03 maggio 2015

GLI OCCHI SECONDO TINA MODOTTI

Tina Modotti in una foto di Edward Weston




La prima cosa che mi colpisce in un uomo, in una donna, sono gli occhi.
Lo sguardo è la misura con cui valuto tutto il resto.


Tina Modotti

IL NUOVO FASCISMO


Un fotogramma del film Salò di P. P. Pasolini




"...il vecchio fascismo, sia pure attraverso la degenerazione retorica, distingueva: mentre il nuovo fascismo - che è tutt'altra cosa - non distingue più: non è umanisticamente retorico, è americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e l'omologazione brutalmente totalitaria del mondo".


PIER PAOLO PASOLINI ( "Scritti Corsari" 24 giugno 1974):

IL PESSOA DI ANTONIO TABUCCHI



Il tema dell' Altro è il cuore letterario della nostra modernità lacerata. Pessoa l'aveva capito. Nelle sue lezioni Antonio Tabucchi svela il senso “esoterico” dell'opera del grande scrittore portoghese.

Antonio Tabucchi

Pessoa
Credo che l’universalità di Pessoa non risieda soltanto nei contenuti della sua opera, nell’insieme delle categorie che costellano i suoi testi (la caducità dell’esistenza, la nostalgia, il senso di mistero dell’essere al mondo), ma anche nel modo scelto per trasmettere questo messaggio, nella forma in cui è organizzato: in ciò che lui stesso ha definito eteronimia. Che non è un semplice modello formale, ma un vero e proprio concetto di sostanza.

Ma che cos’è l’eteronimia, questa invenzione che Pessoa «concretizza » in testo letterario l’8 marzo del 1914? Prima di affrontare questo problema, è necessario parlare di un grande fantasma, di una presenza inquietante che si aggira nella letteratura occidentale dal Romanticismo in poi. Un fantasma chiamato l’Altro che da allora alimenta le ossessioni dei più grandi scrittori europei. C’è un Altro nelle “rêveries” e nei notturni di Nerval, nella follia dionisiaca di Hölderlin, nel fantastico di Achim von Arnim, e negli abissi misteriosi di Hoffmann. 
 

E cosa indica l’ombra perduta di Peter Schlemihl di Adalbert von Chamisso, se non il doppio, se non l’Altro, la parte più segreta, più nascosta e misteriosa che è in noi? E cosa significa la frase «JE est un autre» che Rimbaud scrive nella lettera a Paul Demeny del 1871? Quando fu scritta, forse era solo un sospetto, una sorprendente illuminazione di questo genio folgorante, un indizio che l’epoca non poteva ancora decifrare e approfondire.

Solo all’inizio del Novecento, il problema dell’Altro entra prepotentemente sulla scena della cultura europea. Chi per primo affronta la questione dell’alterità è uno scrittore alloglotta, un uomo dell’Europa Centrale che insieme al suo paese di origine ha abbandonato la lingua materna e ha scelto di esprimersi in quella del paese adottivo: il conte Józef Teodor Konrad Korzeniowski, alias Joseph Conrad.

In The Secret Sharer ( Il compagno segreto ) del 1912, Conrad racconta di un giovane capitano che, nella cabina di una nave che attraversa l’oceano, offre ospitalità a un uomo misterioso venuto dal nulla, e che al nulla farà ritorno. Un passeggero clandestino che possiamo leggere come una proiezione del capitano che lo ospita, un alterego di quell’Ego che una nuova “scienza umana”, la psicoanalisi, stava allora teorizzando.
Negli anni Venti, si assiste a una vera e propria celebrazione di questa “alterità”: compaiono, per citare gli esempi più importanti, le maschere di Antonio Machado e i personaggi di Luigi Pirandello. Tuttavia, qualche anno prima, l’8 marzo del 1914, lontano dai clamori dei salotti letterari di Parigi o di Londra, in una modesta stanza della Baixa, a Lisbona, Fernando Pessoa ha già realizzato, in maniera ben più radicale e intrigante, e soprattutto affascinante, la sua eteronimia.
Ma cos’è dunque l’eteronimia? In cosa consiste questo modo geniale di mettere in letteratura il problema della polifonia dell’animo umano? Sentiamo cosa dice Pessoa:

«Fin da bambino ho avuto la tendenza a creare intorno a me un mondo fittizio, a circondarmi di amici e conoscenti che non erano mai esistiti. (Non so, beninteso, se realmente non siano esistiti o se sono io che non esisto. In queste cose, come del resto in ogni cosa, non dobbiamo essere dogmatici). Fin da quando mi conosco come colui che definisco “io”, mi ricordo di avere disegnato mentalmente, nell’aspetto, movimenti, carattere e storia, varie figure irreali che erano per me tanto visibili e mie come le cose di ciò che chiamiamo, magari abusivamente, la vita reale. Questa tendenza, che ho fin da quando mi ricordo di essere un “io”, mi ha accompagnato sempre, variando lievemente l’adagio musicale con cui mi affascina, ma non alterando mai la sua carica di fascinazione. Ricordo, così, quello che mi sembra sia stato il mio primo eteronimo o, meglio, il mio primo conoscente inesistente: un certo Chevalier de Pas di quando avevo sei anni, attraverso il quale scrivevo lettere sue a me stesso, e la cui figura, non del tutto vaga, ancora colpisce quella parte del mio affetto che confina con la nostalgia. Mi ricordo, con meno nitidezza, di un’altra figura di cui non mi sovviene più il nome, ma certamente anch’esso straniero, che era, non saprei in che cosa, un rivale del Chevalier de Pas... Cose che capitano a tutti i bambini? Senza dubbio; o forse. Ma a tal punto io le vissi che le vivo ancora, perché me le ricordo talmente bene che devo fare uno sforzo per rendermi conto che non furono realtà».

Questa confessione in forma di spiegazione risale al 13 gennaio del 1935, e appartiene alla celebre lettera sulla genesi dell’eteronimia, nella quale Pessoa rispondeva all’intervista del critico amico Adolfo Casais Monteiro. Si tratta di una poetica elaborata a posteriori, come del resto tutte le poetiche, e soggetta a una messa a punto che, anche se inconsapevole, prevede un certo margine di falsificazione. Una poetica, in ogni caso, “autentica”, perché non sembra differire sostanzialmente dalle note sull’argomento che Pessoa, nel corso della sua vita, ha affidato ai propri diari.

La Repubblica – 30 aprile 2015

02 maggio 2015

F. ARMINIO, Vacanza intorno a un filo d'erba


W. SZYMBORSKA, Niente mi appartiene




Elegia di viaggio

Tutto è mio, niente mi appartiene,
nessuna proprietà per la memoria,
e mio finché guardo.

Dee appena ricordate, già incerte
delle proprie teste.

Della città di Samokov solo la pioggia,
nient’altro che la pioggia.

Parigi dal Louvre fino all’unghia
si vela d’una cateratta.

Del boulevard Saint-Martin restano scalini
e vanno in dissolvenza.

Nient’altro che un ponte e mezzo
della Leningrado dei ponti.

Povera Uppsala,
con un briciolo della grande cattedrale.

Sciagurato ballerino di Sofia,
corpo senza volto.

Ora il suo viso senza occhi,
ora i suoi occhi senza pupille,
ora le pupille di un gatto.

L’aquila del Caucaso volteggia
sulla ricostruzione d’una forra,
l’oro falso del sole
e le pietre finte.

Tutto è mio, niente mi appartiene,
nessuna proprietà per la memoria,
e mio finché guardo.

Innumerevoli, inafferrabili,
ma distinti fino alla fibra,
al granello di sabbia, alla goccia d’acqua
– paesaggi.

Neppure un filo d’erba
conserverò visibile.

Benvenuto e addio
in un solo sguardo.

Per l’eccesso e per la mancanza
un solo movimento del collo.

Wislawa Szymborska

01 maggio 2015

MARIANGELA GUALTIERI, Io non so






Io non so se questa mia vita sta spianata su un
buco vuoto. Non so se il silenzio che indago
é intrecciato alla mia sostanza molle.
Io non so se quello che cerco e ho cercato e
cercherò, non so se quello che cerco
é un insulto a quel vuoto.


Non so se questo fatto di non avere
un paio d’ali sia premio o castigo,
io non so se la polveriera
della mia inquietudine sia un trono
su cui mi siedo minacciato, se la fuga che
a scatti regolari mi pungola, se quel
puerile sogno di fuga sia uno sgambetto
d’angelo, d’un buffone d’angelo che
mi vuole inciampare.


Io non so se l’amore sia una guerra o una
tregua, non so se l’abbandono d’amore
sia una legge che la vita cuce fino al
ricamo finale. Io non so
che farmene di questi nemici che premono,
non so che farmene oggi di questo oggi
e me lo ciondolo fra le dita perplesse,
non so parlare di quello che
è sentito nel profondo me, non so parlarlo
quell’essere che é qui presente fra le vite degli
altri.


Io non so spiegarmi l’imperturbabilità
di Dio, e non mi spiego di non udire il
suo grave lamento, il suo urlo di collera o
d’amore, e non so vederlo che sono in cecità
ma vorrei sentirlo almeno piangere come piango io
guardando le facce indolorate, guardando le
facce con grave malattia terrestre,
io non so invocarlo né bestemmiarlo che
è troppo nella sottrazione e troppo
astratto per i miei chili umani.


Io non so forse non voglio
consegnarmi negli uffici del mondo,
e stare buono nelle sale d’aspetto della
vita. Io non so nient’altro
che la vita e molte nuvole intorno che
me la confondono me la confondono e non
so cosa aspetto, cosa sto aspettando in questo
sporgermi al tempo che viene. Io non so
e vorrei, vorrei, non so stare
fuori misura, fuori misura umana,
fuori da questa taglia finita.


Io non so perché guardando l’acqua del mare
mi salta in petto una gioia di figlio con la
madre. Non so se questa uscita mia in un secolo
a caso, se questo essere qui a casaccio,
io non so spiegarmi questa malattia
all’attacco del mondo, non so guarire
questa malattia che indolora e vorrei
sistemare ogni cosa, in un sogno puerile di
tregua, in un’arcadia anche retorica,
in un dormire abbracciato dei
guerrieri che si innamorano.


Io non ho capito e dovrei,
non ho capito il mondo della
vita, io non ho capito la legge sottostante
e non ho da fare la consegna a
questi cuccioli che aspettano, che esigono
da me l’aver capito.
Io non so la canzone
che spensiera e non so soccorrervi
non so pur volendolo
con quella forza di cagna
che dà il latte, non so soccorrervi nel vostro
sbando, io non so farvi da balsamo
io non so mettervi nel coraggio essenziale,
nello slancio, nel palpito.
Il mio Graal l’ho ritrovato e perso cento
volte.
[…]
Io non so se la bellezza è questa accademia di
centimetri, se la bellezza, la bellezza è questa
carnevalesca decadenza di saltimbanchi,
io non mi spiego la crocifissione
della grazia, e non mi spiego perché
mi trovo in questo covo rivoltato
in questa fossa con gli orchi attuali
in questo lato barbarico della specie,
e non so perché stando a occidente non si
ode quell’alleluia delle cose.


Io non so se in questa schiena
senza ali ci son grandi pianure da cui fare
il decollo, se in questa spina dorsale
ci sono istruzioni
per la manovra di decollo, se sono io la freccia
di questo arco della schiena, se sono io
arco e freccia, non so in quale mano
non mano o zampa di Dio mi stanno
torchiando, e sottoponendo al duro
allenamento dei dolori terrestri

.
Io non so se la solitudine, se quello
strazio chiamato solitudine, se quell’andare
via dei corpi cari, se quel restare soli
dei vivi, io non so se quel lamento della
solitudine, se quel portarci via le facce
se quel loro sparire
di facce che avevamo dentro il respiro, non so
se il dono sia questo portarci via le
carezze, questa slacciatura.


E’ poco il poco che so e di questo
poco io chiedo perdono. Io chiedo
perdono per quello che so, perdono io chiedo
per tutto quello che so.


Mariangela Gualtieri – Monologo del Non so.


EXPO 2015



Per saperne di più sulle critiche mosse all' EXPO milanese, oltre all'articolo seguente, può essere utile  dare un'occhiata alla rivista ShockPress n. 15, scaricabile da qui in pdf.



di Valerio Evangelisti


Ai tradizionali argomenti contro l’Expo (sfruttamento del lavoro precario, danni per l’ambiente, inquinamento malavitoso, spreco di denaro, ecc.) vorrei aggiungerne uno che non vedo citato spesso. La scelta di modello di crescita economica che una manifestazione del genere nasconde.
Nel corso della loro storia più che secolare, le Esposizioni universali hanno avuto due funzioni. La prima, mostrare lo “stato dell’arte” nel campo della tecnologia, dello sviluppo industriale, di quello che era definito genericamente “il progresso” (capitalistico, è ovvio). La seconda, far conoscere al mondo la posizione del paese ospitante in quel quadro, presentandolo come centrale e ben inserito nei grandi risultati raggiunti.
L’Italia è stata, fino a tempi recentissimi, la terza potenza industriale europea, dopo Germania e Francia. Sarebbe stato logico, dunque, che un’Esposizione universale esibisse i suoi gioielli in quel campo. Ma sono bastati pochi anni di crisi e molti di neoliberismo (leggi Unione Europea) perché quei gioielli fossero venduti, trasferiti altrove, messi all’asta, trasformati in carbone. Così come i lavoratori che li avevano creati.
L’Expo 2015 si profila dunque come un gigantesco ristorante, un Eataly di proporzioni colossali, secondo il progetto con cui Renzi (e Farinetti, e gli altri geni che gli stanno attorno) intendono rimodellare l’economia italiana e segnarne le sorti. Terra di cibi e musei, paese da turismo e da vacanze. Una Riviera Romagnola estesa all’intera penisola. A beneficio di chi? Degli Stati che dominano la UE, cui rimarrebbe il monopolio assoluto dell’industria pesante e della finanza. A loro le produzioni che contano e rendono, a noi l’accoglienza delle comitive.
Non ho citato la Riviera Romagnola a caso. E’ da sempre, per la conformazione della sua economia (che non ha andamento continuativo), la patria del lavoro precario e malpagato. Così come lo è l’agricoltura, che funziona a cicli. Vale anche per la Spagna, il Portogallo, la Grecia, Cipro. Tutta la catena dei debitori dell’Europa meridionale. L’Italia si è a lungo sottratta a questa regola, ma arriva l‘Expo a sancire la resa. Esibiamo cassette di frutta, formaggi, pizza, spaghetti, accanto a prodotti non più nostri perché venduti alle multinazionali dell’alimentazione.
Un simpatico mercato rionale, con forza-lavoro non organizzata né tutelata dalla legge da mandare a casa finito il ciclo stagionale “alto”. Accompagnato da guide turistiche, ragazzi di fatica, personale alberghiero, autisti ecc. (mancano solo i suonatori di mandolino) che, dopo il pranzo, rendano il soggiorno piacevole al ricco visitatore. Ricco perché ha ormai in mano l’essenziale dell’industria italiana, a cominciare dal comparto agro-alimentare.
Cosa resta da fare al cameriere ipersfruttato, in simili frangenti? Ce lo dice la logica. Rovesciare il tavolo del cliente e gettare il vassoio in faccia al padrone. Ricostruire un Primo Maggio di lotta e dignità.

Pubblicato il · in Interventi ·  http://www.carmillaonline.com/2015/05/01/expo-lindustria-del-mandolino/