05 maggio 2022

CLAUDIA CALABRESE TORNA A PARLARE E A SCRIVERE SUL SUO PASOLINI

 




Buon compleanno, Pier Paolo

Pier Paolo Pasolini, Autoritratto, pastello, 1965

Pier Paolo Pasolini, Autoritratto, pastello, 1965

di Claudia Calabrese 

Caro Pier Paolo, anche nel giorno del tuo centesimo compleanno, sento il bisogno di avvicinarmi a te e alla tua opera attraverso la musica e i suoni, che hai tanto amato; permettimi di farlo, oggi, in un modo nuovo, lascia che io almeno nel giorno della tua nascita immagini di parlarti, forse anche per travalicare la tua morte. Così. Pensoso, dalle viscere del cielo, cerchi ancora una musica che sappia indicare i fili che uniscono Carne e Cielo e ci chiedi una nota, un suono che anche tu possa riconoscere come tuo per fare insieme un po’ di cammino… 

Chi fui? Che senso ebbe la mia presenza              
in un tempo che questo film
rievoca ormai così
tristemente fuori tempo? [1].

Chi fui? Ti chiedi. E lo chiedi anche a noi. Sei un poeta, per noi un folle amore soffiato dal cielo. Sin da quando scopri, a tre anni, che l’infinito, il cielo, è custodito nel ventre materno, il ritmo vitale si annuncia a te con un suono che proviene dal silenzio e si annida nella carne, nella realtà diresti tu, generando un conflitto che è umanissimo e di straziante bellezza. Perciò, sin dai tuoi esordi artistici, fai aderire l’orecchio al suolo – «Solo una cosa ho avuto nel mondo. Ma che cosa? […] l’orecchio… sentivo i gabbiani che cantavano, le voci dei contadini, dei pescatori, le campane e le canzonette…»   – e cerchi tra i tuoi contemporanei l’arcaico, a un tempo umano e celeste, e la sorgente della parola poetica nella quale più si condensa la sostanza sonora.

Sentiamo ancora, nei tuoi versi, le pulsazioni del ‘grembo sonoro’ di Casarsa, il modo in cui risuonano sulle cose, nell’aria, nelle voci e nei volti degli abitanti, nei cortili e negli attrezzi di lavoro, nelle feste da ballo, nelle chiese, nei campi, nel canto degli uccelli, in riva al fiume, nelle foglie, nelle montagne e nelle rogge.

Pasolini, Autoritratto

Pasolini, Autoritratto

Oggi il mondo è cambiato, è globale: guerra, violenza, fame, ingiustizie, pandemie, spingono gli uomini alla ricerca di una salvezza che è rischio di vita e di graffianti umiliazioni. L’egoismo moltiplica i morti, in terra e in mare. La superficialità dilaga e la solitudine è tanto più feroce quanto più le persone sono immerse nella folla, il sacro è ignorato, anzi degradato a visione magica, dentro la quale ognuno mette le proprie fobie e l’infelicità è l’altra faccia del benessere. Tu ci guardi e ascolti… Sei soddisfatto della tua vita e della tua opera? Non so… Sono certa che rifaresti tutto con lo stesso amore. Sai bene che la realtà è sfuggente e insondabile, il mondo si trasforma continuamente, spinto da forze indecifrabili, e ogni singolo uomo deve prima di tutto cercare di comprendere. L’hai fatto fino all’angoscia, fino alle lacrime, hai cercato di coinvolgere i tuoi contemporanei, provocandoli sì, ma con mitezza e umiltà, eppure quanta ostilità, incomprensione… Le tue parole, le immagini che hai costruito si sono logorate diventando a volte deserti di ghiaccio. Cosa rimane di quel tentativo? Ripercorro la tua vita come in un film e mi rimangono fra le mani alcune parole, nemmeno le migliori, logorate, ignorate: 

La morte non è
nel non poter comunicare   
ma nel non poter più essere compresi [2].

 Chi volevi essere quando hai aperto poeticamente i tuoi occhi sul mondo e cantavi come un Usignolo? Un Cristo, un povero Cristo: c’era un destino in te, i sogni fanciulleschi mai dimenticati… Ti sei trovato dentro una realtà sociale inscalfibile: cosa può fare un uomo? Non potevi certo decidere il tempo in cui nascere, potevi solo essere te stesso. 

Noi staremo offerti sulla croce, alla gogna,
tra le pupille limpide di gioia feroce [3].

Caro Pier Paolo, hai cercato amore e tenerezza e li hai donati fino alla fine: nel fuoco della tua poesia, nelle tue scorribande notturne. E sì che all’inizio, nel grembo di Casarsa, che sentivi come una proiezione del grembo di tua madre, eri uno spirito gioioso alla ricerca del cuore segreto della realtà, di una realtà contadina, sempre uguale a se stessa nel corso del tempo, come, forse sbagliando, credevi. E cercavi nel rapporto tra parola e suono, tra parola e musica una sorta di Aleph, di recinto sacro, dove si annida la relazione profonda tra uomo e natura, tra Carne e Cielo. 

La morale celeste
fa scoppiare le parole d’amore; le rompe, le disperde,
le alza, le soffia. […]
Volano le parole come nuvole [4]. 

È lì che sei ora? Lì dove la parola non è contaminata dall’esperienza umana e canti 

Tutto il mio folle amore lo soffia il cielo, lo soffia
il cielo. Così [5].

Quale cielo, Pier Paolo; dove ti trovi? Sei stato uomo, ma ora… senti ancora, come allora? 

Come i poveri povero, mi attacco
come loro a umilianti speranze,
come loro per vivere mi batto 
ogni giorno [6].

L’eternità del mondo popolare che, a volte, hai chiamato “viscere” erano le tue stesse viscere… Ma il Novecento è stato un secolo tremendo che ha sconvolto ogni rapporto sociale. E ora il nostro tempo è ancora più violento: avevi ragione, il Capitale, con le sue leggi, è esploso, ha travolto ogni uomo e ogni cosa è merce, compresa l’anima, i corpi… Ancora come allora mi sembra di sentirti gridare 

Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d’altare, dai borghi abbandonati
sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli [7].
Pier Paolo Pasolini, disegno

Pier Paolo Pasolini, Autoritratto, 1959

E il tuo grido è come un pianto, come oggi è quello dei bambini, delle donne, degli uomini che scappano dalle bombe, che esplodono e piangono. Come la scavatrice. Eri tu la scavatrice Pier Paolo, era tuo il pianto. Come potevi accettare senza reagire che gli uomini, tuoi fratelli, fossero ridotti a merce che consuma altra merce, e venissero sradicati dalla loro stessa umanità dalla ‘mutazione antropologica’, che stava avvenendo a opera del grande Capitale, e gettati in un futuro da marionette? Eri solo, consapevole e personalmente ferito… 

Solo come un cane, per dir meglio, arido
come paglia secca, o come luce
che non dà luce a nulla [8]. 
[…] Aiuto, avanza la solitudine!
Non importa se so che l’ho voluta, come un re. […]
Ho voluto la mia solitudine.
Per un processo mostruoso
che forse potrebbe rivelare
solo un sogno fatto dentro un sogno…[9]. 
Sei un poeta tra i più grandi e meno compresi: che tu faccia il romanziere, lo sceneggiatore teatrale, il regista cinematografico, il critico letterario, il giornalista, sei un poeta. 
Per essere poeti, bisogna avere molto tempo:
ore e ore di solitudine sono il solo modo
perché si formi qualcosa, che è forza, abbandono,
vizio, libertà, per dare stile al caos [10].

Sì, è la solitudine dei poeti, che compiono viaggi dove nessuno è ancora arrivato. E guardano alle loro spalle per vedere se qualcuno li segue… Viaggiavi, Pier Paolo, soprattutto nel Terzo Mondo alla ricerca della forza vitale, dell’arcaico e del sacro che speravi si trasferissero nel futuro, dell’anima che l’Occidente pareva aver perduto. Cercavi di comunicare con quel mondo. Anche là, cercavi con ogni mezzo, anche con la musica, di farti comprendere… Un giorno in India, ricordi quel ragazzino? 

teneva in mano uno zufolo, o un flauto […] Era
incerto se suonare o no: e i suoi compagni sorridevano
intorno, lo incoraggiavano. Poi si decise. […] Era una vecchia
melodia indiana […] una frase spezzata,
strozzata e accorante, che finiva sempre, come ogni aria
indiana, con una specie di lamento quasi gutturale,
un dolce, patetico rantolo: ma, dentro questa  tristezza, era
contenuta una specie di nobile e ingenua allegria.
Il ragazzo suonava il suo flauto, e ci guardava.
Pareva che, suonando a quel modo, ci parlasse [11]. 
Pasolini, Laura Betti

Pasolini, Laura Betti

Suoni comunicanti nelle profondità dell’esistenza… suoni compresi con l’attenzione di chi sta dentro la fucina di una Storia avversa e cerca di costruire la propria identità nel confronto/scontro con il mondo che diventa sempre più concentrazionario. La curiosità, l’amore e la conoscenza interagiscono continuamente. Man mano che gli uomini acquisiscono una coscienza della propria condizione nasce in loro il desiderio di cercare qualcosa che assomigli all’eterno e all’infinito. Spero ancora accada all’uomo immerso dentro l’immondezzaio delle guerre. Ciò che conta, ciò che conta veramente è il momento attuale della relazione, dell’interazione… non basta la sua storia passata. Ecco com’è che “il divenire”, nel fuoco del “qui ed ora”, influenza a sua volta, quando si manifesta, “l’essere” e lo spinge ad evolversi… 

Solo l’amare, solo il conoscere conta, non l’aver amato,
non l’aver conosciuto. Dà angoscia 
il vivere di un consumato amore.
L’anima non cresce più [12].
Pier Paolo Pasolini, disegni

Pier Paolo Pasolini, disegni

L’abbiamo dimenticato, caro Pier Paolo: “amore”, “conoscenza”, “anima”, sono parole consumate e stravolte dall’uso. Come “angoscia” del resto. Penso che queste parole, così importanti, debbano essere poeticamente ricollocate nel nostro tempo, nella vita quotidiana. Anche per le parole, queste in particolare, vale la tua affermazione che la morte è nel non poter più essere compresi. O nell’essere continuamente travisati, aggiungo. Tu pensavi al culmine di una disperazione che non minava la tua vitalità che la musica fosse l’unica azione espressiva/ forse, alta, e indefinibile come le azioni della realtà [13]. Una musica che, cantando e reinterpretando le parole, può ricollocarne nel tempo i significati, interrogandosi sul senso profondo, ancorato alle viscere del cielo. Ho detto può, ma volevo dire deve. 

Sento che ti chiedi ancora chi fosti. Sei un poeta, Pier Paolo. Per noi, un folle amore soffiato dal cielo… Buon compleanno! 

Dialoghi Mediterranei, n. 55, maggio 2022

NULLA DUE VOLTE ACCADE

 

S. Dalì


Nulla due volte


Nulla due volte accade

Né accadrà. Per tal ragione

Nasciamo senza esperienza,

moriamo senza assuefazione.


Anche agli alunni più ottusi

Della scuola del pianeta

Di ripeter non è dato

Le stagioni del passato.


Non c’è giorno che ritorni,

non due notti uguali uguali,

né due baci somiglianti,

né due sguardi tali e quali.


Ieri, quando il tuo nome

Qualcuno ha pronunciato,

mi è parso che una rosa

sbocciasse sul selciato.


Oggi che stiamo insieme,

ho rivolto gli occhi altrove.

Una rosa? Ma cos’è?

Forse pietra, o forse fiore?


Perché tu, ora malvagia,

dài paura e incertezza?

Ci sei – perciò devi passare.

Passerai – e in ciò sta la bellezza.


Cercheremo un’armonia,

sorridenti, fra le braccia,

anche se siamo diversi

come due gocce d’acqua.


Wislawa Szymborska



AFFAIRE SINCLAIR OIL e DELITTO MATTEOTTI

 


Arnaldo Mussolini (fratello del Duce)



AFFAIRE SINCLAIR OIL E DELITTO MATTEOTTI


Nonostante la sua conclamata bonomia, se non bontà, la vita di Arnaldo Mussolini non fu esente da macchie: che il fratello Benito, post mortem, cercò in tutti i modi di cancellare. Affarismo? Speculazioni economiche? Corruzione? Significativo fu il caso della compagnia petrolifera americana Sinclair Oil che, nel 1924, ottenne dal governo fascista, pare attraverso un’accorta distribuzione di tangenti, il monopolio per ricerche sul territorio italiano. Tra i corrotti sembra ci fosse proprio Arnaldo. Giacomo Matteotti pare avesse trovato le prove di quei finanziamenti occulti e si accingeva a denunciare i corrotti in parlamento. Sappiamo tutti però che non ne ebbe il tempo. Il 10 giugno 1924, se non fosse stato ucciso, il deputato socialista avrebbe tenuto un discorso alla Camera subito dopo quello famosissimo (il suo ultimo) dedicato ai brogli elettorali del fascismo. Secondo lo storico Emilio Gentile sarebbe stato proprio l’affaire Sinclair Oil il motivo dell’omicidio.

MASSIMO ONOFRI


SERGIO DANIELE DONATI, Se il libro è casa

 

ph. Sergio Daniele Donati


L'amico Sergio Daniele Donati, animatore del blog https://www.leparoledifedro.com , ieri mi ha gentilmente inviato una sua poesia, pubblicata l'anno scorso nel suo blog, che ho letto con vivo interesse. Alcuni versi mi sono subito apparsi, per la loro potenza, presi direttamente dalla Bibbia. D'altra parte Sergio è stato sempre fiero delle sue radici ebraiche e sappiamo quanto sia forte in ogni ebreo il rapporto con le sacre scritture. (fv)

Ripropongo di seguito con particolare piacere i suoi bellissimi versi:


SE IL LIBRO E' CASA

Se il libro è casa,
liberi, anche da chiuso,
a pagine intonse,
la stanza del ritiro
dalle scorie del pensiero.
E apra le finestre,
alle parole non dette
perché si affaccino sul mondo,
e non planino nel silenzio
sulla superficie del sogno.
Se la casa è libro,
riveli le storie,
incagliate tra denti e lingua,
e srotoli papiri e pergamene.
Perché il racconto
abbia inizio,
e il Canto
canti il canto.
Tacciano i sorrisi,
si stemperino i ricordi,
e inizi la danza
della narrazione antica.
Dalla macchia bianca,
su bianco,
la prima lettera osserva,
la bacchetta in mano.
Sola - ancora per poco -
rumina sul foglio
il suo progetto di creazione.
E borbotta per sé
i nomi delle moltitudini,
dei figli della mitosi.
Ascolta i passi ancora lontani
dell'universo della separazione.
È l'attimo in cui
tutto si ferma, per non morire,
prima d'esser nato.
Immersi in liquidi confusi
ci si nutre del pensiero d'una madre
che immagina ogni nostro volto
e sceglie ogni nome
con cura maniacale.
Dal grande al piccolo,
un progetto di distillazione cala
sulle parole umane.
Evaporano fumi e veleni
e restano gocce e resine nell'astuccio
e sul pennino di rame brunito,
Prima d'ogni esistenza
la penna descrive per sé i nostri occhi.
Siamo cercati
e descritti e accolti
da penne divine
prima di conoscere il canto
del merlo all'alba,
prima che ci solletichi frenetico
il brusio delle piante a primavera.
Eppure la fiamma si spegne e,
immemori dell'oro che le ricopre,
tastiamo i muri della stanza del ritiro
come fossero pareti
di carceri umidi,
nidi di prigionie autoimposte.
La prima lettera tace e osserva
il nostro cammino brancolante
in una cecità sorda.
Che le palpebre si alzino
per incontrare la luce
è miracolo raro,
da chiamare nelle notti senza stelle.
Là nella cella cieca
non esiste memoria, né ricordo.
Solo il brusio indistinto
dei nostri desideri di evanescenza.
Ci rivolgiamo alla prima lettera,
di cui distinguiamo i contorni regali,
con una preghiera rabbiosa,
perché ci liberi le palpebre
e ci doni di nuovo
accesso alle luci tenui
della rinascita.
E ci aspettiamo che la scrittura elevi
il nostro stato animale
a rango angelico.
È là, in quello spazio stretto,
in quell'eterno istante di sospensione,
che la prima lettera emette per noi
il suo vagito,
ci libera gli sterni,
scoperchia il secchio dei nostri abissi,
alza le nostre palpebre serrate e
- salda la sua mano sulla nostra nuca -
ci volge lo sguardo verso il basso.
La penombra guida e la luce acceca
se entra a contatto
con una mente ancora povera.
Inizia allora, da uno sguardo
fisso su un abisso senza termine
il passo lento della scrittura
che percorre le nostre vertebre
con vibrazioni e pizzicati d'arco.
Inizia là, da uno sguardo coraggioso
sulle nostre balbuzie
il lento cammino che ci porta
eretti e libera spazi nei nostri stomaci
perché sia scritta nella pelle
la coreografia antica
di ventidue danzatrici dell'onirico.
Fuori da ogni seduzione,
inizia là ogni liberazione.
Niente si scrive se le vene
non donano rossi inchiostri
e niente è la parola
che non incontra
il frutteto fatato del limite.

Sergio Daniele Donati


STALINGRADO DI V. GROSSMAN

 



Grossman, attualità della guerra

Lisa Ginzburg

Il 7 Aprile è uscita su “Avvenire” la recensione al romanzo “Stalingrado” di Vasilij Grossman (Adelphi, traduzione di Claudia Zonghetti) qui ripubblicata.

Le fiamme divampavano ovunque, appiccate da decine di migliaia di bombe incendiarie… Enorme, la città si spegneva tra il fumo, la polvere e il fuoco, nel boato che scuoteva il cielo, l’acqua e la terra. Lo spettacolo era tremendo, ma ancor più tremenda era la morte negli occhi di un esserino di sei anni schiacciato da una trave di ferro. Perché se esiste una forza capace di risollevare dalla polvere di città enormi, non c’è forza al mondo in grado di risollevare le palpebre dagli occhi di un bambino morto”.

Delle quasi novecento pagine di cui si compone Stalingrado di Vasilij Grossman (traduzione di Claudia Zonghetti, Adelphi, pp. 884, euro 28) quel che forse più impressiona e colpisce al cuore come un pugno è la sensazione di irreale eppure evidente attualità di questa poderosa ambientazione storica. Leggiamo dell’assedio di Stalingrado, la più flagrante e mortifera sconfitta dell’asse tedesco/italiano durante il secondo conflitto mondiale; una tragedia di guerra lontana nel tempo, ma il cui odore acre di morte, così come l’insensata conseguenza   dello scatenarsi, perdurare, non finire del conflitto, coincidono con sensazioni contemporanee, odierne: attuali in maniera cupa e incontrovertibile. La furiosa battaglia scatenata contro la città di Stalingrado, quell’assedio che nelle menti di Hitler e di Mussolini sarebbe dovuto essere “immane, tremendo e definitivo” e che trovò invece straordinaria resistenza degli abitanti russi, vittoriosi nel respingere gli invasori, diversamente formulata e posizionata ci ricorda in modo drammatico gli orrori bellici cui da settimane assistiamo immersi a navigare in rete nei nostri computer, leggendo i giornali e guardando i telegiornali.  Qui, grazie alla prosa somma dello scrittore Grossman (restituita in una lingua italiana fluida e particolarmente esatta dalla traduttrice Claudia Zonghetti, già preziosa interprete dell’altro capolavoro di Grossman, Vita e destino, Adelphi 2008) conosciamo la guerra non vedendo immagini, ma piuttosto leggendo un romanzo, un grande romanzo. Eppure l’angoscia e l’incredula pena che le sue pagine depositano in noi sono paradossalmente e senza dubbio vicine a quelle emozioni angustiate che da settimane attanagliano le nostre percezioni: nostre di oggi, delle vite di noi, cittadini d’Occidente nella primavera dell’anno 2022 del ventunesimo secolo.

La scrittura di Grossman eclissa quasi tutto quanto in occidente oggi viene preso sul serio” ebbe a considerare il grande critico George Steiner. Parole prive di enfasi, perché densità e spessore letterario delle pagine grossmaniane sono evidenti, riconoscibili senza esitazione come lo è l’arte quando muove da necessità ed è dominata e veicolata secondo i più puri dettami del talento. Se possibile più ancora che in Vita e destino, qui, in Stalingrado (che Vasilij Grossman aveva pubblicato a puntate sulla rivista “Novyj Mir” nel 1952 con il titolo Za pravoe delo, (Per una giusta causa) ), straordinaria è la tecnica romanzesca che contraddistingue lo scrittore. Una tecnica capace di legare le vite dei singoli al corso della Storia. Ogni microcosmo di biografia individuale va a convergere nella sorte collettiva della guerra, quella guerra che “in quel momento era il mare in cui sfociavano tutti i fiumi e da cui tutti i fiumi nascevano”. Perché la Storia, e il saperla leggere, capire, romanzare, significa empatia: osservare un soldato, immaginare cosa stia pensando, individuare in quell’istante, in quei suoi muti pensieri supposti e solo figurati, il punto di svolta di un intero conflitto. E la guerra, oltre a fare da sfondo ad amori, gioie, dolori, allontanamenti, ricongiungimenti tra donne e uomini dai cuori ancora palpitanti e vivi nonostante il fiato della morte sparga ovunque il suo tetro silenzio, la guerra marchia tutto della sua impronta insensata. Mette in risalto ciò che nella vita conta e quel che invece non val nulla, è meschino, di nessun peso. Di nuovo, pare di leggere del nostro presente: per come, tra le righe del suo fluviale racconto, Grossman è sapiente incastonatore di riflessioni, in merito ancora una volta alla guerra. Meditazioni sul male, sul suo perdurare e inesausto distruggere; su quanto ogni guerra, proprio nella sua inutilità, sia un terremoto le cui scosse si assestano seminando un’angoscia che quella anche a sua volta necessita di moltissimo tempo per assestarsi, trovare uno spazio tra il dolore e lo sdegno insopportabili, e quella vita che invece, nella sua febbre, inevitabilmente va avanti, prosegue il suo corso. Sempre e comunque. Fu grande reporter Vasilij Grossman, e la sua penna di giornalista gli impresta la sicurezza necessaria per descrivere, da narratore, le figure di Hitler, Stalin, di gerarchi nazisti e di capi di battaglioni e di armate sovietici. “Chi compie crimini contro l’umanità è un criminale, e non smette di esserlo perché la storia serba memoria di quanto ha commesso: sono le sue devastazioni che i secoli ricorderanno. Non sono eroi: sono carnefici e sono farabutti. Sono figli di forze oscure e cieche”. La grande letteratura ha tra le sue capacità questa, spiazzante: sbalzarci dal passato e presente come non fosse trascorso nemmeno un giorno. Lo fece in Guerra e Pace il Tolstoj narratore da Grossman amatissimo, che anzi fa capolino, lui e la sua dimora di Jasnaja Poljana, nelle pagine di Stalingrado E nel mentre racconta di un mondo in fiamme, dove ogni valore umano pare bruciare tra le lingue di fuoco di una gigantesca pira assurda, sconsiderata, con la forza d’impianto del suo romanzo Vasilij Grossman nondimeno celebra la vita, non smette di celebrarla. Accadeva in Tolstoj, accadeva in Vita e destino, accade in modo emozionante in Stalingrado. Fiume copioso di un lungo racconto nel cui letto, accanto alla città assediata e distrutta, giacciono come rivoli storie di individui vivi e dai cuori pulsanti nonostante la morte muova e sbatta le sue grandi ali sopra le loro teste, sopra i loro destini, sopra le loro salvezze, e i loro riscatti mancati, cosi tante (troppe) volte sino alla morte.

Articolo ripreso da https://www.nazioneindiana.com/2022/05/05/grossman-attualita-della-guerra/



04 maggio 2022

PER BIANCAMARIA FRABOTTA

 



PER BIANCAMARIA FRABOTTA

di Marco Corsi

La poesia non è fatta per essere ricordata, ma per vivere di bocca in bocca, nelle letture silenziose, sulla pubblica piazza, con toni pacati oppure oscenamente, in allegria, nella tensione, nella più evidente indifferenza. Ecco, gli occhi di Biancamaria non potranno mai risultare indifferenti, neanche ai più indifferenti alla letteratura, perché in quegli occhi ha sempre vissuto l’intelligenza della poesia, con studio, rigore e passione. Ma soprattutto con una straordinaria e pungente umanità attraverso la quale, lei, Bianca, ha saputo farsi interprete partecipe del nostro tempo. Dal movimento femminista degli anni Settanta ai classici, trovando una strada naturale nell’esperienza dei giorni, la sua poesia si è fatta sempre più prossima alla vita, filosofica e a suo modo religiosa, eleggendo a proprio vessillo, negli ultimi anni, il “buen retiro” di Cupi. Quella casa a due passi dall’Uccellina divenuta un luogo di incontri e di amicizia, una spiaggia di poeti senza lido. Gli eterni lavori, I nuovi climi, e poi Da mani mortali sono libri di una maturità estrema e bucolica, profondamente coerente rispetto alla tensione degli esordi. I primi flutti di Affeminata e de Il rumore bianco erano già felicemente approdati nel porto de La vindanza, primo libro uscito nello Specchio Mondadori nel 1995, uniti da quella solida struttura gemellare che congiunge il poemetto Eloisa, che chiude la raccolta dell’82, a quello autobiografico, in senso pieno e compiuto, eponimo al libro uscito più di un decennio dopo. Un libro di assalti e rinunce, ruvidamente attaccato al polipaio della vita, alla sua profondità insondabile, araldica, turbolenta, come un anticiclone. Fu così che si rivelò in maniera forte la sua voce, che già risuonava da decenni sui banchi della Sapienza, a Roma, indicando ai suoi studenti più di una via d’accesso alla poesia, promuovendone lo studio, affidando tesi di laurea su qualcosa di vivo, niente a che fare con la filologia.

Le ragioni del fare poesia sono infaticabili, un «cantiere sempre aperto», manutenzione costante alla vita, quella «sedentaria», quella nomade, quella «ammaestrata» e accudita con prudenza, anche attraverso le parole. Non stupisce dunque il profondo legame della poesia di Bianca con le tante “terre contigue” che ha attraversato, trovando nella distanza un centro inesauribile. Così è stato anche ne La materia prima, raccolta inedita pubblicata nel complessivo Tutte le poesie del 2018, e così sarà ancora nel libro che tra poco vedrà la luce per consegnarci ancora, intera, la sua voce: Nessuno veda nessuno.

Sarà ancora occasione per trovarci annullati nel suo nome, tutti parte del coro umanissimo dell’esistenza.

 

*

 

da Il rumore bianco (1982)

 

per adelaide

 

Come deve farsi esile, minuta la vita
nel filo scabro di un rigo di poesia
non come una giovinetta tuffarsi
ma assottigliarsi fino a sparirsi
a tradirsi, non il collo maudit
di Ade che ride sotto il cappello
ma un’ode minore, minima, un soffio
eppure una gabbia per le tue movenze
di felino domestico, pulcino danzante, elegante
non chiedermi più, accontentati
la metamorfosi delle tue forme leggiadre
mima, perdonami: è mimesis anch’io.

 

da La viandanza (1995)

 

AUTORITRATTO IN TERZA PERSONA

 

Ieri vantava l’aderanza allo specchio
la sazietà dei piedi ben fatti, patti
in vista di ulteriori concessioni, tempi
più lunghi e magari il tiro
corretto al selvatico bilancio d’età.
Oggi nutre raminghe speranze di sparire
nelle sembianze di un gatto, un colpo di tosse
il lento vogare di un cappello a mezz’aria.
Domani non ci sarà più tempo
per l’uso pigramente italiano
del verbo, il sereno ottativo
del dovrei essere stato.
Ma divampando potesse essere lei una
combusta orma al fuoco dell’ellisse
temeraria, mite ombra e pur sostanza
di quel sole che non teme eclisse.

 

da Terra contigua (1999)

 

Arrogante garrivi alle stelle la tua dolce nenia
il fiore ancora in nuce nello scapo
e la felicità, l’ottusità d’una caccia svogliata
mai così rasente alle promesse dell’età sfacciata
ti annoiava e ti seguiva come una cagna fedele
nel subbuglio dei tuoi astratti furori.
E ti eludeva anche da quel suo astuto
gioco a tutti commestibile, ma non a te
che la morte segreta stornavi ad ogni giro
e t’era consorte l’incanto, l’incubo dei bari.
Tu non volevi altro se non l’impossibile
la tratta di favore, il pagamento del riscatto
minacciando altrimenti colpi di testa
colpi di teatro memorabili che l’indomani
bruciavi al nuovo giorno sotto dettatura.
Non tolleravi la dittatura del giorno.
E libertà t’erano gli scuri chiodati
il fresco osceno invito della notte.

 

da La pianta del pane (2003)

 

Quasi che il sonno, l’uno all’altra
li rapisse, nel buio intrecciano le dita
si sfiorano con la punta del piede
e pensano – gli estremi si toccano
nel cuore della notte.
Uno dei due già sogna anche per l’altro.
Incline più al contagio che al presagio
s’addormenta l’amore coniugale
mano nella mano, la vita cinta
come per una danza, mentre l’altra
vita preme ai cancelli del rimosso
e li piega. Entrambi sul fianco sinistro.
L’alba li sveglia un poco più fratelli.

 

da Da mani mortali (2012)

 

Oltre la soglia del letargo, una foglia
pende ancora a lato del legno, trema
si rimette al vento con l’astuzia dei deboli.
Ha conosciuto la pietra e l’agio delle erbe
la prima generazione dei biancospini.
Irti più del filo spinato che li regge
proclamano la resistenza all’inverno
mentre un riemerso brulichio di molti
silenziosamente li lavora nel tepore.
La pianta è un cantiere sempre aperto
a chi vi torna senza avere memoria.
Sappi che frenerò ogni desiderio
di spronarla, questa ottusa pazienza
di durare, per ora, senza dare ombra.

 

da La materia prima (2018)

 

Parlò per bocca tua e disse.
Non stai morendo Bianca.
E fu vero il mio nome.
E fu pace dalla prima linea
ai miei mozzati respiri
fu silenziato il silenzio.
Senza il tuo amore
il suo pensare secondo
l’agire, mio teste
di chiara visione
m’avrebbe rapito, quella
druda, col passo pesante
del suo fiato. Eccomi. Eccoti.
Chiama me, smunta e di poco
sangue. Non posso fermarmi.
Devo andare al confronto
al conforto sicuro
abbandonare la guida del giudizio.
Ma tu insistetti, mio maratoneta
sgomitando, maleducatamente.
Imparate maldestri innamorati.
Non ci si può limitare
a guardare quello che succede.

 

I testi sono tratti dal volume Tutte le poesie. 1971-2017, postfazione di Roberto Deidier, nota biobibliografica di Carmelo Princiotta, Mondadori, Milano 2018.


Pezzo ripreso da  https://www.leparoleelecose.it/?p=44028

PERCHE' TANTI SONO SORPRESI DALLE PAROLE DEL PAPA CONTRO LA GUERRA?

 


Io non sono per nulla sorpreso dalle ultime dichiarazioni di Papa Francesco contro la guerra in corso in Ucraina. Sorpresi possono essere soltanto coloro che non hanno letto la sua enciclica sociale "Fratelli tutti" che ho commentato proprio negli stessi giorni in cui è stata pubblicata. (fv)

Di seguito potete leggere la versione pubblicata sulla rivista on line (visitabile gratuitamente da chiunque) DIALOGHI MEDITERRANEI:

http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/la-rerum-novarum-del-nostro-tempo-considerazioni-in-margine-allultima-enciclica-di-papa-francesco/