20 novembre 2013

INCONSCIO E LINGUAGGIO IN J. LACAN





È uscita da poco la traduzione italiana degli Altri scritti di Jacques Lacan (testi riuniti da Jacques-Alain Miller, edizione italiana a cura di Antonio Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2013, pp. 624, € 34,00). Riprendiamo dal sito


Pietro Bianchi - L’Altro Lacan. Dalla struttura alla scrittura




Freud l’aveva definita una talking cure, e forse è per questo che la psicoanalisi ha sempre avuto una relazione così difficile con la parola scritta. Questo fatto è ancora più evidente quando si parla di Lacan che infatti scrisse relativamente poco durante la sua vita. Non è un caso che solitamente si identifichi lo psicoanalista francese con un seminario più che con un corpus di opere vere e proprie; o che i suoi articoli siano per lo più sbobinature di conferenze, testi pensati per presentazioni orali, o appunti di interventi; e che persino i suoi allievi ancora oggi si riferiscano alla sua esperienza intellettuale chiamandola insegnamento, sottolineandone l’aspetto orale e di formazione degli allievi. E infatti l’unica vera pubblicazione della sua vita, quella che diede una svolta alla sua fama intellettuale – il volume appunto degli Scritti, pubblicato da Seuil nel 1966 – fu reso possibile dalla volontà e dalla perseveranza di un esterno: François Wahl, che riuscì a convincere Lacan con mille sforzi della bontà del progetto. In particolare Wahl riuscì a persuaderlo del fatto che avrebbe avuto bisogno di un proprio “libro” per potersi elevare alla dignità di intellettuale pubblico. Per essere finalmente legittimato come un grande pensatore del proprio tempo.
La storia diede ragione a Wahl, e infatti gli Scritti del 1966 segnarono il definitivo successo pubblico di Jacques Lacan. Da un insegnamento quasi clandestino, per iniziati e psicoanalisti in formazione, che lo vide protagonista durante gli anni Cinquanta, la figura di Lacan diventò grazie a questa raccolta di testi quella di un intellettuale di fama mondiale. Studenti, appassionati, analizzanti e filosofi di ogni sorta cominciarono ad andare a Parigi per ascoltarlo, rinnovando radicalmente il pubblico dei suoi seminari che andò ben oltre i confini della comunità analitica. Gli Scritti sono stati per gli anni Sessanta e Settanta il testo che ha canonizzato il pensiero di Lacan e l’ha fatto conoscere al mondo, e il 1966 è dunque un anno di svolta: quello in cui Lacan diventò compiutamente Lacan. Lo ricorda anche Giacomo Contri, il suo primo traduttore italiano, che nel 1983[1] scriveva che la pubblicazione degli Scritti divide idealmente la serie dei seminari in due: quelli precedenti, più tecnici con uno stile più piano e accessibile e un’attenzione più marcata verso la clinica; e quelli successivi, dove Lacan, più consapevole dell’originalità del suo insegnamento, maturò lo stile che lo ha poi reso famoso, con un andamento più ostico e l’uso sempre più frequente di giochi di parole, omofonie e neologismi.
La produzione scritta di Lacan però non si ferma nel 1966. Anzi, nei quindici anni successivi verranno redatti alcuni tra i testi in assoluto più importanti del suo insegnamento, come Lituraterra, Lo stordito, la Proposta del 9 ottobre 1967 sullo psicoanalista della Scuola o la conferenza Joyce il Sintomo. Nel 2001 Jacques-Alain Miller colmò questa lacuna raccogliendo la quasi totalità delle pubblicazioni successive al 1966 (con l’aggiunta di una lunga sezione di articoli precedenti che non vennero inclusi negli Scritti) in un ponderoso volume di più di seicento pagine denominato Altri scritti. Ora, da qualche giorno a questa parte, questo volume è disponibile anche per il lettore italiano per i tipi di Einaudi grazie ad uno straordinario lavoro di traduzione di Antonio Di Ciaccia, che ha anche ri-tradotto e uniformato quella parte di testi che avevano già visto una pubblicazione in italiano nel corso degli anni per la rivista del Campo Freudiano La psicoanalisi. Si tratta a ben vedere di un pubblicazione di assoluta importanza e imprescindibile per chiunque si voglia avvicinare alla stagione più feconda e originale del pensiero di Lacan: quella della seconda metà degli Sessanta e del decennio dei Settanta. Basti pensare che concetti come Reale, oggetto a, nodo borromeo, discorso (dell’analista, del padrone, dell’isterica, dell’università, del capitalista), che sono ampiamente riconosciuti come “lacaniani” anche dal non specialista, sono tutti successivi alla pubblicazione degli Scritti, e che solo quattro dei tredici seminari di questa seconda fase sono già stati pubblicati in italiano. Gli Altri scritti sono dunque un’occasione unica per addentrarsi nel cosiddetto “secondo Lacan”, quello che come dice Di Ciaccia passa dall’aforisma dell’ “inconscio strutturato come un linguaggio” del suo periodo strutturalista a “l’inconscio è un apparato di godimento”. Che Lacan è dunque quello degli Altri scritti, l’altro Lacan?

L’inconscio è strutturato come un linguaggio
Per riuscire a contestualizzare questa svolta dell’insegnamento di Lacan è necessario fare un passo indietro, e ritornare proprio al 1966 e alla pubblicazione degli Scritti. Durante la redazione del volume Lacan e Wahl decisero di ordinare i testi secondo una successione cronologica, facendo tuttavia un’eccezione per il celebre Seminario su “La lettera rubata” che nonostante fosse stato pronunciato nell’aprile del 1955 (c’erano testi che risalivano agli anni Trenta) venne posto all’inizio della raccolta, quasi a mo’ di manifesto. Questo seminario rappresenta infatti una sintesi efficace della teoria dell’inconscio come effetto della presa della catena significante sul soggetto, che costituisce l’emblema del Lacan classico degli anni strutturalisti. Lacan spiega questo concetto prendendo come pretesto un racconto di Edgar Allan Poe, The purloined letter: in questa storia si narrano le vicende di una “lettera”, che senza che mai nessuno venga a saperne il contenuto, cambia completamente i rapporti di potere dei personaggi ogni volta che passa di mano. “Essere in possesso di una lettera” diventa così un’espressione efficacemente ambigua, dato che è lei, la lettera, a essere quella che tiene i personaggi per il collo. Lacan si serve di questa metafora per mettere in discussione l’idea diacronica dell’inconscio come deposito di esperienze passate e iscritte nel profondo per ribaltarne la logica: l’inconscio è una questione di superficie. È quello che è talmente in superficie (nei giochi di parole, nei doppi sensi, nei witz) che non ci si fa nemmeno troppo caso. Proprio come la lettera nel racconto di Poe, che la polizia non trova neppure dopo aver ribaltato la casa da cima a fondo per ore, perché è lì… in bella vista sul tavolo, dove uno meno se l’aspetterebbe.
L’inconscio è una conseguenza del fatto di essere intrappolati nel linguaggio, ma non si tratta di una prigione con i cancelli ben chiusi – come nella diffusissima metafora della “prigione del linguaggio” dove ci si può, alla peggio, sempre disperare nel piagnisteo della propria finitezza – semmai di un mondo carrolliano pieno di doppi fondi, di inganni, di specchi: come in Attraverso lo specchio dove c’è sempre uno scaffale vuoto nonostante la libreria continui a traboccare di cose. Il significante infatti è un’entità bizzarra, che continua a muoversi e a diventare altro-da-sé. La definizione lacaniana fondamentale di struttura è infatti quella del Corso di linguistica di Saussure: nella batteria significante “non ci sono che differenze. Di più: una differenza suppone in generale dei termini positivi tra i quali essa si stabilisce; ma nella lingua non vi sono che differenze, senza termini positivi”.[2] La batteria minima di significanti è dunque quella formata da due elementi: dove l’uno si definisce solo per il fatto di non essere l’altro (o per il fatto di essere opposto all’altro) e l’altro per non essere l’uno. Questo prima ancora che gli elementi abbiano una qualche caratteristica positiva che li possa differenziare. Il loro essere è solo quello di non essere qualcos’altro (che a sua volta non è nulla). Se dunque non ci sono che differenze, qualora cercassimo di combinarle insieme queste differenze non potremo che finire intrappolati in una catena: non appena se ne prende uno, ecco che immediatamente siamo rinviati ad un altro, e poi ad un altro e poi ad un altro… all’infinito. Appunto, il significante non fa altro che muoversi, che diventare altro-da-sé. Lacan allora lo scrive così – S1-S2, sempre in coppia, perché si tratta sempre di una catena di differenze – e per definirlo usa una formula che sembra quasi una presa in giro: “un significante è ciò che rappresenta un soggetto per un altro significante”. Si tratta a ben vedere di una non-definizione, perché per definire qualcosa usiamo nella definizione il termine stesso che dovremmo definire. L’idea è proprio quella di mettere in luce il fatto di non poterne uscire dalla catena di differenze. Dal regno del significante il soggetto non può tirarsene fuori.

Il problema dell’identificazione
Il Lacan cosiddetto “classico” degli Scritti è dunque quello dell’inconscio strutturato come un linguaggio. Questa teoria tuttavia porrà svariati problemi già negli immediati anni a seguire. Se l’esperienza dell’inconscio è infatti un’esperienza della permutabilità infinita dei significanti, del loro carattere irriducibilmente metonimico; come potrà riuscire il soggetto, preso in questa struttura di rimando continuo, ad avere una qualche identificazione? Il soggetto del desiderio inconscio ha infatti necessariamente una conformazione paradossale, perché basata sull’impossibilità di rilevare un significante che lo possa rappresentare. Lacan, ribaltando l’idea molto diffusa anche in ambiente psicoanalitico di un soggetto come definito da un’unicità particolare, lo intenderà invece come un puro vuoto e lo scriverà con una lettera S barrata, $. Il soggetto nella struttura non è niente, è solo l’intervallo del passaggio da un significante a un altro: S1 – $ – S2.
Il problema del rapporto, sempre sul filo del paradosso, che un soggetto insatura con la catena significante segnerà il grande tema lacaniano delle identificazioni simboliche che attraverserà l’insegnamento di Lacan per molti anni. Una prima soluzione sarà quella della metafora – il passaggio dalla struttura dello scivolamento orizzontale a quella dell’arresto sull’asse verticale – che clinicamente avrà le sembianze della figura paterna e poi della sua traduzione strutturale, la funzione del Nome-del-Padre. Vuol dire che il soggetto $ si tira fuori dalla catena, rilevando un meta-significante – che si chiama fallo – che permetterà di costruire un rapporto con il linguaggio basato sulla metafora, capace quindi di produrre senso e di arrestare lo scivolamento metonimico del significante. Ma dal Seminario IX – L’identificazione del 1961-1962 – anche questo processo di verticalizzazione metaforica si farà sempre più problematico. Tra quel seminario, e i due successivi – L’angoscia del 1962-1963 e I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi del 1964 – Lacan troverà il suo Al di là del principio di piacere: la catena significante non può essere considerata come una struttura statica di differenze; ha semmai le sembianze di una macchina presa da un movimento ripetitivo e impazzito (come dirà anche Deleuze in Logica del senso). Pensare che il soggetto possa stabilizzarla una volta per tutte tramite la metafora paterna è un’utopia.
Lacan approfondendo il concetto freudiano di ripetizione comprende allora che il rimando da un significante a un altro non può che essere mosso da una causa: tuttavia non si tratta della causa aristotelica sul modello del motore immobile (o del trauma originario) ma di una causalità strutturale sul modello di quella teorizzata da Althusser, una causa che non ha priorità logica ma che è sincronica alla struttura stessa. Il soggetto allora non potrà che relazionarsi alla catena significante tramite la singolarizzazione di questo oggetto che è ad un tempo interno alla catena significante ma irriducibile ad essa, e che Lacan scriverà con una lettera: a, il cosiddetto oggetto-che-causa-il-desiderio. L’analisi dell’asse verticale $ – a che Lacan svilupperà nel seminario su La logica del fantasma del 1966-1967 segnerà un nuovo passo in avanti nella teorizzazione dell’identificazione a partire proprio dalla scoperta dell’oggetto a. Ma gli elementi ormai sono stabiliti: si tratta della catena significante S1 – S2 sull’asse orizzontale, e dell’asse fantasmatico $ – a su quello verticale. La teoria dei quattro discorsi (i seminari Da un Altro all’altro del 1968-1969 e Il rovescio della psicoanalisi del 1969-1970) non farà altro che approfondire e sviluppare l’analisi di questa combinatoria.

La svolta dello scritto
La scelta di Jacques-Alain Miller di collocare in apertura degli Altri scritti un testo come Lituraterra è allora particolarmente felice, perché costituisce, come da lui stesso dichiarato, il corrispettivo del Seminario su “La lettera rubata” di questo “secondo Lacan”. L’articolo venne originariamente pubblicato sul numero 3 della rivista Littérature nell’ottobre 1971 ma fu già oggetto di una sessione del seminario dell’anno accademico precedente, quel Di un discorso che non sarebbe del sembiante che rappresenta uno dei momenti più di svolta dell’insegnamento di Lacan. Sebbene fosse stato preparato negli anni, quello del 1971 è infatti a tutti gli effetti un punto di non ritorno dove Lacan riconsidera in profondità molto del suo apparato concettuale.
L’incontro decisivo è quello con la scrittura cino-giapponese,[3] la cui pratica calligrafica permette di ripensare in modo assai innovativo la relazione tra lettera e significante. Lacan riarticola, a partire da uno studio intenso della lingua cinese che durerà per svariati anni sotto la supervisione del sinologo François Cheng, il rapporto tra soggetto, linguaggio, struttura e godimento. Lo si vede proprio in Lituraterra dove introduce la differenza tra la funzione della frontiera, che dovrebbe tracciare il confine tra due territori e quello del litorale.
La frontiera, certo, separando due territori, simbolizza che sono la stessa cosa per chi la valica, che hanno una misura comune. È il principio dell’Umwelt, che rispecchia la Innenwelt […] La lettera non è forse più propriamente… litorale, raffigurando che un intero territorio fa da frontiera per l’altro in quanto essi sono estranei al punto di non essere reciproci? Il bordo del buco di sapere, ecco ciò che essa delinea.[4]
La frontiera infatti può tracciare una linea su un territorio dividendo ciò che sta da una parte e ciò che sta dall’altra. È quel tipo di divisione che abbiamo visto operativo nelle strutture negativo-differenziali dove A è definito per non essere B, e B è definito dal fatto di non essere A. Allo stesso modo la frontiera mette in luce una relazione di reciprocità tra i due territori da lei individuati. Il litorale invece introduce un principio di relazione diverso, come è quello dell’acqua che passa avanti e indietro sulla sabbia lasciando le tracce di un confine sfumato. Lacan era insoddisfatto di come la relazione tra godimento (l’asse verticale-fantasmatico) e sapere (l’asse orizzontale della struttura significante) era stata pensata fino a quel punto, e comincia in questo scritto a farli collassare l’uno sull’altro; cioè, a introdurre la dimensione del godimento al cuore del significante.
Le conseguenze sono significative a vari livelli: una nuova rilevanza ad esempio viene assunta dal concetto di bordo che spiega bene come vengano intesi ora, nel “secondo Lacan” i rapporti tra i registri. Un esempio di bordo lo si ha nella figura topologica del nastro di Moebius dove due superfici stanno su due facce diverse eppure l’una è in continuità dell’altra. Il passaggio dall’una all’altra sarà dato da uno “scavalcamento” o piegatura – ovvero, passando da un bordo – senza che per questo venga tracciato un confine netto e distinto tra una superficie e l’altra. La lettera dello scritto costituirà allora il bordo tra il godimento e il sapere: un terreno di indistinzione dove l’uno si scontra con l’altro pur mantenendo la propria appartenenza a due ordini distinti.
Lacan, come spesso aveva fatto durante il suo insegnamento, più che introdurre dei nuovi concetti cambia radicalmente il principio della loro relazione. Il passaggio però da degli elementi che sono caratterizzati per la loro distinzione e per la loro opposizione/differenza a degli elementi che sono invece disposti su una linea di continuità è inedito. Miller lo sottolinea utilizzando espressioni insolitamente forti parlando di un Lacan che “sta demolendo la casa che si era costruito”[5] o “che sta segando il ramo su cui era seduto”[6] e facendo addirittura cenno al fatto che dire che “l’inconscio è strutturato come un linguaggio” nel 1971 voglia qualcosa di completamente diverso rispetto a quanto volesse dire nel 1953. In effetti sono anni di un profondo ripensamento che vedono Lacan non solo passare dai rapporti d’opposizione e quelli di continuità ma anche passare dallo strutturalismo alla topologia, dal significante alla lettera, da Cartesio a Spinoza, dal primato del logos giovanneo al primato della calligrafia cinese, dall’occidente all’oriente, dall’interpretazione alla formalizzazione. Ne emerge un quadro estremamente ricco e anche profondamente sperimentale, dove la psicoanalisi lacaniana verrà investita da un ripensamento davvero radicale che attraverserà tutti gli anni Settanta.

Il tratto di Shitao
Vanno letti in questo senso alcuni tra gli incontri più interessanti di questi anni: quello con l’opera di Marguerite Duras, con James Joyce, e soprattutto con il pittore cinese Shitao. È forse proprio quest’ultimo che risulta essere particolarmente significativo per sottolineare l’innovazione dell’insegnamento di Lacan sulla scrittura.[7] Lacan studiò lungamente la riflessione e la pratica di Shitao del tratto, che come dice François Cheng “non è una linea senza rilievo né un semplice contorno delle forme; esso mira a carpire la ‘linea interna’ delle cose, come anche i soffi che le animano”.[8] Il tratto di Shitao non traccia il confine tra dentro e fuori, tra pieno e vuoto, ed è quindi particolarmente adatto per una riconsiderazione degli elementi negativo-differenziali della struttura che invece sono tutti basati su una mutua esclusività (o dentro o fuori, o l’uno o l’altro).
Nella pittura cinese fortemente influenzata dalla calligrafia, si tratta invece di riuscire a “manifestare il vuoto”,[9] a renderlo presente nel movimento del tratto. Se la struttura significante non era fatta da nient’altro che da differenze, e quindi necessitava di un elemento esterno e fondativo per renderla stabile, qui si è all’interno di una logica completamente differente. Il problema non è più l’iscrizione o la fondazione, ma semmai la meta-stabilità di chi impara tramite una pragmatica a navigare in un mondo fatto di vuoto e di tanti livelli di consistenza differenti. Il tratto non rappresenta un altro-da-sé, non taglia in due, non circoscrive l’oggetto a all’esterno del significante, lo manifesta facendo toccare il simbolico e il reale. L’esecuzione del tratto non è altro che il precipitato istantaneo di un lunghissimo training dove la frontiera tra dentro e fuori viene ribaltata e superata nell’unicità del gesto. Un gesto che non è nient’altro che l’avvenuta capacità di “farsi bordo”.
La questione fondamentale è allora quella di opporre la logica della frontiera che taglia e separa a quella del bordo che invece assume fino in fondo la continuità topologica dei registri. Poco dopo Lituraterra Lacan articolerà questo problema portandolo oltre la suggestività metaforica della pittura di Shitao verso una formulazione più rigorosa. Si tratta delle celebri “formule della sessuazione” (nel seminario Ancora del 1972-1973 o nel testo incluso negli Altri scritti de Lo Stordito) dove la posizione maschile e femminile verranno non a caso descritte con termini che non sono molto diversi da quelli della frontiera e del bordo (il bisogno di delimitazione e di chiusura per la posizione maschile, e invece la capacità di navigare in un mondo che è de-totalizzato e infinito per la posizione femminile).

…verso il “terzo” Lacan
Tuttavia Lacan non si fermò neanche questa volta. Per una psicoanalisi che si scoprisse capace di superare fino in fondo lo strutturalismo negativo-differenziale e di adattarsi alle linee di continuità e consistenza dei registri ci voleva un passo ulteriore, quello dello studio e della clinica dei nodi borromei sui quali Lacan lavorò insistentemente per tutti gli ultimi anni della sua vita (e verso cui anche la stragrande maggioranza dei suoi allievi non fu disposta a seguirlo). È questo un Lacan ancora per molti versi considerato “scandaloso” e poco conosciuto, dove la svolta di cui gli Altri scritti sono testimonianza venne portata verso un approdo ancora più audace e complesso. Si tratta di una stagione che è ancora per la gran parte tutta da scrivere: se quello classico dell’ “inconscio strutturato come un linguaggio” fu il Lacan della stagione strutturalista, e quello del godimento e dell’oggetto a è il Lacan di oggi; quella dei nodi borromei è un “terza” fase che Lacan riuscì soltanto ad abbozzare nella seconda metà degli anni Settanta fino alla morte che lo colse nel 1981. Significativamente non esistono pressoché testi di questi anni (gli Altri scritti si fermano di fatto nel 1975): la scrittura venne sostituita dalla manipolazione delle superfici e dagli intrecci dei nodi. Di fronte ad un Lacan sempre più vecchio i seminari si fecero progressivamente sempre più scarni di parole fino a che le figure borromee sostituirono completamente il linguaggio. Che cosa ne sarà di questo ulteriore insegnamento di questo grande maestro della psicoanalisi non ci è dato saperlo ora: dipenderà da chi in futuro vorrà, e si dimostrerà capace, di farsi carico della sua eredità.


[1] Giacomo Contri, Avvertenza del curatore in Jacques Lacan, Il seminario. Libro XX. Ancora 1972-1973, testo stabilito da Jacques-Alain Miller, edizione italiana a cura di Giacomo Contri, trad. it. di Sergio Benvenuto e Mariella Contri, Einaudi, Torino 1983, pp. vii – ix. Il seminario è stato poi ripubblicato sempre per Einaudi nel 2011 con una nuova traduzione di Antonio Di Ciaccia e Lieselotte Longato.
[2] Ferdinand de Saussure, Corso di linguistica generale, Laterza, Roma-Bari 1978, p. 145.
[3] Sul rapporto tra Lacan e la scrittura si veda Matteo Bonazzi, Scrivere la contingenza. Esperienza, linguaggio, scrittura in Jacques Lacan, Edizioni ETS, Pisa 2009.
[4] Jacques Lacan, Altri scritti, Einaudi, Torino 2013, p. 12.
[5] Jacques Alain-Miller, “Il monologo de l’apparola” in La psicoanalisi, n. 20, 1996.
[6] Jacques Alain-Miller, I paradigmi del godimento, Astrolabio, Roma 2001.
[7] Il rapporto tra Lacan e la scrittura, la calligrafia e la pittura cinese è stato oggetto del convegno Lacan e la Cina organizzato all’Universitià di Milano-Bicocca e all’Università Statale di Milano il 17-18 ottobre 2013 dal gruppo di ricerca Orbis-Tertius, insieme all’Istituto Confucio di Milano, alla Scuola Lacaniana di Psicoanalisi e all’Istituto Freudiano. Gli atti saranno di prossima pubblicazione presso l’editore Astrolabio. Si vedano in particolare gli interventi di Daniele Tonazzo, Matteo Bonazzi e Marcello Ghilardi.
[8] François Cheng, Vide et plein. Le langage pictural chinois, Paris, Seuil 2001, p. 75.
[9] Cristiana Fanelli, Lituraterre. La lingua e la scrittura giapponese, www.freud-lacan.it/?p=759

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