07 aprile 2020

LA PASQUA DI ALEX ZANOTELLI




Che Pasqua celebriamo?

«Che senso avranno le nostre Pasque e questo cantare ancora salmi, se ci troviamo conniventi con gli stessi Faraoni? O Chiese!....», così scrive il monaco poeta David Maria Turoldo nel suo libro sui Salmi che uso per la mia preghiera quotidiana. Domanda esplosiva questa di Turoldo per le nostre Pasque, ma specialmente per la Pasqua di quest’anno che non possiamo celebrare solennemente nelle nostre Chiese per l’emergenza coronavirus.
È un momento importante per riflettere su cosa significa celebrare la Pasqua, soprattutto per noi Chiese d’Occidente. Come possiamo celebrare Pasqua, festa di liberazione dalla schiavitù, quando noi viviamo dentro un sistema economico-finanziario che permette a pochi di avere quasi tutto sulla pelle di miliardi di impoveriti con milioni di morti di fame all’anno?
I recenti dati di Oxfam sono impietosi: 2mila miliardari hanno tanto quanto quattro miliardi e mezzo della popolazione mondiale. Questo sistema permette che il 10% della popolazione mondiale consumi da solo il 90% dei beni prodotti dal mercato, creando la gravissima crisi ambientale che già oggi uccide 8 milioni di persone all’anno. E perché siamo così terrorizzati dal coronavirus, mentre questo Sistema ne ammazza molte di più senza che questo ci disturbi?
La crisi ecologica costituisce una minaccia alla stessa sopravvivenza dell’homo sapiens, eppure i nostri governi non riescono a prendere decisioni serie per passare dal carbone o dal petrolio al solare. Non ci dovrebbe spaventare tutto questo scenario più del Covid-19?
E poi questo Sistema profondamente ingiusto può reggersi solo perché chi ha è armato fino ai denti, soprattutto con armi nucleari. «Le armi nucleari – diceva il grande vescovo di Seattle, Raymond G. Hunthausen – proteggono i privilegi e lo sfruttamento. Rinunciare ad esse significherebbe che dobbiamo abbandonare il nostro potere economico sugli altri popoli».
Per capire l’importanza capitale delle armi per difendere questo Sistema, basta rileggere i dati delle spese militari nel 2019 preparati dal Sipri. Lo scorso anno, a livello mondiale, abbiamo speso 1.822 miliardi di dollari, pari a circa cinque miliardi di dollari al giorno. L’Italia ha speso ben 27 miliardi di dollari. Nonostante le proteste, tutti i nostri governi, in questo decennio, hanno trovato i soldi per comperare i 90 aerei F-35 (che possono portare bombe atomiche!) che ci costeranno 130 milioni cadauno. Ed ora, in piena crisi di coronavirus, con la chiusura di fabbriche non essenziali, il governo decide che il settore militare è «strategico» e quindi i lavoratori nelle fabbriche d’armi devono continuare a produrre! Allora mi chiedo: «C’è qualche connessione “diabolica” tra i nostri governi e le armi?».
Tutte queste armi servono a fare sempre nuove guerre che provocano milioni di morti (6 milioni di morti solo nelle guerre in Congo!). E perché ci terrorizzano così tanto le morti per Covid-19 e non tutti questi milioni di morti, vittime di guerre ingiuste come in Iraq, in Afghanistan, ecc.?
Ma soprattutto mi spaventa il fatto che i nostri governi con il nostro consenso si siano arresi alla necessità di una difesa nucleare, sotto l’egida della Nato (lo scorso anno la Nato ha speso mille miliardi di dollari in armi!). Ed ora gli Usa, con l’approvazione del nostro governo, ci invieranno le nuove e più potenti bombe atomiche che rimpiazzeranno la settantina di quelle vecchie, stoccate a Ghedi e ad Aviano. Non solo, ma ci invieranno anche i missili nucleari a gittata intermedia con base a terra (come quelli di Comiso). Eppure papa Francesco è stato categorico lo scorso dicembre a Hiroshima: «Come possiamo proporre pace, se usiamo continuamente l’intimidazione bellica nucleare? È immorale il possesso di armi atomiche!».
È paradossale e tragico dover notare che ci siamo armati fino ai denti contro il Nemico (quale?), mentre siamo colpiti da un “moscerino”’ che, come dice il dott. Gianni Tamino, «è una reazione allo stato di stress che abbiamo causato al pianeta». Un virus che forse ha mietuto ancora più vittime nel nostro Paese perché abbiamo smantellato la Sanità pubblica, dandola in pasto ai privati. In dieci anni i nostri governi hanno tagliato ben 37 miliardi di euro privando i nostri ospedali tra i 40/70 mila posti letto. Quando decideremo di investire in sanità, scuola e welfare e non in armi?
E l’amara conseguenza di questo Sistema economico finanziario, militarizzato nonché ecocida, è che provoca milioni di profughi in fuga dai loro Paesi. L’Italia e l’Europa potranno “curarsi” anche dalla “globalizzazione dell’indifferenza”, solo se ascolteranno il grido disperato dei profughi che premono alle nostre frontiere e domandano di entrare: sono i nuovi “Lazzari” davanti alle porte chiuse del nostro Palazzo.
Davanti a questi scenari, noi cristiani come possiamo celebrare la Pasqua di liberazione se siamo conniventi con i nuovi faraoni? Ora come comunità cristiane non ci resta che fare nostra quella straordinaria confessione di peccato fatta da papa Francesco il 27 marzo scorso in quella piazza S. Pietro vuota: «Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sani in un mondo malato».
«Esci, popolo mio, da Babilonia», gridava il profeta dell’Apocalisse alle prime comunità cristiane dell’Asia Minore. Anche noi, se vogliamo salvarci, dobbiamo uscire dal Sistema di morte in cui siamo intrappolati. Questa è la nostra Pasqua!

Alex Zanotelli – Napoli, domenica delle Palme 2020

06 aprile 2020

FRANCO MARESCO SULLA PALERMO IN STATO D'ASSEDIO







      Franco Maresco, in una bella intervista curata da Mario Di Caro, pubblicata sull'edizione palermitana di Repubblica del 5 aprile 2020, dice alcune indiscutibili verità: "La solidarietà è di pochi. In giro vedo facce sospettose, il passo per la caccia all'untore è breve. Oggi gli ultimi sono ancora più ultimi".

SCIASCIA E LA CULTURA POPOLARE SICILIANA



Leonardo Sciascia: il rapporto con il territorio
di Marina Castiglione

La fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta sono contrassegnati da un intenso dibattito legato alla cosiddetta ‘morte dei dialetti’, ma anche alla ‘morte’ della cultura popolare e ciò anima, almeno tra gli intellettuali più sensibili, un sentimento diffuso di perdita di un mondo che all’improvviso deve essere preservato, custodito, raccolto, musealizzato, difeso dalla tecnologia e dall’omologazione degli stili di vita. Alcune discipline umanistiche si fanno carico di questo recupero, in particolare le discipline etno-antropologiche e quelle linguistiche, la dialettologia in primis. Leonardo Sciascia – sin dagli esordi – sembra non poter fare a meno di staccarsi dalla sua Racalmuto che diventa paradigma esistenziale universale e, non a caso, introduce il Congresso palermitano I Mestieri. Organizzazione Tecniche Linguaggi (26-29 marzo 1980) scrivendo: «negli anni della mia infanzia, in un piccolo paese, tante parole erano cose; e tante delle cose che erano parole s’appartenevano ai mestieri».
Un addio dolente a quel connubio di materia e suono, di funzione e definizione, di valore-uso e valore-segno che aveva contrassegnato secoli di storia della Sicilia e di tutte le civiltà tradizionali. Dunque, in particolare in Sicilia, si creò un fermento culturale e politico concretamente proiettato a intercettare, in un momento di passaggio epocale, i segni viventi o agonizzanti di una millenaria stagione di processi produttivi, di sistemi linguistici, di rapporti comunitari. Lo scrittore racalmutese non aveva mai mancato di costruire i suoi testi a partire da fatti e comportamenti antropologicamente connotati. Nella sua prima opera teatrale, ad esempio, L’onorevole (1965), si confrontano due visioni opposte: quella del contadino che chiede una legge a supporto della vendita del grano duro e quella dell’onorevole che, infastidito, modifica un piano regolatore per interesse di una consorteria paramafiosa. Nel 1971 ripubblica per la Sellerio e introduce (e forse ordina) i centosei Mimi siciliani di Francesco Lanza, piccole gemme di saperi e stereotipi.
Non stupisce, dunque, che anche la più avvertita editoria contribuisca attivamente a focalizzare questo scollamento sempre più accelerato che ha i suoi prodromi nel dopoguerra: la casa editrice Sellerio affida appunto al suo intellettuale e scrittore di punta, Leonardo Sciascia, la ricostruzione e lettura del mondo che fu, assegnandogli la collana «La Memoria».
Esce nel 1982 Kermesse (in parte ripreso in Occhio di capra due anni dopo) e lo stesso Sciascia, nel risvolto di copertina, collegò questo titolo alla narrazione della vita popolare della sua Racalmuto, via Regalpetra: «poiché “kermesse” è, nei Paesi Bassi e nel settentrione della Francia, la festa della parrocchia». La parrocchia viene narrata da Sciascia attraverso 65 brevi paragrafetti organizzati in ordine alfabetico e titolati con modi di dire, proverbi, voci dialettali, soprannomi, così da ripercorrere a ritroso una narrazione antropologica e, insieme, filologica del tempo passato. Uno di questi modi di dire rimanda alla cultura zolfifera e, in qualche modo, alla sua inamovibilità:
IU SURFARU SUGNU. Nel senso io non mi muovo, sono pesante come zolfo. All’origine del detto è un mimo. A un carrettiere che trasportava zolfo dalla miniera a Porto Empedocle, un contadino chiede un passaggio. Per fargli posto sul carretto e a che il mulo non tiri un peso più grave del solito, il carrettiere butta giù tre o quattro «balate» (forma a piramide tronca del peso di una ventina di chili ciascuna). Ma ad un certo punto, in salita, il mulo non ce la fa. Il carrettiere scende e dice al contadino di fare altrettanto. Ma il contadino, tranquillamente: «iu surfaru sugnu», io viaggio al posto dello zolfo. È da presumere avesse pagato il passaggio, ché il carrettiere (violenti e rissosi erano i carrettieri) lo avrebbero preso a «zuttati» («zotta» era la frusta, di cordicella intrecciata e infiocchettata). Si dice «iu surfaru sugnu» in senso fisico quando non ci si vuole scomodare; in senso morale quando non si vuol dare opinione su un dato argomento, specie se controverso e rischioso.
A volere cercare un interesse prevalente, del mondo della sua infanzia sembrano attirarlo antichi detti sapienziali e campanilismi antichi ma innocui. Gli scontri tra ‘parrocchie’ limitrofe, registrati attraverso lo strumento del blasone popolare, alimentano le identità e le alterità e costituiscono la sintesi onomastica di conflittualità legate a stereotipie prevedibili (ricchi vs poveri; evoluti vs arretrati; onesti vs disonesti). A essere immortalati sulla pagina letteraria sono, ovviamente, i comuni limitrofi a Racalmuto, Favara, Grotte, Naro, Bompensiere (Naduri).
FAVARISI. Favaresi. Di Favara, grosso paese a circa venti chilometri da Racalmuto. Si dice: «Favarisi, tutti ‘mpisi» (favaresi, tutti da impiccare). E meno si allude alla mafia, che vi è endemica e prospera, e più alle faide tra famiglie, continue ed atroci fino a pochi anni addietro.
NADURISI. Col nome di Naduri (certamente arabo) i racalmutesi hanno sempre chiamato Bompensiere, piccolo paese in provincia di Caltanissetta e distante una diecina di chilometri da Racalmuto. Nadurisi, quindi, gli abitanti. Venire dal Naduri era come venire da una sperduta contrada di campagna: essere dunque zotici e sprovveduti.
Tra le voci che risuonano tra le pagine di Kermesse e che oggi ci stupiscono per la profezia (quasi) auto-avverata, va ricordata quella della nonna di Sciascia, in cui si abbinano straordinariamente il destino dell’asino e quello del nipote di cui non poteva conoscere la futura carriera, ma di cui prevedeva la tendenza al contraddittorio, determinata dal profondo senso di giustizia e di vocazione civile:
LU SCECCU ZUOPPU SI GODI LA VIA / LA MEGLIU GIOVINTÙ A LA VICARIA. L’asino zoppo si gode il cammino / la meglio gioventù finisce alla Vicaria (la prigione palermitana d’epoca borbonica). Questo distico ammonitore generazioni di giovani se lo sono sentito ripetere dai genitori, dai nonni, dagli zii, dagli amici di famiglia e dagli insegnanti: a raccomandazione di prudenza nei riguardi del governo, della polizia, della religione e di chiunque avesse autorità. A me lo ripeteva la mia nonna materna, negli ultimi anni del fascismo. Non sono finito alla Vicaria (che sarebbe stata la Vicaria Nuova, e cioè il carcere dell’Ucciardone); ma non è detta l’ultima parola, in fatto di governo, di polizie e di religioni che non tollerano dissenso.
E, a proposito, di previsioni future, Leonardo Sciascia registra un proverbio che i contadini racalmutesi, abituati a messi annuali, rivolgevano alla coltivazione dell’olivo, albero amato ma raramente piantato per la lentezza della crescita “non a misura di vita umana”, e che aveva perciò a che fare più con la fede, che con la perizia ergologica. Da ciò il proverbio «ci voli fidi puru a chiantari un pedi d’auliva» (ci vuole fede anche a piantare un ulivo). Persino un testo come l’Affaire Moro non prescinde da questo contatto con il territorio e con la memoria e si apre con un maestoso incipit che riconduce alle poetiche “cannileddi di picuraru”, quelle lucciole che anche Pasolini aveva considerato metafora di un mondo scomparso, e alle mura in gesso delle case, luccicanti e materiche:
"Ieri sera per una passeggiata, ho visto nella crepa di un muro una lucciola. Non ne vedevo, in questa campagna, da almeno quarant’anni: e perciò credetti dapprima si trattasse di uno schisto del gesso con cui erano state murate le pietre o di una scaglia di specchio; e che la luce della luna, ricamandosi tra le fronde, ne traesse quei riflessi verdastri. Non potevo subito pensare a un ritorno delle lucciole, dopo tanti anni che erano scomparse. Erano ormai un ricordo: dell’infanzia allora attenta alle piccole cose della natura che di quelle cose sapeva fare giuoco e gioia. Le lucciole le chiamavamo cannileddi di picuraru, così i contadini le chiamavano. Tanto consideravano greve la vita del pecoraio, le notti passate a guardia della mandria, che gli largivano le lucciole come reliquia o memoria di luce nella paurosa oscurità. Paurosa per gli abigeati frequenti. Paurosa perché bambini erano di solito quelli che si lasciavano a guardia delle pecore. Le candeline del pecoraio dunque. E ogni tanto ne prendevamo qualcuna, la tenevamo delicatamente chiusa nel pugno per poi aprirne a sorpresa, tra i più piccoli di noi, quella fosforescenza smeraldina. Era proprio una lucciola, nella crepa del muro. Ne ebbi una gioia intensa. E come doppia. E come sdoppiata. La gioia di un tempo ritrovato l’infanzia, i ricordi, questo stesso luogo ora silenzioso pieno di voci e di giuochi – e di un tempo da trovare, da inventare."




05 aprile 2020

G. CAPRONI, Non uccidete il mare







Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro. L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra.


Giorgio Caproni 

UN VIRUS HA UNIFICATO L' ITALIA











Soltanto un virus poteva far diventare rossa l'Italia intera ...

04 aprile 2020

GUAI AI VINTI






W. Benjamin, inascoltato, invitava a "spazzolare la storia contropelo". Egli aveva intuito che se il nazismo avesse vinto neppure i morti sarebbero stati al sicuro.



Walter BENJAMIN, Sul concetto di storia, Einaudi

01 aprile 2020

IL RICORDO DEL TUO VOLTO








Difendo in me il ricordo del tuo volto, così inquietamente vinto;
so bene quanto questo ti sia indifferente, e non per cattiveria, bensì solo per la tenerezza
della tua solitudine, per la tua coriacea fermezza,
per il tuo imbarazzo, per quella tua silenziosa gioventù che non perdona.


Tutto quello che valichi e rimuovi
tutto quello che lambisci e poi nascondi,
tutto quello che è stato e ancora è, tutto quello che cancellerai in un colpo
di sera, di mattina, d’inverno, d’estate o a primavera
o sugli spenti prati autunnali - tutto resterà sempre con me.

Josif A. Brodskij