30 aprile 2016

LA STORIA NON E' FINITA...

Ph. di Graziella Lupo Pendinelli

Ieri ero triste.
Pensai:
forse il nostro movimento tramonta
per cento anni, non per sempre, ma
per cento anni sì, ed
è proprio qui che noi viviamo.
Oggi lo so: io
ero triste
soltanto ieri.

Bertolt Brecht


Lasciateci la nostra verità
imperfetta, umiliata
tra la Rivoluzione che è passata
e quella che verrà.

Franco Fortini




DANILO DOLCI E LEONARDO SCIASCIA SU PORTELLA DELLA GINESTRA



“c’è in Italia un iperpotere cui giova, a mantenere una determinata gestione del potere, l’ipertensione civile, alimentata da fatti delittuosi la cui caratteristica, che si prenda o no l’esecutore diretto, è quella della indefinibilità tra estrema destra ed estrema sinistra, tra una matrice di violenza e l’altra (…). La prefigurazione (e premonizione ) di un tale iperpotere l’abbiamo avuta nella restaurazione democratica, in Sicilia, negli anni cinquanta. Chi non ricorda la strage di Portella, la morte del bandito Giuliano, l’avvelenamento in carcere di Gaspare Pisciotta? Cose tutte, fino ad oggi, avvolte nella menzogna. Ed è da allora che l’Italia è un paese senza verità. Ne è venuta fuori, anzi, una regola: nessuna verità si saprà mai riguardo a fatti delittuosi che abbiano, anche minimamente, attinenza con la gestione del potere.” 

Leonardo Sciascia, Nero su nero.

 ***

“ Gli italiani devono sapere che Portella della Ginestra è la chiave per comprendere la vera storia della nostra Repubblica. Le regole della politica italiana di questo mezzo secolo sono state scritte con il sangue delle vittime di quella strage. ” 

Danilo Dolci

A COMISO INSIEME A PIO LA TORRE


 Comiso, aprile 1982. Foto di Pino Di Miceli



Ho ritrovato un articolo di Vincenzo Consolo, datato 29 agosto 2008, intitolato Vi racconto Pio La Torre. E’ stato particolarmente emozionante per me leggerlo perchè mi ha fatto ricordare un’esperienza vissuta direttamente. C’ero anch’io, infatti, quella primavera del 1982  a Comiso, insieme alla mia giovane compagna e alla nostra primogenita che stava per compiere  anni: l’avevamo chiamata IRENE non a caso; ricordavamo, infatti, che nell’antica  mitologia greca era proprio questo il nome dato alla dea della pace. 
Sembra una storia d'altri tempi questa. Eppure non sono passati tanti anni da allora. La Sicilia non mi sembra tanto cambiata e la mafia è più forte di prima. (fv)

Ma ecco l’articolo di Consolo:
VI RACCONTO PIO LA TORRE

Ero anch’io là, quella primavera del 1982, là a Comiso, all’aeroporto, dove il Governo di Spadolini aveva deciso di far installare i missili Cruise. Ero là in uno dei giorni in cui facevano il blocco davanti al cancello centrale dell’aeroporto i pacifisti giunti d’ogni dove. Erano ragazzi accovacciati a semicerchio per terra. Volevano così impedire ai camion, alle impastatrici, agli operai di entrare nel campo. Tutti avevano maglie, giacconi variopinti sopra le teste di capelli ricciuti.
Alcuni avevano tute e casacche bianche, e sul petto e le spalle dipinte grandi croci scarlatte. Le ragazze portavano giacchette indiane con ricami e specchietti o la kufia palestinese sopra le spalle. Sul muro di mattoni sovrastato dal filo spinato e da un filare di eucalipti erano scritte di calce e appesi striscioni di tela. Dicevano «Pace», «Amsterdam contra militarisme», «Testate nucleari – Carcero speciali – È questa la guerra contro i proletari», «Vogliamo vivere, Vogliamo amare – Diciamo no alla guerra nucleare». Erano ancora tutti assonnati e di più assonnati i poliziotti e i carabinieri che chissà in quali ore notturne erano stati fatti partire dalle caserme di Ragusa o Catania. Erano giovane anch’essi e schierati davanti al cancello, a fronteggiare quegli altri accovacciati per terra. M’aggiravo sullo spiazzo di terra battuta e di stoppie, da un capo all’altro, e guardavo quei visi di giovani e volevo capire chi era dell’Isola, vedere se ne riconoscevo qualcuno. Ma nessuno; mi sembravano tutti d’un luogo di cui non avevo cognizione. Fu allora che mi sentii chiamare, richiamare. E mi corsero incontro alcuni del mio paese lì alle falde del Nébrodi, figli o nipoti di vecchi amici e compagni. Erano Aldo, Antonella, Francesco, Rino, Grazia, Saro. Mi dissero che era stato là, nei giorni passati, Pio La Torre, che li aveva spronati a resistere, a opporsi a quel progetto terribile dei missili Cruise, che avrebbero dovuto essere installati anche su rampe mobili e scorazzare per tutta la Sicilia.
Arrivano quindi le impastatrici e i camion degli operai decisi a entrare. I ragazzi fecero blocco, li fermarono. Arrivava intanto altra gente, politici, preti, un abate di Roma ch’era stato sospeso dal suo ufficio. Arrivò anche il questore, un omino atticciato in giacca e cravatta. Si mise a dire che doveva entrare nel campo, che doveva telefonare a Roma. Tutti dissero no, no! e serrarono le file davanti al cancello. E si misero a scandire slogan. «Dalla Sicilia alla Scandinavia – No ai missili e al patto di Varsavia». Il questore, a un punto, si mise a urlare, a dare ordini. Si mossero subito i militari con elmi, scudi e manganelli. Picchiarono e picchiarono sopra teste, schiene nude e braccia. Urla si sentirono, lamenti e un gran polverone si levò da terra. Sparavano lacrimogeni e nel cielo si formavano nuvole. Inseguivano e picchiavano tutti, giovani e no, deputati, medici e infermieri, giornalisti e fotografi. Stavo là impietrito a guardare. E vidi Luciana Castellina scaraventata per terra e picchiata; un giovanissimo carabiniere che s’inginocchia e piange; un poliziotto che sta per sparare, quando un altro a calci nel polso gli fa cadere l’arma di mano… Vidi che afferravano per i capelli e a calci e spintoni facevano salire sui furgoni i catturati. Mi sorpresi trasognato a urlare, a chiamare i miei giovani compaesani: «Antonella, Mino, Saro…», i quali arrivarono sanguinanti, pallidi, storditi. «Scappiamo, scappiamo!» dissero. «Hanno preso Grazia» dissero «Hanno preso Francesco»… Li lasciai raccomandando loro di tornarsene a casa, ché tanto a Roma il governo aveva deciso a tener duro su Comiso, a far rispettare a ogni costo gli impegni con gli Usa.
E invece no. Per merito di Pio La Torre e del movimento dei pacifisti, i missili Cruise vennero portati via, l’aeroporto sgomberato da quella minaccia. E l’aeroporto, già intitolato al generale di Mussolini Magliocco, venne poi intitolato, nell’aprile del 2007, a Pio La Torre, ucciso dalla mafia, venticinque anni prima. Ed ora, vergognosamente, il sindaco di An di Comiso vuole restituirlo alla memoria fascista di quel generale. Vergogna e ancora vergogna!
Pio La Torre, uno dei martiri siciliani, dei combattenti contro la mafia, l’oscuro e terribile potere politico mafioso. Nel secondo dopoguerra è il combattente martire insieme a Epifanio Li Puma, Placido Rizzotto, Salvatore Carnevale… Il nome di Placido Rizzotto richiama subito quello di Pio La Torre, perché è lui, il giovane militante comunista, che a Corleone prende il posto di dirigente della Confederterra. Erano gli anni, quelli, del movimento contadino, degli scioperi e delle occupazioni delle terre incolte per l’attuazione della Riforma Agraria, per l’assegnazione ai contadini di «fazzoletti» di terra nei feudi dei Gattopardi. Eletto nel Parlamento italiano, poi La Torre decide di tornare in Sicilia. Torna perché sente che sono tre i grandi problemi che bisogna affrontare e cercare di risolvere in Sicilia: la crisi economica, la criminalità mafiosa, la minaccia della pace nel Mediterraneo per l’installazione della base missilistica americana all’aeroporto di Comiso. Col suo ritorno in Sicilia, Pio La Torre mette in allarme molte centrali: del crimine organizzato, della destabilizzazione, della speculazione edilizia, del bellicismo. L’impegno suo nell’affrontare tutti questi problemi, e soprattutto la legge, che porta la sua firma, del sequestro dei beni dei mafiosi, fa maturare nel potere criminale la decisione di eliminarlo. La Torre viene ucciso la mattina del 30 aprile 1982 mentre è in macchina, in via Generale Turba, a Palermo, insieme al suo autista Rosario Di Salvo.
È Pio La Torre, sono tutti gli altri martiri, gli altri eroi caduti nella lotta alla mafia, sono loro l’onore di Sicilia, e di tutto questo nostro Paese. Paese oggi irriconoscibile e irriconoscente. Paese in cui l’attuale sindaco di Comiso di An Giuseppe Alfano (tanto nome!) immemore o smemorato o incosciente, vuol togliere il nome di La Torre all’aeroporto e restituirlo al generale fascista Vincenzo Magliocco. Dopo la via di Roma da intitolare ad Almirante, le impronte digitali ai bambini rom, la criminalizzazione dei clandestini, dopo il lodo Alfano e tanto, tanto altro di questo onorevole Governo Berlusconi, questa è la politica di ministri e piccoli sindaci del nostro irriconoscibile paese.
    Vincenzo Consolo, L’Unità 29 agosto 2008


29 aprile 2016

LA LINGUA, I DIRITTI E IL LAVORO IN FRANCIA




       Condivido pienamente l'opinione di una cara amica secondo la quale i francesi capiscono la sporcizia della riforma del mercato del lavoro, proposta da Hollande sulla falsariga del Job-act renziano,  anche perché usano la loro lingua per definire le cose. Da noi, invece, l'anestesia passa anche attraverso l'inglese, questo sconosciuto. Ma non solo attraverso di questo.
        Di seguito la cronaca delle giornate di lotta  dei giovani francesi che mi ricordano tanto un maggio lontano...

Mezzo milione in piazza contro la «Loi Travail»

Francia. In tutto il paese quarta giornata di proteste di giovani e sindacati contro il «Jobs act» di Hollande.  

di Anna Maria Merlo
 
Quarta giornata di mobilitazione in due mesi in tutta la Francia contro la loi Travail, mentre il 3 maggio inizia il dibattito all’Assemblea sulla contestata riforma che porta il nome della ministra El Khomri.
A Parigi, la polizia ha cercato di dividere il corteo, anche con l’aiuto di un drone e di un elicottero, isolando i casseurs, circa 300 giovani, che si sono piazzati in testa al corteo, sfidando le forze dell’ordine. All’altezza della Gare d’Austerlitz sono cominciati gli scontri, lacrimogeni in risposta a lanci di oggetti contro gli agenti, poi ancora scene di guerriglia urbana al di là della Senna verso Nation, sono arrivati i pompieri per spegnere gli incendi di pattumiere.
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Il ministro degli Interni, Bernard Cazeneuve, ha affermato che 24 poliziotti sono stati feriti, tre gravemente, uno è in codice rosso, 124 fermi in tutta la Francia.
Feriti anche tra i manifestanti. L’Unef, sindacato degli studenti, condanna l’uso «sproporzionato della forza» da parte della polizia.
La partecipazione non è stata lontana da quella del 9 aprile (500mila in tutta la Francia per la Cgt, 170mila per la polizia), in calo rispetto al 31 marzo soprattutto nella capitale (a scuola ci sono le vacanze di primavera).
Come in precedenza, c’è stata la coesistenza di due cortei a Parigi: in testa, gruppi molto ostili alla polizia, presente in forza, con slogan aggressivi e viso coperto, il grosso sono militanti del Mili (Movimento inter-lotte indipendente, nato nell’autunno del 2013, dopo l’espulsione di Leonarda, una liceale kosovara), seguiti da una marcia sindacale e studentesca tradizionale, con i leader delle sette organizzazioni che hanno invitato alla protesta (Cgt, Fo, Fsu, Solidaires, Unef, Fidl, Unl, non la Cfdt, che ha trattato con il governo per modificare alcuni punti della loi Travail).
Nel corteo, forte presenza visibile della Nuit Debout. La manifestazione, da Denfert a Nation, non è passata per place de la République ma in serata l’assemblea Nuit Debout ha invitato dei rappresentanti sindacali.
La Prefettura, che temeva tensioni, ha proibito ogni corteo da place de la République dopo le ore 19 e anche la musica è stata vietata.
Ci sono stati scontri in varie città, i più gravi a Rennes, Marsiglia, Tolosa, Lione, Nantes e Le Havre. Ci sono stati alcuni scioperi.
In testa al corteo, che ha proceduto con molta lentezza, slogan molto ostili alle forze dell’ordine, «tutti detestano la polizia», «abbasso lo stato, i flic (poliziotti, nda) e i padroni». In testa, all’inizio del corteo, anche un «Pink Bloc» di rappresentanti della commissione Lgtb della Nuit Debout. Poi un collettivo di studenti «interfac» con alla guida Paris VIII
. Critiche alla Cfdt, che tratta con il governo: «Berger, non siamo delle pecore» (Berger è il cognome del segretario della Cfdt e significa «pastore»).
Liceali, disoccupati, lavoratori, dobbiamo lottare tutti assieme, vinceremo tutti assieme», «Notte in piedi, giorno in sciopero», «Stasera restiamo tutta la notte», oltre ad appelli allo sciopero generale e un molto più terra-terra «crescita ritorna!».
In serata, prima del divieto della Prefettura, era previsto un appuntamento all’assemblea di place de la République, con i sindacati invitati da Nuit Debout. La relazione non è semplicissima. Quando François Ruffin, l’autore del documentario Merci patron!, tra gli iniziatori di Nuit Debout, ha proposto una manifestazione comune il 1° maggio, l’accoglienza non è stata scontata.
La «convergenza delle lotte» ricercata da Nuit Debout si scontra con il pragmatismo dei sindacati. In particolare, Fo, più tradizionale, insiste nel voler limitare la mobilitazione contro la loi Travail, per ottenerne il ritiro. La Cgt è più aperta al dialogo, c’è stato un incontro di Nuit Debout anche con il segretario Philippe Martinez. Solidaires invece fin dall’inizio è presente a Nuit Debout.
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Il governo cerca di disinnescare la protesta. Nella notte tra mercoledì e giovedì è stato raggiunto un accordo sugli intermittenti dello spettacolo, che la Cgt giudica «buono»: 507 ore di lavoro in 12 mesi (finora dovevano essere realizzate in 10,5 mesi) per ottenere la disoccupazione, 90 milioni dal governo per un fondo di sostegno che dovrebbe compensare il 50% dei tagli chiesti dal padronato. La ministra della Cultura, Audrey Azoulay, ha chiesto di mettere fine all’occupazione di vari teatri e di «restituirli al pubblico».
All’Odéon e alla Comédie française l’occupazione è sospesa ma ieri sera gli spettacoli previsti sono stati comunque annullati (l’Unedic, la struttura che gestisce la disoccupazione, intende respingere l’accordo, giudicandolo troppo favorevole ai lavoratori e rischioso per i conti).
In tarda serata l’Odéon è stato comunque sgomberato dalla polizia.
Martedì la legge El Khomri arriva all’Assemblée nationale, dove sono già stati presentati più di 3mila emendamenti. Il testo iniziale è stato modificato in alcuni punti, su pressione della Cfdt. Ma il Medef (padronato) minaccia di ritirarsi dalle trattative in corso con i sindacati se alcune promesse del governo – come la tassazione dei contratti a tempo determinato – non saranno annullate. In altri termini, tensione e confusione continuano, dopo i passi indietro del governo, dai tetti agli indennizzi dei tribunali del lavoro in caso di licenziamento abusivo diventati solo più «indicativi» e non obbligatori, all’estensione della «garanzia giovani», al conto personale di attività ecc. Per la destra la legge è ormai «svuotata e denaturata».
I giovani, anche se la legge El Khomri non li riguarda esclusivamente, accusano la riforma di istituzionalizzare il precariato, di annacquare le 35 ore, di facilitare i licenziamenti e di lasciare mano libera al padronato nelle imprese, immolando i diritti acquisiti sull’altare della competitività. Ai socialisti al governo ribattono «valiamo più di questo» e li accusano di aver ceduto all’ideologia di destra che considera la protezione del lavoro nemica dell’occupazione. In altri termini, li considerano «traditori».
François Hollande, ieri in visita a un sito di Thales, ha ribadito che la legge El Khomri non verrà ritirata: «L’obiettivo della loi Travail è di fare in modo che le assunzioni siano a tempo indeterminato». Il governo potrebbe scegliere la forza, mettendo la fiducia.

da  IL MANIFESTO 29 APRILE 2016

L' AMORE SECONDO CRISTINA CAMPO




«Amore, oggi il tuo nome
al mio labbro è sfuggito
come al piede l’ultimo gradino…
Ora è sparsa l’acqua della vita
e tutta la lunga scala
è da ricominciare.

T’ho barattato, amore, con parole.
Buio miele che odori
dentro diafani vasi
sotto mille e seicento anni di lava –
Ti riconoscerò dall’immortale
silenzio.»

Cristina Campo, “Amore, oggi il tuo nome”, da “Passo d’addio”, in “All’Insegna del pesce d’oro”, Scheiwiller, Milano, 1956

MEDICINA E POLITICA SECONDO B. BRECHT

Siria, aprile 2016

Mercoledì notte un ospedale di Medici Senza Frontiere è stato colpito in un attacco aereo compiuto sul quartiere Sukkari di Aleppo, una città nel nord della Siria. Nel bombardamento sono state uccise almeno 27 persone, tra cui tre bambini e sei membri dello staff medico, scrive il New York Times citando fonti locali.

In uno dei suoi ultimi libri, Me-ti. Il libro delle svolte, Bertolt Brecht scrive una serie di apologhi in cui, con linguaggio cifrato, prende le distanze dallo stalinismo che aveva finito per stravolgere le idee politiche a cui aveva creduto da giovane. 
Questa mattina mi piace dedicare uno di questi apologhi a mio figlio Gaetano che svolge onestamente il suo lavoro di medico anestesista in un Ospedale pubblico della nostra Repubblica.


Il medico apolitico

Il filosofo Me-ti si intratteneva con alcuni medici sulle cattive condizioni dello Stato e li esortò a collaborare alla loro soppressione. Essi rifiutarono adducendo il motivo che non erano uomini politici. Al che egli replicò narrando la storia seguente.
Il medico Shin-fu prese parte alla guerra dell’imperatore Ming per la conquista della provincia di Chensi. Egli lavorava come medico in diversi ospedali militari, e la sua opera fu esemplare, in quanto ancora molto tempo dopo si insegnò nelle scuole di medicina che quella sua opera di medico doveva appunto essere chiamata esemplare. La mano artificiale da lui costruita per i soldati che avevano perso una mano fece parlar molto di sé. Come medico, egli poteva considerare risolto il problema della sostituzione di membri con protesi. Soleva dire che egli doveva questo perfezionamento della sua arte medica solo alla severa rinuncia a tutti gli altri interessi al di fuori di quelli medici. Interrogato sullo scopo della guerra cui partecipava, diceva: Come medico non posso giudicarla, come medico io vedo solo uomini mutilati, non colonie redditizie. A corte non gli si prendevano queste dichiarazioni in malaparte a causa dei suoi meriti come medico. La corte poté chiudere un occhio quando, richiesto del suo atteggiamento nei confronti degli scritti del sovversivo Ki-en, che respingeva la guerra, la conquista, l’obbedienza dei soldati, l’impero e la bassa mercede dei contadini e dei coolies, egli rispose soltanto: Come filosofo potrei avere un’opinione in proposito, come uomo politico potrei combattere l’impero, come soldato potrei rifiutarmi di obbedire o di uccidere il nemico, come coolie potrei trovare troppo bassa la mia mercede, ma come medico non posso far nulla di tutto questo, posso fare solo quello che tutti costoro non possono, e cioè guarire ferite. Purtuttavia si dice che una volta, in una certa occasione, Shin-fu abbia abbandonato questo punto di vista elevato e coerente. Durante la conquista da parte del nemico di una città in cui si trovava il suo ospedale, si dice che sia fuggito precipitosamente per non essere ucciso come seguace dell’imperatore Ming. Si dice che, travestito, come contadino sia riuscito a passare attraverso le linee nemiche, come aggredito abbia ucciso delle persone e come filosofo abbia risposto ad alcuni che gli rimproveravano il suo comportamento: Come faccio a continuare a prestare la mia opera come medico, se vengo ucciso come uomo?

Da B. Brecht, Me-ti. Il libro delle svolte, Einaudi

28 aprile 2016

J. Moreau, India song


M. GUALTIERI: Io non so...



Io non so perché guardando l’acqua del mare
mi salta in petto una gioia di figlio con la
madre. Non so se questa uscita mia in un secolo
a caso, se questo essere qui a casaccio,
io non so spiegarmi questa malattia
all’attacco del mondo, non so guarire
questa malattia che indolora e vorrei
sistemare ogni cosa, in un sogno puerile di
tregua, in un’arcadia anche retorica,
in un dormire abbracciato dei
guerrieri che si innamorano.


Mariangela Gualtieri
(da Monologo del Non so, tratto da Parsifal, in Fuoco centrale e altre poesie per il teatro)

SULLA PRECARIETA' E LA SOLITUDINE DEL TEMPO PRESENTE

ph. di gigliola siragusa


Il tempo presente ci appare ogni giorno più indecifrabile. Nel pezzo seguente di non credo che si trovi la chiave per capirlo meglio - la chiave l'abbiamo perduta tutti ormai!- ma solo qualche briciola di verità. fv

Questo pezzo è uscito, in forma differente e in diverse puntate, su Artribune.

Appunti e note sul XXI secolo

Ecco, c’è forse un’ora che noi non conosciamo,
un’ora del giorno o forse della notte, quando tutto
si fa di diamante, in cui il mistero potrebbe essere
risolto: si tratta di qualche secondo, ma azzeccarlo,
nella instancabile roulette, se è uscito una volta sola?
Goffredo Parise, Lontano

Il XXI secolo è un “campo di concentrazione”, come avrebbe detto Ottiero Ottieri.
Artisti, scrittori, registi, intellettuali si lamentano di essere soli, di non intrattenere rapporti, di non possedere spazio né discorso pubblico. Si lamentano per l’assenza di dibattito. Ma questa assenza, l’annullamento del dibattito culturale e della sfera pubblica – nei termini del secondo Novecento, quantomeno – permea e sostanzia il XXI secolo nascente.
Questi albori già ben avviati si nutrono infatti di questa supposta solitudine. E si sente, si percepisce il lavorìo, lo scavo di questi cervelli; si vedono queste operazioni agire. Sono scollegate, frantumate, disperse? Ma proprio questa dispersione, questa frantumazione, fanno il XXI secolo.
È anche questo la “singolarità” – intesa come intelligenza collettiva animata da crescita organica; nella singolarità non c’è posto per l’attitudine nostalgica, o per il ripescaggio di tentazioni esclusive. (Eppure, da alcuni anni assistiamo ai tentativi un po’ maldestri di conservare e inasprire il gatekeeping da parte di un sistema chiuso e asfittico.)
Dovremmo forse cominciare a pensare diversamente la comunità, lo stare insieme, in comune. Come è strutturata una comunità di spettri? Come stanno insieme i fantasmi? La costruzione assume dunque un aspetto decisamente diverso, se a portarla avanti sono uomini che vengono dopo. Individui introversi, soli, animati da una forma quieta e anche muta di disperazione. Da questa condizione discende l’opera come “stato”, e non più – finalmente – come prodotto (frutto di un’imposizione): come stato scavato e ricavato nel presente, scagliato in esso, e non più emesso da una zona estranea e sterilizzata; come campo di possibilità e punto in cui precipitano le relazioni umane; come processo vitale. E in quanto tale dunque una non-forma assolutamente e radicalmente incoerente con ciò che vediamo attorno a noi, con ciò che è diventata nella stragrande maggioranza l’arte contemporanea – simulazioni linguistiche.
***
Una generazione è stata deviata dal suo corso, come un fiumiciattolo: di questo non si può non tenere conto, non si può fare finta che non sia accaduto – e che invece magari le condizioni generali siano quelle identiche di trenta o cinquanta anni fa. Nel XXI secolo, la gran parte degli uomini e delle donne che hanno la mia età sta facendo a livello professionale qualcosa di diverso – di solito: ciò che ha trovato, per caso o per fortuna – da quello per cui si è preparato e addestrato negli anni della formazione e oltre.
Non è detto che sia per forza un male – anche gli scopi e le attività si stanno infatti ridefinendo, adattandosi alla nuova situazione: la realtà e il realismo del resto sono pure questo; forse soprattutto questo – e dunque non si può agire e operare e nemmeno pensare facendo finta che il contesto sia immutato, facendo finta che ciò di cui parlano i numeri e le statistiche non abbia un’influenza decisiva sulle giornate e sui mesi e sulla loro percezioni, su come stiamo costruendo la nostra esistenza passo passo.
Se il XXI secolo è un fantasma organico (e lo è), esso eleva la precarietà a struttura fondamentale e permanente della vita. Una precarietà quindi esperita non più e non solo come tragica umiliazione collettiva, come paurosa ingiustizia sociale, come origine della nuova-vecchia disuguaglianza, come linea di demarcazione di un’oscura e imperscrutabile apartheid (e lo è, eccome se lo è), ma anche come orizzonte, come sguardo e punto di vista sul mondo.

***
Straccio o broccato,
ogni tessuto è dunque il risultato
di questo stringersi costretti insieme
da un progetto il cui concepimento è dato
solo all’ingegno umano: un matrimonio
che mai in natura potrebbe avere luogo.
Prendete il ragno, poveraccio. Imbroglia.
Il ragno mica tesse, il ragno incolla.
Patrizia Cavalli, Tessere è umano

A cavallo tra il secolo scorso e quello attuale, la cultura sta subendo una mutazione fondamentale nel suo ruolo, nella sua funzione e nella sua struttura; è un fenomeno che può essere verificato in Italia e nell’intero Occidente. Ad essa sempre più – da un trentennio circa a questa parte – si richiede la conferma di ciò che già sappiamo (o che presumiamo di sapere), di ciò che ci è stato inculcato una volta per tutte; si richiede il conformismo, la pacificazione, l’adeguamento. Come affermano orgogliose oggi persino le riviste di business & management: “per essere accettati dagli altri, fate finta di essere felici”.
Nelle retoriche più recenti, sia quelle apertamente neoliberiste sia quelle (apparentemente) liberali, che si ergono a difesa dei cari-vecchi-valori, la cultura assume il ruolo di formare i “cittadini perfetti”: nulla di più falso, se si scava appena sotto la superficie, dal momento che il ruolo della cultura è proprio quello di far esplodere le contraddizioni, di articolare un disagio e una critica, di narrare la ferita e il trauma – inteso esattamente come ferita che torna a riaprirsi, qualcosa che fa male e che continua a far male.
Finora, non sono riuscito a trovare espressione più brillante e precisa di questo concetto di quella offerta da Harold Bloom ne Il Canone occidentale: “I massimi scrittori dell’Occidente sono sovversivi di tutti i valori, i nostri e i loro propri. (…) Se leggiamo il Canone Occidentale per plasmare i nostri valori morali, sociali, politici o personali, credo proprio che diverremo mostri di egoismo e sfruttamento. Leggere al servizio di qualsivoglia ideologia, a mio parere significa non leggere affatto. La percezione di possanza estetica ci dà modo di imparare a parlare con noi stessi e a sopportare noi stessi. Il vero uso di Shakespeare e di Cervantes, di Omero e di Dante, di Chaucer o di Rabelais, consiste nell’aumentare la propria crescente interiorità. Leggere in profondità nell’ambito del Canone non farà di te una persona migliore o peggiore, un cittadino più utile o più dannoso. Il dialogo della mente con se stessa non è innanzitutto una realtà sociale. Tutto ciò che il Canone Occidentale può apportare, consiste nell’adeguato uso della propria solitudine,quella solitudine la cui forma conclusiva è il proprio confronto con la propria mortalità”.
Il discorso, che riguarda gli scrittori principali degli ultimi sette secoli, è valido anche naturalmente per gli artisti visivi. L’arte e la cultura ci mettono di fronte alla nostra condizione mortale, rendendocela interpretabile e comprensibile; rendono possibile, instaurano e costruiscono “il dialogo della mente con se stessa”. Sono, in definitiva, questo dialogo. Da un certo punto in poi, invece – un punto che andrà studiato e ristudiato, analizzato, indagato – è scattato l’equivoco che ha dato la stura a tutti gli altri equivoci: alla cultura si richiede qualcosa che non le compete. Possiamo chiamarlo corsa al profitto, decorazione, coltivazione del consenso, gentrificazione dell’immateriale, ecc.: l’aspetto importante è che in tutto ciò gradualmente scompare, recede l’umano.
Arte e cultura salvaguardano – sempre meno, sempre peggio – la sana quota di ribellione, di opposizione, di non-mi-sta-bene. Di non accettazione delle condizioni, del recinto normativo, delle regole date e consegnate come se fossero eterne e immutabili. Non si può pacificare tutto, comporre tutto (al contrario di quello che afferma ostinatamente e pervicacemente la grande illusione corrente): il conflitto culturale è la vita.
La simulazione di vita è la morte (al massimo, se proprio vogliamo e ci teniamo, una non-morte).
L’opposizione radicale e l’elaborazione di altri modelli di esistenza è il compito della cultura. Non c’è contraddizione con la riflessione di Bloom, perché è “il proprio confronto con la propria mortalità” a contribuire a questa elaborazione, a incarnare un intero modello di esistenza. Questo confronto è infatti totalmente incoerente con gli schemi mentali, operativi, interpretativi che regolano la società attuale, persino con il sistema di valori complessivo che regola scelte e comportamenti: è del tutto incompatibile e incommensurabile con essi (abbastanza alieno, se ci pensiamo, in base agli stupidissimi standard in voga).
Dunque, la dimensione di un “adeguato uso della propria solitudine” – l’aumento della propria crescente interiorità – nella sua completa e assoluta inattualità possiede una enorme carica di nuovo e di inedito. È uno dei fattori cioè in grado di modellare il tempo che viene, il XXI secolo; di alterare in profondità l’esistenza di ciascuno di noi, dilatandola e approfondendola in misura incredibile, parlando non di ciò che l’arte e la cultura dovrebbero fare su un livello totalmente ipotetico, e sganciato dalla realtà, vacuo perché prodotto dalla medesima dissociazione che presume di curare, ma di come esse funzionano effettivamente in ogni tempo e in ogni luogo.
 


da   http://www.minimaetmoralia.it/wp/appunti-e-note-sul-xxi-secolo/





27 aprile 2016

CONCERTO DI PIERO NISSIM A BOLOGNETTA (PA)




OGGI, MERCOLEDI' 27 aprile 2016, alle ore 16.30, presso la Biblioteca comunale "T.Bordonaro" di Bolognetta (via Vitt. Emanuele 81) Recital concerto del poeta e musicista toscano Piero NISSIM  offerto dalla Università popolare di Bolognetta.



Piero Nissim ha ricevuto il Premio De Andrè - Poesia 2012, il  Premio della Critica al Concorso Nazionale "Giovanna Daffini 2014", il  Premio Nazionale Paolo Borsellino 2014 (sett. Cultura), il  Premio “Montale Fuori di Casa” 2015.
Dal 1967 al 1970 ha fatto parte del Nuovo Canzoniere Italiano e tenuto  concerti in tutta la Toscana con Rosa Balistreri e Caterina Bueno.  Nel 1972 si trasferisce a Palermo e da lì nasce il “Teatro Operaio”, strumento di testimonianza e di memoria storica che porta i suoi spettacoli itineranti nell’Italia del sud e all’estero fra gli emigrati italiani.
Nel 1976 costituisce una Compagnia di Teatro di Burattini – il “Crear è bello” Teatro di Burattini di Pisa – che in pochi anni diventa una delle più note e apprezzate Compagnie italiane nel campo del Teatro di Animazione. Porta avanti anche una personale ricerca sul rapporto fra musica e poesia, creando nuove melodie su testi di vari poeti: da Rilke a Goethe, da Heine a  Emily Dickinson, da Giuseppe Bonaviri a Eduardo De Filippo. Come ha  dedicato la sua attenzione  alla produzione poetica di Federico Garcia Lorca, musicando numerose Canciones. 
Nel 2005 torna a cantare in pubblico, con un Concerto di canti Yiddish e canti ebraici  - Mayn Lidele. Nel maggio 2007, presenta un nuovo concerto sulla prima produzione musicale di Fabrizio De Andrè. Il suo successivo CD – “Giorgio e Gino. Canti di memoria e di speranza” in ricordo del padre Giorgio Nissim e di Gino Bartali – realizzato a Trieste con la collaborazione di Davide Casali e l'Associazione "Musica Libera", è stato presentato in concerto a Pisa il 27 gennaio 2008 per il Giorno della Memoria. Il suo ultimo lavoro  “Bialik e gli altri. La poesia ebraica come testimone”  dedicato a vari poeti ebrei dal 1000 ai contemporanei, musicati dallo stesso Nissim con armonizzazioni di Arduino Gottardo, ha debuttato  nel 2011.
Ha scritto diversi libri. L’ultimo è “Per un paese civile” edizioni Mds, 2015.

26 aprile 2016

L' ACQUA E' UN BENE COMUNE

UN INSULTO ALLA DEMOCRAZIA

di Alex Zanotelli

Quello che è avvenuto il 21 aprile alla camera dei deputati è un insulto alla democrazia. Quel giorno i rappresentanti del popolo italiano hanno rinnegato quello che 26 milioni di italiani avevano deciso nel referendum del 12-13 giugno 2011 e cioè che l’acqua deve uscire dal mercato e che non si può fare profitto su questo bene. I deputati invece hanno deciso che il servizio idrico deve rientrare nel mercato, dato che è un bene di “interesse economico”, da cui ricavarne profitto. Per arrivare a questa decisione (beffa delle beffe!), i rappresentanti del popolo hanno dovuto snaturare la Legge d’Iniziativa Popolare (2007) che i Comitati dell’acqua erano finalmente riusciti a far discutere in parlamento. Legge che solo lo scorso anno (con enorme sforzo dei comitati) era approdata alla Commissione Ambiente della camera, dove aveva subito gravi modifiche, grazie agli interventi di Renzi-Madia.
Il testo approvato alla Camera obbliga i Comuni a consegnare l’acqua ai privati. Ben 243 deputati (Partito democratico e Destra) lo hanno votato, mentre 129 (Movimento Cinque Stelle e Sinistra Italiana) hanno votato contro. A nulla è valsa la rumorosa protesta in aula dei Pentastellati.  Ora il Popolo italiano sa con chiarezza sia quali sono i partiti che vogliono privatizzare l’acqua, ma anche che il governo Renzi è tutto proteso a regalare l’acqua ai privati. “L’obiettivo del governo Renzi-afferma giustamente Riccardo Petrella – è il consolidamento di un sistema idrico europeo, basato su un gruppo di multiutilities su scala interregionale e internazionale, aperte alla concorrenza sui mercati europei e mondiali, di preferenza quotate in borsa, e attive in reti di partenariato pubblico-privato.” Sappiamo che Renzi vuole affidare l’acqua a quattro multiutilities italiane: Iren, A2A,Hera e Acea. Infatti sta procedendo a passo spedito l’iter del decreto Madia (Testo unico sui servizi pubblici locali) che prevede l’obbligo di gestire i servizi a rete (acqua compresa) tramite società per azioni e reintroduce in tariffa “l’adeguatezza della rimunerazione del capitale investito” (la dicitura che il Referendum aveva abrogato!).
Tutto questo è di una gravità estrema, non solo perché si fa beffe della democrazia, ma soprattutto perché è un attentato alla vita. È infatti papa Francesco che parla dell’acqua come “diritto alla Vita “ (un termine usato in campo cattolico per l’aborto e l’eutanasia). L’acqua è vita, è la Madre di tutta la vita sul pianeta. Privatizzarla equivale a vendere la propria madre! Ed è una bestemmia!

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Per cui mi appello a tutti in Italia, credenti e non, ma soprattutto alle comunità cristiane perché ci mobilitiamo facendo pressione sul senato dove ora la legge sull’acqua è passata perché lo sgorbio fatto dai deputati venga modificato.

Appello:
Al Presidente della Repubblica, perché ricordi ufficialmente al Parlamento di rispettare il Referendum;
Alla Corte Costituzionale, perché intervenga a far rispettare il voto del Popolo italiano;
Alla Conferenza Episcopale Italiana (Cei), perché si pronunci ,sulla scia dell’enciclica Laudato Si’, sulla gestione pubblica dell’acqua;
Ai parroci e ai sacerdoti, perché nelle omelie e nelle catechesi, sensibilizzino i fedeli sull’acqua come “diritto essenziale, fondamentale, universale” (papa Francesco)
Ai Comuni e alle città, perché ritrovino la volontà politica di ripubblicizzare i servizi idrici come Napoli (Penso a città come Trento, Messina, Palermo, Reggio Emilia…).
Il problema della gestione dell’acqua è oggi fondamentale: è una questione di vita o di morte per noi, ma soprattutto per gli impoveriti del pianeta, per i quali, grazie al surriscaldamento del pianeta, l’acqua sarà sempre più scarsa. Se permetteremo alle multinazionali di mettere le mani sull’acqua, avremo milioni e milioni di morti di sete. Per questo la gestione dell’acqua deve essere pubblica, fuori dal mercato e senza profitto, come sta avvenendo a Napoli, unica grande città italiana ad aver obbedito al Referendum. Diamoci tutti da fare perché vinca la Madre, perché vinca la vita: l’Acqua.
 Alex Zanotelli, 26 aprile 2016

da  http://comune-info.net/2016/04/tradimento-di-stato/

POESIA E RELIGIONE AL TEMPO DI PASOLINI



Pier Paolo Pasolini, La religione del mio tempo 
Prefazione di Franco Marcoaldi.
Garzanti Editore
Prima edizione digitale 2014.

  Nel 1961, lo stesso anno di pubblicazione de La religione del mio tempo, Pier Paolo Pasolini compie un viaggio in India assieme ad Alberto Moravia ed Elsa Morante. A un certo punto si trova a riflettere sui “borghesi indiani”, che, sostiene, appaiono privi di speranza, perché chi si è formato «una coscienza culturale moderna» uscendo dall’inferno, sa comunque «che dovrà restare all’inferno». Ecco perché quei borghesi, che pure hanno un altissimo senso civico (come dimostrano i loro numi tutelari, Gandhi e Nehru) e introiettano come pochi altri al mondo la qualità della tolleranza, si richiudono poi nell’ambito familiare: «ma tale angustia, per ora, è indefinitamente più commovente che irritante. E questo è certo: che non è mai volgare. Benché l’India sia un inferno di miseria è meraviglioso viverci, perché essa manca quasi totalmente di volgarità».
  Tenete a mente questa parola, volgarità; una parola centrale nel libro che state per leggere. Perché l’Italia che si sta affacciando sul decennio del suo boom modernizzatore, si presenta agli occhi di Pasolini in assetto diametralmente opposto a quanto ha appena visto in India: sta infatti conoscendo benessere e ricchezza e conseguentemente (nell’ideologia pasoliniana) volgarità. Una volgarità che va intesa come sinonimo di inautentico, contaminato, colonizzato, posticcio; con tutte le conseguenze che ne discendono: fragilità, violenza, ferocia.
  Quanto all’altro termine dell’endiadi, ricchezza, essa non a caso offre il titolo al primo poemetto del libro. Ma la sua valenza è doppia, ambigua. Da un lato segnala una brama furiosa, una passione cieca e devastatrice che sta lentamente permeando l’intero paese. Mentre dall’altro lato, compare nei versi un’idea di ricchezza del tutto differente: la ricchezza del pensiero e della conoscenza, di cui il poeta va (legittimamente) fiero.
  In passato, egli ha conosciuto giorni molto grami. I giorni in cui era costretto a percorrere quotidianamente un lungo e faticoso tragitto dalla borgata di Ponte Mammolo, dove risiedeva, a una scuola altrettanto periferica di Ciampino, dove aveva trovato un primo impiego come insegnante. Ma anche allora si sentiva comunque ricco di pensiero e conoscenza; ricco perché possedeva «biblioteche, gallerie, strumenti d’ogni studio». E tutto questo, neanche a dirlo, fa un’enorme differenza nella vita di ciascuno, come indica il folgorante attacco de «La ricchezza» in cui viene raffigurato un povero diavolo che non sa come godere della bellezza degli affreschi di Piero ad Arezzo: «Fa qualche passo, alzando il mento, / ma come se una mano gli calcasse / in basso il capo. E in quell’ingenuo / e stento gesto, resta fermo, ammesso / tra queste pareti, in questa luce, / di cui egli ha timore, quasi, indegno, / ne avesse turbato la purezza…».
  Pasolini, e non sono certo il primo a osservarlo, dimostra qui di aver assorbito alla perfezione la lezione longhiana, restituendo il cuore segreto di quegli affreschi con una precisione e un vigore dagli echi “ariosteschi”: «Quelle braccia d’indemoniati, quelle scure / schiene, quel caos di verdi soldati / e cavalli violetti, e quella pura / luce che tutto vela / di toni di pulviscolo: ed è bufera, / è strage. Distingue l’umiliato sguardo / briglia da sciarpa, frangia da criniera; / il braccio azzurrino che sgozzando / si alza, da quello che marrone ripara / ripiegato, il cavallo che rincula testardo / dal cavallo che, supino, spara / calci nella torma dei dissanguati».
  È davvero formidabile l’occhio “cinetico” di Pasolini, e la potente puntualità del suo sguardo incentrato sull’arte si raddoppia nell’osservazione del paesaggio: «Dio, cos’è quella coltre silenziosa / che fiammeggia sopra l’orizzonte… / quel nevaio di muffa – rosa / di sangue – qui, da sotto i monti / fino alle cieche increspature del mare… / quella cavalcata di fiamme sepolte / nella nebbia, che fa sembrare il piano / da Vetralla al Circeo, una palude / africana, che esali in un mortale / arancio…».
  Questi versi, che fanno sbalzare sulla pagina lo scenario campestre laziale con la stessa vividezza con cui in precedenza la battaglia di Piero della Francesca si faceva racconto animato, in diretta, potrebbero fuorviare l’attenzione di un lettore che non abbia sufficiente dimestichezza con Pasolini, inducendolo a credere che lo stesso Pasolini sia un poeta solo e soltanto “visivo”: capace perciò stesso di chiamarsi fuori da sé e di trasformarsi in mero occhio che guarda. Un occhio appagato nel registrare lo spettacolo del mondo, colto in ogni suo dettaglio rivelatore.
  Viceversa in lui l’ansia della testimonianza prende decisamente il sopravvento. Con un duplice esito, positivo e negativo assieme. Intanto, assistiamo stupefatti allo straordinario epos di un libro capace di raccontare in versi un’intera società in subbuglio: le trascorse bellezze e le recenti ferite di Roma, i nuovi tipi umani che la abitano, la frenetica caccia al denaro che spazza via in un sol colpo ideologie, sentimenti e religione.
  A tal fine, Pasolini mette in azione tutta la sua incontenibile passione civile, un’insaziabile fame di vita, un irresistibile desiderio di capire e sentire. Usando la frusta, quando lo ritiene necessario – ovvero, molto spesso: gli individui che lo attorniano, per esempio, gli appaiono mossi dalla viltà, quella stessa che «fa l’uomo irreligioso»; che «toglie forza al cuore, / calore al ragionamento, / che lo fa ragionare di bontà / come di un puro comportamento, / di pietà come di una pura norma». Ecco perché nessuno prova una passione autentica, mentre tutti cercano di contenere la propria atavica angoscia, nel possesso. E siccome «ogni possesso è uguale: dall’industria / al campicello, dalla nave al carretto», tutti sono invariabilmente volgari ed empi.
  L’immagine è forte e la connessione paura-viltà-possesso-nichilismo, quanto mai efficace. Meno convincente, semmai, è che il poeta risulti in qualche modo avulso da questo processo degenerativo. Quasi che la sua postura sacrificale lo renda alieno, altro, da quanto lo circonda: «Non c’è più niente / oltre la natura – in cui del resto è effuso / solo il fascino della morte – niente / di questo mondo umano che io ami. / Tutto mi dà dolore».
  Il vero paradosso della poesia pasoliniana, d’altronde, è proprio questo: tanto più il mondo umano viene indagato e sottoposto a giudizio, tanto più l’io straborda, occupando progressivamente ogni recesso della realtà. Illuminata con il suo doloroso ardore. Già, perché quell’io arde, brucia. «Brucia il cuore», che resta impotente nel vedere come alta l’idea di Storia vagheggiata grazie al mito della Resistenza abbia lasciato il campo alla nuova corruzione; una corruzione delle anime e dei corpi («in tutti / c’è come l’aria d’un buttero che dorma / armato di coltello»), che non solo rende vano qualunque richiamo al sogno comune e trascorso di una diversa, più luminosa Politica, ma anche di una diversa, più autentica Religione. Né potrebbe essere altrimenti, visto che è la stessa lingua ormai a finire sotto scacco, come dimostra l’erosione costante del neorealismo, progressivamente offuscato dalla marea montante dei neopuristi.
  Di questo traumatico passaggio Pasolini intende, poeticamente, dare conto. Senza recedere di fronte a nulla. E utilizzando ogni tipo possibile di materiale argomentativo: metafisico, polemico-giornalistico, profetico, lirico, cronachistico, elegiaco, naturalistico, storico-saggistico. Secondo una logica talmente inclusiva dell’ambito poetico da comprendere, di fatto, l’intera espressività letteraria. Nella convinzione, come bene ha scritto Ferdinando Bandini, che la poesia sia «il luogo dell’assoluto, dove ogni asserzione diventa verità e il privato può presentarsi come universale», dal momento che il poeta «offre la sua vita, le sue credenze e le sue passioni, come il certificato della sua poesia».
  Ma di fronte all’assunto apodittico che muove Pasolini, il lettore – via via che si inoltra nella lettura – comincia per contro a chiedersi se non sia proprio quell’indiscusso a fortiori (l’ostensione del corpo mistico del poeta come garanzia di verità) a rivelarsi quale fattore di maggiore problematicità dei suoi versi.
  Innanzitutto perché li priva del timbro ironico, di una possibile presa di distanza da parte di un io onnipervasivo. In secondo luogo, perché procedendo in tal modo viene a decadere qualunque oggettivazione delle categorie pure considerate centrali nel discorso poetico (la storia, la resistenza, la religione, la nuova borghesia), immancabilmente ricondotte a un ipersoggettivismo teatrale e drammatico, a una trascinante mitopoiesi psichica. Infine, perché la mancata selezione e distinzione del materiale magmatico offerto dalla realtà, sempre e comunque utilizzabile per la composizione dei versi, induce a una sorta di eterogenesi dei fini: se tutto può essere inglobato nella poesia, non è più chiaro, infatti, che cosa la distingua dalla prosa. Né è chiaro come mai nel mondo vi sia tanto deficit di poesia, contro cui il poeta – giustamente – combatte.
  Nei confronti di una personalità così forte e prepotente, bisogna stare molto accorti. Perché c’è il rischio di soccombere. Di essere soggiogati dal suo aut aut: prendere o lasciare. Prendere o lasciare quella sua tipica idea guida, puntualmente individuata da Walter Siti, secondo cui «letteratura e vita sembrano stare sullo stesso livello. Il gesto e la riflessione sul gesto (o l’espressione del gesto) si confondono; la letteratura come struttura conoscitiva si sovrappone alla letteratura come atto vitale di colui che scrive».
  È proprio da questo oltranzismo che bisogna difendersi. Bisogna cioè separare e distinguere l’intenzione del gesto dalla sua effettiva presa sulla pagina. Solo così si potranno valutare le luci e le ombre del testo; gli elementi di fascinazione e di irritazione che procura; il tratto caduco e quello più autenticamente “classico” della poesia pasoliniana, cercando di capire come e perché essi convivano nella medesima macchina verbale.
  Come si muove nel mondo Pasolini? Sospinto da «nudo amore, senza futuro». È lui a rammentarci che giunse «ai giorni della Resistenza / senza saperne nulla se non lo stile:/fu stile tutta luce, memorabile coscienza / di sole». Ebbene, non sarà proprio questo approccio romanticamente disperato, questo mancato riconoscimento della dimensione porosa e prosastica della storia, a suggerire poi il lamento per quegli adolescenti di un tempo che «sono adulti, ora: hanno vissuto / quel loro sgomentante dopoguerra / di corruzione assorbita dalla luce, / e sono intorno a me, poveri uomini / a cui ogni martirio è stato inutile»? Se così fosse, sarebbe da interpretare in modo ben diverso il giudizio verso i «servi del tempo, in questi giorni / in cui si desta il doloroso stupore / di sapere che tutta quella luce, / per cui vivemmo, fu soltanto un sogno / ingiustificato, inoggettivo, fonte / ora di solitarie, vergognose lacrime».
  E quanto vale per la storia, non vale fors’anche per la religione? Aiutiamoci, di nuovo, con le sue parole: «la mia religione era un profumo», «io davo a Cristo / tutta la mia ingenuità e il mio sangue». È vero, poco dopo un Pasolini già in qualche modo “luterano” ci ammonisce: «Guai a chi non sa che è borghese / questa fede cristiana, nel segno // di ogni privilegio, di ogni resa, / di ogni servitù; che il peccato / altro non è che reato di lesa // certezza quotidiana, odiato / per paura e aridità; che la Chiesa / è lo spietato cuore dello Stato».
  Sulle prime, questo tipico tono da invettiva, da dura critica sociale, accende il nostro animo. Perché sentiamo tornare potente la parola dell’uomo che sa dare scandalo. Che si immola per noi tutti, tenendo alto il vessillo della verità.
  Eppure, qualcosa non torna. Proprio il trascorrere del tempo (dalla data della pubblicazione sono trascorsi ormai quasi cinquant’anni), invita infatti a una lettura più calma, ponderata. E alla luce di questa seconda lettura si avverte un certo stridore. Come se questa parola non avesse centrato il bersaglio.
  Quanto più sincero e toccante è invece il Pasolini che riconosce la natura tutta estetica, stilistica, del suo accostarsi e poi far proprio il mito della Resistenza: una questione di luce, afferma, così come fu «un profumo» a fargli scegliere, ancor prima, la strada della religione.
  Questo riconoscimento, va da sé, è lacerante, doloroso. Indica una debolezza e impedisce i facili proclami: «Rinuncio a ogni atto… So soltanto / che in questa rosa resto a respirare, / in un solo misero istante, / l’odore della mia vita: l’odore di mia madre…».
  È nel tragitto à rebours, dunque, che va cercata la possibile risposta. Va cercata nell’origine, in un immemore passato che trionfa su un’età adulta la quale procura confusione, desolazione, rabbia. E chi altri, se non la madre, può offrire «una luce di bene», che redime? Chi se non quella donna mite che non reclama e non pretende nulla, facendo naturalmente sua la massima virtus ipsa premium est?
  Memore di quella lezione materna, mai a sufficienza metabolizzata, il poeta può ora scrivere una delle poesie più significative della raccolta, «Il glicine», che rifiorisce, come un “calco funereo”, segno della «religiosa caducità» della vita. Vederlo rinascere ogni stagione, procura «una gioia dolorosa», un sentimento – in chi l’osserva – di congenita sconfitta. «Ma è ridicolo», osserva il poeta, «straziarmi qui su questa pallida ombra / sia pure stracarica di spasimi, / questa leggera onda / lilla che trapunge il muraglione rosso / con l’impudica ingenuità, l’afasica / festa degli eventi selvaggi!».
  Che senso ha sentirsi sconfitti alla vista di un misero glicine? Dimenticare, ridicolizzare una «lunga passione di verità e ragione»? Eppure «tra il corpo e la storia, c’è questa / musicalità che stona, / stupenda, in cui ciò ch’è finito / e ciò che comincia è uguale, e resta / tale nei secoli: dato dell’esistenza».
  Poche altre poesie come «Il glicine» raccolgono e portano a implosione l’impressionante grumo esistenziale e ideologico pasoliniano: io e storia, ragione e non ragione, corpo e passione, estasi e rabbia, cronaca e metafisica, religione e rivoluzione. Finché il poeta sembra arrendersi al disperato tentativo di tenere tutto assieme e tutto controllare: ma proprio esplicitando la sua impotenza, scopre il senso più profondo della poesia. E lo offre, intatto, al lettore di cinquant’anni dopo.
  Franco Marcoaldi
Garzanti Editore
Prima edizione digitale 2014.




DA  http://videotecapasolini.blogspot.it/2016/04/pier-paolo-pasolini-la-religione-del.html

LA MAFIA IN SICILIA NON ESISTE...


Ieri un comico ha detto che la mafia in Sicilia non esiste.
50 anni fa erano i Cardinali a dirlo.
Forse qualcosa è cambiato davvero...

25 aprile 2016

DEREK WALCOTT: LOVE AFTER LOVE




Love after Love

The time will come
when, with elation
you will greet yourself arriving
at your own door, in your own mirror
and each will smile at the other’s welcome,

and say, sit here. Eat.
You will love again the stranger who was your self.
Give wine. Give bread. Give back your heart
to itself, to the stranger who has loved you

all your life, whom you ignored
for another, who knows you by heart.
Take down the love letters from the bookshelf,

the photographs, the desperate notes,
peel your own image from the mirror.
Sit. Feast on your life.

Derek Walcott
 ***


Amore dopo amore

Verrà il tempo
in cui saluterai gioioso te stesso,
arrivato alla tua porta,
nello specchio tuo,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,
dicendo, siedi qui. Mangia.

Amerai di nuovo l’estraneo che era il tuo io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, all’estraneo che ti ha amato
per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.

Tira giù le lettere d’amore dallo scaffale,
le fotografie, le note disperate,
gratta via la tua immagine dallo specchio.
Siediti. Festeggia la tua vita.

 ***
Liebe nach der Liebe

Die Zeit wird kommen,
an deiner eigenen Tür, vor deinem
eigenen Spiegel wirst du dich freudig
begrüßen, der eine wird den anderen
lächelnd willkommen heißen,

setz dich, wirst du sagen. Iss.
Du wirst den Fremden, der du warst, von Neuem lieben.
Gib Wein. Gib Brot. Gib dein Herz sich selbst
zurück, dem Fremden, der dich sein ganzes Leben

lang geliebt hat, den du wegen eines anderen
übersahst und der dich auswendig weiß.
Hol die Liebesbriefe vom Regal,

die Fotos, die verzweifelten Zeilen,
kratz dein Bild vom Spiegel.
Setz dich. Feiere dein Leben.


Derek Walcott


Traduzioni di Stefanie Golisch



ANTONIO GRAMSCI: UNA VITA PER LA LIBERTA'



"Vivo, sono partigiano.” ANTONIO GRAMSCI
[22 gennaio1891-27 aprile 1937]

25 aprile 2016
Pubblicato da
In conclusione: il mondo è grande e terribile e complicato, e noi stiamo diventando di una saggezza che diventerà proverbiale.
Lettera a Giulia Schucht
del 18 Maggio 1931
di Orsola Puecher

“Vivo, sono partigiano.” scrive Antonio Gramsci l’11 febbraio 1917, quasi cent’anni fa, e in questo imprescindible sillogismo, in questo cogito ergo sum fra vivere, essere vivo e partecipare, parteggiare nella vita della polis, in questa esistenza politica, in questa politica esistenziale, sta in nuce il primo seme della futura Resistenza. Nel proto partigiano Gramsci, una condanna a morte lunga undici anni, fra confino e carcere, ai quali resistette con le sole armi della parola e del pensiero scrivendo i 32 ⇨ Quaderni Carcere, e il composito patrimonio delle ⇨ Lettere dal carcere, c’è lo stesso coraggio, la stessa forza morale di quegli uomini e donne che scelsero, che non furono ⇨ indifferenti, che si opposero alla fatalità della storia e davanti alla morte reagirono con lo stesso spirito vitale.



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[le uniche rare immagini filmate di Antonio Gramsci
al IV Congresso dell’Internazionale Comunista
Pietrogrado e Mosca 5 novembre – 5 dicembre 1922
]


Camilla Ravera a Giuliano Gramsci
Roma 20 dicembre 1972
[…] Circa l’incontro di Gramsci con Lenin a cui accenni, e di cui desidereresti qualche particolare, non posso dirti molte cose. Gramsci si riferì spesso a quell’incontro nel corso delle lunghe conversazioni che io ebbi con lui durante la mia permanenza a Mosca, tra la fine dell’ottobre e la metà del dicembre 1922; ma sempre accennandovi in rapporto alle questioni politiche di cui in quel momento particolarmente ci occupavamo. Non ricordo, ad esempio, se mi disse la data precisa di quell’incontro, o altri particolari circa il luogo e il modo, che dovettero essere poco diversi da quelli dell’incontro con Lenin che nei primi giorni del novembre potemmo avere Bordiga ed io.
[…] Lenin era malato; i medici non permettevano che avesse lunghe conversazioni politiche.
[…] Io ero arrivata a Mosca con qualche anticipo rispetto alla data di inizio del congresso: il IV congresso dell’I.C. di cui ero delegata. A Mosca avevo ritrovato Gramsci, che dal maggio di quell’anno rappresentava il P.C.I. nell’Esecutivo dell’I.C. […] Pensavo di dare qualche aiuto a Gramsci, che ritrovavo in non buone condizioni di salute. Era stato gravemente malato, e ricoverato in una casa di cura dall’inizio dell’ottobre.
[…] Durante quelle nostre conversazioni Gramsci mi disse di aver espresso a Lenin il suo profondo dissenso con Bordiga, non soltanto sul problema dei rapporti con il Partito Socialista, ma sul giudizio del fascismo, della situazione italiana, delle sue prospettive, e sulla politica del Partito, settaria, chiusa, e in definitiva inerte e inadeguata alle esigenze del momento.
[…] “Lenin, mi diceva Gramsci, conosce le cose nostre assai più di quanto supponiamo”
[…] Lenin volle conoscere direttamente il pensiero di Bordiga sui nuovi avvenimenti italiani.
[…] Ma ad interrompere quei discorsi tra me e Gramsci, giunse a Mosca la notizia della cosiddetta “marcia su Roma” e del governo instaurato in Italia da Mussolini; e arrivò a Mosca Bordiga portando di quei fatti la diretta testimonianza. […] Su di essi si manifestò la insuperabile diversità di pensiero politico esistente fra Gramsci e Bordiga: Bordiga sottovalutava le conseguenze dell’avvento fascista al potere; prevedeva per il nuovo governo la possibilità di una convergenza socialdemocratica; e si limitava a riaffermare la schematica e indifferenziata contrapposizione: Stato Borghese-Stato Proletario.
Lenin volle conoscere direttamente il pensiero di Bordiga sui nuovi avvenimenti italiani. […]Lenin ascoltò con evidente meraviglia le sue opinioni, rigide ed astratte; a cui indirettamente rispose poi nel suo discorso al Congresso, accennando agli insegnamenti che i comunisti italiani avrebbero dovuto trarre dalla propria esperienza in regime fascista.
[…] Forse, da quella conversazione avuta con Gramsci e dalla seguente con Bordiga, può essere derivata – in Lenin e nell’Internazionale – la decisione, presa dopo breve tempo che Gramsci, non rientrasse in Italia, ma si riavvicinasse al Partito, trasferendosi a Vienna, con un proprio ufficio, e là riprendesse la pubblicazione della rivista “L’Ordine Nuovo”, e quel lavoro verso i compagni che – sviluppato poi successivamente nell’azione politica in Italia – portò al superamento nel Partito del bordighismo, alla formazione di un nuovo gruppo dirigente; alla direzione politica di Gramsci, fino al suo arresto.
in La storia di una famiglia rivoluzionaria
APPENDICE / LETTERE
di Antonio Gramsci jr. pag 194-197
Editori Riuniti [2014]


L’8 novembre del 1926 il deputato comunista Antonio Gramsci, allora trentacinquenne, viene arrestato dalla polizia fascista.
Il Tribunale Speciale sentenzia “Per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare.

[Lettera alla madre del 25 aprile 1927]

La mia vita scorre sempre uguale. Leggo, mangio, dormo e penso. Non posso fare altro. Tu però non devi pensare a tutto ciò che pensi e specialmente non devi farti illusioni. Non perché io non sia arcisicuro di rivederti e di farti conoscere i miei bambini (riceverai la fotografia di Delio, come ti ho annunziato; ma Carlo non te ne aveva consegnata una nel 1925? quando Carlo venne a Roma? e Chicchinu Mameli ti aveva dato uno scudo di argento che avevo mandato a Mea perché si facesse fare un cucchiaino? e una tabacchiera di legno speciale per te? — mi sono sempre dimenticato di domandarti queste cose), ma perché sono anche arcisicuro che sarò condannato e chissà a quanti anni. Tu devi capire che in ciò non c’entra per nulla né la mia rettitudine, né la mia coscienza, né la mia innocenza o colpevolezza. È un fatto che si chiama politica, appunto perché tutte queste bellissime cose non c’entrano per nulla. Tu sai come si fa coi bambini che fanno la pipí nel letto, è vero? Si minaccia di bruciarli con la stoppa accesa in cima al forcone. Ebbene: immagina che in Italia ci sia un bambino molto grosso che minaccia continuamente di fare la pipí nel letto di questa grande genitrice di biade e di eroi; io e qualche altro siamo la stoppa (o il cencio) accesa che si mostra per minacciare l’impertinente e impedirgli di insudiciare le candide lenzuola. Poiché le cose sono cosí, non bisogna né allarmarsi, né illudersi; bisogna solo attendere con grande pazienza e sopportazione.


E Gramsci dai suoi scritti esce ancora vivo, lucido, ironico, tenero, disperato e insieme pieno di speranza per il futuro, con quell’intento pedagogico che dai primi anni della sua militanza non lo abbandonò mai, con cui cerca di educare attraverso favole, ricordi d’infanzia, raccomandazioni e consigli di lettura i figli lontani, in Russia con la moglie Giulia Schucht, Delio che poté vedere per solo pochi mesi e Giuliano, che non vide mai. Dal suo doppio carcere cerca tenacemente attraverso le lettere alla moglie e ai figli, alla madre, ai fratelli, alla cognata Tatiana, unici fili di contatto possibile, di tenere insieme i suoi affetti recisi.

[Lettera alla cognata Tatiana del 19 maggio 1930]

Io sono sottoposto a vari regimi carcerari: c’è il regime carcerario costituito dalle quattro mura, dalla grata, dalla bocca di lupo, ecc. ecc.; – era già stato da me preventivato e come probabilità subordinata, perché la probabilità primaria dal 1921 al novembre 1926, non era il carcere, ma il perdere la vita. Quello che da me non era stato preventivato era l’altro carcere, che si è aggiunto al primo ed è costituito dall’essere tagliato fuori non solo dalla vita sociale, ma anche dalla vita famigliare ecc. ecc.


Nel ricordo lontano della sua vita di bambino nelle campagne aspre della Sardegna, il sogno della famiglia perduta rivive nella laboriosa famiglia di ricci, mamma, papà e tre riccetti che collabora alla raccolta delle mele una sera d’autunno, quando era già buio, ma splendeva luminosa la luna


da ⇨ Igelkottens träd [1987]
di Mari Marten-Bias Wahlgren
L’albero del riccio
di Antonio Gramsci
da ⇨ L’albero del riccio


Caro Delio,
      mi è piaciuto il tuo angoletto vivente coi fringuelli e i pesciolini. Se i fringuelli scappano dalla gabbietta, non bisogna afferrarli per le ali o per le gambe, che sono delicate e possono rompersi o slogarsi; occorre prenderli a pugno pieno per tutto il corpo, senza stringere. Io da ragazzo ho allevato molti uccelli e anche altri animali: falchi, barbagianni, cuculi, gazze, cornacchie, cardellini, canarini, fringuelli, allodole ecc. ecc.; ho allevato una serpicina, una donnola, dei ricci, delle tartarughe. Ecco dunque come ho visto i ricci fare la raccolta delle mele. Una sera d’autunno, quando era già buio, ma splendeva luminosa la luna, sono andato con un altro ragazzo, mio amico, in un campo pieno di alberi da frutta, specialmente di meli. Ci siamo nascosti in un cespuglio, contro vento. Ecco, a un tratto, sbucano i ricci, cinque: due piú grossi e tre piccolini. In fila indiana si sono avviati verso i meli, hanno girellato tra l’erba e poi si sono messi al lavoro: aiutandosi coi musetti e con le gambette, facevano ruzzolare le mele, che il vento aveva staccato dagli alberi, e le raccoglievano insieme in uno spiazzetto, ben bene vicine una all’altra. Ma le mele giacenti per terra si vede che non bastavano; il riccio piú grande, col muso per aria, si guardò attorno, scelse un albero molto curvo e si arrampicò, seguito da sua moglie. Si posarono su un ramo carico e incominciarono a dondolarsi, ritmicamente: i loro movimenti si comunicarono al ramo, che oscillò sempre piú spesso, con scosse brusche, e molte altre mele caddero per terra. Radunate anche queste vicino alle altre, tutti i ricci, grandi e piccoli, si arrotolarono con gli aculei irti, e si sdraiarono sui frutti, che rimanevano infilzati: c’era chi aveva poche mele infilzate (i riccetti), ma il padre e la madre erano riusciti a infilzare sette o otto mele per ciascuno. Mentre stavano ritornando alla loro tana, noi uscimmo dal nascondiglio, prendemmo i ricci in un sacchetto e ce li portammo a casa. Io ebbi il padre e due riccetti e li tenni molti mesi, liberi, nel cortile; essi davano la caccia a tutti gli animaletti, blatte, maggiolini ecc., e mangiavano frutta e foglie d’insalata. Le foglie fresche piacevano loro molto e cosí li potei addomesticare un poco; non si appallottolavano piú quando vedevano la gente. Avevano però molta paura dei cani. Io mi divertivo a portare nel cortile delle bisce vive per vedere come i ricci le cacciavano. Appena il riccio si accorgeva della biscia, saltava lesto lesto sulle quattro gambette e caricava con molto coraggio. La biscia sollevava la testa, con la lingua fuori e fischiava; il riccio dava un leggero squittio, teneva la biscia con le gambette davanti, le mordeva la nuca e poi se la mangiava a pezzo a pezzo. Questi ricci un giorno sparirono: certo qualcuno se li era presi per mangiarli. Ti scriverò un’altra volta sul ballo delle lepri, dell’uccello tessitore e dell’orso, e su altri animali ti voglio raccontare altre cose che ho visto e sentito da ragazzo: la storia del polledrino, della volpe e del cavallo che aveva la coda solo nei giorni di festa ecc. ecc. Mi pare che tu conosca la storia di Kim, le novelle della jungla e specialmente quella della foca bianca e di RikkiTikkiTawi?
   Ti bacio.
ANTONIO


I bambini sono le prime vittime dei regimi dittatoriali, che tendono a plasmare le loro menti. Per non farli diventare piccoli automi plagiati, devono essere educati all’eguaglianza e alla libertà, devono imparare l’indipendenza di giudizio, a separare bene e male e ad avere principi morali saldi. Le favole rappresentano una percezione del mondo e come allegorie della realtà, servono a Gramsci per spiegare ai suoi bambini lontani la vita come se fosse un gioco. Il topo e la montagna è nella tradizione delle fiabe a catena che derivano spesso da filastrocche destinate a essere cantate, con una serie di elementi che si accumulano, finché la catena non si scioglie, risolvendosi e ripetendo il percorso in senso inverso. Il ciclo della speculazione capitalistica sarà contrastato dal topo, che concepisce un futuro, ancora attuale e disatteso “vero e proprio piano di lavoro, organico e adatto a un paese rovinato dal disboscamento.
 
Il topo e la montagna
da ⇨ L’albero del riccio
il-topo-e-la-montagna
[ illustrazione di Maria Enrica Agostinelli
per ⇨ l’edizione Editori Riuniti – 1966
]
      Carissima Giulia,
      puoi domandare a Delio, da parte mia, quale dei racconti di Puskin ami di piú. Io veramente ne conosco solo due: Il galletto d’oro e Il pescatore.
      Vorrei ora raccontare a Delio una novella del mio paese che mi pare interessante.
      Te la riassumo e tu gliela svolgerai, a lui e a Giuliano.
      Un bambino dorme. C’è un bricco di latte pronto per il suo risveglio. Un topo si beve il latte. Il bambino, non avendo latte, strilla, e la mamma che non serve a nulla corre dalla capra per avere del latte. La capra gli darà il latte se avrà l’erba da mangiare. Il topo va dalla campagna per l’erba e la campagna arida vuole l’acqua. Il topo va dalla fontana. La fontana è stata rovinata dalla guerra e l’acqua si disperde: vuole il maestro muratore; questo vuole le pietre. Il topo va dalla montagna e avviene un sublime dialogo tra il topo e la montagna che è stata disboscata dagli speculatori e mostra dappertutto le sue ossa senza terra. Il topo racconta tutta la storia e promette che il bambino cresciuto ripianterà i pini, querce, castagni ecc. Cosí la montagna dà le pietre ecc. e il bimbo ha tanto latte che si lava anche col latte. Cresce, pianta gli alberi, tutto muta; spariscono le ossa della montagna sotto il nuovo humus, la precipitazione atmosferica ridiventa regolare perché gli alberi trattengono i vapori e impediscono ai torrenti di devastare la pianura. Insomma il topo concepisce un vero e proprio piano di lavoro, organico e adatto a un paese rovinato dal disboscamento.
      Carissima Giulia, devi proprio raccontare questa novella e poi comunicarmi l’impressione dei bimbi.
      Ti abbraccio teneramente.
ANTONIO


Giulia Schucht a Mosca con i figli Delio nato nel 1924 e Giuliano nato nel 1926
Giulia Schucht – Julca – a Mosca con i figli
Delio nato nel 1924 e Giuliano nato nel 1926

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David Ojstrach in ⇨
Légende Op. 17
di ⇨ Henryk Wieniawski [1835-1880]

[ suonato da Giulia Schucht nel 1918 al Concerto di Capodanno
a Mosca, a Lefortovo, nell’edificio dell’ex scuola di Alekseev
]

Il celebre scrittore sovietico Aleksander Serafimovicˇ diede una descrizione molto vivace delle impressioni ricavate dall’esecuzione di Giulia sul quotidiano Izvestija del 6 gennaio:
«[…] All’estremità del palcoscenico si avvicina timida una ragazza, con un vestito bianco e nero, un violino in mano e un dolce viso di fanciulla che chiede alla vita: “Che cosa sei? Che cosa nascondi?” Stringe il violino e lentamente, piegando in maniera strana e leggera il braccio avvolto in una manica trasparente, solleva l’archetto, mentre io abbasso lo sguardo. Eh, ha fatto male a scegliere la Légende… Si deve tenere conto del pubblico, non capiranno: comincerà lo strofinar di nasi, la tosse… Ha sbagliato… me ne stavo accigliato e con gli occhi bassi, e in quel secondo dalla scena si svolge lentamente verso quel mare umano un filo argentino e melodioso, ininterrotto, simile a tratti a una voce umana, ora è appena percettibile, sul punto di spegnersi, ora si raddensa in un lamento di petto emesso da un contralto basso, si svolge e spegne tutti i suoni, dominando.
E io levo lo sguardo…
Avete mai visto il mare quando è di vetro?
Vi rimangono sospese le nubi dimenticate, e vi si riflettono le montagne, e la riva, e il volo lontano di un gabbiano bianco.
Avete mai sentito ottomila persone che trattengono il fiato?
Ecco cosa dice il canto di questa ragazza dai capelli corvini, cosa dice da sotto il lungo, infinito archetto.
Cosa?
Dice che esistono gioia e amarezza, ed esiste un passato, e un futuro ignoto, velato di filamenti turchini…
La ragazza ha portato la sua mirabile arte, la sua opera; l’hanno accolta con cura e ora hanno ringraziato.
E io ho guardato felice i volti eccitati.».
in La storia di una famiglia rivoluzionaria
MIA NONNA GIULIA
di Antonio Gramsci jr. pag 62-63
Editori Riuniti [2014]


JUlca
Julca

Gramsci conobbe Giulia Schucht [1894-1980] insieme alla sorella Eugenia nel 1922, durante il ricovero nella casa di cura di Serebrjanyj Bor, vicino a Mosca. Dopo un breve legame con Eugenia, ricoverata per una paralisi alle gambe, rimane folgorato da Giulia. La famiglia Schucht di origini tedesche, con forte tradizione antizarista è amica di vecchia data di Lenin. Sono tornati in Russia allo scoppio della Rivoluzione, dopo lunghe peregrinazioni in esilio, tra Svizzera, Francia e Italia, dove Giulia studia violino all’Accademia di Santa Cecilia di Roma e dove si fermerà la terza sorella Tatiana, laureata in Scienze Naturali, che sarà accanto a Gramsci nei lunghi anni di prigionia e di malattia. Le difficoltà in cui si dibatte il paese pesano anche sugli Schucht, che vivono in estreme ristrettezze economiche. Dopo la nascita del primo figlio Delio, in un unico momento sereno, Giulia e Antonio vivranno alcuni mesi a Roma, ma l’aggravarsi della situazione italiana induce il ritorno a Mosca. Giulia aspetta il secondo figlio, Giuliano. Antonio non lo conoscerà mai, ne mai più dopo l’arresto rivedrà Giulia. Il rapporto epistolare proseguirà fra alti e bassi. Antonio lamenta spesso i lunghi periodi di silenzio di Giulia, ma ignora che dopo il ritorno a Mosca la sua salute, già fragile, si è incrinata, soffre di epilessia e di continui esaurimenti nervosi, di cui non vuole far sapere nulla al marito, già in una situazione così difficile.

18 aprile 1927
Mia carissima Julca,
      riprendo a scriverti, dopo tanto tempo. Ho ricevuto solo pochi giorni fa due tue lettere: una del 14 febbraio e l’altra del 1° marzo e ho pensato tanto tanto a te; ho proprio fatto un inventario di tutti i miei ricordi e sai quale immagine m’è rimasta piú impressa? Una delle prime, di tanto tempo fa. Ricordi quando sei ripartita dal bosco di argento, dopo il tuo mese di vacanze? Io ti ho accompagnato fino all’orlo della strada maestra e sono rimasto a lungo a vederti allontanare. Ci eravamo appena conosciuti, ma io ti avevo fatto già parecchi dispetti e ti avevo fatto anche piangere; ti avevo canzonato col comizio dei gufi e avevo avuto l’elettricità dei gatti quando tu suonavi Beethoven. Cosí ti vedo sempre mentre ti allontani a passi brevi, col violino in una mano e nell’altra la tua borsa da viaggio cosí pittoresca. Qual è adesso il mio stato d’animo? Ti scriverò piú a lungo le prossime volte (domanderò di scrivere una doppia lettera) e cercherò di descriverti gli aspetti positivi della mia vita di questi mesi (gli aspetti negativi ormai sono dimenticati); vita interessantissima, come puoi immaginare, per gli uomini che ho avvicinato e le scene alle quali ho assistito. Il mio stato d’animo generale è improntato alla piú grande tranquillità. Come posso riassumerlo? Ricordi il viaggio di Nansen al Polo ? E ricordi come si svolse? Poiché non ne sono molto persuaso, te lo ricorderò io. Nansen, avendo studiato le correnti mari ne ed aeree dell’Oceano Artico ed avendo osservato che sulle spiaggie della Groenlandia si ritrovavano alberi e detriti che dovevano essere di origine asiatica, pensò di poter giungere o al Polo o almeno vicino al Polo, facendo trasportare la sua nave dai ghiacci. Cosí si lasciò imprigionare dai ghiacci e per 3 anni e ½ la sua nave si mosse solo in quanto si spostavano, lentissimamente, i ghiacci. Il mio stato d’animo può paragonarsi a quello dei marinai di Nansen durante questo viaggio fantastico, che mi ha sempre colpito per la sua ideazione, veramente epica.
      Ho reso l’idea? (come direbbero i miei amici siciliani di Ustica). Non potrei renderla in modo piú breve e sintetico. Dunque non preoccuparti per questo lato della mia esistenza. Invece, se vuoi che io ti ricordi sempre con tenerezza (scherzo, sai!), scrivimi a lungo e descrivimi la tua vita e quella dei bambini. Tutto mi interessa, anche le minuzie. E mandami delle fotografie, ogni tanto. Cosí seguirò anche con gli occhi, lo sviluppo dei bambini. E scrivimi anche di te, molto. Vedi, qualche volta, il signor Bianco? E vedi quel curioso tipo di africanista che una volta mi promise un fritto di rognoni di rinoceronte? Chissà se si ricorda ancora di me; se lo vedi parlagli di questo fritto e scrivimi le sue risposte; mi divertirò un mondo. Sai che non faccio altro: pensare al passato e riandare tutte le scene e gli episodi piú buffi; ciò mi aiuta a passare il tempo, qualche volta proprio rido di cuore, senza neanche accorgermene. Cara, Tania mi annunzia altre tue lettere; come le attendo!
      Saluta tutti i tuoi.
      Ti voglio molto bene.
      
ANTONIO
      Tania è proprio una bravissima ragazza. Perciò io le ho dato parecchi tormenti.


La nave rimarrà incagliata fra i ghiacchi. In seguito a una campagna antifascista internazionale di protesta Gramsci, che non si piegò mai a chiedere la grazia, nel ’35 avrà la libertà condizionale per motivi di salute, sarà trasferito in clinica prima a Formia e poi a Roma. Otterrà la piena libertà il 21 aprile del 1937, ma il corpo sfibrato dalla malattia, la tubercolosi ossea che lo affliggeva fin da bambino, aggravata dalle privazioni della detenzione, cederà solo pochi giorni dopo, il 27 aprile.


Testi e immagini riprese da  http://www.nazioneindiana.com/2016/04/25/antonio-gramsci-vivo-sono-partigiano/