30 giugno 2021

CIO' CHE SIAMO E NON SIAMO

 



Mistero eterno: ciò che siamo
e cerchiamo, non possiamo trovare:
ciò che troviamo, non siamo.

Friedrich Hölderlin, La morte di Empedocle
(tradotto da Ervino Pocar)

300 ETTARI DI GRANO ANDATI IN FUMO

 


300 ETTARI DI GRANO ANDATI A FUOCO IN SICILIA E NESSUNO NE PARLA


Giuseppe Li Rosi, uno dei protagonisti di ” Simenza” una delle esperienze più importanti del mondo dell’agricoltura siciliana, scrive sulla pagina Facebook: “Oggi un incendio ha distrutto 300 ettari di grano e poi ha attaccato anche il bosco che ancora brucia. Perdite economiche ingenti per le famiglie degli agricoltori, profonda ferita alla macchia mediterranea, animali di ogni sorta carbonizzati. Ogni anno dobbiamo fare i conti con questo tipo di azioni e ogni anno le misure sono sempre le stesse che vanno a parare in forti somme spese per gli interventi aerei. Non è questo il modo di gestire la sicurezza di una terra e dei suoi abitanti”.  Li Rosi è un produttore di grano duro (per la precisione, di grani antichi). Nel post solleva un problema serio: gli incendi che, ogni anno, colpiscono i campi di grano in Sicilia e che passano sotto silenzio. 300 ettari di grano andati in fumo è una notizia: ma nella rete che ormai tutto comunica, non c’è nessuna notizia.  Nei campi di grano che prendono fuoco non interviene nessuno: né il Corpo Forestale, né gli operai della Forestale, né la Protezione Civile, né i Vigili del Fuoco, né gli aerei antincendio. A spegnere il fuoco quando è possibile solo  gli agricoltori, che vedono sfumare un anno di lavoro e che nessuno li ripagherà.    In una Regione gestita bene dovrebbe esistere anche un servizio di prevenzione degli incendi dei campi di grano. Ma non è il caso della Regione siciliana, che non si occupa nemmeno di prevenire gli incendi nei boschi, figuriamoci nei campi di grano.

“L’incendio nella Valle dell’Anapo, patrimonio dell’Unesco,  come tutti gli incendi boschivi che ci sono stati e ci saranno in terra di Sicilia hanno un solo responsabile: la Regione siciliana. Il governo di Nello Musumeci, non essendo stato in grado di programmare i lavori boschivi secondo le necessità del ciclo biologico della natura, agisce secondo le disponibilità della cassa di cui dispone. In quest’ottica, ad oggi, sono stati  realizzati pochi ” metri quadrati di viali parafuoco” . Senza i viali parafuoco e, quindi, con le erbacce che invadono i boschi, che sono più alte e più vigorose delle stesso patrimonio boschivo, come pensano di fermare gli incendi con le alte temperature di questi giorni? Se a ciò si aggiunge che il Corpo Forestale opera con personale insufficiente, poiché i lavoratori mancanti non sono mai stati rimpiazzati, con un costo irrisorio, con i 78isti e poiché i mezzi che utilizzano sono superati della storia, visto che il Governo si impegna ad acquistare e regalare mezzi nuovi solo alla Protezione Civile, come si fa a fermare gli incendi? Purtroppo, anche per quest’anno, per responsabilità oggettiva del governo Musumeci, ad oggi, è possibile solo ridurre al minimo i rischi degli incendi ma non si possono fermare, poiché non è un problema di ordine pubblico ma di manutenzione programmata. Per ridurre i rischi di incendi bisogna inviare nei boschi immediatamente tutti i lavoratori forestali in forza al comparto, compresi i 78 isti (oltre 151isti e 101isti), in maniera da realizzare il 100x 100 dei viali parafuoco (nel 2020 ne furono realizzati solo il 45% , ossia, il massimo degli ultimi 15 anni) e presidiare i boschi. Naturalmente, bisognerebbe inoltre, rimpinguare gli addetti antincendio e dotarli di mezzi all’altezza della sfida”. Intanto mentre con il caldo afoso di queste settimane si continua mietere il grano, molti agricoltori stanno con l’ansia per paura che i loro campi di grano vanno a fuoco.

ARTICOLO ripreso da https://www.teleradiosciacca.it/300-ettari-di-grano-andati-fuoco-sicilia-e-nessuno-ne-parla/



LA MAFIA SECONDO LEONARDO SCIASCIA

 


LA MAFIA SECONDO SCIASCIA.

Domani su DIALOGHI MEDITERRANEI potrete leggere un mio articolo su questo tema. Sciascia non amava essere considerato un "mafiologo". Eppure pochi hanno scritto sul fenomeno mafioso tanto e con la sua stessa lucidità.

Pensavo inizialmente di analizzare criticamente tutto quello che l'autore del GIORNO DELLA CIVETTA ha scritto su questo tema. Ma proprio per la gran quantità di testi disponibili (dagli articoli pubblicati sulla stampa quotidiana ai saggi, dai racconti alle pieces teatrali, per non parlare delle numerose interviste rilasciate) ho deciso di procedere diversamente. Per cominciare parto dal suo primo articolo, pubblicato nel lontano 1957 sulla rivista TEMPO PRESENTE di Ignazio Silone, intitolato LA MAFIA. Come vedrete l'articolo è un vero e proprio saggio che lo stesso Sciascia riproporrà qualche anno dopo nella sua prima raccolta di saggi, PIRANDELLO E LA SICILIA (1961). Soltanto gli specialisti si sono finora occupati di questo importante testo. La maggior parte dei lettori dello scrittore di Racalmuto lo ignorano. Domani chi vorrà potrà leggerlo, ovviamente, con le mie lenti. (fv)


29 giugno 2021

MARIO PINTACUDA RICORDA UNA POESIA DI PIETRO MAGGIORE

 

Renato Guttuso – “Contadini al lavoro” (1950)


Riprendo da https://pintacuda.it/2021/06/29/sugnu-stancu-ma-sugnu-cuntentu-di-pietro-maggiore/ questo bel pezzo:

“Sugnu stancu, ma sugnu cuntentu”                  (di Pietro Maggiore)


Nella ricorrenza di San Pietro e Paolo, mentre faccio i più cari auguri a tutti i festeggiati di oggi, vorrei ricordare il più importante Pietro della mia vita, cioè Pietro Maggiore, poeta dialettale bagherese, mio cugino e grande uomo, una delle persone che hanno influito maggiormente su di me.

Pietro e io nel 1981: io avevo musicato alcune sue poesie. Con “Tarantella di ‘na vota” vincemmo il Festival della Canzone Siciliana presso Antenna Sicilia nel 1982 (presentava Pippo Baudo)

Pietro è mancato il 30 luglio 2011, ma resta intatta la sua memoria in tantissime persone che gli hanno voluto bene e ne hanno avuto immensa stima.

Nel maggio 2014, accogliendo l’invito del prof. Vito Lo Scrudato, Dirigente Scolastico del Liceo classico “Umberto I” di Palermo, tenni a scuola una conferenza commemorativa su Pietro Maggiore. In seguito pubblicai su di lui un articolo nel II numero degli “Annali del Liceo classico Internazionale Umberto I” (pp. 70-89; l’articolo si trova nel sito online dell’istituto (http://www.umbertoprimo.it/index.php/news/80-generale/316-ricordo-del-poeta-bagherese-pietro-maggiore-di-mario-pintacuda).

Tre grandi bagheresi: Renato Guttuso, Ignazio Buttitta, Pietro Maggiore
12 gennaio 1985

Rimandando a quell’articolo per un quadro più completo sulla produzione poetica di Maggiore, vorrei proporre qui una sua poesia inedita, da me recentemente pubblicata sugli Annali del Liceo classico Umberto I (http://www.umbertoprimo.it/index.php/8-news-in-primo-piano/253-annali-del-liceo-umberto-n-3-anno-2020-21).

19 luglio 1973 – Pietro con me a San Marino

La poesia si intitola “Sugnu stancu ma sugnu cuntentu” e descrive la vita faticosa dei contadini siciliani.

Pietro, laureato in Legge, non volle mai essere chiamato “dottore” o (come pure lo chiamavano) “avvocato”; si occupava della campagna, come prima aveva fatto suo padre.

Del resto, sulla sua identità reale (poeta? avvocato? agricoltore?) si interrogava anche lui: “Mi sentinu «u poeta»; / ma poeta non ci sugnu, / anchi si fazzu versi / e parru ‘n puisia. / Mi chiamanu avvocatu; / ma un sacciu com’è fattu un tribunali, / però haiu ‘na lauria in dirittu / ‘ncristallata. / Siminu, zappu, putu, nettu e spagghiu, / ma nuddu, dicu nuddu, / mi cridi campagnolu…”. [“Mi definiscono poeta; / ma poeta non lo sono, / anche si faccio versi / e parlo in poesia. / Mi chiamano avvocato; / ma non so com’è fatto un tribunale, / però ho una laurea in giurisprudenza / incorniciata. / Semino, zappo, poto, pulisco e tolgo la paglia, / ma nessuno, dico nessuno, / mi crede campagnolo”] (da “Cu sugnu”, poesia inedita).

Renato Guttuso – “Contadini al lavoro” (1950)


Ecco il testo della poesia, seguito da una mia traduzione e dal mio commento.

SUGNU STANCU MA SUGNU CUNTENTU

Sugnu stancu ma sugnu cuntentu:

lu jardinu l’haju beddu ‘ngrizzatu;

quannu mèttunu l’acqua d’a Chiana

l’arruspigghiu e mi levu u pinseri.

Sutta st’afa di suli cucenti

ci la dassi na bedda vicenna

‘cu li conchi a vìviri aceddi

senza roggiu e duluri ‘i sacchetta.

‘St’arbulicchi su’ giarni e patuti;

la fugghiama s’ammuscia a cartocciu

e lu fruttu ha la peddi arrappata

comu a facci d’un omu ‘i cent’anni.

‘St’armaluzzi su’ morti di siti,

a guardarli mi scunchi lu cori;

e si a cursu ‘un li pozzu annacquari

‘ci la portu d’a casa a quartara.

‘St’acquicedda chi scurri ‘nta conca

è tutt’oru ca trasi ‘ntra terra;

duna vita e rigogghiu a li pianti

e speranza di vita è pi mia.

Cu li junti di manu la paru

e riclamu ca scarsa è la zappa.

“’N’haju chi fari; si voli, ‘a tagghiamu!”

m’arrispunni lu zù guardianu.

Guardu dd’arbuli jarni e patuti

e nun trovu ‘u curaggiu ‘i parrari;

cu la manu mi stuju ‘u suduri

e mi pari cchiù grassa la zappa.

Chistu locu mu detti me’ patri

e cu iddu mi detti ‘u sò cori;

ogni petra e unghidda di terra,

è scuttata cu sangu e suduri.

TRADUZIONE ITALIANA – SONO STANCO MA SONO CONTENTO

Sono stanco ma sono contento: / il giardino l’ho ben avviato; / quando mettono l’acqua della Piana / lo risveglio e mi levo il pensiero. / Sotto l’afa di sole cocente / gli darei un bel turno di acqua / con le conche traboccanti / senza orologio e dolore alla tasca. / Questi alberelli sono pallidi e sofferenti; / il fogliame si ammoscia a cartoccio / e il frutto ha la pelle grinzosa / come la faccia di un uomo di cent’anni. / Queste creature sono morte di sete, / a guardarle mi si stringe il cuore; / e se di corsa non posso dargli l’acqua / gliela porto di casa la quartara. / Questa bella acqua che scorre nella canaletta / è tutto oro che entra nella terra; / dà vita e rigoglio alle piante / ed è speranza di vita per me. / Con le mani unite la ricevo / e mi lamento che il flusso dell’acqua è scarso. / “Non ho cosa fare; se vuole, la tagliamo!” / mi risponde lo “zio” guardiano. / Guardo quegli alberi pallidi e sofferenti / e non trovo il coraggio di parlare; / con la mano mi asciugo il sudore / e più abbondante mi sembra il flusso. / Questa campagna me la diede mio padre / e con quello mi diede il suo cuore; / ogni pietra ed unghia di terra, / è riscattata con sangue e sudore.

COMMENTO – Il contadino è reduce da una sfiancante giornata di lavoro ma è soddisfatto di sé: ha “avviato bene” (“beddu ‘ngrizzatu”) il suo orto (“lu jardinu”) e ora attende che sia data l’acqua, proveniente dal lago di Piana degli Albanesi, per “risvegliarlo” (“l’arruspigghiu”) e togliersi così un grosso pensiero. Nella terribile siccità e arsura dell’estate, “abbiviràri” i “giardini” è fondamentale per garantire un buon raccolto.

Sotto l’afa opprimente, ci vuole proprio “un bel turno d’acqua” (“na bedda vicenna”), con conche così traboccanti da consentire persino agli uccelli di dissetarsi (“’cu li conchi a vìviri aceddi”), senza guardare l’orologio ansiosamente e senza alcun danno economico.

Gli alberelli, in attesa dell’acqua, sono umanizzati dallo sguardo affettuoso del contadino: sono “pallidi e sofferenti” (“giarni e patuti”), con le foglie ammosciate e il frutto raggrinzito, “come la faccia di un uomo di cent’anni” (“comu a facci d’un omu ‘i cent’anni”).

La personificazione cresce e ora gli alberi sono chiamati “armaluzzi” (e qui tradurre “animaletti” mi è sembrato impossibile e ho optato per “creature”); la vista della loro sofferenza stringe il cuore, tanto che il contadino sarebbe pure disposto a correre a casa per portare alle piante almeno una quartara d’acqua, per consentirne la sopravvivenza.

Ma finalmente l’acqua arriva: scorre nella canaletta (“scurri ‘nta conca”) ed è come “oro” che entra nella terra, dà vita, rigoglio, speranza. Il lavoratore dapprima la attinge felice, a piene mani (“cu li junti di manu”), ma poi lamenta che la “zappa” dell’acqua, cioè il suo flusso, sia “scarsa”, poco abbondante. Il guardiano dell’acqua (chiamato rispettosamente “zù guardianu”) non può però venire in aiuto: o così o niente.

Di fronte all’arsura degli alberelli, di nuovo definiti “jarni e patuti”, il contadino non sa che dire (“nun trovu ‘u curaggiu ‘i parrari”); si asciuga il sudore con la mano e vede (o crede di vedere) un flusso più abbondante dell’acqua (“mi pari chhiù grassa la zappa”).

Il finale ha qualcosa di epico e lirico allo stesso tempo: l’uomo ricorda di avere ereditato quel “giardino” dal padre; e il padre “con quello mi diede il suo cuore” (“cu iddu mi detti ‘u sò cori”). Veramente, dunque, ogni sasso, ogni unghia di quella terra “è riscattata con sangue e sudore” (“è scuttata cu sangu e suduri”); ma “scuttari” in realtà significa “guadagnarsi pienamente e meritatamente” (cfr. “m’a scuttavu sta soddisfazioni!”).

La fatica è immane, ma la soddisfazione per il proprio lavoro, continuazione di secolari fatiche ancestrali, non ha prezzo.

Pietro Maggiore vince il Premio Girgenti (1991)

Un’ultima precisazione: questa poesia, come quasi tutte le composizioni di Pietro, era accompagnata da musiche di sua creazione. Per lui poesia e musica erano complementari, inscindibili. Invidiava mio padre, che era un insigne musicologo e musicista: quando Pietro inventava una melodia, lui che non conosceva la musica se non ad orecchio, chiamava lo “zio Totò” e gli canticchiava il motivetto. Allora mio padre in pochi minuti materializzava quelle note in uno spartito musicale, con tonalità, “colori”, indicazioni, tutto. “’Nca cchiù bedda mi pari accussì” (“Più bella mi pare, così”), diceva allora Pietro soddisfatto.

E io, nel rileggere oggi questa lirica, sento ancora la bellissima, pastosa e intonatissima voce di Pietro che intona i suoi versi; esistono fortunatamente le registrazioni audio di queste sue interpretazioni e ogni tanto le riascolto con vivo piacere e molta nostalgia.

28 giugno 2021

ANNA MARIA BONFIGLIO, Terra ammagata

 




Terra ammagata
terra ammagatura
Scappari scappari
si vucìa di punta a punta
nuddu si ferma
nun arresta nenti
Sangu ca scinni a lavina
sangu di patri
sangu di figghi
l’avemu a pagari
sta fedda di suli
c’annorba la vista
sta carizza magara
di unna marina
Dumani quannu agghiorna
addumannamu ‘u cuntu

(Terra di magia/terra che strega/Scappare scappare/si grida da punta a punta/nessuno si ferma/non rimane nulla/Sangue che scende a fiumana/sangue di padri/sangue di figli/dobbiamo pagare/per questa fetta di sole/che acceca/per questa carezza ammaliante/di onda marina/Domani appena sarà giorno/chiederemo il conto)
a.m.b.
(28-06-2021)

UNA POESIA DI CLARISSA ARVIZZIGNO SEGNALATA DA MAURIZIO CUCCHI

 

Clarissa Arvizzigno



Il testo pubblicato oggi su La bottega di poesia di Repubblica Milano a cura di Maurizio Cucchi.

Colgo l'occasione per ricordare che in questo blog sono già stati pubblicati in anteprima alcuni versi inediti di Clarissa. (fv)


I SILLABARI DI GOFFREDO PARISE

 



«Nella vita gli uomini fanno dei programmi perché sanno che, una volta scomparso l’autore, essi possono essere continuati da altri. In poesia è impossibile, non ci sono eredi. Così è toccato a me con questo libro: dodici anni fa giurai a me stesso, preso dalla mano della poesia, di scrivere tanti racconti sui sentimenti umani, così labili, partendo dalla A e arrivando alla Z. Sono poesie in prosa. Ma alla lettera S, nonostante i programmi, la poesia mi ha abbandonato. E a questa lettera ho dovuto fermarmi. La poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi e non ha discendenti. Mi dispiace ma è così. Un poco come la vita, soprattutto come l’amore.»

(Goffredo Parise, SILLABARI, Avvertenza, Gennaio 1982).

27 giugno 2021

E. MORIN, SAPERI, FUTURO E DESTINO UMANO

 



Saperi, futuro e destino umano

Giovanni Fioravanti
26 Giugno 2021

In un pianeta che mostra ogni giorno nuove ferite e in cui sempre più persone gridano in molti modi questo mondo non ci piace abbiamo bisogno di legare saperi frantumati in discipline. Accogliere il pensiero complesso è una sfida che parte dalla scuola ma riguarda tutti, perché condiziona il modo con il quale costruiamo le relazioni sociali. Di sicuro, la complessità non ha risposte semplici e meno che mai risolutive. Edgar Morin suggerisce di porci una domanda: che cosa significa essere umano?

L’8 luglio Edgar Morin, uno dei più grandi intellettuali contemporanei, raggiungerà il traguardo del secolo. Troppo complesso per essere preso sul serio, lui iniziatore del pensiero complesso, della necessità di una nuova conoscenza che superi la separazione dei saperi a cui siamo ancora abbarbicati, semmai rivendicata come merito del passato da una scuola incapace di preparare al pensiero della complessità. La conoscenza è avventura e la scuola è parte del territorio in cui vivere questa avventura, in cui apprendere a conoscere e a ri-conoscere la conoscenza. La palestra in cui esercitarsi fin da piccoli alla metacognizione, a interrogarsi, a nutrire la curiosità, a inseguire lo stuporeIl compito dell’istruzione non può ridursi all’angustia di formare cittadini da integrare nella società presente, né in ipotetiche società future, le categorie pedagogiche degli Stati-Nazione come le pedagogie progressive del Novecento hanno fatto il loro tempo

Morin ci rappresenta il nostro pianeta come una nave spaziale che viaggia grazie alla propulsione di quattro motori scatenati: scienza, tecnica, industria, profitto e dove nello stesso tempo la minaccia nucleare e la minaccia ecologica impongono alla umanità una comunità di destino, non c’è possibile futuro che valga la pena costruire se non riscoprendo la centralità di ogni donna e di ogni uomo, la centralità dell’intelligenza, la centralità del pensare oggi per il futuro. In gioco non è l’integrazione culturale nella propria comunità, in gioco per tutti, da ogni lato della Terra, è la vivibilità del futuro. L’asfittico obiettivo dei sistemi scolastici nazionali è soppiantato dal ben più impegnativo e difficile compito di attrezzare le giovani generazioni a vivere un futuro vivibile. L’Agenda 2030 dell’Onu è lì a ricordarcelo in ogni istante.

In questo orizzonte sa di anacronistico brandire la difesa dell’ora di lezione, della cattedra e delle discipline, come un Don Chisciotte che insegue i suoi fantasmi, come il soldato giapponese che non si arrende perché non crede che la guerra sia finita. Il tempo è scaduto da tempo e la conseguenza è non aver provveduto a farsi la cultura necessaria al ritorno alla realtà.

Da Introduzione al pensiero complesso a La testa ben fatta, dal Manifesto per cambiare l’educazione, ai Sette saperi necessari all’educazione del futuro, ormai sono più di trent’anni che Morin ci invita a riflettere sullo stato attuale dei saperi e sulle sfide che caratterizzano la nostra epoca. A richiamare soprattutto quanti hanno in mano le sorti delle future generazioni, come gli insegnanti, a prendere consapevolezza che la posta in gioco sono i nuovi problemi prodotti dalla convivenza umana, da una interdipendenza planetaria irreversibile fra le economie, le politiche, le religioni, le malattie di tutte le società umane.

Una riforma dell’insegnamento è indispensabile per poter affrontare queste sfide, a partire dalla riflessione sullo stato dei saperi frantumati in singole discipline, quando la complessità per essere indagata richiede la capacità di collegare e praticare ambiti di sapere tra loro apparentemente distanti, ma il cui dialogo, mai intuito prima, ora si manifesta prezioso per la risoluzione dei problemi, per rendere prevedibile ciò che i paradigmi precedenti ritenevano imprevedibile. Umanesimo e scienza che ancora non siamo in grado di far comunicare, di contaminare nei curricula dei nostri percorsi scolastici, come se i tempi di Vico non fossero mai tramontati, come se il crocianesimo continuasse ad essere radicato nel Dna dei nostri studi. Occorrevano le vicende di questa pandemia inattesa a svelare l’impreparazione della scienza a comunicare e la nostra incapacità a misurarci con le certezze “incerte” proprie della scienza.

La riforma dell’insegnamento è il nodo che ancora non abbiamo sciolto. Un nodo che richiede di non cessare di interrogarsi, perché la complessità non ha risposte semplici e meno che mai risolutive, l’avvento della pandemia ha certo aiutato a sgombrare le menti da ogni dubbio.

Eppure quando si innalzano peana a celebrare l’afflato erotico che abbatte le distanze tra cattedra e banco, tra docente e discente, l’impressione è di vivere in un paese in cui intellettuali e sistema formativo sono fermi al passato, non siano in grado di comprendere il presente e, tanto meno, di leggere il dopo.

Morin ci propone di porre alla base della riforma della scuola, del mestiere della scuola che è l’istruzione, il pensiero complesso, une tête bien faite. Qualcosa di più difficile, di complesso, appunto.

Insegnare a vivere. Dovevamo attrezzarci per far apprendere ai nostri studenti come si vive, ma non qui ed ora, bensì nel luogo che ancora non c’è. Una sfida da capogiro, di fronte alla quale ci siamo ritirati, trastullandoci con i banchi a rotelle e con la Dad che non è scuola. Ripiegati sui noi stessi, rispecchiati nelle certezze del passato, ci è scomparsa la cognizione del futuro, che chi ha creature da crescere non dovrebbe permettersi di perdere, ma questo è quello che è accaduto. Il dopo delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi, la loro vita futura come uscirà attrezzata dalle nostre scuole? Piena dell’ira d’Achille, degli atri muscosi e dei fori cadenti, ma vuota dell’imprevedibile, del novus che è sempre stato il modo del “moderno”.

Da sempre la missione dell’educazione è insegnare a vivere, ma è un conto farlo per vite già confezionate, altro per vite ancora da confezionare.

Morin ci suggerisce di porci una domanda che non ha spazio nei nostri programmi d’insegnamento e che riguarda ciascuno di noi: che cosa significa essere umano?

Si tratta di permettere a ciascuno di sviluppare al meglio la propria individualità, il legame con gli altri ma anche di prepararsi ad affrontare le molteplici incertezze e difficoltà del destino umano. 

E qui entra in gioco il sistema di conoscenze e dei saperi di cui le nostre scuole sono depositarie. Altro che centralità della lezione, quella lezione rischia di divenire tossica, perché a fronte della realtà che le nostre ragazze e i nostri ragazzi si troveranno a vivere il sistema delle conoscenze che le nostre scuole trasmettono è ancora troppo debole. E se debole non aiuterà certo i nostri giovani a cogliere le carenze dei loro pensieri, i buchi neri della loro mente che rischiano di rendere invisibile la complessità del reale. 

Il pericolo è che dalle nostre scuole escano giovani costretti ad affrontare il futuro a mani nude. 

Da questa pandemia abbiamo appreso che non è solo la nostra ignoranza ad aver ostacolato la comprensione di quanto è accaduto, ma soprattutto l’inadeguatezza delle conoscenze di cui disponiamo. I buchi neri nella nostra mente confermano che il nostro sistema di saperi e di pensiero non è in grado di rispondere alle sfide della complessità. 

Allora non abbiamo bisogno di docenti e di intellettuali che sottoscrivono manifesti, ma di intellettuali e professionisti della cultura in grado di promuovere una nuova conoscenza che superi la separazione dei saperi presente nella nostra epoca e che sia capace di formare insegnanti e studenti a pensare la complessità. 

Siamo in ritardo e il tempo non attende, il futuro imprevedibile è in gestazione oggi.


Docente, formatore, già dirigente scolastico, Giovanni Fioravanti vive a Ferrara. Un archivio dei suoi articoli è consultabile in questo link. Il suo ultimo libro è Scuola e apprendimento nell’epoca della conoscenza (Armando ed.), di cui è possibile leggere un paragrafo qui: La scuola e il respiro del quartiere.

Articolo ripreso da https://comune-info.net/saperi-futuro-e-destino-umano/


PANDEMIA E FEMMINISMO

 


Pandemia e femminismo

Sara Gandini
27 Giugno 2021

Molte decisioni durante la pandemia sono state prese sulla base del concetto di stupidità collettiva. Ha prevalso il sapore paternalistico, mentre la retorica che porta a sentirsi illuminati e sempre superiori agli altri ha trovato nel circo mediatico modo di moltiplicarsi. E così una volta si dà addosso ai medici, un’altra agli insegnanti, poi ai giovani, alle mamme… in un noioso festival delle generalizzazioni che non aiuta a pensare. “Bisogna fare molta attenzione a chi si prende di mira e bisogna farlo radicando la riflessione partendo da sé… – scrive Sara Gandini, epidemiologa – Bisogna lavorare negli interstizi, facendo leva sulle relazioni con persone che non rinunciano a dire la loro verità con il rischio di ritrovarsi sole, ma che al tempo stesso non rinunciano a scambiare con chi la pensa diversamente,..”. È una delle più importanti lezioni del femminismo, da mettere in pratica ogni giorno lontani dalle dinamiche di potere, ancorati e ancorate ai dubbi

Molte decisioni durante la pandemia sono state prese sulla base del concetto di stupidità collettiva. Sull’idea del popolo bue, della gente analfabeta funzionale, degli italiani incoscienti… si sono prese decisioni insensate: sono state imposte dall’alto decisioni che se lasciate ai singoli, dando fiducia al prossimo, in realtà avrebbero avuto la stessa efficacia e avrebbero aiutato a responsabilizzare.

Se ci fosse stata più fiducia nei cittadini tutta una serie di misure dal sapore paternalistico ce le saremmo risparmiateMa sia per i politici che per il nostro ego la retorica che porta a sentirsi illuminati e superiori agli altri funziona. E così si dà addosso ai medici, che sarebbero incompetenti e non sanno curare, agli insegnanti che non hanno voglia di lavorare, ai giovani incoscienti ed egoisti, ai genitori che ubbidiscono e non si ribellano, alle mamme che hanno paura di tutto, agli scienziati sempre in tv che dicono tutto e il contrario di tutto, ai giornalisti che pur di vendere la notizia utilizzano un linguaggio scandalistico lontano dalla realtà… Finisco con questa ultima affermazione perché riguarda anche me. Io per prima l’ho scritto perché ammetto di considerare i giornalisti i massimi responsabili del clima terribile generato in Italia con la pandemia. Ma in realtà anche loro ubbidiscono alle leggi del mercato, al simbolico del denaro e del potere.

Lasciatemi quindi dire che non solo queste generalizzazioni non funzionano ma non aiutano nemmeno a pensare. Rendono la situazione immodificabile in modo che il senso di impotenza cresce, funzionale a chi prende le decisioni e a chi sta davvero al potere. Infatti non tutti i giornalisti stanno a questo gioco come non tutti gli scienziati sono rapiti dal loro narcisismo e non si prendono la responsabilità di quello che affermano. Io penso che bisogna fare molta attenzione a chi si prende di mira e bisogna farlo radicando la riflessione partendo da sé… Bisogna lavorare negli interstizifacendo leva sulle relazioni con persone che puntano sull’indipendenza simbolica, che non rinunciano a dire la loro verità con il rischio di ritrovarsi sole, ma che al tempo stesso non rinunciano a scambiare con chi la pensa diversamente, con chi ha un linguaggio e competenze differenti, in un conflitto che non diventa contrapposizione e schieramento, banalizzazione con identificazione del nemico di turno, ma che implica accettare di fare spazio per la verità dell’altro, quando si vede onestà intellettuale.

Questo cerco nella mia vita, da una vita. L’ho imparato dal femminismo e cerco di metterlo in pratica nei progetti nati con la pandemia. Questa per me è l’unica strada interessante proprio perché molto ambiziosa, l’unica a mio parere efficace, lontana dalle dinamiche di potere e dalle ideologie, ma radicata alle idealità e non disposta a svenderle. Lontana da verità assolute e opportunismo ma ancorata ai dubbi. Questo è quello cerco di mettere in pratica con il collettivo che sta nascendo attorno alla pagina della “Goccia”.


Articolo pubblicato su Goccia a goccia. A scavar pietre e nutrire arcobaleni, “rubrica” quotidiana di “evidenze scientifiche epidemiologiche sui rischi di Covid-19 legati alle scuole” curata da Sara Gandini, epidemiologa e docente dell’Università Statale di Milano (direttrice dell’unità “Molecular and Pharmaco-Epidemiology” presso il dipartimento di Oncologia Sperimentale dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano)