30 giugno 2013

LE LACRIME DEGLI EROI





Alessandra Sarchi  -  Le lacrime degli eroi

Che gli eroi dei poemi omerici piangessero dovremmo averlo imparato a scuola, forse anche solo leggendo i brani antologizzati dell’Iliade e dell’Odissea poiché innumerevoli sono le occasioni e le ragioni per cui Ulisse, Achille, Priamo, Ettore, Patroclo, Agamennone e tutti gli altri versano lacrime abbondanti, gridano e si disperano. Il loro pianto è, d’altra parte, così espressivo e pieno di sfumature che solo una rivisitazione attenta al contesto, ai rimandi interni e alla secolare tradizione intessuta nei poemi, può riavvincinarci al senso.
È ciò che fa Matteo Nucci nel suo Le lacrime degli eroi (Einaudi 2013) calandosi fisicamente nella geografia dei luoghi, prima ancora che nelle parole di quegli uomini che ci hanno trasmesso modelli di pensiero e comportamento. Dunque: nel Ceramico di Atene, dove Pericle proruppe in pianto davanti al cadavere del figlio Paralo, ucciso dalla peste; davanti alla porta dei Leoni, a Micene, sulla soglia di una città che contiene già tutta la tragedia degli Atridi; nella stradina in discesa che dalla Pnice porta al Pireo, percorsa da Socrate e Glaucone all’inizio della Repubblica, e chissà quante volte da Platone, dopo la morte dell’amato maestro; sotto le mura di Troia dove si svolsero i duelli mortali fra Ettore, Patroclo, Achille.
I luoghi fanno le storie e i luoghi sono depositi di memoria di cui si nutrono le storie; Nucci studioso del mondo greco, e narratore, sa bene che non possiamo capire il mondo antico senza riappropriarci dei suoi spazi, reali e dell’immaginario. Il pianto occupava un enorme spazio nel mondo omerico, essendo legato alla memoria, alla percezione della finitezza umana e alla definizione dell’identità. Hannah Arendt, in un fine passaggio de La vita della mente, sottolinea che presso i Feaci Ulisse piange al canto dell’aedo Demodoco perché sente parlare di sé in terza persona, l’oggettivazione da parte altrui delle proprie sventure è fonte di identità; Ulisse sa chi è proprio mentre si abbandona a quella scomposizione momentanea di ragione, controllo e corporeità che, fisiologicamente, è il pianto.
Tuttavia, a un livello più profondo, il libro di Nucci sembrerebbe attingere il suo innesco da una domanda implicita, la cui spia più evidente è nella dedica a Zdenek Zeman: siamo disposti a concedere altrettante manifestazioni di emotività ai nostri eroi di oggi, e a noi stessi? Tutti noi cresciuti nel divieto o nella riprovazione delle lacrime, specie se pubbliche, specie se piante da un uomo?
Questo divieto, che tanto ci separa dal mondo di Omero, è indissolubile dalla negazione e rimozione della morte che la società dei consumi e dell’edonismo ha innalzato a ideologia, come spiegava già Philippe Ariés nella sua Storia della morte in Occidente, ed è la ragione per cui andiamo ai funerali con gli occhiali scuri e ci vietiamo le lacrime, a volte perfino con gli amici. Eppure non è cosa di oggi.
Anzi, Nucci ci insegna che proprio dal padre del pensiero occidentale, Platone, scaturì il più forte anatema verso le lacrime, definite materia da donnicciole, non da uomini di governo. Se Platone in cuor suo si univa alle lacrime congiunte di Priamo e Achille, nemici stretti da un abbraccio di mortalità che comprende il figlio Ettore e l’amico Patroclo non meno che loro stessi, nel XXIV libro dell’Iliade, nella realtà del suo tempo il filosofo riteneva che per educare uomini adatti al governo quelle effusioni fossero da bandire.
E così l’età perduta iniziava già con Platone e sanciva la distanza da un mondo in cui gli eroi si misuravano nella loro grandezza anche, e soprattutto, per la maniera in cui accettavano la morte e il dolore: con calde lacrime di riconoscimento, di sottomissione allo scorrere di un flusso superiore, perché nelle lacrime – liquido vitale – c’era tutta la consapevolezza dialettica di avere un corpo ed essere un corpo (mortale).
A quanto argomenta Nucci, si può aggiungere che Platone avvertì il pericolo che le lacrime incrinassero il dominio razionale su quella sfera tanto problematica che era per lui il corpo, ed ebbe consapevolezza che il pianto come gesto sociale, al pari del riso, fosse un potentissimo elemento normativo.
Il grande trasloco verso la metafisica operato dal filosofo imponeva che si diffidasse di eruzioni emotive che riportavano con forza la psiche alle sue contraddizioni. Con la stessa ambigua distanza presa rispetto alla poesia, anche le lacrime per Platone dovevano essere una rinuncia sofferta ma necessaria; chi poteva garantire della loro autenticità, del loro contenuto di verità, del loro controllo?
E noi, non siamo ancora a interrogarci sul significato profondo, sul significato vero delle lacrime del Ministro del lavoro, Elsa Fornero, piante in pubblico all’annuncio della riforma del sistema pensionistico?

Questo articolo è già apparso su «alias - il manifesto» il 30 giugno 2013.

GIOVANNI LO DICO E' VIVO!




Ho appreso da poco la triste notizia: Giovanni Lo Dico, l’autore del libro straordinario che abbiamo presentato a Marineo lo scorso mese, è morto.
 Se ne è andato a 85 anni, stroncato da un male incurabile. Fino all’ultimo Giovanni ha tenuto alta la testa, da autentico combattente. Un comunista vero  che non ha  mai rinnegato gli ideali della sua gioventù. 
Stasera vogliamo ricordarlo riproponendo alcune pagine della sua autobiografia :
 




LA MARCHESA  (anni ‘70)

Iniziammo l’occupazione delle terre nei vari comuni. In
tutti i feudi si vedevano centinaia di muli con gli aratri, tutti in
fila, che lavoravano le terre e quanti scontri diretti ci furono
tra i contadini, i proprietari e i mafiosi: scene indimenticabili!
Era una situazione drammatica, ma dovevamo affrontarla per
liberarci dalla schiavitù. Quelle condizioni di vita avevano costretto
molti siciliani ad emigrare, a scappare dalle campagne
e dalla miseria. Nel 1971 la federazione di Palermo
mi diede l’incarico di aprire a Misilmeri una sezione di un sindacato
che difendeva i mezzadri, affittuari e piccoli coltivatori
diretti, cioè l’Alleanza Contadini, oggi Confcoltivatori, la sede
fu in via Roma, io ne fui il presidente. Quante lotte ho fatto
insieme ai contadini! In Parlamento nel 1971 venne approvata
una legge che abolì la mezzadria, rimaneva solo l’affitto. Il canone
di affitto fu regolato da una legge, chiamata “legge sui
fondi rustici. Non mi affidai alla volontà di Dio
per fare applicare quella legge, sapevo con chi avevo a che
fare, con persone che per secoli e secoli avevano dominato
il mondo. Me la studiai bene e un bel giorno di domenica, finita
la mia mezza giornata di lavoro, anziché di andarmene a
casa dalla mia famiglia, partii per il feudo di Bongiordano,
detto L’acqua o Chiuppu. Era il tempo della mietitura, il mese
di luglio, c’era un caldo afoso, mi girai tutto il feudo, invitai
tutti i contadini a partecipare ad una assemblea che dovevo
fare sotto l’albero di pioppo, sotto il quale c’era una sorgente.
In quella assemblea spiegai, con la legge in mano, che non dovevano
pagare più il canone di affitto stabilito dalla marchesa, ma
quello stabilito dalla legge che era 28 volte il reddito dominicale.
Non fu facile convincerli perché poverini venivano da
una secolare sottomissione, non era facile rompere quella
gabbia di acciaio. In quell’assemblea usai una dialettica persuasiva,
incoraggiante, entusiasmante, ma la paura era tanta
e tale che si rifiutarono di chiederne alla marchesa l’applicazione.
Ne convinsi solo due, due compagni comunisti, cioè
Giuseppe Rizzolo e Salvatore Bonanno. Il giorno della trebbiatura
eravamo tutti là presenti, quando i due contadini che
ero riuscito a convincere chiesero alla signora marchesa l’applicazione
della legge per quanto riguardava il canone di affitto,
la nobile ingoiò il rospo e non parlò: conosceva bene
quella normativa! I due contadini coraggiosi non solo si portarono
a casa tutto il grano, ma essendo la legge in vigore da
due anni, chiedendone l’applicazione e quindi rifacendo il
conteggio anche per il canone dell’anno precedente, la marchesa
rimase debitrice nei loro confronti. I contadini di tutto
il feudo, sia di Misilmeri che di Marineo, che avevano avuto
paura ad affrontarla portarono a casa, come sempre, poco
grano, ma guardarono straniti tutto quello che era successo.
L’anno successivo, durante la mietitura tornai nel feudo a
rifare un’altra assemblea, questa volta non sotto l’albero di
pioppo, ma alle case che ci sono nel feudo Bongiordano,
nella strada che porta a Risalaimi. Parlai di nuovo della legge,
ma questa volta fui compreso facilmente, dopo l’esperienza
dell’anno precedente. Mentre stavo per finire l’assemblea,
ero riuscito a convincere tutti, ecco arrivare una macchina
lussuosa con due persone a bordo: la signora marchesa e il
suo autista. Si fermò proprio davanti ai nostri piedi, scese dalla
macchina e chiuse lo sportello con rabbia. Si avvicinò verso
di me spruzzando vapore come un toro infuriato e mi disse:
“Lei mi scandalizza i miei contadini fedeli!”. Io le risposi: “Fedeli
ci sono i cani! Questi sono uomini e devono difendere la
loro dignità!”.




IL MARESCIALLO  (anni 70)

A quel punto, vista la fermezza dei contadini,
tentò altre vie, la via delle amicizie. L’indomani il maresciallo
dei carabinieri mandò una pattuglia nel feudo Bongiordano a
intimidire i contadini, dicendo che richiedendo l’applicazione
di quella legge sarebbero andati incontro a dei rischi e quindi
consigliavano loro di continuare con il vecchio sistema. I contadini
la sera vennero all’Alleanza Contadini e mi raccontarono
tutto, erano impauriti. Feci capire loro che era solo un
atto intimidatorio, avevano cercato di spaventarli, non potendo
fare nient’altro. Con i miei discorsi rassicuranti, superarono
quella paura e se ne andarono a casa. L’indomani
sera, tornando dal lavoro, mia moglie mi disse che erano venuti
a cercarmi due carabinieri, c’era il maresciallo che mi
voleva parlare. La cosa mi piacque perché era proprio quello
che volevo, parlare con il maresciallo. Andai subito in caserma,
mi presentai e il piantone mi portò in una stanza dove
c’era il maresciallo. La prima domanda che mi fece: “Signor
Lo Dico, lei in questi giorni è andato a fare qualche riunione
in qualche azienda agricola…”. Lo guardai in faccia e dissi fra
di me: “Ma guarda che maresciallo simpatico! Lui sicuramente
si aspetta che gli dico: “Ma, maresciallo io non sono
andato da nessuna parte…” . Il maresciallo voleva completare
la sua strategia intimidatoria, prima con i contadini in campagna,
poi con me che ero il loro rappresentante. Invece io a
quella domanda risposi con fermezza: “Maresciallo, ma di
quale azienda mi sta parlando lei, perché io di assemblee ne
faccio tante nelle varie aziende!”. “E in quale veste ci va a
fare queste assemblee?” — mi disse. “In qualità di presidente
dell’Alleanza Contadini” — gli risposi. “Ma lei lo sa che prima
di entrare nella proprietà che non è sua, bisogna chiedere il
permesso?” — continuò il maresciallo. Ed io: “Maresciallo,
posso andare in qualsiasi proprietà tutte le volte che i contadini
affittuari me lo chiedono, semmai se c’è una persona che
deve chiedere permesso per entrare in quelle aziende quella
è proprio la signora marchesa perché i contadini le pagano
l’affitto. Se lei paga l’affitto della sua casa, non è che il proprietario
arriva ed entra senza chiedere permesso. Questo
vale anche per la signora marchesa”. Mi disse: “Non mi stia
a fare il comizio!”. Gli risposi: “E’ lei che mi ha chiamato per
farle il comizio!”. Non potendo far niente in questa direzione
tentò un’altra via e mi disse: “Lei signor Lo Dico ha una pena
in sospeso…”. Subito capii di che cosa si trattava. Fino al
1961 le medicine gratuite spettavano solo al capofamiglia. Ci
furono scioperi in tutta Italia che durarono quindici giorni affinché
l’assistenza farmaceutica fosse estesa anche alla moglie
e ai figli. Durante uno dei tanti scioperi fummo denunziati
sette lavorator. Nel processo di appello, nel 1963, fummo
condannati a tre mesi con la condizionale, prescrivibili in anni
cinque. Il termine della pena era scaduto nel 1968. Quindi
dissi al maresciallo che cercava di spaventarmi: “Maresciallo,
i termini di quella pena sono scaduti!”. E il maresciallo: “E
allora non le posso fare niente!”. Ed io gli risposi: “Ma le cose
non durano in eterno! Maresciallo, mi aspettavo questo tipo
di comportamento da un altro tipo di persone, non da chi dovrebbe
essere un esecutore materiale della legge!”. Lui mi
disse: “Prima dovrebbero incominciare da Roma!”. Io gli riposi:
“Per intanto io inizio da Misilmeri!”.


SIVA TRA DESIDERIO E ASCESI




Siva è il dio del sonno e della danza, signore della notte, fonte di energia generatrice e distruttrice al tempo stesso, in questo simile al Dioniso della tradizione greca.

Giorgio Montefoschi - Il desiderio e l'ascesi principi del mondo secondo il dio Siva


Secondo quello che è l'insegnamento centrale del Tantrismo, scrive Raffaele Torella nella bella ed esaustiva prefazione agli Siva sutra, Gli aforismi di Siva (Adelphi) «il progresso spirituale non è più visto come un cammino di negazione e di rinuncia, ma come una coltivazione e intensificazione — fino al parossismo e alla trasgressione — di tutte le linee di energia che animano l'esistenza ordinaria e, in primo luogo, la persona individuale, anche nella sua fisicità e nelle sue pulsazioni».

Siva — racconta ancora Torella — è un dio che viene da lontano, ama i luoghi inaccessibili, e la notte. Egli è pura energia. Una energia talmente dirompente che, dilagando, può anche distruggere. Siva, infatti, è Creatore e Distruttore: insieme. Così come — in una unione degli opposti inestricabile — è asceta e animato da un inestinguibile desiderio sessuale, rappresentato dal lingam, il fallo eretto.

L'ascesi (tapas) di Siva, dalla quale mai vorrebbe essere distolto, può durare anche migliaia di anni, nella solitudine più completa. Parvati, la figlia dell'Himalaya, solo con grandi sforzi e tentazioni riesce a distoglierlo e a unirsi a lui in matrimonio. Allora, la potenza sessuale che il dio manifesta è tale che può travolgere l'universo, e far sì che l'universo sia solo kama, desiderio. Al punto che, con il suo terzo occhio, Siva (per tornare all'austera ascesi di cui sente la nostalgia) incenerisce il desiderio; oscurando in tal modo il mondo. Sarà Parvati, di nuovo — secondo una leggenda trasferita in una quantità di leggende che le assomigliano, e valgono per altri esseri mitologici e umani — a resuscitare la voglia di congiungersi.

L'adepto, colui che insegue Siva, vivendo in se stesso questa contrapposizione degli estremi — l'ascesi più pura, il desiderio più travolgente e violento — si trasformerà in Siva. Si identificherà in Siva. E lo adorerà: solo in quel momento. Ma come, l'adepto, può arrivare a questa identificazione? Gli Agama, le scritture divine, dicono: con il rito, la conoscenza, lo yoga e la condotta. Rito e conoscenza, vale a dire: fare e pensare, si rispecchiano, e continuamente si rincorrono. Una parte non può fare a meno dell'altra. Tuttavia — e questa è davvero la sublimità dell'induismo, mai capita quanto sarebbe necessario dalla mentalità occidentale — l'agire, il fare, è più importante del pensare. Esistono dei livelli dell'essere ai quali nessun tipo di pensiero, anche il più spericolato, ha accesso. A quei livelli, a quella sostanza, si accede solamente attraverso la prassi. E la prassi è il rito.

Si narra che Gli aforismi di Siva furono trovati incisi in una roccia del Kashmir (che ancora viene mostrata al visitatore) da un asceta di nome Vasugupta, vissuto fra la fine dell'VIII e il principio del IX secolo dopo Cristo. Negli Aforismi — che risulterebbero impenetrabili senza il commento di Ksemaraja, un altro saggio asceta vissuto un paio di secoli più tardi in quella stessa regione fiorente di scuole e templi in cui convenivano yogi da tutta l'India — è indicato qual è il tracciato necessario a identificarsi con la Realtà Suprema, e cioè Siva.

Dunque. La Realtà Suprema non è altro che coscienza. Però, non una coscienza ferma. È una coscienza (spanda) che ha in se stessa una inesauribile vibrazione. Questa vibrazione si propaga al mondo: all'apparire. Che è illusione, sogno, dal momento che non esiste altro che come coscienza. Con un procedimento che ricorda molto quello che spiegano i testi cabbalisti, Siva, il Dio, si contrae, si macchia, e in quel modo conosce se stesso riflettendosi nell'universo. L'adepto che vuole diventare Siva, e percorre l'itinerario che consiste nel rito, nella conoscenza, nello yoga e nella condotta, sentirà a un tratto dischiudere se stesso. Sentirà che i suoi limiti bruciano e si annullano come il fuoco. E lui, liberandosi dalla dolorosa trasmigrazione, diventa coscienza pura.

La letteratura religiosa dell'India antica è principalmente una letteratura «di commento». Anche la parola, dicono i saggi indiani con grandissima parte di verità, è un limite. È uno dei limiti che meglio descrivono la nostra prigione. Va detto, però, che lo sforzo estremo compiuto dagli esegeti per penetrare nell'ineffabile, ed esplicarlo in qualche modo, può raggiungere vette di bellezza e di intensità straordinarie. Come nei commenti di Ksemaraja. Valga, per tutti, il commento al sutra numero dodici, che recita: «Gli stati dello yoga sono stupore».

Questo, il commento di Ksemaraja: «Come uno che vede una cosa fuori dell'ordinario prova un senso di stupore, così il sentimento dello stupore, nel godere intensamente del contatto con le varie manifestazioni della realtà conoscibile, continuamente si produce in questo grande yogi con tutta intera la ruota dei sensi, sempre più dispiegata, immota, pienamente dischiusa, in forza della penetrazione nella sua più intima natura, unità compatta di coscienza e meraviglia sempre nuova, estrema e straordinaria. È uno sgorgare continuo di sbalordimento, sempre più intenso in quanto mai è saziato...».

Lo stesso sbalordimento che il viaggiatore prova nel piccolo museo di Tanjavur (Tamil Nadu), di fronte ai meravigliosi bronzi estatici del Dio creatore, distruttore, danzatore, mendicante, di epoca medievale.

(Da: Il Corriere della Sera del 29 giugno 2013)



DALLE STALLE ALLO STALLO


I NUDI MASCHILI DI MICHELANGELO


Il nudo maschile turba”, nota Melania Mazzucco. E' vero, e a maggior ragione in una chiusa comunità maschile (“eunuchi al servizio del Signore” aveva scritto San Paolo) come la Chiesa cattolica. Un disagio che permane ancora oggi in gran parte irrisolto.

Melania Mazzucco

Così Michelangelo creò Eva in quattro giorni dipingendo sulla volta della Cappella Sistina


Quelli che non si sentono all’altezza di un impegno, o non sanno lavorare sotto pressione e non riescono a concentrarsi se intorno c’è rumore, dovrebbero andare nella Cappella Sistina, fermarsi al centro dell’enorme sala, piegare il collo e guardare in alto. La volta interamente affrescata è un tripudio di colori e immagini — alcune, come la Creazione di Adamo, talmente famose che le conosce anche chi non le ha mai viste coi suoi occhi. Tutte quelle storie della Genesi, i Profeti e le Sibille, i Putti (o Geni), le scene bibliche nelle vele, gli Antenati di Gesù nelle lunette, le ha dipinte in circa 520 giornate un uomo solo, riluttante, quasi controvoglia e incalzato ogni giorno a sbrigarsi e concludere, anche con la convincente minaccia di essere buttato giù dall’impalcatura in caso di disobbedienza.

Quando Giulio II nel 1508 lo incaricò di affrescare il soffitto della cappella papale (allora più importante di San Pietro), Michelangelo tentò di sottrarsi. Non è la mia professione — si schermì, modestamente — sono uno scultore. Il papa non gli credette. Non era un teologo, piuttosto un politico e un generale, sicché non si effuse in spiegazioni dettagliate: si accontentava di qualche apostolo. Michelangelo — che aveva 33 anni — iniziò a pensare, studiare testi, disegnare, preparare i cartoni, poi montò i ponteggi in modo da non intralciare le funzioni religiose che dovevano continuare a svolgersi sotto di lui, e si accinse all’opera. Brontolando e protestando, litigò con tutti.

Ma quell’impresa lo rivelò a se stesso — e presto anche al mondo. I suoi affreschi sarebbero diventati un paradigma della storia dell’arte, e considerati opera quasi divina. Di eccezionale chiarezza, plasticità, espressività. Opera perfetta, sottratta al tempo, fonte e matrice di ogni pittura possibile. Ancora oggi, chi si sofferma sugli Antenati di Gesù nelle lunette resta sbalordito dalla modernità di quella galleria di famiglie e coppie, abbigliate in vesti dai colori acidi e iridescenti, colte in attitudini quotidiane, le donne mentre si pettinano i capelli o dondolano una culla, gli uomini mentre leggono o si accingono a una rissa — secoli prima di Degas, Vermeer e anche Pasolini, perché il primo ragazzo di vita l’ha dipinto Michelangelo nel 1512, coi ricci da pecoraro e gli orecchini da bullo.

La Creazione di Eva la dipinse nell’ottobre del 1511, quando ricominciò il lavoro dopo un’interruzione dovuta alla partenza del papa per la guerra. Procedeva a ritroso, dalle storie più recenti della Genesi verso l’origine. Così creò Eva prima di Adamo. Ma l’infernale fretta di Giulio II (non immotivata, peraltro: voleva vedere l’opera finita prima di morire, e vi riuscì a stento) aveva costretto Michelangelo a perfezionare la sua tecnica, la velocità esecutiva, la gestualità della pennellata (dipingeva in piedi, la «barba al cielo» e la testa arrovesciata, «con grande affanno e grandissima fatica», il pennello che gli sgocciolava sul viso), e anche a modificare il piano iconografico. Doveva semplificare l’immagine e ingrandire le figure, in modo che fossero perfettamente leggibili da terra, 20 metri più in basso, e scegliere con attenzione i colori — meglio se chiari e freddi — perché aiutassero a definire le forme.

Prima di Eva, però, dipinse gli Ignudi. Come nelle scene precedenti (e in quelle successive), quattro Ignudi, ciascuno seduto su un plinto, incorniciano la scena biblica e sorreggono un medaglione bronzeo, che rappresenta a sua volta una scena biblica. Quei 20 giovani maschi nudi dalle carni sode, armoniosi, bellissimi — simmetrici e speculari, colti in ogni possibile torsione e inclinazione, in tensione muscolare, a riposo, simili e diversi come variazioni musicali — rappresentano il più straordinario campionario del linguaggio del corpo che sia mai stato realizzato. Non svolgono alcuna funzione narrativa, anzi volgono le spalle alla scena che inquadrano (o vi si intromettono con prepotenza): eppure non sono decorativi, ma necessari al senso dell’opera. Sono un omaggio alla bellezza del corpo dell’uomo — e dunque a Dio. Sono gli Ignudi a esaltare la bellezza della Creazione.

Nella pratica dell’arte il nudo maschile rappresentava una prova di virtù. Dal vivo o dalla statuaria classica, era oggetto di studio, tappa di ogni apprendistato. La penuria di modelli femminili e un inveterato pregiudizio di genere sulla superiorità dell’anatomia e della bellezza virile condussero all’eccellenza la raffigurazione dell’uomo. Ma il nudo maschile non era oggetto di contemplazione. Il nudo femminile seduce, il nudo maschile turba. Nel 1522 papa Adriano VI rimase scandalizzato da quell’esibizione di carne fresca sulla volta della Cappella Sistina. La definì «una stufa di ignudi», e ne sollecitò la distruzione (fortunatamente morì prima di attuarla). Ma i maschi nudi hanno continuato a scandalizzare fino ai nostri giorni.

Solo dopo aver dipinto i 4 magnifici Ignudi — di cui merita menzione quello con la bocca tumida e la fascia tra i capelli, verde come gli occhi inquieti, di una bellezza quasi oltraggiosa — Michelangelo passò alla storia vera e propria. La creazione di Eva dalla costola di Adamo è troppo nota e non necessita commento. I cultori di una lettura tipologica della volta la interpretano come l’allegoria della nascita della Chiesa. Ma Michelangelo rese Eva molto umana. Ai contemporanei piacque l’attitudine modesta della donna, che nasce sottomessa, inchinandosi, le mani giunte in preghiera. Io apprezzo il paesaggio sommario (appena creato, ma già riconoscibile nei suoi elementi: acqua, cielo, erba, pietra) e la monumentale figura dell’Eterno — arcaica, come un ricordo di Giotto. Avvolto in un manto rosso-viola (in gergo “morellone”), intento a benedire con mano enorme la sua creatura, sembra compresso nello spazio pittorico, che non può contenere la sua immensità.

Ma apprezzo ancor più l’efebico Adamo dormiente. Ancora un Ignudo, abbandonato nel sonno. Innocente e ignaro, poggia la schiena su un tronco — che prefigura l’albero della vita, e le sventure che la dolce compagna sta per attirargli. L’umiltà di Eva trasuda riconoscenza per la grazia ricevuta di esistere. Tutto ciò, Michelangelo lo dipinse in 4 giorni. L’Eterno in un giorno solo. Non credete ai proverbi. Non sempre la fretta è cattiva consigliera.

(Da: La Repubblica del 23 giugno 2013)