Parole per sopravvivere: Controdizionario del confine
di Daniele Ruini
Solo la parola dà all’essere umano la sua autonomia,
essa gli permette di chiedere agli altri la strada
e di prenderne poi un’altra.
(Elfriede Jelinek, Voracità)
Il fatto che il potere abbia sempre esercitato anche un
controllo sul linguaggio è circostanza talmente assodata da averci provocato
una specie di assuefazione: se il Vaticano ha perseguito per secoli ogni
tentativo di traduzione della Bibbia latina, se il Fascismo ha lottato contro
forestierismi, dialetti e minoranze linguistiche, se gli eufemismi rivestivano
di una fredda patina burocratica la persecuzione nazista antiebraica, allora
forse non ci stupisce che lo stesso meccanismo continui a riprodursi anche
oggigiorno. Insomma, che il governo israeliano definisca “contesi” i territori
palestinesi occupati e “incidenti” le brutali aggressioni dei coloni in
Cisgiordania, oppure che Putin si sia sempre riferito all’invasione
dell’Ucraina parlando di “operazione speciale militare” non smuove più di tanto
le nostre coscienze, indignate semmai dai massacri e dalle ingiustizie che
guerre, colonialismo e politiche securitarie continuano a perpetrare.
Per risvegliare la nostra attenzione sugli esiti nefandi
della manipolazione del linguaggio può quindi essere utile prestare ascolto a
chi quegli effetti li subisce: dare loro parola può servire a
gettare luce su una violenza che passa anche dall’imposizione del silenzio o di
una retorica funzionale al carnefice di turno. Proprio questo è l’obiettivo
di Controdizionario del confine, un libro prezioso pubblicato dalle
edizioni Tamu/Tangerin e realizzato dall’Equipaggio della Tanimar, il nome
collettivo scelto da Filippo Torre e altri studiosi dei processi migratori
delle Università di Genova e Parma (già autori dell’inchiesta Crocevia
mediterraneo uscita per Elèuthera nel 2023). Confrontandosi con i
migranti che hanno provato a valicare il Mediterraneo tra Sicilia e Tunisia,
ascoltando le loro parole e i loro racconti, questi ricercatori hanno compilato
un glossario alternativo in cui sono raccolte e spiegate 42 voci usate dai
protagonisti della rotta italo-tunisina (una rotta che, come conseguenza dei
recenti finanziamenti accordati dall’Unione europea al governo autoritario di
Kaïs Saïed, ha visto le partenze verso le coste italiane sempre più violentemente
limitate).
Nel Controdizionario troviamo termini di
origine araba, francese, italiana o parole ibride nate alla confluenza di
lingue diverse: nell’insieme formano una lingua viva, in evoluzione continua e
che –come scrivono gli autori– svela una «narrazione «controegemonica rispetto
a quella delle istituzioni» (p. 15). Dare spazio al punto di vista di questi
migranti (provenienti soprattutto dall’Africa subsahariana francofona) e al
loro linguaggio consente infatti di rovesciare la retorica vittimistica e
criminalizzante di cui sono abitualmente fatti oggetto insieme alle persone e
alle organizzazioni che li supportano. L’obiettivo diventa quello di «mettere
al centro il modo in cui l’attraversamento delle frontiere viene vissuto,
raccontato e nominato da chi è ostacolato, imprigionato, violato, respinto»
(p. 14).
Sfogliando le pagine del volume scopriamo per esempio che il
modo più diffuso in cui si definiscono coloro che cercano di attraversare il
Mediterraneo centrale è aventurier, un termine che porta su di sé
sia l’idea di un’assunzione personale del rischio sia la dimensione di
scoperta, anche gioiosa, a cui questi viaggiatori –quasi sempre molto giovani–
vanno incontro. Dalla radice del verbo arabo che significa “bruciare” deriva
invece harraga, ovvero “bruciatori (di confini)”, a indicare chi è
costretto ad aggirare quelle norme e quei dispositivi che impediscono una
mobilità legalizzata: un concetto che «ha assunto una dimensione centrale nel
linguaggio e nell’immaginario comune […] di intere generazioni segnate dalla
frustrazione delle speranze di cambiamento» (p. 127).
I passeggeri di una barca in transito verso l’Europa si
autodefiniscono bouteille, parola che sembra stabilire un «legame
fra il destino di una bottiglia in mare e quello di chi prova la traversata»
(p. 41), un destino fatto di caso, rischio estremo e speranza.
Tra le parole ibride segnaliamo infine kidnappeur,
in riferimento al sequestro e alla vendita dei migranti a scopo di riscatto da
parte di tunisini o di altri migranti subsahariani; e taximafia, a
designare tutte quelle occasioni di trasporto illegale a cui i viaggiatori
clandestini sono costretti ad affidarsi, con costi molto più alti rispetto ai
trasporti standard e dovendo viaggiare di notte «per eludere la sorveglianza di
milizie e forze di polizia» (p. 187).
In conclusione, la compilazione di questo controdizionario
ha il grande pregio di far emergere la voce –e, di conseguenza, il pensiero– di
chi tenta di attraversare le frontiere sempre più militarizzate e respingenti
che separano l’Europa dal sud del mondo. Come spiega l’attivista di origine
camerunense Georges Kouagang nella sua prefazione, non si tratta semplicemente
dell’esito di una ricerca di antropologia linguistica quanto di un «atto
politico»: aver raccolto questo lessico «significa riconoscere che anche in
condizioni estreme le persone continuano a nominare il mondo, a reinventare il
linguaggio per raccontarsi e orientarsi» (p. 11).
Pezzo ripreso da https://www.nazioneindiana.com/2026/01/24/117653/






