02 maggio 2022

ANCHE DANILO DOLCI CONOSCEVA IL POTERE MANIPOLATORIO DELLA TV

 



"Se ognuno al mondo sapesse distinguere il trasmettere dal comunicare, il mondo sarebbe diverso […]

Occorre il coraggio, non solo intellettuale, di chiamare comunicazione soltanto il sistema in cui ogni partecipante coinforma e corrisponde" (1)

Danilo Dolci riuscì a costruire una rete di collaboratori che si interrogarono in profondità sul senso del comunicare e sulle sue implicazioni sociali, politiche e umane. Nel 1988 lancia un'iniziativa per la costituzione di un Manifesto sulla comunicazione. È consapevole dei pericoli connessi alla cosiddetta "comunicazione di massa", ossia del dilagare della televisione e degli altri mass-media che non generano più un vero contesto comunicativo, ma soltanto trasmissivo, unidirezionale.
E' molto preoccupato dall'unilateralità del nuovo modo di comunicare, che influenza i destini relazionali, impedendo un rapporto diretto e immediato; ma più che altro ne faceva una questione di potere: chi controlla la comunicazione globale acquista un potere enorme, che va messo in discussione e controllato. Al manifesto sulla comunicazione prendono parte i suoi amici di tutto il mondo, grandi personaggi della cultura internazionale tra i quali Galtung, Chomski, Freire, scienziati come Rubbia, Levi Montalcini, Cavalli Sforza, protagonisti della cultura della solidarietà come don Ciotti e monsignor Bello in Italia e Ernesto Cardenal in Sudamerica.

Tra le tante adesioni al Manifesto riportiamo quella di don Ciotti:
"Siamo immersi in una finta comunicazione a senso unico, incapace di suscitare partecipazione creativa o intelligente reazione critica senza le quali c'è solo un adattamento passivo alle proposte del sistema, è la predisposizione per l'instaurarsi di altre dipendenze"2

Dal manifesto emerge quanto Dolci e i suoi collaboratori intendono per comunicazione: la possibilità aperta a tutti di parlare, anche a coloro che solitamente non hanno possibilità di esprimersi, di farsi ascoltare e di ottenere una risposta. Per Dolci "comunicare non è soltanto informare, scambio, codificazione e decodificazione, quanto la condizione della – pur culturale e pur imprevedibile – fecondità" (Dolci, 1988, p. 206-297). La comunicazione quindi non come trasmissione, unidirezionale, ma un processo bi-direzionale, in cui non c'è un emittente attivo e uno passivo, un alto e un basso.
Nella Bozza del manifesto Dolci denuncia i danni derivanti in ogni ambito da rapporti unidirezionali, trasmissivi, violenti, e propone l'alternativa della comunicazione, della maieutica reciproca, della nonviolenza. Si sottolinea con forza la distinzione tra dominio e potere, in quanto il dominio genera una società violenta:
"Come sostantivo, potere indica potenzialità, forza, virtù, facoltà di operare, attitudine ad influenzare situazioni, quanto è consentito dalla volontà e dalla disponibilità del soggetto. Imparare ad esprimere il potere personale è per ognuno un bisogno, pratico ed intimo, a diversi livelli, connesso all'esigenza di essere creativo" (Dolci, 1997).

Il potere personale quando pretende di sottomettere l'altro diviene dominio, è come una "malattia del potere", che poi si esplicita nella possibilità di trasmettere unidirezionalmente, non riconoscendo alla maggioranza il diritto di realizzare il proprio desiderio di comunicare.
Nel campo educativo questo dominio si manifesta per Dolci, nel trasmettere una verità già pronta, una verità cui i ragazzi devono adeguarsi e ripetere, l'apprendimento è trasformato in ripetizione di quanto hanno pensato altri, non viene promossa un'educazione come sviluppo, come promozione del potere di pensare.
In La comunicazione di massa non esiste Dolci afferma che una delle falsità più diffuse e sconvolgenti nelle più diverse lingue è chiamare comunicazioni le trasmissioni. Il trasmettere può essere violento o nonviolento, mentre il comunicare è essenzialmente sincero e nonviolento, anche quando conflittuale: "Il trasmettere è uno spedire che sovente ignora chi riceverà. Il comunicare presuppone partecipazione personalizzata, attiva nell'esprimere e al contempo nell'ascoltare, nel ricevere" (Dolci, 1987, pp. 22-23).

Il comunicare per Dolci è connesso alla creatività e alla crescita della persona, il vero comunicare potenzia l'intimo segreto di ognuno, si esercita il proprio sano potere e non dominio, e questo è una necessità per ognuno. Ad una comunicazione creativa e attenta alla crescita della persona, si oppone una tendenza insita nel mondo attuale che usa strumenti unidirezionali (una scuola trasmissiva, la televisione, la propaganda/pubblicità) in cui pochi guidano le sorti della maggioranza rendendole passive, succubi.
Ad una cultura del dominio corrisponde facilmente una visione dei rapporti unidirezionali. Se non cresce la creatività di ognuno, individuo e gruppo, tende a imporsi chi ha più potere. Anche una radio può accontentarsi di rimanere unidirezionale fossile o ricercare di sperimentare una radio maieutica, fu Dolci ad attivare nel 1970 in Sicilia Radio Libera Partinico, per denunciare i ritardi dello stato nel portare soccorso alle popolazioni terremotate del Belice, fu una delle prime esperienze significative di radio libere in Italia.

Oggi saper distinguere trasmettere da comunicare è operazione essenziale alla crescita democratica del mondo, alla creatività di ognuno, che se valorizzata comunitariamente acquista un enorme potere, ora non utilizzato. Mentre il trasmettere rende passivi, non autonomi, non fa crescere le potenzialità e la creatività presente in ogni persona, la comunicazione autentica lo fa.
Dolci sottolinea nel suo manifesto come molti strumenti di dominio sfuggano al controllo democratico, alla coscienza popolare. La maggior parte della formazione mondiale è concentrata, filtrata da pochi gruppi dominanti. Solo la comunicazione permette di scoprire come ognuno possa crescere creatura unica e diversa. Ciò che uccide è la paura di essere creativi, il non poter comunicare, quindi se la trasmissione è dominio, la comunicazione è potere. Il non poter esprimersi, comunicare, il non usare il proprio potere ammala, uccide. Dolci riporta le parole di un medico:
"in una popolazione che non decide niente, non abituata a poter scegliere, abituata a lasciar scegliere dagli altri, muore con la speranza la salute. Sono senza speranza, disperati, perché 
non sono partecipi".


Note
1 Dolci Danilo, Bozza di manifesto "Dal trasmettere al comunicare", Sonda, Torino, 1988.
2 Dolci Danilo (a cura di), Comunicare, legge della vita, La nuova Italia, Firenze, 1997.



MI RICORDO ANCORA DI PAOLO FREIRE

 


Ho avuto il piacere di incontrare e parlare a lungo con P. Freire nel febbraio del 1976 nel Centro di Formazione di D. Dolci, a Trappeto, nel corso del Seminario internazionale "Per un nuovo educare". (fv)

UN MESTIERE SEMPRE PIU' SCREDITATO: IL GIORNALISMO ODIERNO

 


In qualche (altro) modo

di Roberto Lombardi

Sto ascoltando la lettura dei quotidiani di Prima pagina, su Rai radio 3; il conduttore settimanale, il giornalista di turno, si esprime dicendo che «i numeri possono a volte sembrare un po’ aridi, un po’ freddi, ma hanno il grande merito di aiutarci a fotografare, in qualche modo a cristallizzare le situazioni» (ma se i numeri hanno la capacità matematica di fissare con precisione in un’immagine la situazione – addirittura di “cristallizzarla” ­–, l’indeterminatezza dell’espressione in esame appare del tutto inidonea a coniugare freddezza e precisione); poco dopo: «il teatro come sappiamo è qualcosa che nasce per dare rappresentazione al rapporto tra l’uomo che cerca il dialogo con la divinità, in qualche modo; non so se questo, trasferito alla nostra situazione politica, significhi che si cerca anche una illuminazione, in qualche mododivina» (non ci resta che concludere che anche il paganesimo condividesse la solidità all’acqua di rose – senza spine – della fede cattolica nostrana); e ancora: «mi pare che lei [l’ascoltatore intervenuto in trasmissione] comunque vada in qualche modo nel solco dell’intervento che abbiamo letto» (qui l’espressione “in qualche modo” s’appesantisce di un altrettanto generico “comunque”); non è finita: «quando qualcosa va bene, si dice che fa meno notizia ma questo non deve, in qualche modo, inaridirci» (salta all’orecchio la frizione fra l’inaridimento che non ammette gradazioni e il qualche modo che l’offende); il tutto raccolto nell’arco di circa 20 minuti: un “in qualche modo” ogni 4. Il giornalista, direttore di un importante quotidiano, a fine trasmissione precisa che lui e la sua redazione sono molto attenti alle parole che usano, soprattutto a quelle mandate in stampa.

È comprensibile che in una diretta radiofonica il discorso mostri sbavature – ne rappresentano, anzi, la forza –; ma se un giornalista quale il nostro, rigoroso e dal linguaggio controllato (in questo mestiere non tutti lo sono), si lascia in qualche modo ammaliare dall’espressione divenuta ormai di moda, in chi è assai meno attrezzato la frase è purtroppo diventata un intercalare. Fastidioso come tutti gl’intercalari; forse più di altri poiché non manifesta immediatamente l’impoverimento in cui trascina il linguaggio quotidiano; sembra invece vestire i nostri discorsi di una patina di profondità. Dagli stessi microfoni, non molto tempo prima, un altro giornalista-conduttore era giunto a superare se stesso (e il limite): «Bisogna, in qualche modo, trovare il modo…». Un’indeterminatezza linguistica, indice dei tempi; si vogliono forzare i propri orizzonti, si pretende di allargarli, senza avere la forza per sostenerne i lembi. Non mancano i casi di uso a modo dell’espressione di cui deprechiamo l’abuso. Dall’introduzione di Mariolina Bongiovanni Bertini al quinto volume della Recherche proustiana dell’edizione italiana Einaudi, tradotto da Paolo Serini: “Nel ’14, al momento della redazione di questo frammento, l’invisibile catena che collega sotterraneamente Albertine e Gilberte includeva anche, in qualche modo, la cameriera della baronessa Putbus”. Districare le trame che portano Proust a far comparire Albertine nelle vicende del suo capolavoro non è semplice neppure per i critici più esperti. La prigioniera e poi Fuggitiva Albertine emerge dalla sovrapposizione di più personaggi del romanzo e della vita dell’autore e in lei, in qualche modo (cioè misteriosamente ed evocativamente), tutti riecheggiano.

Ma più spesso l’espressione in esame è del tutto superflua, ridondante. Si potrebbe affermare che in qualche modo tiriamo a campare? D’acchito sembrerebbe ben detto, ma se ci riflettiamo appena un po’, ci rendiamo conto che “tirare a campare” esprime compiutamente il modo irrisolto in cui procede – non procede – la nostra esistenza, e che, tutt’altro che in qualche modo, ciò che precede, nella frase, è superfluo, è ridondante. Sere fa, a Otto e mezzo, il programma televisivo di approfondimento di Lilli Gruber su La7, a proposito della crisi in cui versa il Paese, la conduttrice affermava che «la situazione certifica in qualche modo un allentamento della politica», Gianrico Carofiglio, l’intellettuale invitato a intervenire, rilevava che «un’intesa in qualche modo è nata con questo Governo» e Massimo Giannini, giornalista ospite, commentava sollecitando «questo Paese a uscire da questa situazione in qualche modo». L’analisi giungeva a conclusioni in qualche modo condivisibili.

A giudicare dalla frequenza con cui “in qualche modo” compare nei nostri discorsi quotidiani, parrebbe che la nostra vita sia pervasa da un’aura di mistero e di magia: in qualche modo ci siamo destati, in qualche modo abbiamo fatto la doccia, in qualche modo siamo andati al lavoro, in qualche modo siamo tornati a casa, in qualche modo siamo persone a modo. Che abbia ragione chi, ricorrendo sovente a questa formula, esprime un sentire comune: la nostra esistenza s’è ridotta a stare in piedi in qualche modo, procede a scartamento ridotto, declassata a mera sopravvivenza, e noi non siamo più vivi, non più umani? Comunque sia, da qualche tempo le nostre azioni, le nostre idee, opinioni e affermazioni si dispiegano dai nostri discorsi “in qualche modo”. “In qualche modo” il governo tecnico governa; “in qualche modo” le opposizioni si oppongono; “in qualche modo” la crisi finanziaria colpisce anche noi; “in qualche modo” la nazionale gioca a calcio; “in qualche modo” pensiamo, agiamo, viviamo. E non che non sia misterioso il senso della nostra esistenza. Ma se il linguaggio e le parole servono a spiegare, a fare chiarezza, allora bisognerebbe che “questo modo”, da cui tutto improvvisamente sembra prendere forma, si provasse a chiarirlo – il tentativo sarebbe di per sé sufficiente a sollevarci da ogni altro obbligo verso il linguaggio.  Se èlecito, infatti, adoperare l’espressione “in qualche modo” quando questo “modo” non è indagabile e dunque non è, prima ancora che esprimibile, descrivibile (non-dicibile poiché vago, sospeso), non lo è, in ogni caso, per denunciare inconsapevolmente incapacità a dire, a esprimere. E difatti, quand’è che usiamo propriamente la formula tanto deprecata? Quando a nulla serve ogni ragione e può solo la forza della disperazione: “Le cose sono andate male ma adesso bisogna uscirne in qualche modo”.

Le nostre frasi, però, in tal modo infarcite, si vestono di un’aura di mistero, di insondabilità, e dunque di profondità. E, in questo modo (efficace variazione sul tema), un tale abuso finisce per togliere mistero anche là dove esso coverebbe legittimamente, come quando, facendo ingresso in un ambiente sconosciuto, fra persone estranee, ci guardiamo intorno e ci imbattiamo in occhi che sentiamo indicibilmente vicini che ricambiano le nostre sensazioni: in qualche modocomprendiamo che quella persona, in mezzo a tante, ci riguarda e noi riguardiamo lei, spingendoci a cercare il modo in cui siamo connessi.

Diciamo che”, un altro dei modi di sdire capaci solo di fiaccare il discorso: non lo utilizziamo, forse, per evitare ogni possibile polemica col nostro interlocutore, risolvendoci, in chiusura, per il compromesso? O, viceversa, in esordio di discorso, attaccare con un “diciamo”, dichiarando preliminarmente che saremo reticenti, è una maniera di esprimersi che potremmo bonariamente definire “diplomatica”.

Un’altra formula con la quale sistemiamo capra e cavoli – e il lupo, aggiungerei –, è “Fa il suo mestiere”, “Fanno il loro mestiere”, a giustificare colui, coloro che invece finiscono per fare tutt’altro. Non vale sempre e per tutti; e sono quelli messi peggio, dal punto di vista umano, a portare le cose a termine, a fare la propria parte fino in fondo:

[…] il tipo che si prendeva una scarica di mitra nella trippa […] e urlava: «Non mi ammazzate, non mi ammazzate!», come un fesso, perché non serve a niente, ognuno deve fare il suo mestiere. Mi piace molto al cinema quando il morto dice: «Su, signori, fate il vostro mestiere» prima di morire, questo significa comprensione, non serve a niente rompere le balle alla gente prendendosela coi buoni sentimenti (Romain Gary, La vita davanti a sé, trad. Giovanni Bogliolo, Neri Pozza, 2014).

Sento­ ripetere che i giornalisti fanno il loro mestieregl’imprenditori… altrettanto se non meglio dei primi. Non è più né cinema né romanzo, è la realtà, e a maggior ragione le cose andrebbero chiamate col loro nome: per un giornalista asservirsi, a turno, a seconda della convenienza, a più padroni, significa ridursi a pennivendolo; se un imprenditore si accanisce sul cadavere della società ridotta a inconsapevole consumatrice globale è un tanatovendolo.
Qual è il mestiere dell’essere umano se non quello di 
essere – in qualche modo – umano?

Articolo ripreso da https://www.nazioneindiana.com/2022/05/02/in-qualche-altro-modo/


01 maggio 2022

PASOLINI E SCIASCIA FUORI DAGLI SCHEMI


 VENERDI  PROSSIMO

A  PALERMO

SULLA LIBERTA' DI STAMPA

 



"La prima libertà della stampa consiste nel non essere un mestiere. Allo scrittore che la degrada a mezzo materiale spetta, come punizione di questa mancanza di libertà interiore, la privazione della libertà esteriore, cioè la censura; del resto già la sua esistenza è una punizione."
(K. Marx, Sulla libertà di stampa , 1842-1843)

Io non sono mai stato un giornalista professionista, che vende la sua penna a chi gliela paga meglio e deve continuamente mentire perché la menzogna entra nella sua qualifica professionale. Sono stato giornalista liberissimo, sempre di una sola opinione, e non ho mai dovuto nascondere le mie convinzioni per fare piacere a dei padroni o manutengoli.

(A. Gramsci, Lettera del 12/10/1931, ora in A. Gramsci-T. Schucht, Lettere 1926-1935, Einaudi 1997, pp.833-834)


ECCO COME E' NATA LA REPUBBLICA ITALIANA

 



I CITTADINI CONOSCONO LA VERITA' SUI RESPONSABILI DELLA STRAGE.

 MA GLI UOMINI DI POTERE CONTINUANO A NASCONDERLA. (fv)

L' AURA SECONDO WALTER BENJAMIN

 


A. Ercolani su W. Benjamin:


<Ma è davvero necessario ripristinare l’aura? Anche in questo caso è fondamentale seguire le indicazioni di Benjamin, non per fedeltà ideologica al suo dettato, ma perché proficue per l’epoca presente. Il potenziale rivoluzionario che la riproducibilità tecnica ha portato alla luce ha a che fare proprio con la distruzione della dimensione auratica dell’opera, del suo tratto rituale, legato cioè al contesto sacro e religioso. La messa in crisi del concetto stesso di ‘originale’ e ‘originalità’ ha reso possibile la riemersione del tratto ludico dell’esperienza estetica in senso ampio. Tratto – come sottolineato anche da Giorgio Agamben – fortemente profanatorio, capace di restituire alla sfera umana dell’uso ciò che prima era separato e inaccessibile nella propria lontananza cultuale. È il capitalismo maturo, per Benjamin, ad aver ripristinato l’aura nella forma della merce, della nouveauté a tutti costi, dietro cui si nasconde il volto del “sempre uguale”. Allora se proprio si vuole pensare a un eventuale “ripristino dell’aura”, forse l’unico possibile è quello a cui Benjamin allude in un appunto dove ne dà una nuova definizione: aura è anche capacità di levare lo sguardo.>