“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.” Antonio Gramsci
25 gennaio 2012
Vincenzo Consolo su Girolamo Li Causi
Il bel commento di Cartabaggiana al precedente post mi spinge a fare alcune precisazioni. Leonardo Sciascia amava dire: “ in Sicilia c'è la mafia, ma la Sicilia non è la mafia”. Confondere la Sicilia con la mafia è stupido. Ma far finta di non vederla è peggio.
La Sicilia non ha prodotto solo mafia. Gran parte della letteratura e dell’arte del 900 si deve ad autori siciliani. Riconoscere questa verità senza cadere nell’ideologia sicilianista è stato il grande merito di Sciascia e Consolo.
Oggi rileggiamo una pagina dello scrittore di S. Agata Militello che ricorda un uomo che ha rappresentato l’onore della nostra isola in tempi ancora più duri di quelli che viviamo oggi.
" Torino, Milano, Termini Imerese, Mirafiori, Arese, Sicilfiat: questa l'unione tra Nord e Sud, questa catena di solidarietà per la crisi della Fiat, per il baratro che a causa della crisi si è aperto davanti agli operai, questa unione, questa solidarietà che oggi con più forza si manifesta, non è certo nuova, ma ha una sua storia. Nel 1892, quando dai Circoli degli zolfatari e dalle prime Società operaie nacquero in Sicilia i Fasci socialisti dei lavoratori, e quando nel 1893 a Grotte, un paesino in provincia di Agrigento (paese di Francesco Ingrao, un valoroso garibaldino nonno di Pietro Ingrao), si tenne il primo congresso dei minatori organizzato dai Fasci arrivarono, in quello sperduto paese, operai di Torino e di Milano per dare sostegno, esprimere solidarietà ai lavoratori siciliani. Alla fine di quel 1893 e ai primi del '94, scoppiarono in vari paesi di contadini e di zolfatari tumulti che vennero atrocemente repressi: nelle stragi di Caltavaturo e di Marineo ci furono 92 morti tra i dimostranti e un solo morto tra le forze dell'ordine. La conseguenza fu quindi l'invio in Sicilia, da parte del governo, del Commissario straordinario Morra di Lavriano e la dichiarazione dello stato di assedio dell'isola, i frutti, gli arresti in massa e le condanne indiscriminate da parte dei tribunali militari. Così il presidente del Consiglio, Francesco Crispi, inaugurava la serie siciliana di uomini di governo e di poliziotti che si sono incaricati di portare militarmente «ordine» nell'isola e di dare tranquillità al potere. Ma gli eccidi succeduti ai tumulti e la sconfitta dei Fasci turbarono la coscienza di molti, indignarono i più consapevoli. I socialisti siciliani per primi: Garibaldi Bosco, De Felice Giuffrida, Napoleone Colajanni, Nicola Barbato, Ciaccio Montalto... E i «continentali»: Prampolini, Agnini, Badaloni, Berenini, Ferri... Indignarono soprattutto gli operai delle fabbriche del Nord. La maggior parte della popolazione rimaneva invece indifferente. Si svegliava, quella popolazione, quando cinque anni dopo, nel '99, il generale Bava Beccaris faceva sparare i suoi cannoni contro i dimostranti per le strade di Milano. Negli anni Venti, si stabilisce ancora un singolare legame tra alcuni operai del Nord e uno straordinario personaggio di Termini Imerese: Girolamo Li Causi. Il giovane Mommo, in occasione della Targa Florio, la corsa automobilistica che si svolgeva sulle Madonie, vi si recava, come tanti altri giovani, per assistervi. E là, nel paese di Cerda, parlava, conversava con gli operai specializzati che erano lì giunti dal Nord per mettere a punto le macchine da corsa. Attraverso quelle conversazioni avvenne la prima educazione politica di Girolamo Li Causi. Educazione che lo porterà poi alla militanza antifascista e per cui sconterà tredici anni di carcere a Ventotene. Dopo la Liberazione, Li Causi ritorna in Sicilia per riorganizzare il Partito Comunista e la campagna per le prime elezioni regionali del 1947. Durante quella campagna, osa sfidare, con un comizio a Villalba, il terribile capo mafia Calogero Vizzini. I cui picciotti sparano a Li Causi e ai suoi compagni ferendoli. Nell'imperversare nell'isola, quell'anno, dei Comitati civici di Gedda e dei vari «microfoni di Dio», come il celebre padre Lombardi e il meno celebre frate francescano Alessandrini, poteva comunque capitare di sentire la voce di Li Causi in qualche sperduto paese siciliano. Come nel mio. Giovinetto, ho ancora vivido il ricordo di questo strano oratore, privo di palco e di microfono, che una domenica mattina, da sopra il muricciolo di una piazzetta, parlava a un gruppetto di contadini. Passando per quella piazzetta, incuriosito, mi unii al gruppo di ascoltatori. E udii per la prima volta, dalla voce di quell'uomo, argomenti nuovi e giusti. Da quell'uomo sul muretto che si esprimeva in dialetto siciliano.
Vincenzo Consolo, L' unità 7 gennaio 2003
24 gennaio 2012
Disonore di Sicilia...
Vincenzo Consolo merita di essere ricordato per sempre. Abbiamo cominciato a farlo con l’aiuto di Roberto Saviano e di Rosella Corrado. Oggi lo facciamo usando le sue stesse parole pubblicate su un giornale che pochi leggono. Qualcuno noterà che i nomi dei governanti cui si fa riferimento sono cambiati. Ma il popolo siciliano da tempo immemorabile sa che i musicanti cancianu, ma la musica è sempri la stissa.
Disonore di Sicilia
Ci risiamo! Da un po' di tempo non sentivamo più cantare il famoso motivetto sulle persone che dicono di mafia e che quindi infamano, infangano la Sicilia, oltraggiano il suo onore. Oggi il motivetto l'ha cantato, con grazia, con limpida deliziosa voce l'eccellentissimo, stimatissimo signor Governatore di Sicilia onorevole Totò Cuffaro. A lui hanno fatto poi eco o controcanto, con voci profonde, basse, il sindaco o il marshkalk, cioè il maniscalco, per dirla alla tedesca, della città di Catania, dott. Umberto Scapagnini, medico del nostro beneamato Premier onorevole Silvio Berlusconi, i ministri del governo nazionale Enrico La Loggia e Carlo Giovanardi. Che cosa ha messo in moto, come quegli uccelletti in gabbia, quegli automates, a cui si dà la corda e cominciano a cinguettare, quell'assolo di Cuffaro e quel coro di politici? La trasmissione di RaiTre della giornalista Milena Gabanelli, in cui, l'impudente!, ha osato trattare il tema della mafia siciliana e del «pizzo» che ad essa mafia devono pagare gli imprenditori (non tutti, non tutti, per carità!).
Il motivetto contro gli infamatori della Sicilia è stato composto molti anni fa da un famoso «musicista» che si chiamava nientedimeno Luigi Capuana. Alla pubblicazione dell'Inchiesta in Sicilia del 1876, dei due studiosi Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, in cui si parlava - si scriveva - di malavita e di mafia, rispondeva il Capuana con il libello La Sicilia e il brigantaggio. Ispirandosi dalla definizione estetica che della mafia aveva dato l'etnologo Giuseppe Pitré (bellezza, coscienza d'essere uomo, sicurezza d'animo, baldanza), alludendo all'inchiesta di Franchetti e Sonnino, così scriveva Capuana: «Ma il cliché della mafia siciliana è fatto da un pezzo, ma la stampa a colori di una mostruosa mafia-piovra, dai mille viscidi tentacoli avvolgenti e stringenti da un capo all'altro la Sicilia, è già stata tirata a migliaia e migliaia di copie...». Ecco che compare per la prima volta la similitudine mafia-piovra, sia pure in senso antifrastico. È quindi lo sceneggiato televisivo La Piovra che, hanno detto alcuni esimi politici, disonora la Sicilia, l'Italia. Disonorano, danneggiano la Sicilia gli scrittori, i registi o i saggisti che trattano di mafia. Vittorio Emanuele Orlando si scagliava contro chi parlava di mafia, e il cardinale di Palermo, Ernesto Ruffini, diceva che Danilo Dolci e il Gattopardo (oltre la mafia) disonoravano la Sicilia. Quel cardinale che procedeva nella processione del Corpus Domini con ai lati gli onorevoli Vito Ciancimino e Salvo Lima. Ma cos'è tutto questo parlare e parlare di mafia, parlare del traffico di droga e di armi, di riciclaggio di denaro sporco e di tanti altri immondi traffici, parlare soprattutto della sequela infinita dei morti ammazzati dalla mafia? Finiamola!, dicono certi politici, finiamola dice il gran Governatore di Sicilia onorevole Totò Cuffaro. Una Lega bisognerebbe istituire per la difesa del buon nome della Sicilia, come quella americana per la difesa del buon nome dell'Italia, frequentata dal famoso banchiere Michele Sindona. «Sicilia! Tutto il resto in ombra» recita lo slogan pubblicitario promosso dall'Assessorato al Turismo della Regione Siciliana. Ed è vero: fuori dalla Sicilia, tutto schifio è!».
Vincenzo Consolo su L’UNITA' del 20 gennaio 2005
22 gennaio 2012
Ricordo di Vincenzo Consolo
Pubblico con grande piacere il ricordo personale di Vincenzo Consolo inviatomi un’ora fa da una carissima amica, Rosella Corrado:
Si è spento a Milano il 21 gennaio lo scrittore Vincenzo Consolo, nato a Sant’Agata di Militello nel 1933. Prima che un grande scrittore desidero ricordare un grande uomo, la cui scomparsa ci rattrista profondamente. Non mi compete alcuna considerazione critica sulla sua originalissima opera narrativa, caratterizzata dalla memoria storica e dalla ricerca e sperimentazione linguistica. Il mio è un ricordo personale, il ricordo di una insegnante che ha avuto modo di conoscere Vincenzo Consolo e ascoltarlo insieme agli alunni dell' ITI VOLTA di Palermo in alcuni incontri rivolti agli studenti.
Due le occasioni più significative. Il 18 febbraio del 1999 al Centro Educativo Ignaziano durante la giornata “I giovani incontrano Consolo”, lo scrittore si è generosamente speso per rispondere alle domande degli studenti sulla sua opera e sui problemi del presente storico, in particolare le nuove rotte dell’emigrazione.
Nel dicembre 2009 a Palermo, presso il cinema Marconi, la proiezione riservata alle scuole del film documentario L’isola in me, viaggio con Vincenzo Consolo, ha alimentato un vivace dibattito, con lo scrittore e la regista De Falco, sui temi dell'emigrazione verso il Nord, la vita dei minatori delle zolfare, la fine del mondo contadino, l’industrializzazione e le devastazioni del territorio, i terremoti e le selvagge ricostruzioni, le stragi mafiose di ieri e di oggi.
Consolo - la cui scrittura è, per scelta poetica, colta e spesso ardua – ha dialogato con i ragazzi con linguaggio semplice, instancabile disponibilità, profonda umanità. La sua lezione letteraria ha saputo catturare l'attenzione dei giovani intrecciando l’amore per i grandi siciliani del passato da Verga, Pirandello, Vittorini fino a Sciascia con l’analisi della realtà contemporanea e della cronaca sociale e politica.
Era piacevole ascoltare Vincenzo Consolo, il suo modo pacato e appassionato di raccontare e la naturalezza nel suscitare riflessioni, curiosità, offrire stimoli, aprire orizzonti culturali. Era persona semplice, di grande umanità, vastissima cultura e uno dei pochi intellettuali veramente impegnati nella vita civile. Un grande maestro la cui lezione è stata appresa e viene costantemente messa in pratica dal suo allievo più noto al grande pubblico: Roberto Saviano.
A Salina, nel settembre 2008, in occasione del Festival del Documentario narrativo, Consolo ha ricordato come il giovanissimo Saviano, ancora sconosciuto, si sia recato a Milano e abbia timidamente cercato di conoscerlo. Ne è nata un’amicizia, fondata sulla limpidezza dei caratteri umani, sulla comune visione del ruolo dello scrittore come civis prima che artista e della letteratura come strumento di conoscenza e di denuncia dei mali sociali. Non a caso li univa anche un profondo e sofferto attaccamento alla terra di origine: la Sicilia per Consolo e la Campania per Saviano.
Summa poetica dell’amore per la Sicilia è il citato film documentario di Ludovica Tortora De Falco L’isola in me, in viaggio con Vincenzo Consolo, dove il racconto dell'isola, lo stupore per la bellezza dei suoi luoghi naturali e archeologici, la sofferenza per la barbarie presente, lo struggimento per la temuta irredimibilità emergono attraverso la mediazione dei testi narrativi dello scrittore.
Dopo avere annunciato nel 2008 l’abbandono della narrativa, Consolo si è voluto dedicare alla saggistica e al giornalismo, e soprattutto ha voluto mantenere vivo il dialogo con gli studenti della sua terra aderendo al progetto Consolo incontra le scuole del 2009.
Ci mancheranno la sua voce chiara, il coraggio delle idee, la passione civile. Ed anche il suo sguardo severo sul presente, privo di attitudini consolatorie, e tuttavia fiducioso nelle nuove generazioni.
Due le occasioni più significative. Il 18 febbraio del 1999 al Centro Educativo Ignaziano durante la giornata “I giovani incontrano Consolo”, lo scrittore si è generosamente speso per rispondere alle domande degli studenti sulla sua opera e sui problemi del presente storico, in particolare le nuove rotte dell’emigrazione.
Nel dicembre 2009 a Palermo, presso il cinema Marconi, la proiezione riservata alle scuole del film documentario L’isola in me, viaggio con Vincenzo Consolo, ha alimentato un vivace dibattito, con lo scrittore e la regista De Falco, sui temi dell'emigrazione verso il Nord, la vita dei minatori delle zolfare, la fine del mondo contadino, l’industrializzazione e le devastazioni del territorio, i terremoti e le selvagge ricostruzioni, le stragi mafiose di ieri e di oggi.
Consolo - la cui scrittura è, per scelta poetica, colta e spesso ardua – ha dialogato con i ragazzi con linguaggio semplice, instancabile disponibilità, profonda umanità. La sua lezione letteraria ha saputo catturare l'attenzione dei giovani intrecciando l’amore per i grandi siciliani del passato da Verga, Pirandello, Vittorini fino a Sciascia con l’analisi della realtà contemporanea e della cronaca sociale e politica.
Era piacevole ascoltare Vincenzo Consolo, il suo modo pacato e appassionato di raccontare e la naturalezza nel suscitare riflessioni, curiosità, offrire stimoli, aprire orizzonti culturali. Era persona semplice, di grande umanità, vastissima cultura e uno dei pochi intellettuali veramente impegnati nella vita civile. Un grande maestro la cui lezione è stata appresa e viene costantemente messa in pratica dal suo allievo più noto al grande pubblico: Roberto Saviano.
A Salina, nel settembre 2008, in occasione del Festival del Documentario narrativo, Consolo ha ricordato come il giovanissimo Saviano, ancora sconosciuto, si sia recato a Milano e abbia timidamente cercato di conoscerlo. Ne è nata un’amicizia, fondata sulla limpidezza dei caratteri umani, sulla comune visione del ruolo dello scrittore come civis prima che artista e della letteratura come strumento di conoscenza e di denuncia dei mali sociali. Non a caso li univa anche un profondo e sofferto attaccamento alla terra di origine: la Sicilia per Consolo e la Campania per Saviano.
Summa poetica dell’amore per la Sicilia è il citato film documentario di Ludovica Tortora De Falco L’isola in me, in viaggio con Vincenzo Consolo, dove il racconto dell'isola, lo stupore per la bellezza dei suoi luoghi naturali e archeologici, la sofferenza per la barbarie presente, lo struggimento per la temuta irredimibilità emergono attraverso la mediazione dei testi narrativi dello scrittore.
Dopo avere annunciato nel 2008 l’abbandono della narrativa, Consolo si è voluto dedicare alla saggistica e al giornalismo, e soprattutto ha voluto mantenere vivo il dialogo con gli studenti della sua terra aderendo al progetto Consolo incontra le scuole del 2009.
Ci mancheranno la sua voce chiara, il coraggio delle idee, la passione civile. Ed anche il suo sguardo severo sul presente, privo di attitudini consolatorie, e tuttavia fiducioso nelle nuove generazioni.
Rosella Corrado
21 gennaio 2012
Si è spento il sorriso di Vincenzo Consolo
Ho appreso da pochi minuti la notizia della morte di Vincenzo Consolo. L’Italia perde un grande scrittore ed io un amico. Avrò modo di tornare a parlare dell'uomo e dei suoi libri. Stasera mi limito a ricordarlo con le parole scritte da Roberto Saviano all’inizio della sua carriera:
Per me Vincenzo Consolo è un maestro. Il meridionalismo di Consolo è la lettura di un paese incompleto. E nel Sud trova i motivi di ciò che nel paese non è, non è stato e rischia di non essere! Mi rivolgo ai ragazzi: al di là delle letture accademiche, Consolo racconta il nostro destino, quella condizione umana cha la condizione meridionale tanto rappresenta. Come scrive George Orwell: «Voglio raccontare il vero, senza rinunciare al bello!». Il Mandralisca è tormentato dalla paura di non essere altro che un intellettuale, e questo intellettuale deve giustificare se stesso, essere intellettuale può essere una condizione deprimente nella misura in cui la parola non riesce a mutare ciò che racconta, e di questo tormento credo sia pieno Consolo stesso. Chi sfregia il volto de Il sorriso dell'ignoto marinaio è l'autore stesso, che odia quel sorriso ammiccante, che non si rende conto della situazione umana, non si rende conto perché può rendersene conto. Secondo me, quello che diceva Giustino Fortunato sul meridionalismo, ossia che al Sud esiste una democrazia monca, Consolo lo riafferma nella misura in cui l'intellettuale non deve parlare per conto di coloro che non sono in gradi di esprimersi, ma al contrario deve fare in modo che questa umanità si esprima. Il nobile possiede la grammatica e riesce a dare la sua versione ufficiale delle cose e, l'intellettuale ingenuamente crede di poter usare la stessa grammatica per raccontare invece una storia altra da quella del potere. Una volta chiesi a Consolo per lettera quale dovesse essere il mio percorso di scrittura, ovviamente, non rispose alla lettera, poi quando c'incontrammo mi disse: «Devi usare una lingua che non sia una lingua del potere, una scrittura che sappia capire la verità». Io credo che Consolo non sia affatto un pessimista, ma uno scrittore che ha la malinconia di tutti gli scrittori che considerano la verità una necessità della loro scrittura.
Roberto Saviano su L’Unità del 9 ottobre 2006.
Appunti sul movimento dei forconi
Non sono ancora chiari i veri obiettivi che perseguono i leaders del variopinto Movimento dei forconi e di Forza d’urto ( questi nomi, forse, dicono di più dei loro stessi proclami) che hanno bloccato per una settimana la circolazione delle merci in Sicilia. Eppure questo movimento - nonostante la scarsa credibilità di alcuni suoi leaders legati al vecchio sistema di potere che ha avuto, come massime espressioni politiche, Cuffaro e Lombardo a Palermo e Silvio Berlusconi a Roma – sta dimostrando di essere capace di raccogliere un grande consenso popolare. Ecco perché mi sembra interessante proporre una lettura controcorrente del movimento fatta da Pietro Ancona che, anche se può apparire discutibile in alcuni punti, fa riflettere:
“ La sinistra che legge il Manifesto e Liberazione è critica verso il movimento dei forconi che sta scuotendo dalle fondamenta la Sicilia. Le organizzazioni sindacali dei lavoratori a cominciare dalla mia CGIL esprimono giudizi negativi e dubbi dietrologici sul cui prodest del movimento che accomuna contadini operai disoccupati autotrasportatori.
Insomma il mondo ufficiale della politica e del sindacato prende le distanze e, con la puzza sotto il naso, condanna. A mio parere commette un errore che non sarà perdonato perchè sta producendo strappi ed amarezza. C'è amarezza in coloro che sono costretti ad usare l'auto o il camion per raggiungere il lavoro o per spostarsi o per vendere i propri prodotti. Una cosa è l'impatto del prezzo della benzina a Vigevano altra e ben diversa cosa è a Ragusa. I prodotti agricoli siciliani si debbono spostare per centinaia e centinaia di chilometri per raggiungere i mercati ed i costi sono diventati insopportabili. Inoltre, come diceva oggi un contadino per la prima volta intervistato dalla TV fellona e disonesta che soltanto oggi comincia a dare conto della agitazione, i prezzi dei prodotti agricoli sono inferiori a quelli di trenta anni fa. Gli oligopoli delle catene di distribuzione spremono fino all'osso i produttori e li condannano alla fame. Molti hanno l'alternativa o il suicidio o la rivolta.
E' una caratteristica dell'agricoltura odierna controllata dalle multinazionali spingere i contadini, i coltivatori diretti al suicidio come avviene in India e altrove. Il mercato globalizzato senza regole è dominato dalle multinazionali che impongono la loro legge senza alcuna pietà per nessuno.
Qualcuno si lamenta che il movimento dei forconi è controllato o ispirato dalla destra. In politica e nella società i vuoti non restano tali a lungo. Se la "sinistra" diventa liberista, perbenista, educata, collaborativa con il potere la società non sta ad aspettarla che finalmente si accorga dei problemi che vengono a maturazione. Ora esprimere giudizi sprezzanti ideologici e salottieri sul movimento non farà bene a nessuno. La Sicilia tagliata fuori da Moretti dal sistema ferroviario nazionale ed europeo ed ora oppressa da un prezzo enorme, patologico dei carburanti non si lascerà morire di fame e di inedia.
Quello che accade oggi è il prologo di una stagione di grandi e pericolose agitazioni che, in assenza di forze politiche in grado di capire e di guidare, rischiano di avere sbocchi assai gravi. L'agitazione di oggi segna anche il fallimento dell'Autonomia Siciliana diventata un Palazzo di ingordi sazi e privilegiati oligarchi tutti con il grado equipollente a quello di senatori della Repubblica. La regione è un buco nero, una terribile idrovora delle risorse a vantaggio di una casta di privilegiati. La Regione è un fallimento prima che politico morale e se non esistesse sarebbe meglio per tutti.
PietroAncona
già segretario regionale della CGIL siciliana
20 gennaio 2012
Tutto ciò che ho da offrire oggi ...
È tutto
ciò che ho da offrire oggi -
Questo, e il mio cuore accanto -
Questo, e il mio cuore, e tutti i campi -
E tutti gli ampi prati
Emily Dickinson
Questo, e il mio cuore accanto -
Questo, e il mio cuore, e tutti i campi -
E tutti gli ampi prati
Emily Dickinson
19 gennaio 2012
Palermo impugna i forconi ?
Stamattina sul
Corriere della Sera ci è capitato di leggere uno dei pezzi più belli che siano mai stati scritti
su Palermo. Riproponiamo integralmente l’articolo, firmato da Aldo
Cazzullo, anche perché fornisce delle informazioni
di prima mano sul Movimento dei forconi che da tre giorni blocca la circolazione
delle merci in Sicilia.
“ Palermo è fallita. E non per i debiti. Per la mancanza di
prospettive, di speranze. Restano rabbia e dolore, cui un capopopolo scaltro e
disperato ha dato un simbolo: i forconi.
Prendiamo il
sindaco, Diego Cammarata, che si è dimesso lunedì scorso. Ha governato per dieci anni la quinta
città italiana, la capitale di un’isola-nazione conosciuta nel mondo intero, e
nessuno se n’è accorto. Sui quotidiani nazionali finì solo quando Striscia
intervistò il dipendente pagato dal Comune per tenergli la barca. «Il peggior
sindaco di tutti i tempi» ha sentenziato il presidente della Regione, Lombardo.
Ma no, Cammarata non è stato neppure il peggiore. Semplicemente, non è stato.
Fu eletto in quanto famiglio di Micciché, famiglio di Dell’Utri, famiglio di
Berlusconi. «Nuddu miscatu cu’ nenti» lo definisce un
ambulante al mercato del Capo: il Nulla. Poi ride spalancando la bocca
sdentata.
La prima azienda è la Regione: 28 mila dipendenti, precari compresi.
La seconda è il Comune: 19 mila. Un apparato produttivo da Nord Africa, costi
burocratici da Nord Europa. La Palermo del 2012 ha angoli di bellezza
struggente e altri da Terzo Mondo. Impossibile restituire con le parole
l’incanto dei mosaici della Cappella Palatina appena restaurati; poi esci,
entri nei vicoli, e a duecento metri dalla sede del Parlamento più antico e più
pagato al mondo ti inoltri tra le macerie dei bombardamenti del ‘43, entri in una
stalla con abbeveratoio, biada e tutto, cammini su selciati da asfaltare,
avanzi a zigzag per evitare l’immondizia. Oggi la città è strozzata da una
nuova emergenza: la jacquerie, la rivolta spontanea, senza partiti né
sindacati, che ha preso il nome immaginifico di «Movimento dei forconi» e firma
comunicati come questo, scritto tutto maiuscolo:«È INIZIATA LA RIVOLUZIONE IN SICILIA! STANOTTE TUTTI I TIR AI PRESIDI! GRIDIAMO FORTE L’INDIGNAZIONE CONTRO UNA CLASSE POLITICA DI NEPOTISTI E LADRONI! ».
Sono camionisti, contadini, pescatori. Bloccano i rifornimenti alla città: vuoti e quindi chiusi i distributori di benzina, nei supermercati cominciano a mancare frutta e verdura. Ce l’hanno con tutti, da Lombardo a Sarkozy, da Cammarata alla Merkel, con Roma e con Bruxelles. I camionisti, molti con il ritratto di Padre Pio sul cruscotto, chiedono aiuti per il gasolio. I contadini vogliono più controlli sui prodotti stranieri e più sussidi per i propri: «Vendiamo il grano a 23 centesimi il chilo, paghiamo il pane a 3 euro e 50». I pescatori hanno occupato l’ingresso del porto per denunciare che le norme europee impediscono il lavoro, il pescespada è specie protetta, il novellame neanche a parlarne, «intanto i giapponesi che avrebbero due oceani a disposizione vengono qui a pescarci sotto gli occhi il tonno migliore». Il capopopolo che si è inventato il logo si chiama Martino Morsello, ha 57 anni, gira con un forcone di legno in pugno e firma mail come questa:
«IL SISTEMA ISTITUZIONALE È AL COLLASSO! I POLITICI RUBANO A DOPPIE MANI, E LO STESSO FANNO I BUROCRATI. LA RIVOLTA DEI SICILIANI È NECESSARIA E URGENTE. A MORTE QUESTA CLASSE POLITICA COME SI È FATTO CONTRO I FRANCESI CON IL VESPRO!». Anche se su Facebook lancia proclami sanguinosi, nella realtà Morsello è un ex assessore socialista di Marsala, fondatore di un allevamento di orate finito male. Vive in camper con la moglie. Tre figli, tutti disoccupati. Esposti al prefetto e processi in corso contro le banche e la Serit, versione isolana di Equitalia. Una passione per la storia siciliana, in particolare per le rivolte che, sostiene, scoppiano quasi sempre tra gennaio e marzo: i Vespri appunto, ma anche i Fasci siciliani. «Nel 1893 qui vicino, a Caltavuturo, cinquecento contadini che avevano occupato le terre furono attaccati dai carabinieri. Tredici morti. Esplose una rivolta nazionale. E sa che giorno era? Il 20 gennaio! Oggi in Sicilia, domani in Italia!». Boato dei camionisti del presidio. I carabinieri li guardano con aria interrogativa. Sul camper c’è anche Rossella Accardo, vedova del capocantiere Antonio Maiorana, madre di Stefano, entrambi scomparsi, forse uccisi dalla mafia. L’altro figlio, Marco, è caduto dal settimo piano, non si sa come. Ecco l’ultimo proclama:
«NELLE PROSSIME ORE I MANIFESTANTI AGIRANNO CON MANIERE FORTI PER CHIEDERE AL GOVERNO REGIONALE I PROVVEDIMENTI ADEGUATI. IL 70% DEL COSTO DEL CARBURANTE È TASSA CHE ALIMENTA GLI STIPENDI DI POLITICI CORROTTI E MAFIOSI. LA RIVOLTA DIVENTERA’ NAZIONALE».
Ai blocchi sono partite le prime coltellate, un venditore ambulante di carciofi ha sfregiato un camionista. Più che i forconi, la Palermo borghese teme però gli ex carcerati della Gesip, la società che riunisce le cooperative sociali: duemila dipendenti, molti reduci dall’Ucciardone, che finora campavano di lavori socialmente utili. I soldi finiscono a marzo, loro minacciano di «mettere la città a ferro e a fuoco». L’espressione in questi giorni si spreca, ma loro hanno già mostrato di intenderla alla lettera, incendiando i cassonetti dei rifiuti che l’Amia fatica a smaltire: dopo i fasti delle consulenze d’oro e dei funzionari in vacanza a Dubai, la municipalizzata è inmano a tre commissari e sull’orlo del fallimento. L’Amat, l’azienda dei trasporti, attende 140 milioni dal Comune e da tempo non garantisce la revisione dei bus, come segnala la velenosa nuvola nera che si alza a ogni fermata come dalla coda di uno scorpione. La linea di pullman per l’aeroporto ha gasolio per una sola settimana. I tassisti non lavorano. Pure il museo di arte contemporanea, nuovo di zecca, è già a rischio chiusura.
A quanto ammontino i debiti del Comune non lo sa nessuno, neppure il sindaco dimissionario, che annuncia una ricognizione definitiva. Fino a qualche mese fa, una pezza la metteva il governo Berlusconi. A ogni Finanziaria qualche decina di milioni arrivava, magari per intercessione di Schifani che, come già i Borboni, ogni Natale distribuisce ai poveri il pane con la milza della focacceria San Francesco, marchio esportato in tutta Italia. Ora i soldi sono finiti, la manovra di agosto ha tagliato i contratti, migliaia di precari perderanno anche quei 500 euro al mese che non garantivano futuro, crescita, dignità, ma almeno sopravvivenza. E Morsello col forcone ha buon gioco a dettare alle agenzie:
«IL MOVIMENTO CHIAMA A RACCOLTA TUTTI I SICILIANI PER LIBERARE LA SICILIA DALLA SCHIAVITU’ DI QUESTA CLASSE POLITICA!».
Un’occasione ci sarebbe già a maggio: Palermo elegge il nuovo sindaco. Ma la confusione è massima. Per dire, l’emergente Gaetano Armao, assessore regionale all’Economia, è dato ora come candidato di Pd e Lombardo, ora di Pdl e Udc. In realtà, il centrodestra punta sul rettore dell’università, Roberto Lagalla. Ci proverebbe volentieri pure Ciccio Musotto, ex presidente della Provincia incarcerato per mafia e assolto, figlio di un grande personaggio della Palermo borghese, la pittrice Rosanna, discendente di garibaldini («il Generale è per me persona di famiglia, ho ancora il suo portaocchiali, quando scendeva Craxi a Palermo dovevamo nascondergli i cimeli»). Il Pd, che qui non tocca palla da quindici anni — «la sinistra siciliana è più debole che ai tempi del fascismo» ama dire Calogero Mannino —, si divide tra chi vorrebbe un candidato centrista, appoggiato da Lombardo e Terzo polo, e chi vorrebbe risolvere la questione con le primarie del prossimo 26 febbraio: Rita Borsellino contro il trentenne Davide Faraone, allievo di Matteo Renzi. Poi ci sarebbe Giuseppe Lumia, ex presidente dell’Antimafia. Ma di mafia a Palermo nessuno parla volentieri. Al più, ci si scherza. Come l’albergatrice che racconta: «I clienti stranieri mi chiedono sempre se nel quartiere c’è la mafia. All’inizio rispondevo di no, per tranquillizzarli. Loro però ci restavano malissimo, e uscivano delusi. Ora ho imparato a dire che sì, certo che c’è la mafia. Così escono con l’aria circospetta, strisciando lungo i muri, e si sentono davvero in un altrove».
Un altrove resta Palermo, di cui è giusto denunciare ogni guaio ma anche ricordare la commovente bellezza, gli stucchi del Serpotta più elaborati di quelli di Versailles, i fregi liberty del Basile degni dell’art nouveau parigina. Una terra da sempre produttrice di miti, oggi inaridita. Ci sarebbe Camilleri, che però ha quasi novant’anni e da sessanta vive a Roma; qui non tutti lo amano, se Lombardo lo voleva assessore Micciché lo definì «grandissimo nemico, prezzolato ideologico, assassino del Polo». Più che da miti, Palermo sembra abitata da fantasmi. La grande editrice Elvira Sellerio. I grandi preti: il cardinale Pappalardo, che si ritirò a contemplare la città dall’alto dell’eremo, e padre Pintacuda, che salì sulla montagna di fronte, nel Castello Utveggio, a dirigere per conto di Forza Italia il centro studi della Regione. Anime morte, come don Turturro, cugino dell’attore americano, il parroco antimafia che faceva innamorare popolane devote e giornaliste straniere: condannato per pedofilia.
Dal carcere sono usciti i killer del dodicenne Di Matteo sciolto nell’acido, ed è entrato—lontano, a Roma—Totò Cuffaro, cui non è bastato collezionare crocefissi, santi, ritratti di don Bosco e immagini della Bedda Madri (dell’Atto di affidamento della Sicilia al Cuore Immacolato di Maria stampò un milione di copie, «e le assicuro che l’Atto funziona, lo sa che abbiamo avuto due terremoti senza un solo morto?»). Dal carcere è uscito Mannino — «al terzo mese cominciai a pisciare sangue» —, dopo anni di processi per stabilire se il suo soprannome fosse Lillo, come lo chiamano i parenti, o Caliddu, come dicevano i pentiti. Leoluca Orlando, che vorrebbe candidarsi a sindaco per l’ennesima volta, colleziona invece nella sua villa liberty statuette di elefanti e ceramiche Florio («il massimo sarebbe un elefante in ceramica Florio. Lo cerco da sempre. Mai trovato»). Sotto la camicia, porta una mano di Fatima e la piastrina che lo certifica come affetto dalla sindrome di Kartagener, «siamo in quattro in tutto il mondo, stampati al contrario, il cuore a destra il fegato a sinistra». Ma in tutto il mondo non si trova una città come questa, nel bene e nel male.
Palermo (pan-ormos: tutto porto) è città madre, tonda, avvolgente, che accoglie ogni cosa come in un abbraccio, e ogni cosa racchiude: i mosaici come a Bisanzio, i suq come a Fes; il Trionfo della Morte di Palazzo Abatellis è più bello di qualsiasi danza macabra germanica; nella chiesa della Catena, gotico catalano, sembra di essere a Barcellona; San Domenico, barocco coloniale spagnolo, pare Cuzco. All’apparenza basta a se stessa, i calabresi disprezzati, i napoletani ignorati, i padani compatiti. In realtà, è figura dell’intero Paese.
Di una città come Palermo, di una Palermo risanata, l’Italia ha bisogno. Oggi si impugnano i forconi e si grida di rabbia; domani una soluzione si deve cercare. Perché non possiamo dire: se la cavi da sola. Se Palermo fallisce per sempre, è un fallimento nostro.”
Aldo
Cazzullo sul Corriere della Sera 19
gennaio 2012
Iscriviti a:
Post (Atom)




