LA TRAPPOLA
Nel caos in
cui è precipitato il mondo, che ha la sua massima espressione simbolica nel
genocidio come “lavoro da finire” a Gaza nel Libano e in Iran (parola di
Netanyahu) e che il cardinale Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme ha
denunciato nella sua ultima lettera pastorale come un conflitto non solo
locale, è emersa finalmente una diagnosi giusta che ci permetterebbe, se fosse
accolta, di “uscire dal pelago alla riva”. La diagnosi è che il mondo si trova
dinanzi ad una trappola, che può scattare senza che nessuno veramente lo
voglia, e che perciò, se riconosciuta, può essere evitata, e in tal caso si
potrà evitare sia la terza guerra mondiale che il collasso fisico della Terra
per la protervia dei signori finanzieri e tecnocrati del nuovo capitalismo
globale che negano l’esistenza stessa di una questione ecologica.
La trappola
consiste in questo, che ciò che finora è stata l’America, cioè la Potenza
capace di plasmare il mondo con la propria egemonia, non lo è e non può esserlo
più da sola: non che debba accadere che di Potenze ce ne sia o ce ne debba
essere un’altra al posto suo, ma accade che ce ne sia anche un’altra, o ce ne
siano altre, accanto e di fronte a lei. La trappola è che questa situazione,
invece di essere gestita con saggezza e moralità, così da permettere lo
sviluppo pacifico, pur competitivo, di tutta la comunità mondiale e la
continuazione della storia, sia gestita come una “competizione strategica”, che
deve finire necessariamente con la vittoria dell’una Potenza o dell’altra, o
delle altre, che poi vorrebbe dire la catastrofe. Quest’ultimo modo di gestire
la trappola, non riconosciuta come tale, è stato il modo esplicitamente
adottato e proclamato dagli Stati Uniti fino a Biden: tutti i documenti sulla
strategia e la difesa nazionale americana fino al 2022, teorizzavano la
“competizione strategica”, anche militare, con le altre Potenze, prima
attraverso l’annichilimento della Russia (da ridurre alla “condizione di
paria”: Biden), poi e infine con la sconfitta della Cina (anche con la guerra,
se inevitabile), guidando una coalizione estesa a tutto il mondo, definito come
“Occidente allargato”, dall’Atlantico all’Indo-pacifico; il primo modo di
vivere la trappola è invece quello che Xi Jin Ping e la Cina hanno proposto
agli americani, a cominciare da Obama, e che ora il presidente cinese ha
ripetuto a Trump in visita a Pechino, citando “la trappola di Tucidide”. Essa
si riferisce alle guerre del Peloponneso, nel V secolo avanti Cristo, quando la
potenza crescente di Atene entrando in conflitto con la nuova potenza
ascendente di Sparta, provocò quelle guerre che furono devastanti per tutta la
Grecia (“il più grande sommovimento che sia mai avvenuto fra i Greci e, per
così dire, anche per la maggior parte degli uomini”, secondo lo storico greco).
Oggi è chiaro che l’allusione riguarda gli Stati Uniti, il cui dominio non è
più esclusivo, e la Cina, e la Russia, e gli altri Paesi del BRICS, dal Brasile
all’India, al Sudafrica, che sono, anche se non militarmente, in ascesa, e
lottano per avere il loro giusto posto nel mondo. Il bello è che la trappola di
Tucidide non è stata tirata fuori da Xi Jin Ping, come se fosse una teoria
cinese, ma è stata tirata fuori da uno storico americano, Graham Allison già
nel 2012 in un articolo per il Financial Times, e poi in un libro divenuto
famoso “Destined for war” (tradotto in Italia da Feltrinelli), come monito,
naturalmente inascoltato, rivolto agli Stati Uniti, e non solo alla Casa
Bianca, ma allo stesso “complesso militare industriale” che è l’ossatura degli
Stati Uniti e su cui a suo tempo aveva gettato l’allarme il presidente e
vincitore della seconda guerra mondiale, Dwight Eisenhower. Spiegava lo storico
americano che quando si verifica questa situazione dell’incontro tra potenze
declinanti e potenze in ascesa, scatta una trappola che fa sì che anche un
incidente di percorso, come l’assassinio di un granduca, può provocare una
catastrofe, come appunto successe con la prima guerra mondiale; solo che nel V
secolo avanti Cristo ci andò di mezzo la Grecia, nel 1915-18 ci andò di mezzo
il mondo, tanto che la guerra per la prima volta fu definita mondiale, e oggi
ci può andare di mezzo la Terra stessa e l’intero mondo umano, come qualcuno,
da papa Francesco a Leone XIV non si stanca di ammonire (“non si chiami difesa
il riarmo”: il Papa), ed è dalla fonte americana che ora Xi Jin Ping cita
questo precedente storico.
Ora la
novità è che Trump, il bullo, lo psicotico, il falso Messia, il folle di
Nietzsche, ha scoperto che Biden è stato il peggior presidente degli Stati
Uniti (siamo d’accordo) e senza saperlo, e per motivi anche perversi, potrebbe
non scambiare la trappola con il “fare più grande l’America” e paradossalmente
ascoltare la lezione del leader della Cina, la cui cultura, come si dovrebbe
sapere dai tempi del “Celeste Impero”, è quella dell’armonia, checché ciò
voglia dire. La risposta balbettante di Trump al discorso di Xi (“abbiamo avuto
un’accoglienza magnifica”), fa pensare che Trump avverta di non avere la forza
per vincere la “competizione strategica” e per istinto, non per saggezza,
cerchi di non cadere nella trappola; altrimenti il segretario di Stato Rubio,
quando pochi giorni fa è venuto a Roma, non avrebbe detto, papale papale, quasi
per caso, che “Trump non vuole perdere tempo con l’Ucraina”. Questo significa
che non vuole occuparsi di una guerra come quelle di ieri, in cui sono in gioco
i confini o i regimi, di cui non gli importa nulla, mentre si preoccupa
moltissimo della sua guerra di oggi, quella con l’Iran, che sta perdendo e la
cui vera posta in gioco è il petrolio, l’energia, un mondo che continui ad
andare avanti con la tecnologia e con la fionda nucleare come condizione per la
riproduzione della ricchezza. Infatti Trump sostiene il “negazionismo
climatico” e condanna la transizione energetica come una “truffa” e una
“bufala”. Questo diventa il vero problema, la vera posta in gioco di oggi, che
è la salvezza della Terra. Una condizione nuova in cui la vera destra, i
sovranisti, il complesso tecnico-militare-industriale, i reazionari sono la
conservazione del mondo com’è e come si sta distruggendo, mentre la sinistra
che ancora non c’è, i rivoluzionari, i filantropi o umanisti sono quelli che
lottano per la difesa del clima, le energie rinnovabili, il vero “mai più” ai
genocidi e la libera migrazione dei popoli su una Terra di tutti.
Staremo a
vedere. Ma certo la speranza nasce quando dalle nebbie dell’arroganza e
dell’incultura si accende la piccola luce di una diagnosi giusta.
RANIERO LA VALLE
