24 gennaio 2026

CONTRODIZIONARIO DEL "CONFINE"

 



Parole per sopravvivere: Controdizionario del confine

di Daniele Ruini

 

Solo la parola dà all’essere umano la sua autonomia,
essa gli permette di chiedere agli altri la strada
e di prenderne poi un’altra.
(Elfriede Jelinek, Voracità)

 

Il fatto che il potere abbia sempre esercitato anche un controllo sul linguaggio è circostanza talmente assodata da averci provocato una specie di assuefazione: se il Vaticano ha perseguito per secoli ogni tentativo di traduzione della Bibbia latina, se il Fascismo ha lottato contro forestierismi, dialetti e minoranze linguistiche, se gli eufemismi rivestivano di una fredda patina burocratica la persecuzione nazista antiebraica, allora forse non ci stupisce che lo stesso meccanismo continui a riprodursi anche oggigiorno. Insomma, che il governo israeliano definisca “contesi” i territori palestinesi occupati e “incidenti” le brutali aggressioni dei coloni in Cisgiordania, oppure che Putin si sia sempre riferito all’invasione dell’Ucraina parlando di “operazione speciale militare” non smuove più di tanto le nostre coscienze, indignate semmai dai massacri e dalle ingiustizie che guerre, colonialismo e politiche securitarie continuano a perpetrare.

Per risvegliare la nostra attenzione sugli esiti nefandi della manipolazione del linguaggio può quindi essere utile prestare ascolto a chi quegli effetti li subisce: dare loro parola può servire a gettare luce su una violenza che passa anche dall’imposizione del silenzio o di una retorica funzionale al carnefice di turno. Proprio questo è l’obiettivo di Controdizionario del confine, un libro prezioso pubblicato dalle edizioni Tamu/Tangerin e realizzato dall’Equipaggio della Tanimar, il nome collettivo scelto da Filippo Torre e altri studiosi dei processi migratori delle Università di Genova e Parma (già autori dell’inchiesta Crocevia mediterraneo uscita per Elèuthera nel 2023). Confrontandosi con i migranti che hanno provato a valicare il Mediterraneo tra Sicilia e Tunisia, ascoltando le loro parole e i loro racconti, questi ricercatori hanno compilato un glossario alternativo in cui sono raccolte e spiegate 42 voci usate dai protagonisti della rotta italo-tunisina (una rotta che, come conseguenza dei recenti finanziamenti accordati dall’Unione europea al governo autoritario di Kaïs Saïed, ha visto le partenze verso le coste italiane sempre più violentemente limitate).

Nel Controdizionario troviamo termini di origine araba, francese, italiana o parole ibride nate alla confluenza di lingue diverse: nell’insieme formano una lingua viva, in evoluzione continua e che –come scrivono gli autori– svela una «narrazione «controegemonica rispetto a quella delle istituzioni» (p. 15). Dare spazio al punto di vista di questi migranti (provenienti soprattutto dall’Africa subsahariana francofona) e al loro linguaggio consente infatti di rovesciare la retorica vittimistica e criminalizzante di cui sono abitualmente fatti oggetto insieme alle persone e alle organizzazioni che li supportano. L’obiettivo diventa quello di «mettere al centro il modo in cui l’attraversamento delle frontiere viene vissuto, raccontato e nominato da chi è ostacolato, imprigionato, violato, respinto» (p. 14).

Sfogliando le pagine del volume scopriamo per esempio che il modo più diffuso in cui si definiscono coloro che cercano di attraversare il Mediterraneo centrale è aventurier, un termine che porta su di sé sia l’idea di un’assunzione personale del rischio sia la dimensione di scoperta, anche gioiosa, a cui questi viaggiatori ­–quasi sempre molto giovani– vanno incontro. Dalla radice del verbo arabo che significa “bruciare” deriva invece harraga, ovvero “bruciatori (di confini)”, a indicare chi è costretto ad aggirare quelle norme e quei dispositivi che impediscono una mobilità legalizzata: un concetto che «ha assunto una dimensione centrale nel linguaggio e nell’immaginario comune […] di intere generazioni segnate dalla frustrazione delle speranze di cambiamento» (p. 127).

I passeggeri di una barca in transito verso l’Europa si autodefiniscono bouteille, parola che sembra stabilire un «legame fra il destino di una bottiglia in mare e quello di chi prova la traversata» (p. 41), un destino fatto di caso, rischio estremo e speranza.

Tra le parole ibride segnaliamo infine kidnappeur, in riferimento al sequestro e alla vendita dei migranti a scopo di riscatto da parte di tunisini o di altri migranti subsahariani; e taximafia, a designare tutte quelle occasioni di trasporto illegale a cui i viaggiatori clandestini sono costretti ad affidarsi, con costi molto più alti rispetto ai trasporti standard e dovendo viaggiare di notte «per eludere la sorveglianza di milizie e forze di polizia» (p. 187).

In conclusione, la compilazione di questo controdizionario ha il grande pregio di far emergere la voce –e, di conseguenza, il pensiero– di chi tenta di attraversare le frontiere sempre più militarizzate e respingenti che separano l’Europa dal sud del mondo. Come spiega l’attivista di origine camerunense Georges Kouagang nella sua prefazione, non si tratta semplicemente dell’esito di una ricerca di antropologia linguistica quanto di un «atto politico»: aver raccolto questo lessico «significa riconoscere che anche in condizioni estreme le persone continuano a nominare il mondo, a reinventare il linguaggio per raccontarsi e orientarsi» (p. 11).

 

Pezzo ripreso da  https://www.nazioneindiana.com/2026/01/24/117653/

06 gennaio 2026

IL DIRITTO INTERNAZIONALE


 



Che fine hanno fatto, in Italia e in Europa, i custodi e tutori del  "diritto internazionale"?

27 dicembre 2025

IL PAPA CONTRO IL RIARMO E L' IPOCRISIA

 

Se Leone diserta il riarmo

26 Dicembre 2025

https://comune-info.net/se-leone-diserta-le-politiche-del-riarmo/


C’è uno solco profondo che separa le parole pronunciate del presidente della Repubblica Mattarella il 19 dicembre in occasione della cerimonia per lo scambio di auguri di fine e anno, e quelle rese note il giorno prima, il 18 dicembre, del Messaggio di papa Leone XIV per la LIX Giornata Mondiale della Pace del 1 Gennaio. Contenuti che fanno emergere anche la differenza di intendere la pace che c’è nel mondo cattolico laico, del quale Mattarella, già Ministro della Difesa nella stagione in cui l’Italia partecipò ai bombardamenti nel Kosovo della Nato senza mandato Onu, viene da sempre annoverato quale autorevole interprete laico e politico. “Richiede uno sforzo convergente anche la definizione compiuta di una strategia di sicurezza nazionale – ha detto il presidente – in un tempo in cui siamo costretti a difenderci da nuovi rischi che, senza infondati allarmismi, sono concreti e attuali. La spesa per dotarsi di efficaci strumenti che garantiscano la sicurezza collettiva è sempre stata comprensibilmente poco popolare. Anche quando, come in questo caso, si perseguono finalità di tutela della sicurezza e della pace. E tuttavia, poche volte come ora, è necessario”.

Una versione aggiornata dell’antico Si vis pacem, para bellum“, che legittima pienamente la partecipazione dell’Italia con l’adesione incondizionata del governo italiano alla spesa per ReArm Europe 2030, il piano di difesa militare che ha l’obiettivo di investire fino a 800 miliardi di euro per rafforzare l’infrastruttura di difesa dei singoli Stati europei.

Ma le parole del presidente della Repubblica, sdoganano definitivamente anche tutte le attività di promozione di una cultura militare e poliziesca nelle scuole e università italiane, denunciate costantemente dall’”Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università”, attraverso corsi di educazione alla legalità, di contrasto al bullismo e alla violenza di genere, perfino di educazione ambientale; fatti con la presenza di militari, mezzi e cani antidroga dentro le aule scolastiche da figure in divisa senza alcuna qualifica pedagogica. Ma con il solo fine di creare il substrato culturale per il marketing dell’arruolamento dei giovani nelle Forze Armate dello Stato.

Le parole di Mattarella sono il via libera alla strategia politica del governo, e in particolare del ministro Crosetto, per la ripresa della leva militare. Quella obbligatoria in vigore fino al 2004, infatti non venne mai abolita dallo Stato, ma semplicemente sospesa dal 1 gennaio 2005 dalla legge n. 226, quando venne introdotto anche il servizio civile universale. L’Italia, sulla scia di Francia e Germania, torna e chiedere nuovi “figli per la Patria”. Lo fa anche qui con una strategia subdola ai fini della promozione, facendo circolare nelle scuole italiane un questionario in 32 domande, promosso dal Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza dal titolo “Guerra e conflitti”, in cui i quesiti sono molto espliciti, tipo: “Se il mio Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e se servisse mi arruolerei. Quanto sei d’accordo con questa affermazione”.

Contemporaneamente nelle ultime settimane sono usciti da società demoscopiche spesso sconosciute, sondaggi in cui prevalgono maggioranze favorevoli alla reintroduzione della leva obbligatoria per i 18-26enni. Sondaggi molto furbi, su campioni di 800/1.000 persone, dei quali, pur essendo obbligatoria per legge, non viene pubblicata la nota metodologica, che descrive i criteri usati per effettuarli. E che, considerati gli istituti che li hanno redatti e i giornali che li hanno pubblicati, è più che lecito pensare che tutto questo faccia parte di una precisa strategia comunicativa del governo stesso, tesa a costruire nel Paese una nuova e precisa narrazione militaristica.

Su questa politica e strategia dello Stato italiano e del resto dei governi europei, arrivano come una “bomba” spirituale, etica e pragmatica, le parole di papa Leone XIV. Un messaggio potente e chiaro, che rimettono con nettezza sulla scena mondiale sui temi geopolitici la figura, finora da molti percepita come troppo defilata e differente rispetto a quella di papa Francesco, del pontefice statunitense. Un testo non a caso ignorato e offuscato dall’informazione mainstream, asservita alla politica e all’economia bellicistica, del riarmo, e della riconversione industriale da civile a militare. Parole che ricollocano molte leadership mondiali ed europee, fino a Mattarella, Meloni e Crosetto e parte del mondo cattolico.

Il Messaggio del papa è universale, rivolto a tutti: “Sia che abbiamo il dono della fede, sia che ci sembri di non averlo, cari fratelli e sorelle, apriamoci alla pace”. Per quanto riguarda specificatamente l’Italia, a 50 anni dalla pubblicazione de “L’Obbedienza non è più una virtù” di don Lorenzo Milani, nel testo c’è uno specifico riconoscimento alla nonviolenza: “Poco prima di essere catturato, in un momento di intensa confidenza, Gesù disse a quelli che erano con Lui: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi». E subito aggiunse: «Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14,27). Il turbamento e il timore potevano riguardare, certo, la violenza che si sarebbe presto abbattuta su di Lui. Più profondamente, i Vangeli non nascondono che a sconcertare i discepoli fu la sua risposta non violenta: una via che tutti, Pietro per primo, gli contestarono, ma sulla quale fino all’ultimo il Maestro chiese di seguirlo. La via di Gesù continua a essere motivo di turbamento e di timore. E Lui ripete con fermezza a chi vorrebbe difenderlo: «Rimetti la spada nel fodero» (Gv 18,11; cfr Mt 26,52). La pace di Gesù risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali”. Papa Leone ricorda come nel corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del PIL mondiale. Per poi fare una “radiografia” all’ipocrisia della politica: “Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui (…) Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza”. Espressioni che rendono bene il fatto di come il papa sia estremamente attento, e a conoscenza, di come in maniera subdola le politica agisca con fini pedagogici per l’inoculazione tra le giovani generazioni di una cultura militaresca e bellicistica.

Le quali, anche se considerate lontane e refrattarie alla politica, almeno così come la intendono le generazioni mature, hanno idee molto chiare. A un primo parziale rilevamento del questionario farlocco del Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, il 68% dei giovani non si arruolerebbe in caso di guerra. Mentre il 5 dicembre, decine di migliaia di studenti tedeschi hanno scioperato rispetto alla reintroduzione della leva obbligatoria, approvata dal governo.

Nel messaggio di papa Leone infine, c’è anche un forte richiamo all’impegno non usare le religioni ai fini della promozione di una cultura bellicistica e delle politiche del riarmo: “È questo un servizio fondamentale che le religioni devono rendere all’umanità sofferente, vigilando sul crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole. Le grandi tradizioni spirituali, così come il retto uso della ragione, ci fanno andare oltre i legami di sangue o etnici, oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e respingono chi è diverso. Oggi vediamo come questo non sia scontato. Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio”. Usando un termine quasi preconciliare, si potrebbe prefigurare una “scomunica” degli attuali governanti delle post democrazie occidentali, compresa quella italiana.


26 dicembre 2025

"LE MONDE" RICORDA LUCIANO BERIO

 

folk songs


Pierre Gervasoni 
"Scritti sulla musica": le parole sonore del compositore Luciano Berio

Le Monde, 21 dicembre 2025 

Presentati per la prima volta in francese in occasione del centenario della nascita del compositore italiano, gli scritti completi di Luciano Berio (1925-2003) dipingono il ritratto di un pensatore la cui visione del mondo è sempre intrisa di umanità. Per lui, l'esperienza più importante è quella vissuta dall'individuo, non quella imposta al suono in un laboratorio. Essere significa, naturalmente, essere musicisti, ma anche ascoltatori. Così, nel suo primo testo ("Musica per registratore"), il teorico Berio afferma fin dall'inizio che "l'ultima parola sarà sempre detta nella sala da concerto".

La frase avrebbe potuto fungere da emblema per questa antologia, frutto di un imponente lavoro editoriale. In ogni caso, la curatrice, Angela Ida De Benedictis, ha meticolosamente confrontato i vari stati del testo, dalla sua versione originale alla sua pubblicazione. Intervallato a metà volume da una serie di illustrazioni di grande interesse, l'opera è divisa in quattro parti principali ("Riflettere", "Fare", "Discutere", "Dedicare"). L'ordine cronologico adottato all'interno di queste sezioni permette al lettore di apprezzare l'attenzione su un tema caro all'epoca e di tornarvi, di volta in volta, da prospettive diverse. È il caso della musica elettronica, un campo di primario interesse per Luciano Berio in quanto fondatore, nel 1954, dello Studio di Fonologia della RAI a Milano, i cui meandri ha esaminato in diversi articoli prima di osservare, nel 1976, che "la musica elettronica non esiste più, perché è ovunque " .

Scena di vita quotidiana

Man mano che le pagine si susseguono, diventa chiaro che Luciano Berio non ha eguali nel fornire una sintesi illuminante. Parla di compositori come Igor Stravinskij , il cui "neoclassicismo va compreso anche alla luce del suo inestinguibile e incisivo desiderio di possesso ", e Maurice Ravel , "che sapeva trasformare anche le cose più banali in una sostanza rara ". Parla anche di scrittori con cui ha collaborato, come Italo Calvino e Umberto Eco, che evoca con la sua eloquenza e il cui approccio semiotico ha plasmato un credo proclamato nel 1964: "Quanto all'assenza di qualsiasi relazione semantica in musica, sono inguaribilmente convinto che, anche nei casi peggiori, la musica finisca almeno per esprimere (o nascondere, per un certo periodo) la stupidità e il dilettantismo di chi l'ha scritta".

Rivolgendosi al lettore come se fosse un confidente familiare, Berio illustra spesso il suo postulato intellettuale con una scena di vita quotidiana. Una delle più sorprendenti riguarda la nozione di gesto e il modo in cui un napoletano, quando gli viene chiesto come raggiungere un ristorante rinomato per le sue pizze, risponde in modo tale da non avere alcuna possibilità di trovarlo. Il loquace Berio non è di Napoli ma di Roma, di cui è l'incarnazione stessa, a tal punto che si potrebbe parafrasare la celebre massima e concludere i suoi scritti con: "Tutte le strade portano a Berio".

I percorsi della musica contemporanea, naturalmente, sapendo che ha usato molto questo termine, in francese, per intitolare le sue opere, e che le sue riflessioni hanno nutrito diverse generazioni di compositori, dall'americano Steve Reich , che è stato suo allievo, alla croata Sara Glojnaric, che oggi trae ispirazione sia dalla sua opera che dalla "cultura pop" .

https://www.lemonde.fr/livres/article/2025/12/21/ecrits-sur-la-musique-les-mots-sonores-du-compositeur-luciano-berio_6659009_3260.html

LA "COMMEDIA UMANA" di H. BALZAC

 



Diventare un genio. Il Balzac di Francesco Fiorentino

a cura di Ornella Tajani

Da pochissimo è uscito Balzac, biografia scritta per Laterza da Francesco Fiorentino, professore emerito di letteratura francese, autore di studi su Molière, sul romanzo realista, libertino e poliziesco, e naturalmente sul creatore della Comédie humaine.
Il libro è diviso in quattro parti, i cui titoli sono cristallini: Honoré e famiglia; Honoré vuol fare lo scrittore; Honoré cambia mestiere; e infine il capitolo, corrispondente a oltre due terzi del volume, intitolato Honoré diventa Balzac.
È una biografia che riesce ad appagare tutti i desideri di chi si rivolga verso questo genere ibrido, perché descrive l’uomo Balzac nella sua evoluzione, in un continuo dialogo con le opere che scrive o che tenta di scrivere, affrescando sullo sfondo un’epoca di cui tratteggia i tratti salienti, senza rinunciare ad aneddoti gustosi – aneddoti che tuttavia non sono mai fini a sé stessi, ma sempre mirano a illuminare un carattere, un preciso momento, un fenomeno. Tutto questo è fuso in una prosa di grande limpidezza, in cui solo si riesce dopo aver studiato un certo autore praticamente per tutta la vita. Si imparano molte cose, leggendo questo libro, quasi senza accorgersene, proprio perché la si legge un po’ come un romanzo – e del romanziere, che anche Fiorentino è (si veda per esempio qui), si ritrovano nella scrittura alcuni trucchi, come quello di lasciare a volte chi legge con il desiderio di vedere cosa accadrà subito dopo, o di chiudere un paragrafo con un piglio definitivo, senza indugiare nel commento.
Gli ho rivolto qualche domanda.

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Lei si è formato, ha insegnato e ha fatto ricerca partendo dall’assunto che l’opera è altro dal suo autore: in che modo allora conoscere l’uomo Balzac ci può essere utile oggi per leggere e, in seconda istanza, per studiare la sua opera?

Nella tradizione critica novecentesca, in particolare italiana e francese, c’è stata una grande diffidenza verso la biografia come strumento critico. La si è spesso riconosciuta soltanto come genere letterario. Penso invece che investa entrambi i domini. Nella mia biografia ho evitato qualsiasi ipotesi interpretativa del rapporto tra la sfera affettiva, soprattutto infantile, di Balzac e la sua opera. Ho descritto i suoi affetti e dolori più intimi, basandomi sulle lettere e i documenti, senza per questo voler trarre diagnosi psicanalitiche.  Non perché non ci si potesse avventurare ma perché – come diceva il mio maestro Francesco Orlando – bisogna diffidare della psicanalisi fatta ai morti. Infatti, credo ancora che non sia compito del critico ricostruire i caratteri dell’inconscio di un autore. Ritengo invece di grande interesse sapere come Balzac abbia nella sua vita fronteggiato numerose sfide – per lo più perdendole – prima di realizzarsi e realizzare la sua opera. La sua opera si capisce meglio se la si mette in relazione a queste sfide. Per esempio, perché abbandona la letteratura nel 1824, perché nei primi anni Trenta scrive racconti invece che romanzi, come si evolve il suo rapporto con Scott, cosa cambia per lui l’avvento del “roman feuilleton”? La Comédie humaine viene per sua natura percepita come sincrona. È stata invece scritta nell’arco di diciannove anni e in contesti letterari e situazioni private diverse. Ricostruire questi passaggi può risultare illuminante anche per l’opera, sebbene non esaurisca affatto l’interpretazione dei suoi romanzi, che continuano a interrogarci.

 

Nell’intervista uscita a novembre sul Venerdì di Repubblica descrive un paradosso: il fatto che uno dei fondatori del realismo sia anche uno dei pochi scrittori mistici della letteratura francese. In che modo?

L’opposizione tra un Balzac realista (tesi diffusasi a partire da Taine) e un Balzac visionario (secondo Baudelaire) ha caratterizzato a lungo la critica balzachiana. Oggi mi pare però archiviata. Balzac è entrambe le cose. In particolare, il suo rapporto con la religione è doppio: da una parte sostiene la religione ufficiale solo in quanto tiene buone le classi popolari, come antidoto alle rivoluzioni; dall’altra si riconosce nelle tendenze mistiche, in quanto colgono emozioni e sentimenti potenti. Balzac rappresenta la realtà con uno sguardo penetrante e spietato, ma intuisce che forze e capacità occulte – pensieri, volontà, aspirazioni, pulsioni- possono muovere gli uomini. È forse proprio questa sua doppia visione che gli consente di capire e rappresentare le energie impiegate nella grandiosa e terribile costruzione della nuova società. Non bisogna dimenticare che Balzac chiamava “studi” i suoi romanzi. Lui e il Marx della prima parte del Manifesto del partito comunista hanno capito quel che stava accadendo meglio di tutti.

 

Nella biografia, per descrivere Balzac, viene convocata a più riprese la categoria di “genio”, a partire dalle parole usate da Hugo al suo funerale. Quale aspetto della genialità di Balzac la colpisce di più? L’idea del ritorno dei personaggi, o magari la capacità, che lei sottolinea nel libro, di muoversi nella contraddizione senza ridurla a sintesi – di conservare insomma l’ambivalenza nei suoi personaggi, che è poi una caratteristica fondamentale della natura umana.

Balzac non è Mozart che prima di dieci anni aveva già composto pezzi memorabili, né Hugo che prima di vent’anni era già il più importante poeta francese. Balzac non nasce genio, lo diventa e lo diventa non solo creando un nuovo romanzo ma creando anche un pubblico che potesse capirlo e comprarlo.  Ci riesce grazie a varie esperienze e fallimenti che affronta con un’energia e un coraggio incredibili, commoventi. L’idea di creare un mondo e non solo un insieme di romanzi – La Comédie humaine – è un’impresa geniale, come pure geniale è la capacità di cogliere sempre il risvolto delle storie e dei caratteri, di vedere quello che gli altri non sono capaci di vedere.

 

Il finale è ricco di citazioni gustose: dal giornalista e critico Philarète Chasles, che nel necrologio lo definisce «un veggente», a Flaubert che, dopo la sua morte, affermerà «Che uomo sarebbe stato Balzac, se avesse saputo scrivere!». In queste pagine lei accenna anche all’esistenza di un «effetto Balzac» nella letteratura contemporanea: in cosa consiste?

Nel Novecento ci sono stati periodici inviti “a tornare a Balzac”, come pure non sono mancate liquidazioni della sua opera: Robbe-Grillet condannava come balzachiana tutta la tradizione romanzesca francese precedente al suo “Nouveau roman”. Ma mentre le opere di Robbe-Grillet marciscono nelle bacheche dei bouquinistes, quelle di Balzac sono ancora una lettura inevitabile anche per gli scrittori.  Oggi l’effetto Balzac mi pare si ritrovi in quegli autori che si propongono di rappresentare come e dove sta andando il mondo in cui viviamo; che sono mossi da una istanza di conoscenza e non da un ideale di bella scrittura; che non pretendono di parlare del mondo scrivendo di sé stessi. Se devo fare un nome solo: Houellebecq.

 

Pezzo ripreso da  https://www.nazioneindiana.com/2025/12/26/diventare-un-genio-il-balzac-di-francesco-fiorentino/