Negli ultimi mesi dell'anno scorso è stato finalmente pubblicato un racconto inedito del poeta di Aliminusa. Nelle pagine palermitane de La Repubblica, oggi ne parla Salvatore Ferlita. Di seguito potete leggere l'articolo.(fv)
Il
romanzo di Battaglia il poeta che cantò le lotte dei contadini
Amato
da Sciascia, citato da Pasolini, l’autore di Aliminusa morto nel ’ 95 torna il
libreria con " Voglia di notte": storia picaresca di latifondo ed
eros.
I suoi versi dialettali più incontaminati di quelli di Buttitta piacquero anche
a De Mauro e a Nigro La storia erotica di un barone e la moglie
di Salvatore Ferlita
«Tra i giovani ricordo soltanto un ragazzo
palermitano, di vent’anni, che ha pubblicato un esiguo libro in versi siciliani
con la prefazione di Leonardo Sciascia»: a evocare il ventenne in questione, il
poeta di Aliminusa Giuseppe Giovanni Battaglia, è niente meno che Pier Paolo
Pasolini, intervistato nei primi anni Settanta da Enzo Golino sul rapporto tra
nuove generazioni e dialetto. È il solito Sciascia a mettere il romanziere e
cineasta friulano sulle tracce di Battaglia: allo scrittore di Racalmuto
infatti si deve la presentazione appassionata a " La piccola valle di
Alì" (Fausto Flaccovio 1972), raccolta che rifonde la prima silloge
dell’autore, ossia " La terra vascia" del 1969, che recava
l’imprimatur di Ignazio Buttitta. Di lì a breve, quasi a passarsi il testimone,
di Battaglia si occuperanno Tullio De Mauro, Salvatore Silvano Nigro e Giovanni
Ruffino, estensori rispettivamente delle prefazioni a "Campa padrone che
l’erba cresce" ( 1977) e a " L’ordine di viaggio" (1982 e 2005).
Ma nonostante tale pedigree esegetico, da far tremare le vene ai polsi di
critici e linguisti, Giuseppe Giovanni Battaglia rimane confinato in una sorta
di limbo, letto e stimato da un gruppo sparuto di sodali. Tra questi, vero e
proprio sacerdote della sua memoria, il pittore Vincenzo Ognibene, amico
fraterno di Battaglia, instancabile animatore di iniziative editoriali.
L’ultima riguarda la pubblicazione dell’unico romanzo del poeta di Aliminusa,
ossia " Voglia di notte" ( edizioni Arianna, 152 pagine 13 euro). Ma
prima di illustrare le sorprendenti peculiarità di quest’opera testamentaria
appena uscita, vale la pena di ricostruire le tappe biografiche di Battaglia e
il suo percorso artistico, per dar conto di una parabola originalissima e
bruciante. Egli infatti attraversò il cielo letterario isolano alla stregua di
una meteora: nato nel 1951 ad Aliminusa, si iscrive alla facoltà di Lettere a
Palermo senza mai laurearsi e nel 1975 entra alla Camera del Lavoro, avvia
l’attività sindacale e collabora con la rivista "Sindacato". Questo
dato biografico è legato a doppio filo alla sua produzione in versi, al centro
della quale troviamo Aliminusa, paese di contadini, caratterizzato dalla
rudimentalità delle colture, dalla povertà dei mezzi . Una realtà agraria
arretrata ( che dispone di un unico, vero possesso: il dialetto e la memoria
ancestrale) e segnata tragicamente dalla fine della civiltà contadina. Da un
lato, dunque, il sogno della terra che anima i contadini siciliani, che li
spinge all’occupazione; dall’altro, la resistenza del blocco agrario-mafioso,
durissima, che si traduce in una repressione violenta. Ne deriva una vera e
propria guerra civile: a farne le spese saranno sindacalisti e braccianti
agricoli.
Tutto questo diventa, tra le mani di Giuseppe Giovanni Battaglia, dolorosa
materia poetica che prende forza in un dialetto terragno, « integrale,
incontaminato, ancestrale » (Nigro), agli antipodi rispetto a quello
italianizzante di Buttitta. « La terra ia vascia, / vascia Signuri, / e si
zappa calatu; / suduri e suduri / ca ia megghiu la morti»: la terra è bassa e
si zappa chini, tanto si fa fatica che ancor meno è la morte. Sono i versi che
impressionarono Sciascia, tanto da spingerlo a tenere a battesimo l’esordio di
Battaglia. Il quale darà prova del suo talento anche nelle poesie in lingua
(" Luoghi di terra e di cielo", 1982): dal tronco di una poesia corporea
e contundente sbocciano versi attraversati da un tarlo verrebbe da dire
filosofico, meditativo. L’orizzontalità del paesaggio cede il passo alla
profondità dello sguardo e della ricerca. Le raccolte che da questo punto in
poi si susseguono continuano a esibire l’imprimatur del fior fiore dei lettori
di professione: Giovanni Tesio, Giacinto Spagnoletti, Giorgio Bàrberi
Squarotti. Insomma, per Battaglia si sono scomodati i mammasantissima della
critica letteraria.
Ed ecco il romanzo, scritto quando già il suo autore, tornato in Sicilia è
tallonato dalla malattia che avrebbe poi avuto la meglio nel 1995. La Sicilia
che fa da sfondo è insieme un luogo mitico e senza tempo, l’isola degli anni
del dopoguerra e della rivolta contadina: le vicende narrate si svolgono nel
paese di Alimina, dimidiato tra i pochi signori latifondisti che se la godono
esercitando un potere cieco e ottuso e i poveri diavoli degli straccioni che
invocano la terra e i diritti negati. Il barone Giulio Trecase, «superbo sul
suo cavallo bianco, pantaloni di velluto a costine color ghiaccio, camicia
bianca, maglioncino bianco e per cappello un borsalino bianco » , si aggira
tronfio tra i suoi possedimenti investiti da una luce abbacinante. Ha una
moglie giovane, effervescente, dal corpo in fiamme, che però egli trascura
ricavando esclusivamente il suo piacere solo dalla terra, dal sangue versato
dai contadini, dall’odio verso i pezzenti. Ma la consorte, Annunziata
Spampinato di Cavuso d’Oro, « grassa, le belle cosce grosse, floride, le mammelle
e la facciona rotonde come la luna», sa come vendicarsi dell’indifferenza del
consorte: quale amante insaziabile e divoratrice si concede a quelli che le
capitano sotto tiro, quasi tutti di provenienza popolare. Si tratta di un
esercizio del sesso quale risarcimento paradossale e visionario (gli amplessi
narrati hanno qualcosa di iperbolico) nei confronti degli ultimi, anche se
donna Annunziata prosciuga le energie degli uomini che calamita. Ha ragione
Paolo Ferruccio Cuniberti, autore della postfazione: questa Alimina ha qualcosa
della Macondo di Garcìa Marquez, per la dimensione polifonica e a tratti
picaresca della narrazione. Ne viene fuori un apologo sorprendente, col suo
finale quasi onirico e felicemente liberatorio.
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