Diego Motta
Le città del Sud, i giovani e la difesa della Costituzione: ecco perché ha
vinto il “no”
Avvenire, 24 marzo 2026
Una nuova
“questione meridionale” si aggira per l’Italia. Il “no” ha fatto il pieno nelle
regioni del Mezzogiorno, tanto temute alla vigilia dalla maggioranza di
governo. I numeri sono impressionanti e descrivono una valanga di voti contrari
alla riforma, che è partita nelle grandi città e ha dilagato un po’
ovunque: a Napoli i contrari alla riforma sono stati addirittura il
75%, a Palermo il 69%, a Bari il 62%, a Roma il 60%. Il traino sulle Regioni è
stato fortissimo e ha pesato, in percentuale, ancor di più di quello, in un
certo modo scontato, delle cosiddette regioni “rosse”, Emilia Romagna e
Toscana, peraltro decisive nella fase iniziale della campagna elettorale,
quando questi territori hanno creato la base e il mood necessario
per la rimonta, visto il vantaggio iniziale favorevole allo schieramento del
"sì". Anche Genova e Torino (in entrambi i casi il “no" ha
raggiunto il 64%) e la stessa Milano (58% per i “no”) hanno confermato che
l’ostacolo più grosso alla riforma è arrivato dalle metropoli.
L’effetto
giovani sul voto
Emblematico
è il dato delle regioni del Sud: il “no” in Campania ha superato il 65%, in
Sicilia il 60%, poco sotto si sono fermate anche Sardegna e Puglia.
«L’opposizione è riuscita a mobilitare il proprio elettorato, a differenza
dell’esecutivo. C’è una motivazione storica legata ai comportamenti elettorali
– spiega il politologo Marco Valbruzzi, che insegna all’Università di
Napoli - : il centrosinistra nei centri urbani del Meridione ha una
rete consolidata che funziona, spesso legata alla società civile. È
un’appartenenza prepolitica, che è servita molto in questi casi. Di converso,
invece, il centrodestra non è riuscito a intercettare l’elettorato
marginale, che nelle aree interne non ha trovato buoni motivi per recarsi ai
seggi: non c’era una spinta sociale favorevole in queste zone del Paese, forse
anche per via di una situazione economica che si è fatta via via più negativa
nell’ultimo periodo». L’ultimo paradosso è stato proprio questo: nella
consultazione che ha segnato il risveglio della partecipazione, con
un’affluenza superiore al 58%, l’esecutivo ha finito per pagare l’assenza dai
seggi della sua base, in un territorio enorme e poco presidiato, come il Sud
del Paese. L’alta affluenza del Nord, che ha visto il “sì” prevalere in
Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia, non è bastata per compensare la fuga
verso il “no” del Centro-Sud. È accaduto come nel 2006, ai tempi del referendum
sulla cosiddetta devolution di bossiana memoria: l’asse
lombardo-veneto (cui si è aggiunto in questa tornata il Friuli-Venezia Giulia)
è rimasto l’ultima roccaforte, la vera trincea da cui affrontare la battaglia
elettorale. Eppure dall’analisi dei flussi elettorali emerge anche un altro
dato rilevante dentro i partiti: secondo il consorzio Opinio Italia, la quota
di dissenso dentro le forze della maggioranza è stata alta, più del
previsto. In Forza Italia, il 17,9% ha votato “no”, in Fratelli
d’Italia più dell’11%, nella Lega il 14%: è il segnale di una maggioranza
tutt’altro che coesa sui temi della giustizia. Interessante anche la stima
sull’età dei votanti: tra i 18 e i 34 anni si sono espressi al 61,1% per il
“no” e al 38,9% per il "sì", tra i 35 e 54 anni il 53,3% ha votato
"no" e il 46,7% "sì"; oltre i 55 anni la forbice si
assottiglia (il 49,3% si è schierato per il “no”, il 50,7% per il “sì”).
Lo spirito
girotondino
Poi ci sono
le ragioni legate alla stagione politica che stiamo vivendo, che non vanno
ovviamente sottovalutate. Il 61% di chi ha votato “no” lo ha fatto
perché non voleva che si modificasse la Costituzione, secondo gli instant poll
di YouTrend. «Un pezzo di società civile, con lo spirito che una volta avremmo
definito girotondino, è riemerso per avvisare il Palazzo – continua Valbruzzi
-: non si tocchi la Carta e, al limite, se proprio di revisione costituzionale
dobbiamo parlare, si pensi a un percorso condiviso». C’è stato dunque un
richiamo della foresta anche per tanti elettori incerti sul da farsi: nel
dubbio, meglio andare e votare “no”. Per questo, l’impressionante impegno,
televisivo e non solo, della premier Meloni alla fine «non ha spostato nulla»:
ha risvegliato e galvanizzato i suoi, ma ha fatto altrettanto con chi stava
all’opposizione. «L’unico effetto che ha sortito è stato quello di portare
più gente al voto, scaldando il clima della competizione». Partita per non
politicizzare la contesa, la premier è così finita in trappola. Non è detto
adesso che il voto del referendum sia sovrapponibile a quello delle prossime
Politiche, anzi. «Dobbiamo entrare nella dimensione del voto d’opinione, che è
diverso da quello d’appartenenza ideologica. Ad esempio - osserva Valbruzzi –
la sovraesposizione degli esponenti della sinistra per il “sì” è stata evidente
e alla fine ha spostato poco. Ora si tratterà di vedere se lo schieramento del
“no” diventerà anche il Campo largo del “no”. Quel che è certo è che Meloni
finirà la legislatura da “anatra zoppa”. In fondo, per lei, il referendum è
stato come il voto di mid term e l’ha perso».

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