si veda anche: Id, Edward Said and Palestine: Balancing the Academic and the Political, the Public and the Private in Waiting for the Barbarians. A Tribute to Edward Said, (Edited by) G.Sokmen – B.Ertur, Verso Book, London New York 2008, pp.44-52.
[20] FO, p.86.
[21] Ibidem, p. 177.
[22] In particolare: PD, EP e FO.
[23]“In addition to embracing his role as
narrator and critic, Said possessed a unique ability not only to
identify, broadly speaking, what needed to be done to achieve peace and
justice, but perhaps, more importantly, to articulate it – and to do so
long before such ideas became the accepted norm in political,
diplomatic, and media circles” in A.Imseis, Speaking Truth to Power. On Edward Said and the Palestinian Freedom Struggle in Edward Said. A legacy of Emancipation and Representation cit., pp. 268. Di questo saggio si veda, in particolare, il capitolo: Said As Visionary, pp. 269-273.
[24] “Come Antonio Gramsci ebbe modo di
dire molto tempo fa, quando si tratta con realtà non militari (le realtà
militari non sono alla nostra portata, nonostante la rovinosa abitudine
araba di investire al di sopra dei propri mezzi in inutile hardware
bellico) la sola politica per combattere il fallimento è sviluppare una
contro-egemonia che contrasti i poteri egemonici dominanti. Per noi
significa rafforzare istituzioni civili come le università, i mezzi di
informazione, gli apparati scientifici e legali, la democrazia
partecipativa, l’alfabetizzazione – tutto questo. Se non troviamo la
forza di sollevarci e di combattere in questo modo il pauperismo, la
dipendenza e l’acquiescenza che ci vengono imposti dall’esterno, per noi
non ci può essere speranza di evolvere verso quel tipo di società che
oggi un’intera nuova generazione di arabi desidera arditamente” in EP,
p.170.
[25] EP, p. 131
[26] “Gli attentati suicidi sono
esecrabili, ma sono anche il risultato diretto di anni di soprusi,
impotenza e disperazione. La presunta propensione alla violenza degli
arabi o dei mussulmani non c’entra nulla. Sharon vuole il terrorismo,
non la pace” in FO, p. 224.
[27] FO, p. 154
[28] “Leggendo le notizie dalla Palestina
e vedendo alla televisione le spaventose immagini di morte e
distruzione sono rimasto sconcertato e scioccato da ciò che dai dettagli
ho dedotto a proposito della politica del governo israeliano e
specialmente di quello che ha in testa Ariel Sharon. Quando poi dopo il
recente bombardamento di Gaza compiuto da uno dei suoi F-16, con nove
bambini massacrati, si è riferito che Sharon si era congratulato con il
pilota e si era vantato del grande successo riportato dagli israeliani,
mi sono potuto formare un’idea molto più chiara di ciò di cui è capace
una mente patologicamente alienata: non solo, quindi, di quello che può
pianificare e ordinare, ma, peggio, di come riesce a persuadere altre
menti a pensare nel suo stesso modo allucinato e criminale. Penetrare
nella mente ufficiale israeliana è un’esperienza che vale la pena fare,
per quanto sinistra” in FO, p.223.
[29] FO, p. 106
[30] “ Il movimento sionista non condusse
una guerra che “tragicamente, ma inevitabilmente” portò all’espulsione
di parte della popolazione nativa, ma fu l’opposto: l’obiettivo
principale era la pulizia etnica di tutta la Palestina, che il movimento
ambiva per il suo nuovo Stato” in I.Pappé, The Etnic Cleansing of Palestine, Oneworld, Oxford 2006 (tr.it La pulizia etnica in Palestina, Fazi, Roma 2007, p.9)
[31] Quest’idea politica è stata fatta
propria da un gruppo di attivisti israeliani di Tel Aviv, la NGO,
Zochort (zochort.org). L’idea è precisamente quella di Said: lavorare
sul ricordo pubblico della «nakbah» araba per attivare un processo reale
di riconciliazione all’interno della società civile israeliana e
palestinese.
[32] EP, pp.101-102.
[33] TP
[34] cfr: E.Weizman, Hollow Land: Israel’s Architecture of Occupation, Verso Book, Lond New York 2007 (tr.it Architettura dell’occupazione. Spazio politico e controllo territoriale in Palestina e Israele, Bruno Mondadori, Milano 2009).
[35] In un saggio molto affascinante,
dove una riflessione sulla tradizione filosofica ebraica si trasforma in
una critica senz’appello al sionismo, Judit Butler commenta con queste
parole il bi-nazionalismo imposto dall’accerchiamento coloniale
sionista: “Il bi-nazionalismo potrebbe essere una cosa impossibile, ma
tale mero fatto non costituisce ragione sufficiente per opporvisi. Il
bi-nazionalismo non è solo un ideale “a venire” – qualcosa che potremmo
sperare arrivi in un futuro alquanto ideale, ma una faccenda squallida
che sta diventando realtà attraverso una specifica forma storica di
colonizzazione e attraverso la prossimità e le esclusioni che essa
riproduce con le quotidiane pratiche militari e di controllo
dell’occupazione. Anche se né gli “ebrei” né i “palestinesi” sono
popolazioni monolitiche, nondimeno oggi in Palestina/Israele essi sono
legati gli uni agli altri in modo inestricabile da un sistema israeliano
di violenza militare e giuridica che ha prodotto un movimento di
resistenza dalle forme sia violente che non violente” in J.Butler, Parting Ways. Jewishness and the Critique of Zionism, Columbia University Press, New York 2012 (tr.it Strade che divergono. Ebraicità e critica del sionismo, Raffaello Cortina Editore, Milano 2013, p.42)
[36] Su una possibile lettura
“contrappuntistica” della critica al sionismo di Hanna Arendt e di
Edward Said si veda questo bel libro di Eugenia Parise: E.Parise, Dalla diaspora, voci in contrappunto. Hannah Arendt ed Edward W. Said nel conflitto sionista-palestinese, Ombre Corte, Verona 2010.
[37] EP, pp.154-155.
[38] F.Jameson, The Political Unconscious. Narrative as a Socially Symbolic Act, Cornell University Press, Ithaca NY 1981 (tr. it L’inconscio politico. Il testo narrativo come atto socialmente simbolico, Garzanti, Milano 1990, p. 86).
[39] “Most people make the jump from a
literary or intellectual argument to a political statement that cannot
really be made. I mean, how do you modulate from literary interpretation
to international politics? That is very difficult to do” in PPC, p.181
[40] PP, pp.144-145.
[41] Cfr: R.de Groot, Edward Said and Poliphony in Edward Said. A Legacy of Emancipation and Representaion cit., pp.204-228.
[42] “Today with the disintegration of
the Gaza Strip and the total destruction of the West Bank
infrastructure, the relevance of this vision is accepted by more
Palestinians then ever before” in I.Pappé, The Saidian Fusion of Horizons in Waiting for the Barbarians cit., p.88
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