21 marzo 2020

UNA TRISTE PRIMAVERA







Mi adagio nel mattino
di primavera. Sento
nascere in me scomposte
aurore. Io non so più

se muoio o se rinasco.

Sandro PENNA

18 marzo 2020

LA CULTURA CHE MANCA OGGI









Ecco la cultura che manca oggi:

 "Non più una cultura che consoli nelle sofferenze ma una cultura che protegga dalle sofferenze, che le combatta e le elimini." (Elio Vittorini)

CHISSA' DOVE CI INCONTREREMO ANCORA







Versa dell'altro vino e rimani
non aver fretta d'andare via
Di tre parti si compone primavera:
due parti sono di tristezza
la terza parte di vento e di pioggia


I fiori sbocciano, i fiori muoiono:
nessuno arriva molto lontano -
allora smettila di lamentarti
ma canta ad alta voce:
Chissà dove ci incontreremo ancora
l'anno venturo al tempo delle peonie.


Ye Qingchen
XI ° secolo

15 marzo 2020

M. GUALTIERI, Ci dovevamo fermare ...














Questo ti voglio dire
ci dovevamo fermare.
Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti
ch’era troppo furioso
il nostro fare. Stare dentro le cose.
Tutti fuori di noi.
Agitare ogni ora – farla fruttare.


Ci dovevamo fermare
e non ci riuscivamo.
Andava fatto insieme.
Rallentare la corsa.
Ma non ci riuscivamo.
Non c’era sforzo umano
che ci potesse bloccare.


E poiché questo
era desiderio tacito comune
come un inconscio volere -
forse la specie nostra ha ubbidito
slacciato le catene che tengono blindato
il nostro seme. Aperto
le fessure più segrete
e fatto entrare.
Forse per questo dopo c’è stato un salto
di specie – dal pipistrello a noi.
Qualcosa in noi ha voluto spalancare.
Forse, non so.


Adesso siamo a casa.

È portentoso quello che succede.
E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano.
Forse ci sono doni.
Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo.
C’è un molto forte richiamo
della specie ora e come specie adesso
deve pensarsi ognuno. Un comune destino
ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non troppo bene.
O tutti quanti o nessuno.


È potente la terra. Viva per davvero.
Io la sento pensante d’un pensiero
che noi non conosciamo.
E quello che succede? Consideriamo
se non sia lei che muove.
Se la legge che tiene ben guidato
l’universo intero, se quanto accade mi chiedo
non sia piena espressione di quella legge
che governa anche noi – proprio come
ogni stella – ogni particella di cosmo.


Se la materia oscura fosse questo
tenersi insieme di tutto in un ardore
di vita, con la spazzina morte che viene
a equilibrare ogni specie.
Tenerla dentro la misura sua, al posto suo,
guidata. Non siamo noi
che abbiamo fatto il cielo.


Una voce imponente, senza parola
ci dice ora di stare a casa, come bambini
che l’hanno fatta grossa, senza sapere cosa,
e non avranno baci, non saranno abbracciati.
Ognuno dentro una frenata
che ci riporta indietro, forse nelle lentezze
delle antiche antenate, delle madri.


Guardare di più il cielo,
tingere d’ocra un morto. Fare per la prima volta
il pane. Guardare bene una faccia. Cantare
piano piano perché un bambino dorma. Per la prima volta
stringere con la mano un’altra mano
sentire forte l’intesa. Che siamo insieme.
Un organismo solo. Tutta la specie
la portiamo in noi. Dentro noi la salviamo.


A quella stretta
di un palmo col palmo di qualcuno
a quel semplice atto che ci è interdetto ora -
noi torneremo con una comprensione dilatata.
Saremo qui, più attenti credo. Più delicata
la nostra mano starà dentro il fare della vita.
Adesso lo sappiamo quanto è triste
stare lontani un metro.


Mariangela Gualtieri

13 marzo 2020

ONESTA' E SOBRIETA'






Oggi sono necessarie, più che mai, onestà e sobrietà. Mi tornano alla mente le parole di Gramsci:



"Tutti i più ridicoli fantasticatori che nei loro nascondigli di genî incompresi fanno scoperte strabilianti e definitive, si precipitano su ogni movimento nuovo persuasi di poter spacciare le loro fanfaluche. D’altronde ogni collasso porta con sé disordine intellettuale e morale. Bisogna creare uomini sobri, pazienti, che non disperino dinanzi ai peggiori errori e non si esaltino a ogni sciocchezza. Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà." (A. Gramsci, Quaderni del carcere )

VOGLIA DI NOTTE. Il romanzo inedito di PINO BATTAGLIA







Negli ultimi mesi dell'anno scorso è stato finalmente pubblicato un racconto inedito del poeta di Aliminusa. Nelle pagine palermitane de La Repubblica, oggi ne parla Salvatore Ferlita. Di seguito potete leggere l'articolo.(fv)



Il romanzo di Battaglia il poeta che cantò le lotte dei contadini
Amato da Sciascia, citato da Pasolini, l’autore di Aliminusa morto nel ’ 95 torna il libreria con " Voglia di notte": storia picaresca di latifondo ed eros.
I suoi versi dialettali più incontaminati di quelli di Buttitta piacquero anche a De Mauro e a Nigro La storia erotica di un barone e la moglie
di Salvatore  Ferlita

«Tra i giovani ricordo soltanto un ragazzo palermitano, di vent’anni, che ha pubblicato un esiguo libro in versi siciliani con la prefazione di Leonardo Sciascia»: a evocare il ventenne in questione, il poeta di Aliminusa Giuseppe Giovanni Battaglia, è niente meno che Pier Paolo Pasolini, intervistato nei primi anni Settanta da Enzo Golino sul rapporto tra nuove generazioni e dialetto. È il solito Sciascia a mettere il romanziere e cineasta friulano sulle tracce di Battaglia: allo scrittore di Racalmuto infatti si deve la presentazione appassionata a " La piccola valle di Alì" (Fausto Flaccovio 1972), raccolta che rifonde la prima silloge dell’autore, ossia " La terra vascia" del 1969, che recava l’imprimatur di Ignazio Buttitta. Di lì a breve, quasi a passarsi il testimone, di Battaglia si occuperanno Tullio De Mauro, Salvatore Silvano Nigro e Giovanni Ruffino, estensori rispettivamente delle prefazioni a "Campa padrone che l’erba cresce" ( 1977) e a " L’ordine di viaggio" (1982 e 2005). Ma nonostante tale pedigree esegetico, da far tremare le vene ai polsi di critici e linguisti, Giuseppe Giovanni Battaglia rimane confinato in una sorta di limbo, letto e stimato da un gruppo sparuto di sodali. Tra questi, vero e proprio sacerdote della sua memoria, il pittore Vincenzo Ognibene, amico fraterno di Battaglia, instancabile animatore di iniziative editoriali.
L’ultima riguarda la pubblicazione dell’unico romanzo del poeta di Aliminusa, ossia " Voglia di notte" ( edizioni Arianna, 152 pagine 13 euro). Ma prima di illustrare le sorprendenti peculiarità di quest’opera testamentaria appena uscita, vale la pena di ricostruire le tappe biografiche di Battaglia e il suo percorso artistico, per dar conto di una parabola originalissima e bruciante. Egli infatti attraversò il cielo letterario isolano alla stregua di una meteora: nato nel 1951 ad Aliminusa, si iscrive alla facoltà di Lettere a Palermo senza mai laurearsi e nel 1975 entra alla Camera del Lavoro, avvia l’attività sindacale e collabora con la rivista "Sindacato". Questo dato biografico è legato a doppio filo alla sua produzione in versi, al centro della quale troviamo Aliminusa, paese di contadini, caratterizzato dalla rudimentalità delle colture, dalla povertà dei mezzi . Una realtà agraria arretrata ( che dispone di un unico, vero possesso: il dialetto e la memoria ancestrale) e segnata tragicamente dalla fine della civiltà contadina. Da un lato, dunque, il sogno della terra che anima i contadini siciliani, che li spinge all’occupazione; dall’altro, la resistenza del blocco agrario-mafioso, durissima, che si traduce in una repressione violenta. Ne deriva una vera e propria guerra civile: a farne le spese saranno sindacalisti e braccianti agricoli.
Tutto questo diventa, tra le mani di Giuseppe Giovanni Battaglia, dolorosa materia poetica che prende forza in un dialetto terragno, « integrale, incontaminato, ancestrale » (Nigro), agli antipodi rispetto a quello italianizzante di Buttitta. « La terra ia vascia, / vascia Signuri, / e si zappa calatu; / suduri e suduri / ca ia megghiu la morti»: la terra è bassa e si zappa chini, tanto si fa fatica che ancor meno è la morte. Sono i versi che impressionarono Sciascia, tanto da spingerlo a tenere a battesimo l’esordio di Battaglia. Il quale darà prova del suo talento anche nelle poesie in lingua (" Luoghi di terra e di cielo", 1982): dal tronco di una poesia corporea e contundente sbocciano versi attraversati da un tarlo verrebbe da dire filosofico, meditativo. L’orizzontalità del paesaggio cede il passo alla profondità dello sguardo e della ricerca. Le raccolte che da questo punto in poi si susseguono continuano a esibire l’imprimatur del fior fiore dei lettori di professione: Giovanni Tesio, Giacinto Spagnoletti, Giorgio Bàrberi Squarotti. Insomma, per Battaglia si sono scomodati i mammasantissima della critica letteraria.
Ed ecco il romanzo, scritto quando già il suo autore, tornato in Sicilia è tallonato dalla malattia che avrebbe poi avuto la meglio nel 1995. La Sicilia che fa da sfondo è insieme un luogo mitico e senza tempo, l’isola degli anni del dopoguerra e della rivolta contadina: le vicende narrate si svolgono nel paese di Alimina, dimidiato tra i pochi signori latifondisti che se la godono esercitando un potere cieco e ottuso e i poveri diavoli degli straccioni che invocano la terra e i diritti negati. Il barone Giulio Trecase, «superbo sul suo cavallo bianco, pantaloni di velluto a costine color ghiaccio, camicia bianca, maglioncino bianco e per cappello un borsalino bianco » , si aggira tronfio tra i suoi possedimenti investiti da una luce abbacinante. Ha una moglie giovane, effervescente, dal corpo in fiamme, che però egli trascura ricavando esclusivamente il suo piacere solo dalla terra, dal sangue versato dai contadini, dall’odio verso i pezzenti. Ma la consorte, Annunziata Spampinato di Cavuso d’Oro, « grassa, le belle cosce grosse, floride, le mammelle e la facciona rotonde come la luna», sa come vendicarsi dell’indifferenza del consorte: quale amante insaziabile e divoratrice si concede a quelli che le capitano sotto tiro, quasi tutti di provenienza popolare. Si tratta di un esercizio del sesso quale risarcimento paradossale e visionario (gli amplessi narrati hanno qualcosa di iperbolico) nei confronti degli ultimi, anche se donna Annunziata prosciuga le energie degli uomini che calamita. Ha ragione Paolo Ferruccio Cuniberti, autore della postfazione: questa Alimina ha qualcosa della Macondo di Garcìa Marquez, per la dimensione polifonica e a tratti picaresca della narrazione. Ne viene fuori un apologo sorprendente, col suo finale quasi onirico e felicemente liberatorio.
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02 marzo 2020

L' ULTIMA PROPOSTA DI GIORGIO CAPRONI




ph. Masao Yamamoto






"L' ultima mia proposta è questa: 
 se volete trovarvi, 
perdetevi nella foresta." 

Giorgio Caproni,  da Il conte di Kevenhuller