“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.” Antonio Gramsci
12 maggio 2019
11 maggio 2019
MARE E GIOVINEZZA
Il mare è la cosa più meravigliosa di tutte, credo; il mare in sé - oppure è solo la giovinezza? Chi può dirlo? Ma voialtri - tutti avete avuto qualcosa dalla vita: denaro, amore - tutto ciò che si può avere a terra - e, ditemi, non fu quello il tempo migliore, il tempo in cui eravamo giovani in mare; giovani e senza niente, sul mare che non dà niente, se non duri colpi - e talvolta un'occasione per provare la vostra forza - questo soltanto - ciò che tutti rimpiangete?
J. Conrad in Giovinezza
10 maggio 2019
LA FAMIGLIA SICILIANA VISTA DA UNA SOCIOLOGA SVEDESE
Il mio primo incontro con Eva Carlestal è avvenuto al Centro Studi e Iniziative di Partinico nel 1975. Per quasi due anni abbiamo lavorato insieme nel Centro di Formazione di Danilo Dolci a Trappeto. Eravamo tanto giovani allora e capivamo poco di tutto. Chiusa quella esperienza, ci siamo persi di vista. E' bello averla ritrovata, dopo tanti anni, nella stessa rivista alla quale collaboro anch'io. (fv)
Eva Carlestål
La famiglia. Un’indagine su una comunità di pesca in Sicilia
di Antonino Cusumano
Chi fa ricerca contrae dei debiti di
riconoscenza nei confronti di quanti lo hanno aiutato, lo hanno guidato
alla comprensione di un fenomeno o semplicemente lo hanno incoraggiato.
Si pone per il ricercatore, alla fine del suo lavoro, il problema della
restituzione. Se è vero che l’acquisizione dei dati conoscitivi comporta
un complesso rapporto di negoziazioni, di mediazioni, di scambio tra
soggetti con interessi differenti e talvolta conflittuali,
la restituzione del sapere acquisito, il controllo delle informazioni
ottenute sul campo e del loro uso pubblico, e la responsabilità del
ricercatore verso gli informatori, sono questioni che presentano aspetti
politicamente ed eticamente rilevanti, qualificanti della stessa
esperienza scientifica e della attendibilità metodologica.
Sensibile a questi problemi Eva
Carlestål ha sentito il bisogno di ritornare a Mazara per restituire i
risultati della ricerca che ha condotto nella nostra città tra il 1996 e
il 2001, in origine la sua tesi di dottorato, dal titolo La famiglia. The ideology of sicilian family networks,
pubblicata nel 2005 a cura del Dipartimento di Antropologia
dell’Università di Uppsala, oggi edita in lingua italiana a cura
dell’Istituto Euro Arabo, con il titolo La famiglia. Un’indagine su una comunità di pesca in Sicilia, grazie
alla traduzione di Deianira Ganga. Il libro è stato presentato a Mazara
sabato 2 febbraio 2013 nell’Aula Consiliare. Sono intervenuti, insieme
all’autrice, Gabriella D’Agostino, docente di Antropologia Culturale
dell’Università di Palermo, autrice tra l’altro della nota introduttiva
al volume, e il Presidente della Fondazione Buttitta, Ignazio E.
Buttitta, cui si deve il concreto sostegno economico per la stampa
dell’opera.
Già collaboratrice negli anni Settanta
del sociologo Danilo Dolci, avendo soggiornato a Partinico e in altre
località della Sicilia, Carlestål ha insegnato all’Università di Uppsala
ed è attualmente Director of doctoral studies presso il Dipartimento di Language&Culture in Europe dell’Università
di Linköping. Probabilmente nulla è più lontano dalla Sicilia della
Svezia e per questo lo sguardo che Eva Carlestål getta su di noi, sul
nostro modo di essere e di rappresentarci, di vivere e di abitare, di
pensare, di mangiare e di parlare, ci aiuta a conoscerci, a conoscere
noi stessi, talvolta a riconoscerci, a capire come ci vedono gli altri,
ma ci aiuta anche a intravedere la cultura di chi ci guarda e ci
rappresenta. Attraverso quel che la studiosa ha scritto su di noi, sulla
struttura e sull’organizzazione delle famiglie nell’ambito delle
società di pesca, sulla loro solidità e coesione ma anche sulla loro
duttilità e pervasività, attraverso le sue descrizioni etnografiche e le
sue interpretazioni antropologiche, intuiamo qualcosa della sua cultura
d’appartenenza, del suo modo di essere e di pensare, delle sue
abitudini e della sua concezione della vita, della società e del mondo.
Alcuni probabilmente i più scettici non
si riconosceranno, non si ritroveranno nelle rappresentazioni della
città e dei cittadini elaborate e proposte da Eva; alcuni, magari i più
critici, i più suscettibili, i più permalosi, si sentiranno un po’
infastiditi, perfino indispettiti da certe sottolineature su determinate
nostre abitudini, su alcuni eccessi o difetti comportamentali. Ma è
bene ricordare che gli individui non sempre sono i migliori interpreti
di se stessi. Tra le loro intenzioni e le concrete manifestazioni di
comportamento, tra le norme dichiarate e le prassi consolidate ci sono
spesso non poche contraddizioni e ambiguità. In questo iato, in questo
scarto, in questa distanza tra ciò che diciamo di essere e ciò che
facciamo o siamo di fatto, sta probabilmente il livello delle strutture
profonde di una cultura. E l’antropologia serve proprio a
defamiliarizzare il consueto e l’apparentemente ovvio, a rendere
esplicito l’implicito, il sottinteso, l’irriflesso, quanto nel nostro
senso comune appare scontato. Il compito dell’antropologo è in fondo
quello di mostrare che quanto ci sembra ovvio e naturale non lo è
affatto, che le cose che ci sono familiari possono essere viste sotto
una luce diversa, che le rende in qualche modo strane, esotiche. Lo
“sguardo da lontano” ci fa vedere quello che di solito non vediamo
proprio perchè lo abbiamo costantemente sotto gli occhi. Questo
estraneamento ci suggerisce che le nostre istituzioni sociali e i nostri
modi di vivere non sono gli unici possibili né sono necessariamente
migliori.
Eva Carlestål non si è limitata a
osservare, ascoltare, registrare. Non è rimasta sulla soglia della
città, vi si è trasferita, ha preso contatto con famiglie, uomini e
donne della comunità, ha condiviso gli spazi urbani, ha partecipato ad
eventi pubblici e privati, (processioni, comizi, riunioni politiche,
conferenze sulla pesca, manifestazioni culturali, perfino matrimoni), ha
promosso quella trama di fatti e relazioni personali che costituiscono
lo specifico di un’indagine sul campo, è entrata nelle case e perfino
nelle scuole anche attraverso la figlia Teresa, che con lei ha condiviso
la permanenza a Mazara frequentando il liceo locale. Eva ha in altre
parole perseguito e realizzato quel metodo di indagine che in
antropologia si chiama “osservazione partecipante”, finalizzata alla
comprensione empatica del sentire comune dei soggetti indagati, e per
questo ha praticato in prima persona le abitudini dei mazaresi,
condividendo modelli e strategie della cultura locale.
Molti sono gli aspetti della vita
cittadina che Eva ha attentamente osservato e descritto, a cominciare
dalla nostra orgogliosa difesa delle pratiche alimentari, mai solitarie e
sempre occasioni festose di convivialità, per certi aspetti
accompagnate forse da un’eccessiva enfasi siculocentrica. La studiosa
svedese dedica alcune pagine al nostro senso dell’ospitalità, generosa
certo, ma anche probabilmente a volte esuberante, ingombrante, perfino
invasiva rispetto alla libertà e ai diritti della privacy individuale. E
comunque sottesa e regolata da impliciti modelli d’inclusione e di
esclusione.
Del complesso rapporto pubblico/privato,
approfondito e ampiamente argomentato con numerose esemplificazioni,
anche in simmetrica corrispondenza con il difficile equilibrio
dentro/fuori, l’antropologa dimostra quanto il confine sia ambiguo, per
certi tratti ben marcato e per altri assai incerto e opaco, reversibile,
spesso giocato secondo logiche di affiliazione e di appartenenza, di
equivoca commistione o di rigida separazione.
Ma le cose forse più interessanti e più
originali Eva probabilmente le scrive sulla donna mazarese, sulle donne
che sono figlie o mogli di pescatori, la cui visibilità e forte presenza
sono evidentemente correlate all’assenza del padre o marito, costretto
in mare per lunghi periodi dell’anno Ci fa scoprire il loro ruolo
centrale nella gestione non solo dell’organizzazione delle attività
domestiche e familiari ma anche e soprattutto nella strutturazione e
trasmissione dei valori morali e affettivi, dei saperi e dei poteri
formali e informali. Cogente è il vincolo di dipendenza che lega il
figlio alla madre in un sistema di matrifocalità in forza del quale le
donne sono chiamate a “fare da padre e da madre”, così da dichiarare
all’antropologa (“tu sei donna e mi puoi capire”) timori e ansie,
premure e apprensioni, desideri e insoddisfazioni. Probabilmente solo
una donna, la sensibilità di un’antropologa, avrebbe potuto cogliere le
diverse sfumature del mondo affettivo e sentimentale delle mogli
oppresse da una solitudine densa di supplenze, di impegni e incombenze
familiari.
C’è, in verità, molto dello specifico
femminile nello sguardo della ricercatrice: l’attenzione per gli aspetti
più minuti della vita quotidiana, il registro colloquiale e narrativo
della sua scrittura, i livelli di partecipazione umana e sentimentale
alle vicende dei suoi informatori, il suo percorso metodologico tra
micro e macro analisi, la sua particolare sensibilità per i temi della
maternità, dell’affettività, della moralità.
Molto di ciò che Eva Carlestål riferisce
alla famiglia mazarese – plasticità e sussidiarità, camaleontismo e
solidarietà – è probabilmente da ascrivere a modelli culturali che
appartengono ormai all’intero nostro Paese. Niente affatto chiusa su se
stessa ma al contrario flessibile ed estroflessa nella sfera pubblica,
la famiglia allargata svolge un ruolo non secondario nell’elaborazione e
applicazione di precisi codici organizzativi e normativi che orientano e
permeano la vita della comunità. Sono fin troppo note le pratiche della
mediazione e della cooptazione familiare nella politica e
nell’amministrazione, soprattutto quelle degenerate nel clientelismo e
nel nepotismo. Sappiamo quanto la logica onnivora dei reticoli parentali
possa inquinare e corrompere la gestione della cosa pubblica. E
tuttavia, al di là dei fenomeni prodotti dal cosiddetto “familismo
amorale”, la famiglia era e resta, oggi ancor più di ieri, in tempi di
gravissima crisi del welfare statale, un fondamentale ammortizzatore
sociale, un prezioso presidio economico a difesa degli equilibri della
collettività. Lo è per i giovani che hanno difficoltà ad entrare nel
mondo del lavoro. Lo è per le donne che non possono contare su una
adeguata ed efficiente rete di servizi pubblici. Lo è per le persone
anziane o per quelle non autosufficienti che trovano all’interno del
nucleo familiare l’unico sicuro riparo assistenziale.
La verità è che in una società e in una
cultura di tipo collettivista, la famiglia è una grande Madre,
possessiva ma anche protettiva, solida ma anche solidale, pervasiva ma
anche comprensiva. Nulla di più distante, nel bene e nel male, dalle
società e dalle culture individualistiche del Nord Europa. Probabilmente
nulla di più antropologicamente lontano dalla Svezia di Eva Carlestål.
Dialoghi Mediterranei,n.1, aprile 2013
09 maggio 2019
LINGUA E POTERE ...
Come si legge un taccuino di un filologo, ricavato da diari scritti dal '33 al '45 per riuscire a sopravvivere e “reggersi in equilibrio”, da ebreo tedesco, in un mondo diventato improvvisamente bestiale? Come una testimonianza preziosa; come una galleria di ritratti ed episodi quotidiani vividi e minuti; come una raccolta di osservazioni sulla manipolazione della lingua; come un libro di storia; come un portolano che ancora oggi, pur con tutte le differenze, può guidarci nelle correnti e nelle rapide del linguaggio quando la propaganda politica prende ad agitarlo e vuole a tutti i costi governarlo, tentando di sviarne e dirigerne l'uso.
“Taccuino di un filologo” è il sottotitolo di LTI, La lingua del Terzo Reich, di Victor Klemperer, uscito in Italia per la casa editrice Giuntina nel 1998 (in Germania nel '46, divenuto presto un classico), dove LTI sta per Lingua Tertii Imperii. L'autore è un professore ebreo di Filologia all'Università di Dresda, nato nel 1881, esperto di letteratura francese, laureato con una tesi su Montesquieu, allievo di Karl Vossler e collega di Erich Auerbach: privato dal nazismo della cattedra e dei suoi libri, trasferito in una “casa degli ebrei”, spedito in fabbrica con la stella gialla cucita sul petto, si salverà solo grazie al fatto di essere sposato con una tedesca “ariana”.
Diviso in 36 capitoli, più una prefazione in cui si parla della parola “Eroismo” e una postfazione dal titolo “Per delle parole”, in cui l'autore ricorda la figura di un'operaia berlinese che era stata in carcere per “delle parole”, cioè per aver offeso Hitler e i suoi simboli, il libro illustra come la lingua di un regime totalitario, se opportunamente dispensata, inoculata ai parlanti come “piccole dosi di cianuro” che intossicano subdolamente giorno dopo giorno, riesca a intaccare nel profondo il pensiero di un intero Paese, anche il più colto e avanzato.
Dalle parole si parte e sulle parole si chiude: in mezzo, osservazioni sui segni di interpunzione (le virgolette ironiche), sull'uso del superlativo numerico preso di peso dall'America (dove è usato dalla pubblicità e nel commercio in modo ingenuo) per essere trasferito dai nazisti nei bollettini di guerra, sulla grafica della sigla SS (due taglienti saette), sulla sillaba di un canto che viene ritoccata per renderlo innocente in vista della fine della guerra. E ancora le parole e gli slogan, cercando di non tralasciare nulla, perché questa è l'opera di un filologo dalla spiccata, vibrante, tesissima sensibilità linguistica, calda fino a quasi diventare incandescente viste le circostanze e la sua condizione. E il filologo può permettersi di essere pedante e non tralasciare nulla “perché domani le cose appariranno diverse”. Anzi è proprio il suo farsi urtare, colpire, ferire, ad aiutare il lettore: non occorre conoscere necessariamente il tedesco o essere ferrati in linguistica per addentrarsi in questo testo eccezionale.

Basta forse solo l'esergo di Franz Rosenzweig, “La lingua è più del sangue”, per seguire il racconto ricco di sfumature e sguardi laterali, orecchio e minuta attenzione, nel succedersi di incontri, tradimenti, scoperte, intuizioni, in cui le parole sono sempre rivelatrici. Mai astrazioni, ma sempre concrete, materiali, d'uso spiccio.
Sono le parole degli operai che Klemperer ascolta mentre lavora in fabbrica o spazza le strade, che legge nel Mein Kampf o nell'opera dell'ideologo Rosenberg, nei discorsi di Goebbels, che reperisce scartabellando annuari del commerciante, volantini, annunci mortuari o di nascite. Dall'alto al basso, dalla lingua alta a quella degli ignoranti, nelle lettere e negli scritti persino degli ebrei stessi: su tutto regna la LTI, con i suoi due tratti distintivi, la povertà e la monotonia. Povertà già nell'abolizione della distinzione fra parlato e scritto: tutto deve diventare semplice, deve prevalere l'appello, l'ordine, l'esecrazione, perché la lingua totalitaria, per mantenere i pensieri inalterati, fissi su un solo aspetto, deve essere una e avere una sola dimensione. Monotonia perché è nella ripetizione, nell'ossessione, che trae la sua essenza il fanatismo.
Da studioso di letteratura francese, Klemperer individua subito lo stravolgimento della parola “fanatismo”: presa dall'illuminismo (dove aveva un significato negativo in quanto indicava mancanza di razionalità, cecità necessaria a piegare la massa a un culto, in quel caso la religione, per ingannarla e sfruttarla), da un iniziale significato peggiorativo anche in tedesco, all'improvviso si rovescia, nella lingua nazificata, in termine centrale e positivo. Prende il posto di “appassionato”, diventa termine virtuoso in quanto implica fedeltà, coraggio, tenacia, forza e dalla politica tracima ai romanzi, dal linguaggio militare a quello quotidiano.
Poi ci sono le parole specificamente naziste: “spedizione punitiva” (Strafexpedition), “cerimonia ufficiale” (Staatsakt) e l'aggettivo “storico” che viene applicato a ogni inezia del regime.
E “sistema”: tutto diventa sistema, organizzazione, chiunque diventa pezzo di quel sistema (sono “pezzi” da contare gli ebrei mandati nei campi di sterminio). Chiunque è compreso nel sistema, persino i ragazzini, persino i gatti!
Fra le tante umiliazioni che quotidianamente subisce da perseguitato, Klemperer si trova a non poter più pagare la quota per i suoi gatti alla società protettrice per gli animali e annota: “nella “organizzazione tedesca dei gatti” – non scherzo, così si chiamava il bollettino di informazioni della società, divenuto organo del partito – non c'era più posto per quegli animali che, dimentichi della purezza della razza, continuavano a rimanere in casa di ebrei. Più tardi ce li tolsero, anche, i nostri animali domestici: gatti, cani e persino canarini vennero portati via e uccisi, non in casi isolati o per spregio a opera di singoli, ma per ordini superiori e con sistematicità”. Così vuole il sistema.
Niente animali domestici e niente casa: solo “case degli ebrei”. E sulla targhetta il loro nome è contrassegnato con la stella, quello del coniuge ariano no. Se il nome non è abbastanza ebraico, devono aggiungervi “Israel” o “Sara” (mentre “i tedeschi” vanno protetti dai nomi biblici, come “Lea” o, di nuovo, “Sara”, ora vietati) e presentarsi anteponendo sempre la parola “ebreo” al cognome (“l'ebreo Klemperer”). Non possono più prendere in prestito in biblioteca libri, né tenerne in casa: sono permessi solo libri ebraici, allora una collega adotta l'escamotage, durante le perquisizioni della Gestapo, di segnalare che certi curatori di classici sono proprio germanisti ebrei o che taluni nomi puntati di autori corrispondono in realtà a nomi ebraici, tipo M. per Moses (singolare operazione al contrario per salvare il tesoro di testi).
Sin dall'apparizione di questo libro in Italia, nelle recensioni – da Tobia Zevi a Stefano Vitale, da Anna Foa a Gianrico Carofiglio – si è sempre insistito sulla sua utilità, sul suo valore di monito, sul suo richiamarci al dovere di vigilare sulla lingua in ogni momento, sulla necessità di stare in guardia anche in tempi, come si dice, non sospetti. Aldo Nove, recensendolo venti anni fa, scriveva: “Rabbia, demagogia e identificazione di un capro espiatorio. Questi tre elementi in particolare sono quanto mai attuali, e forse lo saranno sempre. Vanno tenuti sott'occhio.”
Da allora, rabbia, demagogia e ricerca di capri espiatori sono diventati ancora più drammaticamente attuali e forti. E la propaganda ha ulteriori canali. Propalate ossessivamente tramite social network, trasmesse in loop e in heavy rotation (monotonia, ricordate?) sulle tv zeppe di talk-show in cui a vincere sono i discorsi più urlati e brutali, ora le parole più semplici, e spesso corredate da materiali manipolati ad arte (immagini e notizie fake), dilagano ossessivamente in un profluvio di slogan. Stop invasione, La pacchia è finita, Taxi del mare, Prima gli italiani. Giornaloni, Professoroni, Intellettualoni (toh, l’accrescitivo che vale le virgolette ironiche). Risuona la lingua piegata e manipolata da un comico che la distorce (Grillo con il suo “vaffanculo” che diventa anche solo lettera, V di V-Day) seguito dalla tifoseria della sua curva (fans come fanatici) che battendo con rabbia sui tasti del cap-lock partorisce frasi tutte maiuscole (l'urlo), in cui abbondano punti di sospensione e punti esclamativi misti agli 1 che si insinuano nel reticolo di !!!!, nel pestaggio dei tasti durante l'esecrazione pubblica dei post facebook contro i Sinistrati, i Giornalai, i Pidioti su cui riversare colate di rabbia. La lingua di uno “spin-doctor” (il Morisi di Salvini) che va a spulciarsi anche i singoli tweet degli scrittori, dei cuochi, dei rapper, le parole dei cartelli nelle manifestazioni degli studenti, per additarli al branco nell'incitazione a colpire, zittire, intimidire gli avversari. Gli “Euroburocrati” prendono il posto delle democrazie plutocratiche di un tempo, i “giovanotti palestrati con i telefonini in gita sui barconi” prendono il posto degli ebrei accusati delle peggiori nefandezze; non ci si fa problemi a ritirare fuori i detti mussoliniani, i “me ne frego”, “molti nemici molto onore”, “chi si ferma è perduto” (di nuovo Salvini).
Leggendo in Klemperer dell'uso larghissimo che facevano i nazisti della parola “popolo” (Volk), leggendo che su tutto veniva aggiunto “un pizzico di popolo: festa del popolo, compagno del popolo, vicino al popolo, venuto dal popolo”, non si può non pensare, con un lieve brivido, alle espressioni “avvocato del popolo” e “manovra del popolo” pronunciate dai nostri attuali governanti con un soave sorriso.
Oggi si ripete che i tempi sono diversi, che il nazismo è acqua passata (anche se uno dei peggiori massacri del dopoguerra è stato compiuto dal giovane neo-nazista norvegese Anders Breivik a Utoya, nel 2011), che i fenomeni non si ripresentano sempre nelle stesse forme. Vogliamo continuare a pensarlo. Nel frattempo, per non sbagliare, è bene prendere qualche appunto. E rileggere le straordinarie pagine di un filologo, ascoltandolo bene quando ci dice che parole opportunamente intossicate possono avvelenarci persino in piccole dosi, “come l'arsenico”. Ogni giorno.
Sulla figura e l'opera di Klemperer rimandiamo anche alla duplice riflessione di Roberto Gilodi e Michele Ranchetti, Victor Klemperer. Cronache di una vita e di una lingua, da noi pubblicata il 24 giugno 2011.
Continua il nostro speciale Ritorno al futuro. L'idea è quella di rileggere libri del passato che offrano una prospettiva capace di illuminare il momento che viviamo oggi. Per leggere gli altri contributi cliccare sul nome dello speciale a sinistra sopra il titolo in questa stessa pagina.
Articolo ripresi da https://www.doppiozero.com/materiali/lti-la-lingua-del-terzo-reich-di-victor-klemperer
08 maggio 2019
LA STORIA NON E' MAI STATA UN BENE COMUNE
Uno storico, un noto scrittore e una senatrice a vita hanno diffuso un documento-appello che pubblico di seguito perchè contiene alcuni elementi di verità.
Su un punto però dissento nettamente: ancora una volta si confonde la realtà effettuale delle cose con i pii desideri, l'essere col dover essere.
In nessun paese al mondo la storia è mai stata un bene comune. La memoria del passato divide perchè il passato è stato vissuto diversamente dalle classi dominanti e da quelle subalterne; finchè il genere umano sarà diviso in classi o in caste la storia e la memoria non potranno mai essere condivise. (fv)
La storia è un bene
comune. La sua conoscenza è un principio di democrazia e di
uguaglianza tra i cittadini. È un sapere critico non uniforme, non
omogeneo, che rifiuta il conformismo e vive nel dialogo. Lo storico
ha le proprie idee politiche ma deve sottoporle alle prove dei
documenti e del dibattito, confrontandole con le idee altrui e
impegnandosi nella loro diffusione.
Ci appelliamo a tutti i
cittadini e alle loro rappresentanze politiche e istituzionali per la
difesa e il progresso della ricerca storica in un momento di grave
pericolo per la sopravvivenza stessa della conoscenza critica del
passato e delle esperienze che la storia fornisce al presente e al
futuro del nostro Paese.
Sono diffusi, in molte
società contemporanee, sentimenti di rifiuto e diffidenza nei
confronti degli “esperti”, a qualunque settore appartengano, la
medicina come l’astronomia, l’economia come la storia. La
comunicazione semplificata tipica dei social media fa nascere la
figura del contro-esperto che rappresenta una presunta opinione del
popolo, una sorta di sapienza mistica che attinge a giacimenti di
verità che i professori, i maestri e i competenti occulterebbero per
proteggere interessi e privilegi.
I pericoli sono sotto gli
occhi di tutti: si negano fatti ampiamente documentati; si
costruiscono fantasiose contro-storie; si resuscitano ideologie
funeste in nome della deideologizzazione. Ciò nonostante, queste
stesse distorsioni celano un bisogno di storia e nascono anche da
sensibilità autentiche, curiosità, desideri di esplorazione che non
trovano appagamento altrove. È necessario quindi rafforzare
l’impegno, rinnovare le parole, trovare vie di contatto,
moltiplicare i luoghi di incontro per la trasmissione della
conoscenza.
Ma nulla di questo può
farsi se la storia, come sta avvenendo precipitosamente, viene
soffocata già nelle scuole e nelle università, esautorata dal suo
ruolo essenziale, rappresentata come una conoscenza residuale, dove
reperire al massimo qualche passatempo. I ragazzi europei che giocano
sui binari di Auschwitz offendono certo le vittime, ma sono al tempo
stesso vittime dell’incuria e dei fallimenti educativi.
Il ridimensionamento
della prova di storia nell’esame di maturità, l’avvenuta
riduzione delle ore di insegnamento nelle scuole, il vertiginoso
decremento delle cattedre universitarie, il blocco del reclutamento
degli studiosi più giovani, la situazione precaria degli archivi e
delle biblioteche, rappresentano un attentato alla vita culturale e
civile del nostro Paese.
Ignorare la nostra storia
vuol dire smarrire noi stessi, la nostra nazione, l’Europa e il
mondo. Vuol dire vivere ignari in uno spazio fittizio, proprio nel
momento in cui i fenomeni di globalizzazione impongono panorami
sconfinati alla coscienza e all’azione dei singoli e delle
comunità.
Per questo cittadini di
vario orientamento politico ma uniti da un condiviso sentimento di
allarme si rivolgono al governo e ai partiti, alle istituzioni
pubbliche e alle associazioni private perché si protegga e si faccia
progredire quel bene comune che si chiama storia
e chiedono
che
la prova di storia venga ripristinata negli scritti dell’esame di
Stato delle scuole superiori.
che
le ore dedicate alla disciplina nelle scuole vengano incrementate e
non ulteriormente ridotte.
che
dentro l’università sia favorita la ricerca storica, ampliando
l’accesso agli studiosi più giovani.
Andrea Giardina
Liliana Segre
Andrea Camilleri
SUL CINEMA DI VITTORIO DE SICA
In "Altri tempi" con Gina Lollobrigida
Vittorio De Sica, regista e attore. Un'antropologia italiana nelle maschere di un eclettico
Clotilde Bertoni
La battuta più nota del
Terzo uomo di Reed è inserita nel copione da un Orson Welles
presente nel cast come interprete; buona parte della grandezza di
Viale del tramonto di Wilder si deve all'Eric von Stroheim
che, nel ruolo di un geniale regista del muto distrutto dal sistema
hollywoodiano, mette praticamente in scena, con cupo sarcasmo, la sua
storia: si potrebbe continuare. I registi-attori che non si limitano
a ribadire meglio la propria cifra dirigendo se stessi, ma
sprigionano potenzialità impensate recitando in film altrui,
esercitano sul cinema un'incidenza particolare; magari anche quando
lo sprigionamento sconfina nella dispersione, le loro ragioni sono
delle più materiali e le loro scelte non delle più oculate.
![]() |
| In "I due marescialli" con Totò |
Forse nessun caso lo
dimostra quanto Vittorio De Sica, attore innanzitutto e sempre: negli
anni venti-trenta nome di punta del teatro leggero e del cinema dei
Telefoni bianchi, poi, dopo l'affermazione come regista, poco incline
a comparire nei film suoi, ma spinto invece da motivi finanziari a
collezionare una filmografia di interprete follemente eterogenea, in
cui Il generale della Rovere di Rossellini si affianca a Totò,
Vittorio e la dottoressa di Mastrocinque, polpettoni insipidi
come Caroline Chérie di La Patellière si avvicendano ai
Gioielli di Madame de... di Ophuls, commedie sfavillanti di
Blasetti, Comencini e Monicelli sono seguite a ruota da gemmazioni
fiacchissime, che nei titoli - Vacanze a Ischia, Vacanze
d'inverno - sembrano a volte sinistramente anticipare, sebbene la
qualità sia comunque ben diversa, i cinepanettoni, oggi di un altro
De Sica regno incontrastato.
![]() |
| In "Altri tempi" con Gina Lollobrigida |
Ma questo accumulo,
facilmente liquidato come smaccato tradimento del grande lavoro di
regista, fornisce invece a quel lavoro un contrappunto e un alimento
straordinari, sia in quanto forma penetrante di registrazione
dell'antropologia e delle vicissitudini italiane, sia in quanto
efficace mezzo di scavo nel senso stesso della recitazione: come ora
dimostra a fondo lo studio solidissimo e avvincente di Anna
Masecchia, Vittorio De Sica Storia di un attore (Kaplan, pp.
260, € 20,00), che, facendo leva su una vasta bibliografia e su
scrupolose ricerche d'archivio, sa tanto esplorare nei dettagli la
cinquantennale attività presa in esame, quanto individuarne e
indagarne le linee principali. Innanzitutto, il libro rileva che
questa attività così ramificata è in effetti saldata da robuste
costanti.
![]() |
| In "Il generale Della Rovere" |
Ad esempio, l'estro dell'improvvisazione affinato da De
Sica nel teatro di varietà (con la leggendaria compagnia Za-Bum), e
le esibizioni canore, gli sketch sbrigliati dei suoi primi film,
costituiscono, contro le apparenze, un retroterra decisivo dei suoi
capolavori neorealisti: perché soprattutto da lì proviene la famosa
capacità di orchestrare forme di recitazione più spontanee, di
provocare il pubblico, di dirigere interpreti non professionisti.
Inoltre, tutte le sue fasi di attore (che spesso lo vedono anche
collaborare alle sceneggiature) intercettano, in modi vari, voghe,
umori e inquietudini delle corrispondenti fasi storiche: le
assunzioni di identità fasulle e i vagheggiamenti di esistenze
alternative dei giovani del Signor Max o dei Grandi magazzini
indicano surrettiziamente il disagio che cova nella soffocante
atmosfera del regime; il disorientato onorevole di Roma città
libera di Pagliero, e i maestri di scuola integri e perdenti del
Cuore di Coletti e del Buongiorno, elefante! di
Franciolini (impasto di affilata denunzia e umorismo surreale tipico
dello sceneggiatore principale, lo Zavattini a lungo alter ego
di De Sica) illustrano il miscuglio di ideali fervidi e perdurante
smarrimento che contrassegna il dopoguerra; la frotta di carabinieri,
legulei e politici, fintamente autorevoli e più o meno inaffidabili,
incarnati negli anni cinquanta e oltre, mette poi in risalto
l'inceppamento degli ideali, il trasformismo e il qualunquismo in
agguato, le lacerazioni e i compromessi che vanno segnando la
ricostruzione.
![]() |
| In "Il vigile" |
Però, come Masecchia
sottolinea acutamente, De Sica, grazie alla sua eclettica formazione
teatrale, riesce ben più di altri mattatori dell'epoca (a partire da
quello che un po' si vuole suo erede, Sordi), a non cristallizzare i
suoi personaggi nella fissità di tipi invariabili, da un lato
dotandoli, mediante l'arte dell'immedesimazione appresa da Tatiana
Pavlova, di una specifica individualità, dall'altro avvolgendoli,
attraverso le strategie di distanziamento ironico assorbite da Sergio
Tofano, in una luce burlesca e straniante (non a caso notata e
apprezzata da Brecht). Irripetibili perciò, quanto ricche di
chiaroscuri, numerose sue figure: il truffatore spavaldo di Peccato
che sia una canaglia e quello tormentato e ravveduto del Generale
della Rovere; il sindaco oscillante tra idealismo e opportunismo
di Amore e chiacchiere e quello sbruffone e sgradevole del
Vigile; e, beninteso, il maresciallo sorrentino della
tetralogia Pane, amore e, incarnazione della fede nelle
istituzioni quanto delle loro riconversioni disinvolte («Ho servito
il re, il duce e il presidente della Repubblica»), campione tanto di
una calda umanità quanto di un istrionismo smodato, che si fondono
in rivendicazioni di onestà («Io songo n'ommo 'e cristallo!»)
insieme sostanzialmente attendibili e sommamente grottesche.
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| In "Teresa Venerdì" |
Inoltre, come sempre
Masecchia segnala, l'ironia si spinge all'autoironia, la deformazione
umoristica riservata alle proprie creazioni si estende a quella della
propria statura di divo: soprattutto quando i personaggi interpretati
sono attori, oppure figure professionali, come gli avvocati e i
politici, agli attori facilmente assimilabili; e la messinscena della
contemporaneità si fa così esplicitamente messinscena dell'arte
dello spettacolo, del suo potere di sostituire o manipolare la
realtà, di confermare l'autorità o di sovvertirla. Tra i migliori
esempi la scena del poco noto Cameriera bella presenza di
Pàstina in cui De Sica, nei panni di un capocomico, sentendo la
protagonista esaltare commossa la maternità, la invita a ripetere
«la battuta»; o la scena, ben più celebre, di Altri tempi
di Blasetti, in cui, nel ruolo di uno scalcinato principe del foro,
riesce a fare assolvere una Gina Lollobrigida imputata,
giustificabile ma colpevole, travolgendo i vincoli della legge e
della logica a colpi di funambolismi retorici; o ancora, nell'Oro
di Napoli di cui è anche regista, la teatralità, conforme ai
rituali aristocratici, della partita a carte che impone a un bambino
del popolo nelle vesti di un conte incallito giocatore (altra sua
parte ricorrente, nata da un altro rimando autoderisorio, quello
all'ossessione origine dei suoi problemi economici): seguita, in un
successivo episodio dello stesso film, da una teatralità di segno
opposto, quella liberatoria dello sberleffo che un Eduardo De Filippo
maestro di saggezza insegna alla gente dei vicoli, come forma
migliore di ribellione alle umiliazioni loro inflitte da un altro
nobiluomo.
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| In "Il delitto Matteotti" |
La rappresentazione dei
mutamenti e disfunzioni della propria epoca, e delle risorse e
ambivalenze del proprio mestiere, che il De Sica attore porta avanti,
resta sempre in bilico tra una programmatica leggerezza e una
consapevolezza intensa, che si va progressivamente venando di una
malinconia evidente in alcune delle sue apparizioni finali. È
pervasa di malinconia, ad esempio, una delle sue ultime
interpretazioni significative (tra le poche non analizzate da
Masecchia), quella estremamente sobria - dopo tanti ruoli sopra le
righe e tanti personaggi di avvocati ribaldi - del coraggioso
magistrato che nel Delitto Matteotti di Vancini tiene
strenuamente e inutilmente testa al fascismo; e di malinconia si vela
a tratti il suo affabile sorriso nel filmato di una conferenza tenuta
non molto prima della scomparsa (e inserita nel film di Scola che gli
rende uno struggente omaggio, C'eravamo tanto amati):
testimonianza conclusiva del suo lungo e accidentato, tanto brioso e
tanto sofferto, inseguimento della realtà, del suo modo personale di
prendere sempre sul serio le cose senza mai prendere troppo sul serio
se stesso.
ALIAS - IL MANIFESTO, DOMENICA 20 GENNAIO
2013
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