04 febbraio 2012

Inno alla vita





 
Una cara amica mi ha segnalato una poesia di Wisława Szymborska che pubblico con piacere. D’altra parte se si pensa continuamente alle lordure che ci circondano, oltre a rovinarsi il fegato,   si rischia di dimenticare quanto di bello c’è nella vita.


Sei bella – dico alla vita –
è impensabile più rigoglio,
più rane e più usignoli,
più formiche e più germogli.
Cerco di accattivarmela,
di blandirla, vezzeggiarla.
La saluto sempre per prima
con umile espressione.
Le taglio la strada da sinistra,
le taglio la strada da destra,
e mi innalzo nell’incanto,
e cado per lo stupore.
Quanto è di campo questo grillo,
e di bosco questo frutto –
mai l’avrei creduto
se non avessi vissuto!
Non trovo nulla – le dico –
a cui paragonarti.
Nessuno ha fatto un’altra pigna
né migliore, né peggiore.
Lodo la tua larghezza,
inventiva ed esattezza,
e cos’altro – e cosa più –
magia, stregoneria.
Mai vorrei recarti offesa,
né adirarti per dileggio.
Da centomila anni almeno
sorridendo ti corteggio.
Tiro la vita per una foglia:
si è fermata? Se n’è accorta?
Si è scordata dove corre,
almeno per una volta?

WISLAWA SZYMBORSKA
Dalla raccolta Elogio del sogni. Introduzione a cura di Pietro Marchesani.




Etica e politica oggi.





Sul caso Lusi ripropongo l’articolo di Milena Gabanelli  pubblicato sul Corriere della Sera di ieri: 

«Quando le parole non valgono più niente!» è la prima cosa che ho pensato rivedendo l’intervista a Luigi Lusi fatta dal collega Bernardo Iovene il 10 luglio del 2006. L’argomento era il finanziamento ai partiti, e lui parlava in qualità di tesoriere della Margherita. Di quella lunga conversazione andarono in onda solo i numeri: quanto incassa il partito, quanto spende e come: «Il nostro bilancio annuo è di 21 milioni di euro, 20 le uscite. La campagna elettorale del 2006 è costata 12 milioni, gli altri 8 servono per la vita del partito. Paghiamo 100 persone che ci lavorano, sosteniamo le sedi regionali, e poi ci sono le spese per la comunicazione». Il resto erano le ovvie considerazioni di ordine morale sull’uso del denaro pubblico. Talmente ovvie che non era necessario trasmetterle, non avendo allora ragione di dubitarne.
Il tempo però presenta sempre il conto, e gli archivi sono dei testimoni impietosi. Nel 2002, per volontà di Sposetti (all’epoca tesoriere dei Ds) e di Maurizio Balocchi (tesoriere della Lega Nord), viene abolito il tetto di spesa e i rimborsi elettorali passano da 800 lire a un euro, quindi da un anno all’altro gli incassi raddoppiano. La Margherita non ha appoggiato questa legge, ma quando il denaro corre si sa sempre dove metterlo. Dice Lusi: «I cittadini devono capire che la politica, per essere equa, deve dare le provviste ai partiti». I cittadini capiscono, ma siccome equità non c’è stata, ora Lusi risarcirà i cittadini? Si ricorderà di aver detto che «c’è un confine fra l’opportunità e la legalità, che è lasciato alla coscienza dei singoli»? Ed era molto convincente quando ha dichiarato che «c’è un problema di etica della politica: se pensiamo di farla con i fichi secchi non è vero; se pensiamo che si possa fare con pochi soldi è parzialmente vero; se pensiamo che noi della Margherita non abbiamo mai fatto debiti, significa che abbiamo utilizzato virtuosamente le risorse che avevamo… Vi sono nei rivoli del sistema politico dei luoghi nei quali c’è una dispersione di denaro che può essere decisamente contratta. Penso all’infinita serie di società di diritto privato a capitale pubblico, alcune delle quali sono una perpetuazione di consigli d’amministrazione che servono a sistemare persone, ma non sempre rispondono alla soddisfazione del requisito di servizio pubblico».
Tre anni dopo un rivolo di 13 milioni di euro, amministrato da Lusi, defluisce verso il Canada, nella sua TTT, che di pubblico non ha nulla. In mezzo c’è la Margherita che si dissolve, lui diventa senatore del Pd e forse ha cambiato idea rispetto a quei problemi etici che sembravano essere il baricentro del suo pensiero di uomo politico. Anche la Margherita, come tutti i partiti, aveva ricevuto soldi dalle aziende, fra queste Autostrade spa, ma guai a parlare di restituzione di favori: «Il nostro Paese è molto strano: ci sono italiani che pensano che coloro che fanno sfoggio di questa opportunità siano bravi, furbi, intelligenti; altri italiani invece, molti dei quali sono, grazie a Dio, dalla nostra parte, ritengono che bisognerebbe avere un po’ più di oculatezza, di attenzione e di verifica preliminare sull’opportunità o meno di alcuni comportamenti. Noi preferiamo rivolgerci a questi secondi… perché ci poniamo il problema etico e mi sembra che siamo rispettosi di questa dimensione». È consapevole della sproporzione fra le risorse necessarie alla vita dei partiti e quelle a disposizione: «O noi affrontiamo la questione della spesa politica, come si affronta il toro per le corna, o la questione non si risolve mai».
La Margherita si è sciolta a fine 2007, ma ha continuato a incassare: 223 milioni negli ultimi 10 anni. Non si è scandalizzato Lusi; immaginiamo che lo abbia ritenuto giusto ed equo, perché così fan tutti, o perché i disonesti sono sempre gli altri: «Se ci sono dei politici che utilizzano in modo non onesto le contribuzioni che a loro derivano, spero che la magistratura faccia il suo dovere». È stato accontentato. La Procura di Roma lo ha indagato.
E ora gli stessi protagonisti di queste spartizioni sono tutti lì a dire che «bisogna garantire delle modalità di erogazione e funzionamento dei partiti in modo che siano delle case di vetro». Dovremmo crederci.

Milena Gabanelli su Il Corriere della Sera del 03/02/2012


Tre anni dopo un rivolo di 13 milioni di euro, amministrato da Lusi, defluisce verso il Canada, nella sua TTT, che di pubblico non ha nulla. In mezzo c’è la Margherita che si dissolve, lui diventa senatore del Pd e forse ha cambiato idea rispetto a quei problemi etici che sembravano essere il baricentro del suo pensiero di uomo politico. Anche la Margherita, come tutti i partiti, aveva ricevuto soldi dalle aziende, fra queste Autostrade spa, ma guai a parlare di restituzione di favori: «Il nostro Paese è molto strano: ci sono italiani che pensano che coloro che fanno sfoggio di questa opportunità siano bravi, furbi, intelligenti; altri italiani invece, molti dei quali sono, grazie a Dio, dalla nostra parte, ritengono che bisognerebbe avere un po’ più di oculatezza, di attenzione e di verifica preliminare sull’opportunità o meno di alcuni comportamenti. Noi preferiamo rivolgerci a questi secondi… perché ci poniamo il problema etico e mi sembra che siamo rispettosi di questa dimensione». È consapevole della sproporzione fra le risorse necessarie alla vita dei partiti e quelle a disposizione: «O noi affrontiamo la questione della spesa politica, come si affronta il toro per le corna, o la questione non si risolve mai».
La Margherita si è sciolta a fine 2007, ma ha continuato a incassare: 223 milioni negli ultimi 10 anni. Non si è scandalizzato Lusi; immaginiamo che lo abbia ritenuto giusto ed equo, perché così fan tutti, o perché i disonesti sono sempre gli altri: «Se ci sono dei politici che utilizzano in modo non onesto le contribuzioni che a loro derivano, spero che la magistratura faccia il suo dovere». È stato accontentato. La Procura di Roma lo ha indagato.
E ora gli stessi protagonisti di queste spartizioni sono tutti lì a dire che «bisogna garantire delle modalità di erogazione e funzionamento dei partiti in modo che siano delle case di vetro». Dovremmo crederci.


03 febbraio 2012

Kandinsky e la musica



Un numero significativo di artisti e musicisti nel tardo diciannovesimo secolo, ritenevano che ci fosse un collegamento fondamentale tra il colore e il suono. Wassily Kandinsky (1866-1944), uno dei più conosciuti artisti moderni del suo tempo, nonché esperto di estetica filosofica, credeva in modo inequivocabile nel legame tra il colore e il suono. Infatti Kandinsky è stato un sinesteta, una persona che sperimentava, in modo insolito, le connessioni tra i sensi.Nel suo lavoro del 1914, The Art of Spiritual Harmony, Kandinsky presenta le sue ipotesi circa le associazioni sensoriali che possono vivere quelle persone dotate di una certa sensibilità. Kandinsky ha dichiarato che le nostre impressioni comunicano direttamente e immediatamente con la nostra anima. Egli afferma che Il suono dei colori è così preciso che sarebbe difficile trovare qualcuno che tenti di esprimere il giallo brillante con delle note basse. Per Kandinsky, il giallo è il suono acuto di una tromba, il verde è un violino, la luce blu è un flauto, un blu più scuro è un violoncello, un blu più scuro ancora è un contrabbasso, e il blu più scuro di tutti è un organo. Il bianco invece, per Kandinsky è il colore del silenzio, corrisponde direttamente a delle pause che si verificano nei ritmi musicali.

Il termine "Composizione" utilizzato da Kandinsky per intitolare alcune sue opere implica proprio una metafora con la musica. Kandinsky era affascinato dalla potenza emotiva della musica. Poiché la musica si esprime attraverso il suono e il tempo, permette all'ascoltatore una libertà di immaginazione, interpretazione e di risposta emotiva che non si basa sul letterale o descrittivo, ma piuttosto sulla qualità che la pittura astratta, se ancora dipendente dalla rappresentazione del mondo visibile , non poteva fornire.








Ogni opera d’arte è figlia del suo tempo, e spesso è madre dei nostri sentimenti. Analogamente ogni periodo culturale esprime una sua arte, che non si ripeterà mai più. Lo sforzo di ridar vita a principi estetici del passato può creare al massimo delle opere d’arte che sembrano bambini nati morti. Noi non possiamo, ad esempio, avere la sensibilità e la vita interiore degli antichi Greci. [...] La nostra anima si sta risvegliando da un lungo periodo di materialismo, e racchiude in sé i germi di quella disperazione che nasce dalla mancanza di una fede, di uno scopo, di una meta. 

                                                                    Wassily Kandinsky


Musica e colori




“Presta le tue orecchie alla musica, apri i tuoi occhi alla pittura, e... smetti di pensare!
Chiediti solamente se lo sforzo ti ha permesso di passeggiare all'interno di un mondo
fin qui sconosciuto. Se la risposta è sì, che cosa vuoi di più?” 

 “Trascrivere la musica dei colori, dipingere i suoni della natura,
vedere cromaticamernte  i suoni e udire musicalmente i colori.”

Vassilij Kandinsky

02 febbraio 2012

I tabù di Monti e la monotonia del posto fisso...


Ossessioni.
Era meglio l'ossessione di Berlusconi per il sesso
o quella di Monti per l'art. 18?

Jena su lastampa del 4. 2. 2012


P.S. Visto che ogni giorno il Governo Monti, con i suoi straordinari ministri,  esibisce numeri mai visti siamo costretti ad aggiornare l'analisi:


Cambiare tutto perché nulla cambi. Ora c'è il governo dei professori e ai politici non resta che votare. Monti è educato, non fa le corna e sa stare nella buona società, mica come prima. E' sobrio, a tal punto che per non sembrare troppo noioso si è messo a fare le battute. Anche lui. Allora siamo sempre al punto di partenza. Neanche l'autodifesa, dopo averne sparata una che ha fa perdere la pazienza a intere generazioni, è molto diversa rispetto ai fasti e nefasti berlusconiani.
Ha detto sì che il posto fisso è monotono, ma se la prende con un uso di questa «battuta» «fuori contesto» che avrebbe dato origine a un equivoco. È un modo di esprimersi da professore che però ricorda le accuse del suo predecessore ai giornalisti di avere frainteso o, peggio, strumentalizzato le sue parole.
Ma le continuità - sempre, sia chiaro, all'interno di una grande discontinuità di stile - non si fermano alla forma. Questo governo concepisce il lavoro come una variabile dipendente del profitto, cioè del mercato in chiave odierna, liberista. A differenza di quel che capitava al governo precedente, fortemente osteggiato da Repubblica, questo riceve i complimenti di Eugenio Scalfari anche quando esprime gli stessi concetti del trio Berlusconi-Tremonti-Sacconi. Non esistono più variabili indipendenti, così come non devono esserci tabù. Se vi ho offeso scusatemi, ma volevo dire che fa bene cambiare e andare all'estero è formativo. Anche gli altri volevano cambiare e costringevano i giovani talenti o semplicemente laureati a emigrare, essendo preclusa ogni possibilità di trovare lavoro in un paese in cui la cultura non si mangia. In era Monti se ne devono andare lo stesso, ma con gioia perché così cresceranno, matureranno, miglioreranno. Se Monti ha cambiato un sacco di lavori nella sua vita, perché non dovrebbe fare lo stesso un dottore in chimica impiegato come precario in un call center, o un'operaia della Fiom di Pomigliano che in fabbrica non la prendono e resta aggrappata alla cassa integrazione invece di darsi da fare e imitare il suo presidente cambiando lavoro? Consigli importanti, tutt'altra cosa da quelli berlusconiani di trovarsi un marito ricco.
Monti è un tecnico e, non dovendo prendere voti alle prossime elezioni, può finalmente realizzare il sogno di chi è venuto prima di lui: liberarsi del padre di tutti i tabù, l'art. 18. Magari entro marzo perché ai sindacati bisogna pur consentire di fare un po' di ginnastica «democratica». Il concetto è semplice, e non dite che l'avete già sentito: c'è chi ha troppi benefici, leggi privilegi, leggi tutele, e chi non ne ha alcuno. Siccome il governo Monti è il governo dell'equità, si toglie da una parte e si mette dall'altra. Prima si toglie, poi si trovano i soldi per mettere. Anche questa l'avete giù sentita?
Ieri il presidente del consiglio si è lasciato interrogare dai lettori di Repubblica.it e queste cose ha detto. Vi abbiamo proposto un sunto a parole nostre, tanto anche se avessimo messo il virgolettato sarebbero state frasi «fuori contesto».
Ps. Monti ha detto che, essendo il suo un governo tecnico, ha meno bisogno di comunicare di un governo politico, perché «non ci presenteremo alle prossime elezioni» (qui le virgolette le mettiamo). Però, aggiunge, comunicare è più necessario perché «non essendo stati eletti dobbiamo conquistare la fiducia dei cittadini». Ecco spiegato perché non c'è trasmissione televisiva, radiofonica, giornale, sito in cui ogni giorno non compaiano un paio di sottosegretari e almeno un ministro. Chissà quanto consenso sta portando al governo dei professori loquaci questa grande esposizione mediatica.

 Loris Campetti, su Il Manifesto del 4.2.2012





Certo, questo governo dei tecnici dovrebbe essere più misurato nel linguaggio. Va bene che i sottosegretari sono stati indicati da quei partiti i cui dirigenti – maschi e femmine – spesso parlano (nel senso di straparlare) “fuori dal vaso”. Per questo, uno/una potrebbe anche scusare il sottosegretario Polillo che vede il ministro Fornero come “icona della fontana che piange” e il sottosegretario Martone che considera “sfigati” gli studenti non laureati a 28 anni. Ma se ci si mette pure il sobrio, contenuto, controllato Mario Monti, allora non c’è speranza. Significa che le derive del linguaggio sono inarrestabili.

Per il premier “i giovani devono abituarsi a non avere un posto fisso nella vita”. Turbocapitalismo e flessibilità: do you remember? Con un modello del lavoro scivolato dalla fabbrica al postindustriale; dalle vecchie “classi”, direbbe André Gorz, ovvero dalle antiche aggregazioni sociali alle nuove élites iperattive (basta pensare al ministro Passera) e alla massa del “lavoro servile”.

Certo, starebbe ai giovani essere autonomi e dimostrarsi responsabili del proprio destino. Solo che il destino non cammina sulle gambe del creativo o del manager bensì di chi staziona in un call-center a un migliaio di euro (se va bene) al mese. La banconista, il commesso, l’addetta al confezionamento, il contabile, centralinista, sportellista, receptionist (tutti magari con laurea e master) non ci provano nemmeno a trovare nobili motivazioni (tipo “il far bene”) per ciò che fanno in cambio di modestissima paga.

Quanto al posto fisso “diciamo anche, che monotonia averlo per tutta la vita. E’ bello cambiare…” suggerisce ancora il premier. Meglio spostarsi di qua e di là, scegliere una dimora piccola ma accogliente, incontrare nuovi amici. Ma lo sa Monti che se il parasubordinato deve firmare per l’affitto di una casa, senza busta paga nemmeno lo prendono in considerazione? E sa che se vuole acquistare un frigorifero a rate, accendere un mutuo per la macchina, senza la garanzia di uno stipendio fisso, serve l’avallo del padre o della madre?

Il meraviglioso appello a una rivoluzione mentale dei giovani avrebbe bisogno di un po’ più di umiltà. Credere in se stessi è possibile però bisogna che qualcuno cominci con il dare il buon esempio. Fin tanto che i ricchi non saranno tassati, il capitalismo continuerà a mostrare la sua faccia più irresponsabile. Fin tanto che i potenti non avranno uno sguardo meno strabico su ciò che avviene intorno a loro, fallirà il tentativo di disegnare delle alternative. E non sarà facile convincere le ragazze “indignate” bolognesi e quella romana del centro sociale Esc – invitate all’“Infedele” di Gad Lerner (lunedì 30) per valutare il governo Monti – che la fine del posto fisso è una vera fortuna.

Letizia Paolozzi  3.2. 2012  da DomaniDeA mailing list, DomaniDeA@www.women.it, http://www.women.it/mailman/listinfo/domanidea





01 febbraio 2012

Verità e propaganda







Osservando quanto accade ogni giorno attorno a noi  mi appaiono più vere ed attuali che mai le parole di Pasolini:

-    il coraggio intellettuale della verità e la pratica della politica sono due cose inconciliabili in Italia;

-    Niente di più feroce della banalissima televisione. (…)  E’ attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere. (…) Le parole che cadono dal video cadono sempre dall’alto (…). Il nuovo mezzo è stato inventato per la diffusione della menzogna.



Lingua e potere in P. P. Pasolini




          
Sul n. 16/2011, pp. 175-196, della rivista  Quaderns d’Italià dell’Università di Barcellona,
è stato pubblicato il saggio di FRANCESCO VIRGA , Lingua e potere in Pier Paolo Pasolini.
 Il lavoro dimostra che una delle preoccupazioni centrali e insieme una costante
dell’opera pasoliniana va ricercata nell’analisi delle diverse forme del linguaggio umano e dei suoi
poteri, nella questione dei rapporti tra lingua e dialetti, con i suoi nessi stretti con la politica e la società.
Allo scopo di ricostruire in tutte le sue sfumature le riflessioni e gli interventi di Pasolini sulla questione,
l’autore passa in rassegna tutti i suoi scritti, non solo quelli linguistici, soffermandosi su alcuni testi meno
noti e poco studiati o trascurati dalla critica e mostrando fino a che punto Pasolini sia capace di cogliere in
anticipo sui tempi svolte cruciali della storia recente della società italiana.

Si trascrive di seguito l’ abstract del saggio in lingua inglese:

Analysing different forms of human language and its powers, the issue of language-dialect connections, strictly intertwined with politics and society, represent one of the author’s main concerns and, at the same time, a constant feature of Pasolini’s work.
Pasolini never compromised on what he believed to be his «primary» duty as an intel¬lectual: «To perform, first and foremost, a critical examination of the facts». Since youth, he conceived of this examination as a continuous assessment, continuous focussing of his periscope to the horizon of phenomena, opposing ideologues of every kind who always did the opposite. He was therefore amongst the first to glimpse the dawn of a new histori¬cal era that —in addition to eliminating the traits of an ancient agricultural civilization, which still defined most of Italy in the early ’60s— would eventually «anthropologically» transform Italians.
This article aims to demonstrate the above by reviewing all of the author’s works, not only his linguistic ones, and to focus on some pieces that are lesser-known, rarely studied or neglected by critics.
Keywords: language-power; language-dialects; Gramsci; television; consumerism; anthro¬pological transformation.

Sulla rete si trova già, in formato PDF, il testo integrale dell’articolo in questione.
Per ulteriori chiarimenti scrivere a: npvirga@tin.it