Diventare un genio. Il Balzac di Francesco Fiorentino
a cura di Ornella Tajani
Da pochissimo è uscito Balzac, biografia scritta
per Laterza da Francesco Fiorentino, professore emerito di letteratura
francese, autore di studi su Molière, sul romanzo realista, libertino e
poliziesco, e naturalmente sul creatore della Comédie humaine.
Il libro è diviso in quattro parti, i cui titoli sono cristallini: Honoré
e famiglia; Honoré vuol fare lo scrittore; Honoré cambia mestiere; e
infine il capitolo, corrispondente a oltre due terzi del volume, intitolato Honoré
diventa Balzac.
È una biografia che riesce ad appagare tutti i desideri di chi si rivolga verso
questo genere ibrido, perché descrive l’uomo Balzac nella sua evoluzione, in un
continuo dialogo con le opere che scrive o che tenta di scrivere, affrescando
sullo sfondo un’epoca di cui tratteggia i tratti salienti, senza rinunciare ad
aneddoti gustosi – aneddoti che tuttavia non sono mai fini a sé stessi, ma
sempre mirano a illuminare un carattere, un preciso momento, un fenomeno. Tutto
questo è fuso in una prosa di grande limpidezza, in cui solo si riesce dopo
aver studiato un certo autore praticamente per tutta la vita. Si imparano molte
cose, leggendo questo libro, quasi senza accorgersene, proprio perché la si
legge un po’ come un romanzo – e del romanziere, che anche Fiorentino è (si
veda per esempio qui),
si ritrovano nella scrittura alcuni trucchi, come quello di lasciare a volte
chi legge con il desiderio di vedere cosa accadrà subito dopo, o di chiudere un
paragrafo con un piglio definitivo, senza indugiare nel commento.
Gli ho rivolto qualche domanda.
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Lei si è formato, ha insegnato e ha fatto ricerca
partendo dall’assunto che l’opera è altro dal suo autore: in che modo allora
conoscere l’uomo Balzac ci può essere utile oggi per leggere e, in seconda
istanza, per studiare la sua opera?
Nella tradizione critica novecentesca, in particolare
italiana e francese, c’è stata una grande diffidenza verso la biografia come
strumento critico. La si è spesso riconosciuta soltanto come genere letterario.
Penso invece che investa entrambi i domini. Nella mia biografia ho evitato
qualsiasi ipotesi interpretativa del rapporto tra la sfera affettiva,
soprattutto infantile, di Balzac e la sua opera. Ho descritto i suoi affetti e
dolori più intimi, basandomi sulle lettere e i documenti, senza per questo voler
trarre diagnosi psicanalitiche. Non perché non ci si potesse avventurare
ma perché – come diceva il mio maestro Francesco Orlando – bisogna diffidare
della psicanalisi fatta ai morti. Infatti, credo ancora che non sia compito del
critico ricostruire i caratteri dell’inconscio di un autore. Ritengo invece di
grande interesse sapere come Balzac abbia nella sua vita fronteggiato numerose
sfide – per lo più perdendole – prima di realizzarsi e realizzare la sua opera.
La sua opera si capisce meglio se la si mette in relazione a queste sfide. Per
esempio, perché abbandona la letteratura nel 1824, perché nei primi anni Trenta
scrive racconti invece che romanzi, come si evolve il suo rapporto con Scott,
cosa cambia per lui l’avvento del “roman feuilleton”? La Comédie humaine viene
per sua natura percepita come sincrona. È stata invece scritta nell’arco di
diciannove anni e in contesti letterari e situazioni private diverse.
Ricostruire questi passaggi può risultare illuminante anche per l’opera,
sebbene non esaurisca affatto l’interpretazione dei suoi romanzi, che
continuano a interrogarci.
Nell’intervista uscita a novembre sul Venerdì di
Repubblica descrive un paradosso: il fatto che uno dei fondatori del realismo
sia anche uno dei pochi scrittori mistici della letteratura francese. In che
modo?
L’opposizione tra un Balzac realista (tesi diffusasi a
partire da Taine) e un Balzac visionario (secondo Baudelaire) ha caratterizzato
a lungo la critica balzachiana. Oggi mi pare però archiviata. Balzac è entrambe
le cose. In particolare, il suo rapporto con la religione è doppio: da una
parte sostiene la religione ufficiale solo in quanto tiene buone le classi
popolari, come antidoto alle rivoluzioni; dall’altra si riconosce nelle
tendenze mistiche, in quanto colgono emozioni e sentimenti potenti. Balzac rappresenta
la realtà con uno sguardo penetrante e spietato, ma intuisce che forze e
capacità occulte – pensieri, volontà, aspirazioni, pulsioni- possono muovere
gli uomini. È forse proprio questa sua doppia visione che gli consente di
capire e rappresentare le energie impiegate nella grandiosa e terribile
costruzione della nuova società. Non bisogna dimenticare che Balzac chiamava
“studi” i suoi romanzi. Lui e il Marx della prima parte del Manifesto del
partito comunista hanno capito quel che stava accadendo meglio di tutti.
Nella biografia, per descrivere Balzac, viene convocata a
più riprese la categoria di “genio”, a partire dalle parole usate da Hugo al
suo funerale. Quale aspetto della genialità di Balzac la colpisce di più?
L’idea del ritorno dei personaggi, o magari la capacità, che lei sottolinea nel
libro, di muoversi nella contraddizione senza ridurla a sintesi – di conservare
insomma l’ambivalenza nei suoi personaggi, che è poi una caratteristica
fondamentale della natura umana.
Balzac non è Mozart che prima di dieci anni aveva già
composto pezzi memorabili, né Hugo che prima di vent’anni era già il più
importante poeta francese. Balzac non nasce genio, lo diventa e lo diventa non
solo creando un nuovo romanzo ma creando anche un pubblico che potesse capirlo
e comprarlo. Ci riesce grazie a varie esperienze e fallimenti che
affronta con un’energia e un coraggio incredibili, commoventi. L’idea di creare
un mondo e non solo un insieme di romanzi – La Comédie humaine – è un’impresa
geniale, come pure geniale è la capacità di cogliere sempre il risvolto delle
storie e dei caratteri, di vedere quello che gli altri non sono capaci di
vedere.
Il finale è ricco di citazioni gustose: dal giornalista e
critico Philarète Chasles, che nel necrologio lo definisce «un veggente», a
Flaubert che, dopo la sua morte, affermerà «Che uomo sarebbe stato Balzac, se
avesse saputo scrivere!». In queste pagine lei accenna anche all’esistenza di
un «effetto Balzac» nella letteratura contemporanea: in cosa consiste?
Nel Novecento ci sono stati periodici inviti “a tornare a
Balzac”, come pure non sono mancate liquidazioni della sua opera: Robbe-Grillet
condannava come balzachiana tutta la tradizione romanzesca francese precedente
al suo “Nouveau roman”. Ma mentre le opere di Robbe-Grillet marciscono nelle
bacheche dei bouquinistes, quelle di Balzac sono ancora una lettura inevitabile
anche per gli scrittori. Oggi l’effetto Balzac mi pare si ritrovi in
quegli autori che si propongono di rappresentare come e dove sta andando il
mondo in cui viviamo; che sono mossi da una istanza di conoscenza e non da un
ideale di bella scrittura; che non pretendono di parlare del mondo scrivendo di
sé stessi. Se devo fare un nome solo: Houellebecq.
Pezzo ripreso da https://www.nazioneindiana.com/2025/12/26/diventare-un-genio-il-balzac-di-francesco-fiorentino/

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