30 aprile 2022

LA VERITA' SU TUTTI I DEPISTAGGI

 





Giovedì scorso, 28 aprile 2022,  sulle pagine palermitane di Repubblica è stato pubblicato un breve articolo di Gery Palazzotto a cui dovrebbero rispondere tanti esponenti delle Istituzioni. (fv)

NOI CERCHIAMO ANCORA LA VERITA' SULLA STRAGE DI PORTELLA DELLA GINESTRA

 



Gli italiani devono sapere che Portella della Ginestra è la chiave per comprendere la vera storia della nostra Repubblica. Le regole della politica italiana di questo mezzo secolo sono state scritte con il sangue delle vittime di quella strage. ” 

                                          Danilo Dolci


c’è in Italia un iperpotere cui giova, a mantenere una determinata gestione del potere, l’ipertensione civile, alimentata da fatti delittuosi la cui caratteristica, che si prenda o no l’esecutore diretto, è quella della indefinibilità tra estrema destra ed estrema sinistra, tra una matrice di violenza e l’altra (…). La prefigurazione (e premonizione ) di un tale iperpotere l’abbiamo avuta nella restaurazione democratica, in Sicilia, negli anni cinquanta. Chi non ricorda la strage di Portella, la morte del bandito Giuliano, l’avvelenamento in carcere di Gaspare Pisciotta? Cose tutte, fino ad oggi, avvolte nella menzogna. Ed è da allora che l’Italia è un paese senza verità. Ne è venuta fuori, anzi, una regola: nessuna verità si saprà mai riguardo a fatti delittuosi che abbiano, anche minimamente, attinenza con la gestione del potere.” 

Leonardo Sciascia, Nero su nero





LE DOMANDE DI GUIDO VIALE SULLA GUERRA RUSSO-NATO-UCRAINA

 


Le armi all’Ucraina e il gas russo

Guido Viale
30 Aprile 2022

Tempo di domande. Che senso ha mandare armi sempre più potenti ai combattenti dell’Ucraina perché ammazzino, si facciano ammazzare, e facciano ammazzare la popolazione civile, vera vittima di tutte le guerre moderne, e poi pagare a Putin gas, petrolio, carbone, fertilizzanti e altre cose di cui non sappiamo fare a meno, continuando così a finanziare la sua guerra di aggressione? Non è forse la moltiplicazione delle armi, si chiede Guido Viale, a rendere la guerra sempre più estesa e ad avvicinarci al ricorso alle bombe atomiche che aspettano solo, ben sistemate nei loro silos, di essere usate? La guerra è per tutti una scuola di crudeltà, cinismo e menzogne: come negarlo?


L’invio delle armi all’Ucraina? I pro non ci sono. Giorno dopo giorno vediamo sempre meglio come la guerra in Ucraina non sia che distruzione di vite, di famiglie, di ambiente, di socialità, di umanità, di intelligenza. Come tutte le guerre. Ma questa di più. Che senso ha mandare armi sempre più potenti ai combattenti dell’Ucraina perché ammazzino, si facciano ammazzare, e facciano ammazzare la popolazione civile, vera vittima di tutte le guerre moderne, e poi pagare a Putin gas, petrolio, carbone, fertilizzanti e tante altre cose di cui non sappiamo fare a meno, continuando così a finanziare e rafforzare la sua guerra di aggressione? Non è forse la moltiplicazione delle armi in campo a rendere la guerra sempre più intensa, estesa, mortifera, ad avvicinarci al ricorso alle bombe atomiche che aspettano solo, ben sistemate nei loro silos, di essere usate? Tutte le armi sono concepite, costruite, comprate e vendute, prestate (come nel caso dell’Italia) per essere usate. Per questo è sempre più urgente battersi contro le guerre e contro l’industria delle armi che le alimenta, a discapito di ciò che servirebbe, e manca, a sostenere la vita di tutti.

La potenza delle armi moderne, al cui apice ci sono gli ordigni dello sterminio nucleare, ha cambiato radicalmente l’orizzonte dei conflitti armati: “un popolo in armi” può certo intralciare un’occupazione, pagandone un prezzo molto alto; ma che possa tener testa a eserciti dotati di tutti gli armamenti sviluppati dalla tecnica è una favola: può farlo solo delegando il confronto a un esercito professionale dotato di strumenti paragonabili, e soccombere di fronte a entrambi.

Fare a meno delle guerre significa affermare le ragioni della vita contro quelle della morte, mobilitarsi contro la distruzione di tante esistenze, sostenere le possibilità concrete di comporre il contenzioso con rinunce accettabili da entrambe le parti, ma anche promuovere il disfattismo e la disgregazione delle gerarchie che rendono operativi gli eserciti.

La visione delle devastazioni, della morte, del dolore, della disperazione che colpiscono le persone, sia civili che militari, coinvolte in questo assurdo macello, quella che giornali, Tv e social esibiscono quotidianamente, dovrebbe indurci rigettare per sempre l’idea di combattere la guerra con altra guerra, con più guerra. E infatti, sondaggi, pur ampiamente manipolati, continuano a dirci che la maggioranza della popolazione italiana è contraria all’invio di armi e a un coinvolgimento diverso dal sostegno materiale ai profughi e alle persone colpite dall’invasione: vuole proposte di mediazione, di tregua, di accordo, senza venir meno, ma anzi adempiendo, al dovere di solidarietà nei confronti di persone che sentiamo nostri fratelli e sorelle. Quanto più dolore e sofferenza percepiamo in loro, tanto maggiore è la spinta a sentirsi una o uno di loro. Ma appena dalle persone che affrontano con crescente difficoltà la propria vita quotidiana si passa a coloro che hanno responsabilità politiche, governative, imprenditoriali o nel giornalismo, la musica cambia. Per loro non c’è alternativa alla guerra, all’invio di sempre più armi; non condividere questa scelta lo considerano un tradimento di cui vergognarsi, quasi che il dolore e le sofferenze provocate dalla guerra che i media esibiscono ogni giorno non possano trovar rimedio e conforto se non nei campi di battaglia.

In questa logica manichea ci sono solo buoni e cattivi. E poiché Putin, l’aggressore, è sicuramente cattivo, ne consegue che tutti gli ucraini sono buoni; e noi, che li appoggiamo, anche. Ma le cose non stanno così: la guerra è per tutti una scuola di crudeltà, di cinismo, di menzogne che ci coinvolge tutti: combattenti e non. Per chi non pensa che alle armi, invece, la pace può arrivare solo con la vittoria. Ma quale vittoria? E di chi, se più continua la guerra e più cresce il numero delle vittime immediate, ma anche quello delle persone che per gli anni a venire non avranno più la loro famiglia, o qualche suo membro, e una casa, un lavoro, o la vita che avrebbero voluto per sé e i propri figli?

Ma c’è di più: il ricorso ad armi sempre più potenti, con le loro devastazioni, e l’abbandono anche dei più timidi propositi di transizione ecologica, con il ritorno al carbone, al petrolio e con la ricerca spasmodica di altro gas per compensare le per ora irrinunciabili forniture della Russia, non fanno che accelerare la crisi climatica e ambientale. Per cercare di arrestarne il corso e l’esito catastrofico e sempre più vicino occorre abbandonare l’idea stessa della guerra e la fabbricazione di armi: un proposito da inserire tra le premesse
irrinunciabili di ogni progetto di conversione ecologica. La compassione per le vittime di questa guerra, certo condivisa sia dai favorevoli che dai contrari all’invio di armi all’Ucraina, non si estende però alle sofferenze, comprese le migrazioni, a cui la crisi climatica e ambientale già oggi costringe centinaia di milioni di esseri umani. Ma, soprattutto, non si estende all’esistenza invivibile a cui stiamo condannando le prossime generazioni – se non i nostri figli, certamente i nostri nipoti – che poco differirà da quella provocata alle sue vittime da questa guerra. Il futuro che stiamo preparando è lì, davanti ai nostri occhi. Forse la vera differenza tra chi sostiene e chi è contrario all’invio delle armi in Ucraina è proprio la diversità dello sguardo rivolto al futuro.


Una versione più breve di questo articolo è stata inviata a il manifesto

Articolo ripreso da  https://comune-info.net/le-armi-allucraina-e-il-gas-della-russia/

H. ARENDT, Pensare è pericoloso

 



“Hannah Arendt: pensare è pericoloso” tratta di ciò che significa la facoltà del pensiero per Hannah Arendt sotto forma di dialoghi, arte, performance, spettacolo, musica e silenzio.  Artisti, poeti, scrittori, scienziati, musicisti e attivisti sono oggi in sintonia con Hannah Arendt quando si interrogano sulla solitudine, la pace, la sfera privata, la libertà, l’amicizia e la politica.

“Non ci sono pensieri pericolosi; il pensare stesso è pericoloso”, ha affermato Hannah Arendt nella sua ultima intervista concessa all’autore francese Roger Errera per la televisione francese, rispondendo a una domanda di quest’ultimo riguardo all’eredità intellettuale che il XX secolo avrebbe affidato al XXI secolo. Com’era solita fare, Arendt ha rigirato la domanda riferendosi al poeta francese René Char e ricordando che pure la “nostra eredità ci è stata data senza testamento”.

Arendt non era così presuntuosa da pensare che le sue opere avrebbero potuto passare da un secolo all’altro, anche se conosceva decisamente il fenomeno della fama postuma. Tuttavia, dato che aveva già raggiunto una certa notorietà durante la sua vita, probabilmente pensava che non avrebbe avuto questo destino. Eppure, Arendt è considerata fra le pensatrici politiche più famose del XX secolo e oramai anche del XXI secolo. Secondo gli amministratori del suo lascito, le vendite delle sue opere sono oggi trenta volte maggiori che nel passato.

Alla sua morte nel 1975, Arendt era diventata famosa soprattutto per il suo reportage del processo contro Adolf Eichmann, il cervello logistico di Hitler.  Ma quando nel 2016 Donald Trump è stato eletto presidente, qualcosa si è messo in movimento e la sua brillante monografia del 1951, Le origini del totalitarismo, è diventata un bestseller. La gente ha dunque consultato il suo saggio della metà del XX secolo per tentare di capire gli sviluppi politici in America e riflettere sul mondo contemporaneo.

Le origini del totalitarismo è stato pubblicato nel 1951, anno in cui Arendt ha ottenuto la cittadinanza americana dopo essere stata una profuga apolide per quasi vent’anni. La pubblicazione, che è in realtà una trilogia (antisemitismo, imperialismo e totalitarismo) documenta come a metà del XX secolo il totalitarismo è nato quale una forma radicalmente nuova di governo basata sulle esperienze esistenziali dell’assenza di patria, dello sradicamento e della solitudine. Analizza gli elementi che hanno preso forma nei fenomeni dell’hitlerismo e del bolscevismo attraverso la nascita dello stato-nazione, le forze associate dell’imperialismo e del colonialismo e il collasso della cultura politica, che hanno a loro volta preparato il terreno a una politica di massa mediante l’ideologia, la propaganda e una violenza inimmaginabile. È un’opera epica.

MA CHI ERA HANNAH ARENDT?

E soprattutto, possono i suoi scritti permetterci di comprendere la condizione umana nel XXI secolo? 

Arendt ha dedicato la sua vita ad analizzare le questioni politiche più urgenti del XX secolo: la comparsa del totalitarismo, la politica della rivoluzione, la perdita della libertà, il trionfo del sociale, la diffusione della solitudine di massa e la problematica del male.

Eppure, Arendt non ha esordito come scrittrice. Il caso ha voluto che abbia cominciato a scrivere dopo aver dovuto abbandonare la sua carriera accademica per sfuggire al nazismo nel 1933, dopo essere stata arrestata nella Preußische Staatbibibliothek e aver passato otto giorni di prigionia nelle mani della Gestapo. All’età di 27 anni è riuscita a passare da Praga a Ginevra per raggiungere infine Parigi, dove ha imparato il francese, l’ebraico e lo yiddish e ha aiutato i giovani ebrei nella preparazione del loro trasferimento in Palestina.

  • La “List or Manifest of Alien Passengers for the United States” riporta Heinrich Blücher come “scrittore apolide tedesco di 42 anni” e  Johanna Blücher come “moglie ebraica apolide di 35 anni” al loro arrivo sull’Isola di Ellis in New York il 22 maggio del 1941.
    La “List or Manifest of Alien Passengers for the United States” riporta Heinrich Blücher come “scrittore apolide tedesco di 42 anni” e Johanna Blücher come “moglie ebraica apolide di 35 anni” al loro arrivo sull’Isola di Ellis in New York il 22 maggio del 1941.
  • La Guiné delle SS
    La Guiné delle SS
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IL MALE DERIVA DALLA RINUNCIA ALLA FACOLTÀ DI PENSARE

Dopo essere fuggita da un campo di concentramento francese nell’estate del 1940 insieme ad altre 62 donne, Arendt è riuscita a procurarsi dei documenti d’identità con l’aiuto di Varian Fry. Il 22 maggio del 1941 è giunta a New York insieme al marito Heinrich Blücher. Ha iniziato la sua nuova vita lavorando come governante, redattrice, giornalista e professore assistente e al contempo ha iniziato a scrivere Le origini del totalitarismo.

Arendt voleva una cosa in particolare: capire. Il punto cruciale delle sue opere non è cosa si pensa ma come si pensa. Nel 1933 ha voltato le spalle al mondo del “pensiero accademico” per diventare scrittrice, perché era sconvolta dall’uniformazione politica dei suoi colleghi di facoltà. Diversamente da molti dei suoi amici e colleghi, già nel 1929 capì ciò che stava succedendo in Germania e quando il 27 febbraio del 1933 vide il Reichstag in fiamme, comprese all’istante che doveva agire. Molti anni dopo, durante un’intervista, Günther Gaus le chiese come mai aveva rivolto la sua attenzione alla questione politica e lei dichiarò: “A partire da quel momento mi sono sentita responsabile, o meglio, pensavo che non ci si potesse più limitare a osservare gli avvenimenti.”

In La responsabilità personale sotto la dittatura Arendt argomenta che la differenza delle persone che hanno collaborato alla nazificazione delle istituzioni sociali, politiche, accademiche e culturali dell’Europa può essere individuata nella facoltà di pensare e conclude che il male si manifesta appunto quando si smette di pensare.

In sintesi, le opere di Arendt affermano che il dialogo del pensiero possa aprire uno spazio nel quale far entrare in gioco la coscienza (il sé morale) e quindi impedire il male. Il pensiero ci permette di discernere e forgia ciò che siamo nel mondo.  In analogia con Platone argomenta che il male, non appartenendo alle virtù, non può essere pensato. Di conseguenza, il male consiste nel rifiuto della facoltà di pensiero. Ciò significa che ognuno di noi ha la responsabilità di pensare. Scrive infatti: “Se l’attitudine a discernere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato dovesse rivelare di aver qualcosa a che fare con l’attitudine a pensare, si dovrà poter “esigere” questo esercizio da ogni persona sana, indipendentemente dalla sua istruzione o ignoranza, dalla sua intelligenza o stupidità eventuali.”  La facoltà del pensare non è riservata al mondo rarefatto della riflessione accademica ma vale piuttosto il contrario, cioè che il pensiero distaccato dalla realtà può distrarre l’essere umano da ciò che si svolge proprio davanti ai suoi occhi.

STUPIDITA' e SAGGEZZA


 

SIAMO TUTTI CORRESPONSABILI DEL MALE CHE CI OPPRIME

 


PIO LA TORRE ed ENRICO BERLINGUER TRADITI

 





       Questa mattina voglio ricordare  Pio la Torre, assassinato a Palermo 40 anni fa, con le parole di Enrico Berlinguer. Ho conosciuto entrambi, avendo militato nello stesso partito che non esiste più da tempo

      Ogni giorno che passa mi appare sempre più chiaro che sono stati i primi ad essere stati traditi e dimenticati. (fv)



L' ULTIMO SALUTO DI ENRICO BERLINGUER

A PIO LA TORRE


Siamo qui a rivolgere l’ultimo saluto al compagno Pio La Torre ed al compagno Rosario Di Salvo, dopo che per ben due giorni sono sfilati davanti alle loro salme migliaia e migliaia di cittadini: militanti comunisti, uomini e donne semplici, bambini, intere famiglie.
Ma non solo qui a Palermo, e non solo in Sicilia, si è pianto per i nostri due cari compagni. Nelle fabbriche, nelle piazze, in tutti i centri del Paese la notizia dell’infame delitto ha sollevato un’ondata di commozione e di sdegno.
E tutte le autorità dello Stato – a cominciare dal Presidente della Repubblica, che oggi è qui con noi, insieme ai rappresentanti del Parlamento, del Governo, della Regione, dei Partiti, delle Organizzazioni sindacali e di massa, della Stampa — hanno reso omaggio a Pio La Torre e Rosario Di Salvo, al loro coraggio, alla loro esemplare milizia politica tutta dedicata alla lotta per la giustizia.
Pio La Torre e Rosario Di Salvo: un prestigioso dirigente e un appassionato militante del nostro Partito, quasi uniti da un comune destino! Erano tornati ambedue da poco tempo in una trincea di prima linea, qual è quella contro il terrorismo politico mafioso che da anni insanguina la terra di Sicilia.
Rosario Di Salvo da qualche anno aveva lasciato il lavoro di autista nell’apparato tecnico del Partito e si era dedicato con successo ad una attività (ragioniere in una cooperativa) che gli consentiva di fare fronte un po’ meglio alle necessità della famiglia: la moglie e tre bambine.
Ma ecco che questo compagno, proprio quando Pio La Torre è rientrato a Palermo con l’incarico di segretario regionale del PCI, abbandona la sua occupazione e chiede di tornare a fare l’attività di Partito.
« Guadagnerò di meno, dice, ma questa è la mia vita. Mia moglie ora fa dei ricami in casa. Ce la faremo lo stesso ». Ecco chi era Di Salvo: un compagno mosso da una profonda irresistibile passione politica, da uno spirito di assoluta fedeltà al Partito, di cui vedeva la ripresa di iniziativa e di slancio, con una soddisfazione che lo ripagava delle pene e dei rischi che egli valutava bene, come dimostra il fatto che egli ha estratto la sua ‘pistola ed ha sparato cinque colpi, che forse hanno ferito uno degli assassini.
Anche Pio La Torre aveva compiuto la scelta di un ritorno, ben sapendo che si trattava della scelta di un posto di lotta e di lavoro pieno di difficoltà e di pericoli.
Era tornato a Palermo da otto mesi, come segretario regionale, su sua richiesta.
Pio La Torre era nato nel 1927 in una famiglia di piccoli contadini dell’agro palermitano, a Mezzomonreale, a poche centinaia di metri in linea d’aria dal luogo dove poi ha trovato la morte.
Nel 1945 si iscrive alla FGCI, di cui diventa dirigente. Poco dopo, come responsabile di organizzazione della Federazione di Palermo, partecipa alle lotte dei contadini del Corleonese dove già impera, giovanissimo, il mafioso Liggio.
Era quello il periodo nel quale il nostro Partito in Sicilia era diretto dal compagno Girolamo Li Causi, il primo dirigente politico che alzò la bandiera della lotta contro la mafia andando a sfidarne i capi a Villalba, dove fu ferito.
Nel corso di una manifestazione per la terra dei contadini di Bisacquino nel marzo 1950, La Torre viene arrestato e resta in carcere per un anno e mezzo .
È di quel periodo una sua bella lettera al compagno Paolo Bufalini, allora segretario della Federazione di Palermo, che l’«Unità» ha pubblicato ieri.
Scriveva il giovane La Torre: « In questi ultimi anni il popolo siciliano ha dato prova di sapersi battere generosamente per conquistarsi un regime di libertà, di progresso e di pace. Ha dato la vita di alcuni dei suoi figli migliori nella lotta contro la mafia che si opponeva allo sviluppo delle organizzazioni democratiche dei comuni della nostra isola: da Miraglia, a Li Puma, a Rizzotto, a Cangelosi ».
Quella prima tragica lista, che La Torre ricordava nel febbraio 1951, si è poi terribilmente allungata, e oggi la conclude l’ultima vittima, proprio lui, La Torre, caduto per quegli stessi principi che allora annunciava, alla vigilia del 35° anniversario della strage di Portella delle Ginestre.
Lo stesso compagno Bufalini, in una lettera dell’ottobre 1954 alla Direzione del Partito, nella quale si proponeva di inviare La Torre alla Scuola Centrale del Partito, ricorda lo sforzo del nostro compagno scomparso per legare le sezioni cittadine del Partito alle masse popolari dei quartieri, facendo delle sezioni stesse il centro di un movimento popolare largo contro il tugurio, per la casa e per la libertà: «Il compagno La Torre si giovò in questo lavoro della sua profonda conoscenza delle condizioni materiali e di vita e dell’animo del popolo palermitano. Il movimento ci fu, fu un movimento profondo, di base, portò al costituirsi di larghe alleanze, anche al vertice ».
In queste parole lontane ormai quasi trent’anni, c’è l’indicazione di una concezione del partito e di uno stile di lavoro che sono gli stessi che ritroviamo nell’impegno di questi ultimi otto mesi.
Nel 1952 il compagno La Torre, convinto che fosse necessario liberare il movimento sindacale — come egli affermava — da elementi di burocratismo e di corporativismo, chiese di passare al lavoro nel sindacato c divenne segretario della Camera del lavoro palermitana. Nello stesso anno fu eletto deputato all’Assemblea Regionale Siciliana.
Successivamente La Torre fu segretario regionale della CGIL, e dal 1962 — in un momento anche allora difficile — segretario regionale del Partito, incarico mantenuto fino al 1967, quando divenne segretario della Federazione di Palermo.
Nel 1969 il compagno La Torre — che dal IX Congresso era membro del Comitato Centrale e dall’XI membro della Direzione — fu chiamato a Roma dove ricoprì gli incarichi di responsabile della Sezione agraria e poi della Sezione meridionale.
Ma, come diceva di se stesso un altro amatissimo compagno recentemente scomparso, Feliciano Rossitto, La Torre era « un siciliano all’estero », e proprio nel senso migliore: nei suoi incarichi di carattere nazionale, infatti, egli mai perse il contatto con quella realtà siciliana di cui conosceva le ingiustizie profonde e del cui popolo si sentiva parte.
Nel 1972 La Torre è eletto deputato nazionale e inizia qui la sua intensa attività che con particolare passione e acuta intelligenza egli svolgerà nel lungo e complesso lavoro della Commissione parlamentare antimafia, della quale poi sarà relatore di minoranza.
Al XV Congresso del Partito, nel 1979, Pio La Torre fu eletto membro della Segreteria. E qui, ancora una volta, egli seppe dimostrare grandi doti di iniziativa, di inventiva, di tempestività, di senso pratico.
Ricordo un episodio assai significativo.
Appena ebbe notizia del terremoto in Campania ed in Basilicata, Pio La Torre corse al suo ufficio in Via delle Botteghe Oscure, chiuso per il giorno festivo.
Di lì, senza esitazioni e indugi, cominciò a tempestare di telefonate le Federazioni e i Comitati Regionali dell’Emilia, della Toscana, di mezza Italia, dando indicazioni perché immediatamente, la notte stessa, partissero i primi soccorsi alle popolazioni terremotate.
E fu così che il giorno dopo, all’alba, nei paesi del terremoto dove ancora non si era sentita la minima presenza delle autorità pubbliche (e tutti ricordiamo la vigorosa denuncia che di ciò fece il Presidente della Repubblica), arrivarono i camions delle Sezioni e Federazioni del PCI e della FGCI e delle Amministrazioni di Sinistra.
Al centro del Partito, egli ha lavorato bene, guadagnandosi la stima e l’affetto dei compagni, affermandosi con crescente prestigio nel Parlamento, tra le altre forze politiche, tra gli avversari.
Nella Segreteria e nell’Ufficio di segreteria del Partito, è stato un uomo prezioso. Dotato di una giusta visione politica generale, sempre più arricchitosi — nel corso di oltre trent’anni di ininterrotta faticosa milizia politica — di sensibilità e interessi culturali vari ed ampi, Pio La Torre, nella sua attività di dirigente nazionale del Partito, si avvantaggiava di una sua lunga esperienza, di base e periferica, di lotta e di organizzazione. Si avvantaggiava dell’esperienza e affinata capacità di uno che non si limita a fare sfoggio delle parole « masse », « partecipazione », « lotta », « costruzione », ma conosce bene le masse dei lavoratori, le masse popolari, e prime fra tutte quelle della sua terra, della sua Sicilia, e del Mezzogiorno; di uno che sa per diretta esperienza che cosa sia la vita dei contadini, dei lavoratori, che cosa sia il movimento delle masse, da quali semplici e profonde ragioni scaturisca, come lo si susciti, lo si organizzi e lo si diriga: tutte cose imparate dalla gavetta, nella ascesa dagli incarichi più modesti fino a quelli massimi, nel sindacato e nel partito: da costruttore di leghe di braccianti e di minatori, di cooperative di contadini senza terra, a costruttore di sezioni del partito, nel più remoto villaggio di Sicilia, o nella città di Palermo, nei suoi mandamenti, nelle sue borgate; a costruttore e dirigente di federazioni del partito.
Per tutto questo, e per altre doti, La Torre a Roma non si limita a contribuire alla elaborazione di una linea politica, e ad esporla in modo limpido, con semplicità e concretezza — come si può constatare rileggendo i suoi articoli —, ma sa muovere le leve che servono a mobilitare e dirigere il Partito, in campagne e battaglie specifiche, determinate; con l’obiettivo di condurle ad una conclusione positiva, nell’interesse delle masse lavoratrici e del Paese; ad un successo pur limitato e parziale, ma che sia una nuova conquista, da cui muovere per altre battaglie, per nuovi progressi. Vi erano in La Torre — così maturatosi — ampiezza di vedute e attivismo.
Ecco perché dispiaceva, al centro nazionale del Partito, privarsi della presenza — operosa, generosa, cordiale — di La Torre. E a Roma egli era ben ambientato, con la sua famiglia, con gli amici.
Tuttavia egli chiese, con tenacia e forza di volontà, di tornare in Sicilia, nella sua terra: dove aveva visto nel corso degli anni la situazione aggravarsi sempre di più; dove vedeva i compagni chiamati a far fronte a compiti e battaglie sempre più difficili ed aspre, ad esporsi a tutti i rischi. Altro che «proconsole» inviato da Roma in Sicilia — come qualcuno, per la verità isolato, nel grande coro di commossi ed alti riconoscimenti dati dalla stampa a Pio La Torre, ha scritto! Un autentico siciliano, palermitano profondo è stato Pio La Torre, che è voluto tornare nella sua terra per combattervi di persona e in prima fila la lotta di redenzione del suo popolo, sfidando, consapevole, ogni pericolo, e morendo!
Appena tornato La Torre in Sicilia, hanno subito preso nuovo spicco i cardini della politica del PCI nell’Isola, e, dall’Isola, dalla sua specifica condizione e posizione, in tutta l’Italia.
La lotta per la pace, la distensione, il disarmo; per la cooperazione dell’Italia con l’Africa settentrionale e con il mondo arabo; per una giusta soluzione della tragica questione medio-orientale, minacciosa ed esplosiva; per fare del Mediterraneo un mare di pace; perché la Sicilia faccia da ponte tra due sponde, tra due canali, nel segno della pace, della cooperazione, del progresso, della cultura e della civiltà — nella linea della sua migliore tradizione e storica funzione.
La lotta contro la violenza mafiosa, fattasi sempre più barbara, caratterizzata dai modi nuovi, odierni, della speculazione, dallo sfruttamento, dalla seminazione di distruzione e di morte: al primo posto, la droga. Caratterizzata dal dilagare di assassini feroci. E caratterizzata da un tratto nuovo, di estrema gravità: l’aggressione diretta, l’eliminazione fisica, feroce, di uomini investiti di pubbliche funzioni e di uomini politici che dimostrano coerente fermezza nell’adempimento dei loro doveri e nel perseguire, seriamente e concretamente, un disegno di risanamento e rinnovamento politico, sociale, civile.
Infine, come fondamento e coronamento di tutte le battaglie, il promovimento e la costruzione di una nuova unità del popolo siciliano, attraverso collaborazioni e intese di tutte le sue forze popolari, di sinistra e democratiche più avanzate, di tutte le sue forze oneste, sane, che aspirano alla pace ed al progresso, che vogliono il rinnovamento.
Di tutte le forze che veramente vogliono che si metta fine alle ingiustizie sociali, ai crimini mafiosi, allo spargimento di sangue, agli agguati vili ed ai barbari assassini, ai facili scandalosi arricchimenti, ai sistemi del privilegio delle clientele e della corruttela, alla collusione della mafia con il potere politico che produce omertà e fa da scudo all’attività criminale; che si metta fine alla disoccupazione e inoccupazione e prima di tutto a quella giovanile; di tutte le forze che veramente vogliono riformare la vita ed il funzionamento della Regione autonoma, facendo finalmente dell’Autonomia, che storicamente è grande conquista del popolo siciliano, lo strumento di autogoverno e controllo popolare, centro di aggregazione di tutti i siciliani che aspirano ad uno sviluppo libero, sano, pulito, trasparente, a una Sicilia rinnovata, in una Italia rinnovata, e pacifica.
Questi, in Sicilia e per la Sicilia, i cardini, i pilastri portanti, della linea del PCI, chiaramente concepiti, attraverso una elaborazione continuamente aggiornata, da Pio La Torre, e da lui concretamente perseguiti con passione, con tenacia e decisione. Tutti hanno visto in lui un grande animatore, un protagonista nella battaglia per Comiso, per stornare dalla Sicilia la terrificante minaccia della distruzione atomica, per preservarne la pace. Per questo scopo, egli, da un lato ha saputo mobilitare a fondo, ampiamente, il Partito comunista e gli strati popolari da esso influenzati; per altro verso, ha ricercato il collegamento e l’unità con altre forze politiche ed ideali, che, pur muovendo da impostazioni differenti, convergono su questo obiettivo di pace: nel reciproco leale rispetto dell’individualità e autonomia di ogni forza diversa.
Per quanto riguarda noi comunisti, ci siamo battuti e ci battiamo — come il compagno La Torre aveva chiaramente precisato — perché si sospendano i lavori di approntamento delle basi per i missili a Comiso, in vista della ripresa e degli auspicati progressi del negoziato Est-Ovest, con l’obiettivo della sicurezza di tutti e dell’equilibrio al livello più basso.
Davanti al feretro del compagno La Torre, tenace e intrepido combattente per la causa decisiva della pace, caduto nel vivo di questa lotta proprio nel momento in cui il movimento in Sicilia ha acquistato un’ampiezza e un vigore grandi e quindi un peso effettivo; dinanzi al sacrificio del compagno La Torre e del compagno Di Salvo — compagni, amici, cittadini — noi prendiamo l’impegno di continuare a dare il più grande contributo per sviluppare ulteriormente la battaglia per Comiso e per la pace.
L’assassinio di La Torre e di Di Salvo non la fermerà. Nel loro nome, lotteremo con impegno ancora maggiore.
Tutti hanno visto come La Torre abbia condotto la battaglia contro il sistema di potere mafioso, contro i suoi crimini. Egli ne conosceva le forme nuove di attività, i metodi, le connivenze, le interferenze e convergenze con settori e punti determinanti della vita politica e amministrativa. Tutto ciò egli ha denunciato, con serenità, con obiettività e misura, con inflessibile coerenza e coraggio.
Dal Convegno sulla mafia, promosso da noi a Palermo, con proposte nuove molto serie (come quelle riguardanti gli accertamenti dei rapidi mutamenti patrimoniali e dei facili arricchimenti); alla delegazione di Pio La Torre e di altri parlamentari comunisti dal Presidente del Consiglio, prima della nomina del generale Dalla Chiesa alla carica di Prefetto di Palermo; vi è stato, con la direzione di La Torre, un coerente sviluppo di una lotta concreta e seria contro il sistema di potere mafioso e i suoi delitti.
Stroncato La Torre nel feroce e vile agguato, noi, davanti al suo feretro, prendiamo l’impegno di continuare con fermezza e intelligenza, con obiettività e coraggio, questa lotta.
Perché hanno ucciso La Torre?
Perché hanno capito che egli non era uomo da limitarsi a discorsi, analisi, denuncie di una situazione, ma era un uomo che faceva sul serio. Era uomo che, alla testa di un grande partito di lavoratori e di popolo, di gente schietta e pulita, era capace di suscitare grandi movimenti, di stabilire ampie alleanze con forze ed uomini sani, democratici di altre tendenze; di prendere iniziative che colpivano nel segno. Era capace di portare avanti una politica di rinnovamento, di giustizia sociale, di sviluppo della Sicilia, di corretta e piena realizzazione della sua autonomia, di unità contro il riarmo e per la difesa della pace.
Proprio mandando avanti una tale politica, si recidono radici, si toglie spazio al potere mafioso, alle sue rapine, alle sue prevaricazioni, ai suoi dilaganti crimini efferati.
È del tutto evidente che tale attività criminale è diretta, alimentata, sviluppata da forze reazionarie, e assecondata da gruppi economici e politici incapaci di concepire la ricerca di soluzioni dei loro problemi in una visione politica ed economica di libero sviluppo della Sicilia e della sua autonomia, della democrazia italiana, o in una prospettiva di disarmo e di pace.
Ciò spiega come ogni uomo che dimostri di volere perseguire un rinnovamento, e di avere capacità e vigore, è considerato da queste forze un nemico, che si deve fare fuori.
Questo è accaduto per uomini, fra loro molto diversi, come Piersanti Mattarella e Pio La Torre, come Cesare Terranova e Lenin Mancuso, come Gaetano Costa e Boris Giuliano e il capitano dei carabinieri Emanuele Basile e molti altri, alla cui memoria noi ci inchiniamo.
Noi chiediamo giustizia per loro, per tutti i caduti per mano assassina! Ancora una volta incitiamo tutti i compagni, tutti i cittadini, a dare piena collaborazione alla polizia, alle forze dell’ordine, alla magistratura, a tutte le autorità competenti. Chiediamo alle autorità, ad ogni livello, di adoperare – tutti gli strumenti che, la Costituzione e le leggi mettono a loro disposizione, con rigoroso rispetto democratico, con penetrante impegno, con inflessibile fermezza.
Ci hanno strappato uno dei nostri uomini migliori, un compagno fraterno, un dirigente forte, come Pio La Torre.
Hanno spento, con vile ferocia, uno dei figli migliori della Sicilia, che ha sempre lottato per la gente povera, per la giustizia, per la rinascita di Palermo e dell’Isola.
Un uomo, come ha detto il Vescovo Don Riboldi, buono e pulito!
Hanno barbaramente stroncato un giovane compagno, coraggioso e disinteressato, come Rosario Di Salvo. Vogliamo giustizia; vogliamo verità; per loro, per tutti i caduti.
Nessuno pensi di averci intimidito. Il Partito Comunista Italiano raccoglie questa sfida.
Vigilerà, combatterà, recluterà nuovi militanti, farà avanzare nuovi dirigenti. Lotterà, attraverso grandi movimenti di massa, ampi, decisi, sollecitando le più larghe alleanze, per mettere fine ai delitti, allo spargimento di sangue; per la giustizia sociale, per uno sviluppo economico sano che assicuri a tutti lavoro; per una unità del popolo siciliano, che isoli reazionari e mafiosi, che permetta di realizzare il risanamento morale, il rinnovamento politico e sociale, la piena attuazione, nella pace, della autonomia siciliana e dei suoi scopi.
A nome di tutto il nostro Partito ringrazio il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, per essere venuto qui a Palermo a confermare la sua solidarietà al nostro dolore, e la sua adesione all’impegno del popolo siciliano nella lotta per la giustizia e per la libertà. Ringrazio il Presidente della Camera, i rappresentanti del Senato, il Presidente del Consiglio, tutte le altre autorità dello Stato e della Regione, le delegazioni dei Partiti, dei Sindacati, delle Associazioni, degli Organi di informazione.
Esprimo tutto il nostro affetto alla moglie, ai figli ed ai familiari del compagno Pio La Torre e del compagno Rosario Di Salvo. Nel loro immenso dolore per la perdita irreparabile, sentano che Pio e Rosario sono stimati e amati e saranno ricordati da una moltitudine di siciliani e di italiani come due intrepidi combattenti che hanno lottato per la causa giusta.
A voi, compagne e compagni della Sicilia, e ai compagni di tutta l’Italia, diciamo: sull’esempio e nel nome dei compagni caduti intensifichiamo l’impegno in una lotta più ampia e decisa dei lavoratori e delle forze popolari per il riscatto della Sicilia, per il rinnovamento dell’Italia; per la pace.


PUBBLICATI I TACCUINI GIOVANILI DI L. PIRANDELLO

 


I taccuini universitari del giovane Pirandello.

Pirandello non ebbe una vita universitaria semplice. Diplomatosi a Palermo presso il liceo classico Vittorio Emanuele II, frequentò sempre nel capoluogo siciliano il primo anno di università, entrando in contatto con Giuseppe Pitrè che si occupava delle tradizioni popolari e con l'italianista Cesareo, docenti di grande prestigio e intelligenza che mantennero anche negli anni successivi rapporti col giovane studente come si evince una serie di epistole. Proprio i due docenti dell'Ateneo palermitano suggerirono a Pirandello di trasferirsi a Roma presso La Sapienza. Tuttavia nella capitale cominciarono problemi non indifferenti. Narrano Le cronache che Pirandello insieme a un collega, un seminarista, cominciarono a ridere Durante le lezioni del professore di latino che a quanto pare non era particolarmente preparato. Ne conseguì che Pirandello fu espulso dall'università di Roma, cosa che Nei fatti equivaleva a una espulsione da tutte le università italiane dove non avrebbe mai trovato un terreno fertile o favorevole per conseguire la laurea. Quindi Pirandello decise di trasferirsi a Bonn. Questi sono fatti noti di cui si è a lungo parlato. E aggiungo che Sciascia osservava, quando fu pubblicato un primo abbozzo di una Novella pirandelliana, che, all'età di 18 anni e prima di lasciare la Sicilia, Pirandello era già integralmente formato come lo avremmo conosciuto in seguito: Dunque prima ancora di imbattersi nel razionalismo d'oltralpe lo scrittore siciliano si portava dietro una non meno irrazionale

" follia" siciliana. Per gli anni di Bonn si sa qualche cosa. per esempio si sa che Pirandello si dedicò a svariati amori, in particolare l'amore verso una studentessa americana che sarebbe poi diventata la governante istruttrice di un figlio di un presidente americano. Si sa che non fu esattamente uno studente molto attento, che scriveva una serie di menzogne alla famiglia parlando di ottimi risultati universitari quando le cose non andavano molto bene, che prendeva tempo che richiedeva continuamente soldi che ingannava la famiglia anche

sull' esito di alcuni esami, sui tempu della laurea. adesso vengono pubblicati i taccuini che Pirandello scrisse durante il periodo tedesco. Di questo si occupa l'interessante articolo che adesso posto scritto da Salvatore Ferlita per l'edizione siciliana di Repubblica. (B. Puleio)


IL DRAMMATURGO AI RAGGI X

Il taccuino di Bonn” che svela Pirandello


La pubblicazione degli appunti e dei disegni risalenti al periodo tedesco e una mostra documentaria restuiscono l’officina giovanile dello scrittore

diSalvatore Ferlita Se Pirandello non fosse andato a Bonn, se non si fosse appassionato alla “filosofia della vita”, probabilmente sarebbe stato un autore più vicino, per la poetica e soprattutto per la visione del mondo, all’amico Luigi Capuana e quindi più collegato alla tradizione letteraria siciliana. Così la pensava Leonardo Sciascia, confortato oltretutto da quanto ebbe a scrivere Vitaliano Brancati sul Pirandello tedesco: «Nelle vecchie leggende il diavolo frequenta le università, specie quelle tedesche. E Pirandello, da buon diavolo, nascondendo nel bavero del cappotto un sorriso che egli scambiava per un ghigno, salì le scale dell’Università di Bonn. Mentre ascoltava le lezioni di filosofia, e prendeva appunti su Hegel e Fichte, e si sentiva dentro, a quelle parole e concetti, muoversi sinistramente la macchina della malignità, non pensò mai di essere un bravo siciliano, della nobile e casta razza di Verga». Galeotta dunque fu Bonn, dove lo scrittore agrigentino si trasferì su sollecitazione del professor Ernesto Monaci, lasciando Roma e rimanendo in territorio tedesco dall’autunno 1889 alla primavera del 1891. A questo legame decisivo ha reso omaggio la doppia iniziativa promossa dal Parco archeologico e Valle dei templi su impulso del direttore Roberto Sciarratta, svoltasi ieri nel Museo archeologico di Agrigento. Da un lato, è stato presentato il cofanetto che allinea la ristampa anastatica del “Taccuino di Bonn” e il volume monografico di approfondimento, curato da Fausto De Michele, Cristina Angela Iacono e Antonino Perniciaro, coi saggi di studiosi italiani e stranieri che analizzano i contenuti del prezioso quaderno pirandelliano. Dall’altro, è stata inaugurata la mostra intitolata “Il giovane Pirandello e la Germania. Gli anni di studio a Bonn”. Insomma, adesso si può dire che del periodo cruciale della formazione del premio Nobel agrigentino sappiamo quasi tutto. Il taccuino è davvero uno scrigno sorprendente perché permette di entrare in punta di piedi nel laboratorio giovanile dell’autore, di compulsare i suoi scartafacci, di prendere visione dei ripensamenti. Esso, scritto nei due versi, allinea pagine zeppe di appunti, annotazioni, testi copiati da libri ed esercizi di tedesco scritti come in un quaderno di scuola, e poi disegni, abbozzi, ritratti, scarabocchi. La pubblicazione del taccuino si è fatta attendere fino ad oggi per via della poliglossia che lo caratterizza, fatta cioè di appunti scritti in ben quattro lingue: in italiano, siciliano, francese e tedesco. Le annotazioni in tedesco, spiegano i curatori, presentano poi un’ulteriore complessità dovuta alla grafia, una forma di scrittura a mano che i tedeschi utilizzavano alla fine dell’Ottocento. Il quadernetto custodisce i versi di vari poeti (Dante, Petrarca, Cellini ma anche Milton, Shakespeare, Lessing, Hoffman) e studi e osservazioni linguistiche che riguardano la “Divina Commedia”, come pure i frammenti delle “Elegie boreali”, il titolo originario poi mutato in “Elegie renane”, e in misura minore di “Pasqua di Gea”. Come si legge nell’introduzione, il taccuino avrebbe dovuto custodire anche il bel racconto della “Gita aKessenich”, che però, come spiega Elio Providenti nel suo saggio, è stato asportato da tempo da mani ignote. Troviamo altresì una pagina spensierata di diario scritta probabilmente da Jenny Schulz Lander, la giovane renana per la quale Pirandello persela testa, che racconta una crociera in battello sul Reno da Bonn a Wiesbaden. A questo proposito, tra i saggi dedicati al taccuino spicca quello di Domenica Elisa Cicala intitolato “Il giovane Pirandello e le donne conosciute a Bonn”, nel quale si analizza il rapporto del drammaturgo con le donne negli anni degli studi universitari nella città renana, mettendo a confronto le informazioni ricavabili dal “Taccuino di Bonn” con le tante osservazioni e i racconti presenti nella ricca produzione epistolare del periodo tedesco. Pagine attente e ricche di informazioni chedimostrano come le esperienze sentimentali di Pirandello con l’altro sesso nel periodouniversitario hanno certamente contribuito alla sua “formazione virile”, come chiosa lo stesso scrittore nel “Ricordo a Bonn am Rhein”. In tutto ciò, le “Elegie renane”, restituiscono al lettore un personaggio brancatiano, comeaveva già notato Sciascia. Pirandello vive “i caldi amori” renani come sensuale contraltare rispetto alla castità tutta isolana della sua fidanzata che l’aspetta in Sicilia. Dai saggi viene poi fuori la passione di Pirandello per gli studi di filologiaromanza, la sua vocazione poetica, ’importanza dell’incontro con la letteratura tedesca, il rilievo del vasto materiale iconografico presente nelle pagine del quaderno, la centralità della cultura visiva di Pirandello. Originale risulta l’interpretazione data da Michele Cometa di alcuni disegni, in modo particolare delle facce antropomorfe, ritenute da alcuni delle lune grottesche e riproposte invece qui in un’intrigante interpretazione come nove soli. La mostra, attraverso un intrigante percorso bibliografico, documentario e iconografico propone i due taccuini (Bonn e Provenzale), il libretto universitario, la tesi di laurea, una selezione di lettere relative alla corrispondenza epistolare da Bonn di Luigi con la sorella Rosolina, Giuseppe Schirò e Giuseppe Pipitone Federico, prime edizioni di raccolte poetiche, ritratti e cartoline storiche di Bonn.

SALVATORE FERLITA, in REPUBBLICA, Palermo 30 aprile 2022


UNA GUERRA PREVISTA E PROGRAMMATA

 



ZELENSKY E GLI OLIGARCHI

Mario Pintacuda

Come mi è capitato tante volte di osservare, viviamo in un’epoca distratta, convulsa, frenetica, superficiale e soprattutto senza memoria; e a volte basterebbe accentuare il nostro livello di attenzione per capire qualcosa in più degli eventi che accadono intorno a noi.

Stamattina ho pensato di cercare, nella grande discarica di Internet, articoli e notizie relativi al presidente Zelensky e all’Ucraina nei mesi precedenti l’attuale conflitto con la Russia.

Ho trovato molti dati interessanti, che documentano senza ombra di dubbio che di “guerra imprevista e imprevedibile” non si può assolutamente parlare.

Mi limito a citare qui, dal sito dell’Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa (un “think tank” che si occupa di sud-est Europa, Turchia e Caucaso), un articolo del 12 gennaio 2022 di Claudia Bettiol così intitolato: «Scontro del presidente Zelensky con gli oligarchi, costante minaccia russa, crisi energetica, pandemia e la guerra nell'est del paese: il 2022 dell'Ucraina si prospetta ancora piuttosto incerto e con molte sfide da affrontare» (cfr. https://www.balcanicaucaso.org/.../L-Ucraina-di-Zelensky...).

L’articolo, scritto 40 giorni prima dello scoppio dell’attuale conflitto, evidenziava anzitutto alcune criticità che emergevano all’inizio del nuovo anno in Ucraina: «L’irrisolto conflitto ibrido nei territori orientali del paese, la costante minaccia di una nuova invasione russa, il deterioramento delle aspettative economiche a causa della recente crisi energetica e della pandemia di Covid-19, nonché la lotta alla corruzione e agli oligarchi intrapresa dal presidente Volodymyr Zelensky, sono tutti elementi chiave che l’Ucraina si trascina nell’anno nuovo, arrancando così nel solito clima di incertezza».

Fra i problemi elencati, è interessante rilevare, oltre alla segnalazione (già allora) della “costante minaccia di una invasione russa” (alla faccia del conflitto “imprevisto”), un altro tema che forse non ha avuto nei media il dovuto rilievo: la lotta di Zelensky contro gli “oligarchi”. La Verchovna Rada (il parlamento monocamerale dell'Ucraina) lo scorso autunno, su pressione del leader ucraino, aveva infatti approvato una legge sugli oligarchi che sarebbe dovuta entrare in vigore ora a maggio e che avrebbe dovuto limitare «l’influenza sulla politica e sui media dei magnati ucraini».

L’articolo del 12 gennaio scorso evidenziava inoltre le difficoltà incontrate da Zelensky nel 2021: egli infatti aveva superato «la metà del suo mandato presidenziale non senza ostacoli e con un rating di popolarità piuttosto altalenante». In particolare, poi, si affermava che «l’equilibrio già precario del Paese, stretto da anni nella morsa del Fondo Monetario Internazionale e geopoliticamente in bilico, è stato più volte messo a dura prova da scelte difficili per il capo di stato, che ha dovuto prendere una posizione netta e decidere con chi allearsi e chi, di conseguenza, inimicarsi».

Va detto che nel giugno 2020 il FMI aveva confermato 5 miliardi di dollari per l'Ucraina ma «Kiev non è mai riuscita a mantenere le promesse date: il mancato raggiungimento da parte dell'Ucraina degli obiettivi monetari e degli impegni di riforme strutturali interni ha causato più volte la sospensione dell’Extended Fund Facility o il rinvio dei versamenti di finanziamento». In altre parole, l’Ucraina versava in una difficile situazione economica, aggravata dal peso insostenibile degli oligarchi, spesso filorussi (come Viktor Medvedčuk, amico stretto di Vladimir Putin); ne era derivato in particolare uno scontro aperto tra uno dei più potenti uomini d’affari del paese, Rinat Achmetov, e il presidente ucraino.

Zelensky aveva disposto un “registro speciale” degli oligarchi, insistendo sull’importanza di stabilire per i grandi imprenditori delle regole di convivenza con lo Stato, al fine di «prevenire le minacce alla sicurezza nazionale poste dall'eccessiva influenza di tali persone». Contestualmente, Zelensky accusava alcune strutture oligarchiche di diffondere notizie false sulla scarsità di carbone e gas, provocando una crescita della domanda di queste materie e il conseguente aumento del loro prezzo.

Non è tutto.

Lo stesso articolo evidenzia quali erano state nel 2021 le difficoltà di Zelensky: «Il capo di stato, oltre a dover affrontare guerre politiche e mediatiche con i suoi oppositori e uomini di rilievo, è stato anche protagonista di una serie di scandali di alto profilo, tra cui i famosi Pandora Papers» (si tratta di un’inchiesta giornalistica internazionale che ha svelato le ricchezze nascoste nei paradisi fiscali da migliaia di potenti di tutto il mondo: 35 capi di Stato o di governo - tra cui il presidente ucraino - e più di 300 politici di oltre novanta nazioni).

Tuttavia si rilevava che «Zelensky rimane il leader indiscusso del Paese: secondo un sondaggio effettuato nei primi di dicembre, se le elezioni presidenziali si tenessero a stretto giro, il 23,5% degli ucraini voterebbe per il presidente in carica».

Veniva citata poi «l'intensificazione della partnership strategica con gli Stati Uniti, facilitata indubbiamente dalla nuova amministrazione guidata da Joe Biden», nonché l’incremento delle relazioni con l'Unione europea e la NATO, «ricordando ai partner occidentali la necessità di un riconoscimento pubblico della necessità di un percorso dell'Ucraina verso queste organizzazioni e cercando con insistenza il loro appoggio per contrastare l’invasione russa».

Di “invasione russa”, dunque, si parlava già il 12 gennaio; era una prospettiva concreta, prevedibile e prevista.

L’ultimo capoverso dell’articolo, infine, dava notizia delle «critiche espresse sui social dai suoi concittadini, che hanno espresso la loro indignazione per le parole del capo di stato, sottolineando come i risultati citati da Zelensky in ben 21 minuti (tra cui l’aumento delle pensioni e degli stipendi, la modernizzazione delle infrastrutture e il miglioramento dell’assistenza sanitaria) non corrispondono alla realtà e alle promesse iniziali».

Ricapitolando, si possono trarre alcune conclusioni e formulare alcune riflessioni.

1) la guerra di Zelensky contro gli oligarchi filorussi nel suo Paese evidenzia un background di problemi economici che è, verosimilmente, uno dei motivi scatenanti dell’attuale conflitto; la “denazificazione” addotta come pretesto da Putin coincide anche con una volontà russa di “ri-oligarchizzare” il Paese.

2) Zelensky, pur rimanendo fino a pochi mesi fa “il leader indiscusso”, doveva fare i conti non solo con i suoi tradizionali avversari politico-economici ma anche con molti concittadini che (come si è letto) mostravano nei suoi confronti “indignazione”. L’attacco russo ha “distratto”, come sempre avviene in questi casi, la cittadinanza dai problemi interni, in nome della doverosa resistenza all’invasore.

3) L’esplicito riavvicinamento all’America di Biden, ben prima dell’invasione russa, lascia ipotizzare che non siano mancati a Zelensky supporti di “intelligence” e consigli strategici; ed è strano che, nonostante questo, si sia parlato di un attacco “imprevisto” di Putin.

4) Lo spauracchio dell’“invasione russa” era - come si è visto - evidentissimo nelle parole di Capodanno di Zelensky; eppure in questi mesi nessuno (tanto meno l’Unione Europea e la NATO, con cui il leader ucraino auspicava “l’intensificazione delle relazioni”) ha mosso un dito per evitare lo scoppio di questo devastante conflitto.

Ora, anche se ovviamente l’aggressione russa risulta innegabile, ingiustificabile, sproporzionata, deplorevole e irresponsabile (oltre che scalcagnata nei modi e nei tempi di realizzazione), non sembra si possa negare che, finché si dà la colpa di tutto al solo Putin (per quanto bieco e ottuso tiranno), non si arriva al nocciolo della questione e non si può trovare una via d’uscita da questo tunnel.

Al tavolo di pace si dovrebbero sedere non solo Putin e Zelensky (che lo ha risollecitato in queste ore, evidentemente perché in affanno nonostante i rifornimenti bellici occidentali), ma anche i rappresentanti dell’ONU, della NATO e della UE; e non si dovrebbe delegare a personaggi come Erdogan il “merito” (ben presto ridimensionato) di favorire le trattative.

Sicuramente, poi, si dovrebbero dare una calmata alcuni leader esagitati (come il britannico Johnson) e i guerrafondai più o meno convinti di tutti i Paesi occidentali.

Ci vorrebbe qualcuno che, in questi giorni, ricordasse le parole del Mahatma Gandhi: «Occhio per occhio finisce per rendere il mondo cieco».

Mario Pintacuda



RUSSI CONTRO LA GUERRA

 


Il grido contro la guerra in Russia

Bruna Bianchi
29 Aprile 2022

I luoghi, le modalità, i messaggi, le fotografie di una protesta coraggiosa, creativa e sempre meno sotterranea

Nell’arco delle ultime tre settimane, a giudicare dalle segnalazioni raccolte da OVD-info (spazi di comunicazione indipendente), la protesta in Russia sembra essersi intensificata1. Numerosissimi sono stai i casi di persone di varie provenienze sociali e di ogni età che nei luoghi nevralgici delle città, soprattutto della capitale, hanno sostato con striscioni e cartelli, hanno tracciato iscrizioni sui muri, appeso nastri verdi (simbolo della protesta contro la guerra), indossato abiti di colore azzurro e giallo o borse e zaini con la scritta, dipinta o cucita, “Нет Войне!”, “No alla guerra”, cancellato o strappato la lettera Z da edifici e trasporti pubblici, deposto croci in memoria delle vittime di Marjupol.

1. Luoghi e modalità delle proteste

Le piazze, e soprattutto la Piazza Rossa, il Memorial, la tomba del Milite ignoto, le sedi di emittenti televisive e di istituzioni scientifiche, le chiese, le sale da concerto, i monumenti, i parchi, le vie dove compaiono manifesti di propaganda per la guerra, le stazioni delle metropolitane, le sedi dei ministeri, i centri commerciali e i supermercati, gli asili e le aule scolastiche, le finestre delle abitazioni, ogni luogo delle città è stato teatro di una forma protesta.

Nei luoghi simbolici della nazione russa o presso i luoghi del potere politico, militare o mediatico prevalgono i picchetti individuali che in qualche caso sono riusciti nell’intento di dialogare con i passanti. Il 20 aprile a Mosca un manifestante ha esposto il cartello: “Io sono per la pace e tu?”. “Sono uscita con un poster “pace”, ha detto un’altra giovane, ho svolto una sorta di campagna con le parole ‘Io sono contro la guerra in Ucraina, e tu?’”. Molte persone mi hanno risposto che anche loro erano contrarie. Con una di loro “abbiamo fatto una bella chiacchierata”. Poi sono arrivati gli agenti di polizia (Mosca, 20 aprile).

Alcune scritte esortano esplicitamente a uscire dal silenzio: “Il silenzio è indulgenza in un crimine”, o ancora: “La nostra riluttanza a conoscere la verità e il nostro silenzio ci rendono complici dei crimini”. Sono le parole apparse il 10 aprile Piazza Rossa sul poster di un membro del Consiglio del Centro per i diritti umani recentemente chiuso.

Normalmente le azioni di protesta non durano a lungo; un agente di polizia, un passante o un inquilino che assiste dalla finestra può sempre intervenire chiamando la polizia. Anche per questo motivo in molti/e si sono rivolti/e a forme di protesta anonime. Lo confermano la stampa indipendente e i comunicati di Amnesty International.

I luoghi più frequentati per le necessità della vita, come centri commerciali e supermercati, sono stati teatro di forme di protesta anonime e capillari, come la sostituzione dei cartelli dei prezzi dai prodotti con messaggi contro la guerra. Un’altra forma di diffusione del messaggio pacifista è stata quella di scrivere slogan su banconote e monete al fine di raggiungere anche le persone anziane che usano prevalentemente questo sistema di pagamento. Tali azioni, segnalate sia a Mosca che a San Pietroburgo, sono state promosse dalle femministe così come quella di apporre in vari luoghi delle città pupazzi di creta, carta o altri materiali, per lo più rossi o gialli e azzurri, con cartelli contro la guerra (fonte Amnesty).

Le immagini dei “piccoli dimostranti” sono state diffuse da “The Moscow Time” il 28 marzo nell’articolo In Russia Little Picketers Protest the War.

2. Le fotografie

I resoconti di OVD-info, necessariamente scarni, riportano le notizie essenziali: le ragioni, le circostanze e le modalità dell’arresto, e forniscono notizie sugli esiti delle detenzioni e sull’assistenza legale. Talvolta manca l’età dei dimostranti e non sempre vengono riportate nella loro interezza gli slogan su cartelli e striscioni, ma in questi casi sono le immagini a parlare di contenuti e stati d’animo. Le fotografie che ritraggono luoghi e autori della protesta, infatti, corredano spesso i resoconti. Sono scatti inviati a OVID-info per lo più dagli stessi manifestanti o da amici e famigliari. Volti, posture e sguardi comunicano il senso di sfida, la determinazione ad uscire dal silenzio, il bisogno di mostrare l’oltraggio provato per le azioni delle truppe russe in Ukraina, e soprattutto la volontà di testimoniare che queste non sono compiute “in loro nome”. Un esempio tra i tanti è quello di un giovane di Ekaterinburg che il 16 aprile ha srotolato il suo poster con la scritta “No alla guerra” ai piedi del monumento a Lenin (FOTO).

Un altro esempio del valore di testimonianza che viene attribuita all’immagine è quello di una maestra di matematica ed esponente del partito di opposizione Yabloko che il 25 febbraio ha diffuso sui social una sua fotografia che la ritrae accanto a una lavagna di un’aula scolastica dove si scorgono piccole calamite di colore giallo e azzurro. Ammonita su “ciò che le sarebbe potuto succedere” se non avesse cancellato la fotografia, al 18 aprile non l’aveva ancora fatto (FOTO) .

3. I messaggi

a) Contro Putin e il dispotismo

Gli slogan ricorrenti su muri, striscioni e manifesti sono per lo più molto semplici: “No alla guerra” o “Pace nel mondo” o semplicemente “Pace”, ma dopo l’intensificazione della violenza della guerra, i bombardamenti, le stragi, gli stupri, anche i contenuti dei messaggi che le persone scese in strada hanno voluto diffondere, insieme al loro dolore e alla loro indignazione, stanno cambiando.

Probabilmente anche a causa dell’appello per la destituzione di Putin, che ha avuto ampia circolazione e ha ottenuto molte adesioni, parole di accusa nei confronti del presidente ricorrono con grande frequenza: “Putin dimissioni”; “No a Putin”; “Stop Putin”; “Sono contro la politica del presidente”; “Putin, chi risponderà delle atrocità a Buča?”; “Tribunale per Putin, non perdoneremo”. “No alla guerra. Nessuna repressione. Niente bugie. No a Putin”. “Autorità russe! Sono contrario alla vostra aggressione sul territorio dell’Ucraina”, sono alcune delle frasi tracciate su cartelli e striscioni. L’immagine del giovane autore di quest’ultima protesta mentre viene fermato dalla polizia si può vedere all’indirizzo: (FOTO).

Esporsi all’arresto in luoghi molto frequentati è un modo per denunciare la violazione delle libertà fondamentali. Il 19 aprile Anton si è recato ad un centro commerciale di Mosca con un cartello su cui aveva scritto: “Opinion”. “Sono contrario alla guerra, ha dichiarato, e volevo dimostrare che ai giorni nostri si può essere detenuti per un’opinione”.

Il giorno successivo a Ekaterinburg un uomo è stato arrestato per aver scritto su un poster un messaggio rivolta a Putin: “È più facile coprire i tuoi fallimenti nell’economia e nella politica sociale con la guerra, è più facile derubare il tuo popolo e il tuo stato”. A Taldom una giovane studentessa è stata portata al posto di polizia per aver diffuso volantini con il volto di Putin coperto da macchie rosse (19 aprile). E ancora, sulla Piazza Rossa, è apparso il poster: “Putin è il male, svegliati Russia, perdonaci Ucraina, niente guerra, Naval’nyj libero” (13 aprile).

Nella sua dichiarazione durante il processo che lo ha condannato a nove anni di carcere il 22 marzo, il dissidente russo aveva esortato la popolazione a combattere il dispotismo perché – ha affermato citando le parole di Tolstoj – “la guerra è il prodotto del dispotismo e chi vuole combattere la guerra deve combattere il dispotismo”.

Oggi è di cruciale importanza rileggere Tolstoj, ha scritto Ani Kokobobo, docente di letteratura russa presso l’Università del Kansas, e interrogarsi su come fermare la violenza (Ani Kokobobo, How Should Dostoevski and Tolstoy Be Read during Russia’s War against Ukraine?, “The conversation, 6 aprile 2022).

È quanto molti russi continuano a fare, come colui che il 10 aprile si è recato sulla Piazza Rossa con il capolavoro del grande scrittore, Guerra e pace tra le mani (FOTO).

b) La denuncia delle falsità della propaganda e dei crimini

“La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza, ferma le distorsioni”. Con queste parole il 24 aprile a San Pietroburgo, sulla Prospettiva Nevsky, un uomo, subito arrestato, ha voluto denunciare le distorsioni della propaganda.

Sono donne e ragazze che per lo più inscenano performance per mettere in ridicolo o rovesciare i messaggi della propaganda. Il 10 aprile A Krasnodar, dopo aver appoggiato a terra il suo zaino accanto a un manifesto di propaganda che recava la scritta: “Per i nostri. Per il mondo russo”, una giovane si è distesa prona con le mani legate dietro la schiena denunciando in questo modo la natura del “mondo russo”. Durante l’azione, un uomo le si è avvicinato e ha chiamato la polizia (FOTO).

All’accusa silenziosa di Olga ha fatto eco quella di Ekaterina che una settimana più tardi a Mosca sulla Piazza Rossa ha esposto il suo cartello: “Seminare morte e distruzione nel mondo a costo della propria vita – è questo il significato del mondo russo?”.

Né mancano scritte derisorie della propaganda che vuole presentare i bombardamenti come una necessaria operazione di pace. È il caso di Arina che a Mosca il 15 aprile ha esibito un cartello con la scritta: “Bombardare per amore della pace è come scopare per amore della verginità”. L’intento canzonatorio si rispecchia nell’espressione del suo volto. (FOTO).

Nelle ultime settimane i crimini di guerra e contro l’umanità commessi in Ucraina dominano la protesta. Il 5 aprile a Ekaterinburg una ragazza ha scritto sul suo poster: “Il tuo paese sta commettendo un genocidio”. “No al nazismo russo”. A Mosca, il 21 aprile, una dipendente di Memorial, ha esposto un cartello di fronte alla sede dello Stato Maggiore con la scritta: “Non ci sono giustificazioni, non c’è perdono. Fermate immediatamente la guerra”. Sul lato sinistro erano elencate le località colpite da bombardamenti e massacri: Buča, Marjupol’, Irpin’, Gostomel, Borodjanka, Volnovacha, Charkiv, Kramators’k, Vorzel’, Chernigov, Sumy (FOTO) .

Anche il rifiuto da parte dei soldati di obbedire e di uccidere è stato ricordato con riconoscenza: il 14 aprile Sulla Piazza Rossa un’attivista è stata arrestata per uno striscione con la scritta: “Grazie a coloro che si sono rifiutati di uccidere e morire! NO GUERRA”.

La guerra, gridano le parole proferite o tracciate sui poster, è un crimine contro l’infanzia sia in Ucraina che in Russia. “I bambini hanno bisogno di pace”. “Quanti bambini devono ancora morire per fermare la guerra? (Mosca 9 aprile).

A Jasnogorsk, nella regione di Tula, una madre ha strappato la lettera Z dalle finestre di un asilo nido. Per questo, il tribunale l’ha multata di 48 mila rubli (oltre 600 euro).

L’indignazione sollevata dalle notizie sugli stupri ha portato nelle strade e nelle piazze donne e ragazze: sulla Piazza Rossa l’8 aprile una giovane ha esposto uno striscione “In questo momento, l’esercito russo sta violentando e uccidendo le donne ucraine. Ferma questa guerra!”.

Tre giorni dopo a Ufa (Repubblica di Baschiria) sul cartello di una giovane si poteva leggere: “La guerra è stupro e omicidio di donne ucraine. Guerra significa povertà e repressione in Russia”.

“Non dimenticheremo, non perdoneremo Buča” era scritto il 10 aprile su un cartello di Maria, un’attivista arrestata di fronte alla sede del ministero della Difesa tre minuti dopo la sua apparizione (FOTO).

Sono ancora le donne e le ragazze, non sappiamo se collegate alla rete femminista contro la guerra, a essere intervenute numerose denunciando le violazioni del dettato costituzionale e degli articoli del codice penale. Un esempio è quello di una giovane di Murmansk che il 16 aprile è stata arrestata per un cartello con i numeri degli articoli del codice penale: 353, 356 e 3572. I numeri erano stati spruzzati di vernice rossa e la giovane teneva in mano il codice e una rosa bianca (FOTO).

A Volgograd il 14 aprile un’attivista è stata arrestata per aver inscenato una “esibizione” in cui chiedeva l’invio di una commissione a Buča per smentire le dichiarazioni del governo che attribuisce i massacri a menzogne.

Nelle prime due settimane di aprile è continuata la deposizione di croci in ricordo dei morti di Marjupol, una protesta promossa da FAR (Feminist Anti-War Resistance) che dal 4 al 12 aprile ha installato 500 croci in 41 città. Lo testimonia una croce rinvenuta a Mosca accanto al monumento di Ivan Danilovič Černjachovskij, generale ucraino “due volte eroe dell’Unione Sovietica” morto a 38 anni (FOTO).

I morti di Marjupol sono stati ricordati anche a Tver da una donna che riuscì per circa dieci minuti a esibire un cartello “Je suis Marjupol” e raffigurava una madre nell’atto di proteggere i suoi figli (FOTO).

E c’è anche chi per le strade è sceso spinto da tragedie personali, come il giovane di Krasnodar che dall’inizio della guerra non ha più avuto notizie della sua ragazza, Kristina, che si trovava a Marjupol al momento dell’invasione.

Nonostante l’inasprimento della repressione, della sorveglianza e delle condanne; nonostante molti attivisti e attiviste abbiano lasciato il paese, le proteste, l’indignazione, gli scoppi di rabbia che si ripetono ogni giorno testimoniano l’esistenza di un movimento sotterraneo contro la guerra, coraggioso e creativo, che questa pagine di Voci di pace continueranno a seguire e al quale daranno risonanza.


[Bruna Bianchi, 26 aprile 2022]


Note

1 Pur nella difficoltà di raccogliere informazioni, questa fonte ci consente di tracciare un primo ritratto collettivo del dissenso alla guerra. Si vedano le segnalazioni in russo https://ovd.news/news/2022/02/24/akcii-v-podderzhku-naroda-ukrainy-i-protiv-voyny, più aggiornate, e quelle in inglese, Russain Protest against the War with Ukraine. A Chronicle of Events: https://ovd.news/news/2022/03/02/russian-protests-against-war-ukraine-chronicle-events. Le notizie sono inserite quotidianamente.

  • 2 Nel codice penale russo con l’art. 353 vengono incriminate le condotte finalizzate alla conduzione di una guerra di aggressione. Il successivo art. 354 punisce i pubblici incitamenti alla guerra di aggressione. L’art. 356 punisce “il comportamento crudele verso i prigionieri di guerra o la popolazione civile, la deportazione della popolazione civile, il saccheggio dei beni nazionali nei territori occupati, l’utilizzo in un conflitto armato di mezzi e metodi vietati da un trattato internazionale della Federazione Russa”. Infine l’art. 357 sanziona il crimine di genocidio e l’articolo 358 quello di ecocidio, ovvero “la distruzione di massa del mondo vegetale o animale, l’avvelenamento dell’atmosfera o delle risorse idriche ed anche il compimento di altre azioni atte a provocare una catastrofe ecologica”.


Articolo ripreso da  https://comune-info.net/il-grido-contro-la-guerra-in-russia/