02 marzo 2024

PORTELLA DELLA GINESTRA VISTA SCIASCIA

 


«C’è in Italia un iperpotere cui giova, a mantenere una determinata gestione del potere, l’ipertensione civile, alimentata da fatti delittuosi la cui caratteristica, che si prenda o no l’esecutore diretto, è quella della indefinibilità tra estrema destra ed estrema sinistra, tra una matrice di violenza e l’altra (…). La prefigurazione (e premonizione) di un tale iperpotere l’abbiamo avuta nella restaurazione democratica, in Sicilia, negli anni cinquanta. Chi non ricorda la strage di Portella, la morte del bandito Giuliano, l’avvelenamento in carcere di Gaspare Pisciotta? Cose tutte, fino ad oggi, avvolte nella menzogna. Ed è da allora che l’Italia è un paese senza verità. Ne è venuta fuori, anzi, una regola: nessuna verità si saprà mai riguardo a fatti delittuosi che abbiano, anche minimamente, attinenza con la gestione del potere»
LEONARDO SCIASCIA, Nero su nero , Einaudi 1979

LA MANIPOLAZIONE VISTA DA MONICA VITELLARO

Monica Vitellaro, Manipolazione (80 x 100) 


Credo che noi tutti siamo manipolati e manipolatori. Dagli affetti (parenti, figli, amori..) dalla società (politica, pubblicità, lavoro….). L’obiettivo del manipolatore è il controllo, e nessuno è totalmente libero. Ma noi possiamo scegliere fino a che punto siamo disposti ad essere manipolati.
 Ecco la mia visione della MANIPOLAZIONE. 

Monica Vitellaro 
 

IL GIORNALISMO OGGI nei "PAESI LIBERI" e nei "PAESI OCCUPATI"

 



Vignette dedicate alla giornalista de LA STAMPA, che da una settimana dà lezioni di finta democrazia  a destra e a manca su radio tre, già addetta stampa del Governo Draghi, a cui vanno ricordate queste  parole di Antonio Gramsci:

«Io non sono mai stato un giornalista professionista, che vende la sua penna a chi gliela  paga meglio e deve continuamente mentire perché la menzogna entra nella sua qualifica professionale. Sono stato giornalista liberissimo, sempre di una sola opinione,e non ho mai dovuto nascondere le mie convinzioni per fare piacere a dei padroni o manutengoli» 

(Lettera del 12 ottobre 1931, ora in A. GRAMSCI- T. SCHUCHT, Lettere 1926-1935, Einaudi, Torino 1997).

01 marzo 2024

L' UTOPIA DI CICCIU BUSACCA


 



da Livio Marchese
«Aprire gli occhi al popolo»: Ciccio Busacca, utopia di un cantastorie

(...)Il 16 maggio del ’55, a Sciara, la mafia, braccio armato dell’aristocrazia feudale, uccide Salvatore Carnevale, il sindacalista socialista che da anni organizzava i braccianti per la lotta contro gli abusi nella spartizione del raccolto da parte dei gabellotti della principessa Notarbartolo. Il fatto desta sdegno e commozione a livello nazionale. Giornalisti, dirigenti e militanti di partiti e sindacati, intellettuali e politici del calibro di Carlo Levi e Sandro Pertini accorrono nel piccolo paese ai piedi delle Madonie. Le parole sono pietre dello scrittore torinese contiene pagine memorabili su quei terribili giorni, narrati con l’afflato lirico e l’incrollabile sentimento etico d’impronta umanista caratteristici della sua prosa. Particolarmente toccante il ritratto di Francesca Serio, la madre di Salvatore, che avrà il coraggio di spezzare le catene dell’omertà per denunciare la mafia al tribunale di Palermo: nel processo, costituitasi parte civile, sarà rappresentata dal futuro Presidente della Repubblica.
Anche Buttitta in quei giorni si reca a Sciara per abbracciare la donna e offrirle la sua solidarietà. Sull’onda dell’emozione, in una sola notte, compone il Lamentu pi Turiddu Carnivali, «una delle pagine più alte della poesia siciliana contemporanea», e lo propone a Busacca.
Buttitta [...] mi cerca per tutta la Sicilia, per telefono, fino che mi trova. Arrivo a casa di Buttitta. Mi legge i giornali e mi dice: «Se ti faccio una storia su questo fatto, tu me la canti?»
«Certo, a disposizione!».
L’indomani mattina sono andato a trovarlo. «Ciccio», ha detto, «la storia è completa». Me l’ha letta. Quando l’ho sentita sono diventato pazzo, perché era una cosa veramente bella. Un capolavoro.(...)

Da https://www.facebook.com/scorcirivista

NON L' HO MAI DETTO A NESSUNO

 


Non l’ho mai detto a nessuno

Oria Gargano

29 Febbraio 2024

Nel libro È capitato anche me (RedStarPress) di Cristina Formica, si trova spesso la frase “Non l’ho mai detto a nessuno”. L’autrice enumera le molestie di cui lei e alcune sue amiche e conoscenti sono state oggetto nella vita: qualunque donna si ritroverà nei racconti di Cristina, perché non ce ne è una che cose del genere non le abbia vissute. “Vengono in mente generazioni di sorelle e di madri che sono state così tanto condizionate e ferite – scrive Oria Gargano nella postfazione – da non aver potuto trasmettere forza e autorevolezze alle generazioni che si sono susseguite…”. Di certo, abbattere un muro di silenzio è un punto di partenza essenziale, è il rifiuto di un mondo sentito come profondamente ingiusto, è il sostegno al quale aggrapparsi per cominciare a lottare, in tanti modi diversi, nella vita di ogni giorno

Un corteo dell’8 marzo a Napoli. Foto di Ferdinando Kaiser

Sono piccoli omicidi quotidiani quelli che ci racconta Cristina Formica, quelli che avvengono sempre, da sempre, che costruiscono la gabbia concettuale che imprigiona le identità sessuate femminili, che condiziona e penalizza le potenzialità di ciascuna, e perpetua lo strapotere del patriarcato, che è la matrice culturale delle violenze contro le donne che culmina nel maltrattamento, nello stupro, nel femminicidio. E tutti a chiedersi, con ipocrisia e con una forma grave di malafede, con frasi convenzionali, stupide e crudeli – Perché le donne li hanno scelti? Perché non li lasciano? Perché la ragazza è andata a ballare e si è messa la minigonna? Perché ha accettato l’ultimo appuntamento? (Come se le fosse stato chiesto un incontro con l’esplicitazione che sarebbe stato, appunto, l’”ultimo”!)E invece di interrogarsi sulla sistematicità della violenza di genere e di iniziare a cambiare la cultura condivisa che la sottende, si continua a colpevolizzare le donne, a raccontarle come inadeguate e stupide, in fin dei conti colpevoli, si continua a ritenere “normali” tutti gli stereotipi che normano i rapporti tra i maschi e le femmine fin dall’infanzia, come un dictat implacabile che ne accompagna la crescita e che, a livello globale, condiziona, in tutte le classi sociali e in tutte le fasi della vita, lo schema di autoidentificazione maschile o femminile (e guai a discostarsi da questo binarismo rigido!).

Perché è normale che, come Cristina racconta, alle elementari i maschietti considerino assai attraente guardare le mutande delle compagne di scuola, e che alle medie già abbiano imparato a ferire le ragazze nella percezione di se stesse, dissezionandole e valutandone i pezzi del corpo, che sembra di essere carcasse di mucca esposte in un mattatoio, seduti su un muretto a giudicarle quando passano in strada.

In una forma costante e crudelissima di didattica, fin da ragazzine veniamo esposte al giudizio maschile, di cui siamo inerti e sovente spaventate oggetto.

Qualcuno si è mai interrogato sui condizionamenti che bambine, ragazze, donne subiscono nella costruzione della loro identità, che deve essere confermata o s-confermata dal gradimento di uno sconfinato Maschile perentorio?

Uomini – ma anche ragazzi, anche ragazzini – che non conosci e che non ti conoscono che danno i voti al tuo aspetto, e sei terrorizzata se il voto è alto, perché ti senti una preda priva di difese, e ti senti annientata se il voto è negativo, perché ti senti negata come essere vivente senziente pensante.

Tutto al di fuori della relazione, perché parliamo di una popolazione casuale camminante per le strade divisa in due grandi categorie: quelli che hanno il potere di giudicare e quelle che debbono essere prezzate come bestie al mercato.

Quanto il catcalling incide sula costruzione del sé?

Qualcuno si chiede perché gli uomini si sentano autorizzati ad appalesare i propri gusti in fatto di apparenze femminili?

E le donne stesse, seppure provano disagio e (sovente) paura, sono condotte a ritenere questo caleidoscopio di aggressioni “normali”, e sovente non ne parlano.

“Non l’ho mai detto a nessuno” è una frase che si legge spesso in questo testo, nel quale Cristina enumera le molestie di cui è stata oggetto, abbattendo un muro di silenzio che ha connotato – e connota – la percezione di sé che le donne hanno introiettato da millenni di sottomissione, e che da ultimo, grazie al femminismo, stanno modificando radicalmente.

Qualunque donna si ritroverà nei racconti di Cristina, perché non ce ne è una che cose del genere non le abbia vissute.

E se pensiamo alla irrilevanza delle donne nella Storia tramandata e raccontata, alla fatica che ci è toccata (e ci tocca) per affermarci come soggettività potenti, ci vengono in mente generazioni di sorelle e di madri che sono state così tanto condizionate e ferite da non aver potuto trasmettere forza e autorevolezze alle generazioni che si sono susseguite – anzi, non raramente, spingendo le figlie (reali o simboliche) dentro alle loro stesse prigioni, incatenandole alle loro stesse catene, perché avevano introiettato le regole del Patriarcato e pareva loro gratificante ergersene a sentinelle.

In tutta la nostra Storia, il silenzio ci ha fatto assai male. Solo la scoperta del valore della relazione tra donne, le pratiche femministe, la sperimentazione della radicalità e la scoperta della nostra potenza ci hanno salvato – ci salvano.

Riscoprire il nostro valore e imporre la potenza della nostra visione ci ha fortificato in molte. Ma non ha impedito – non impedisce – che in tante siamo sottovalutate, oggettificate, maltrattate, picchiate, stuprate, uccise.

Ecco, questo libro, con le storie di violenze esperite nella quotidianità, da Cristina ma anche da diverse sue amiche o conoscenti, rappresenta un esercizio che ciascuna di noi può fare, ripercorrendo tutte le ferite che abbiamo ricevute, ricordandoci quanto ci hanno fatto male, valorizzando la nostra capacità di andare, comunque, avanti, e rafforzando la nostra capacità di combattere per noi stesse e per tutte.

Nel mio lavoro di accoglienza alle donne in fuga dalla violenza maschile, una magnifica tra di loro, al termine di un percorso che era stato particolarmente difficile e doloroso, mi disse: “Le ferite si sono rimarginate, ma le cicatrici ogni tanto fanno male”.

Ecco, la consapevolezza e la lotta comune sono un balsamo per le ferite, e l’unico modo possibile per cambiare i contesti che rendono possibile che le donne siano vulnerabilizzate, l’unico modo per scoprire ed agire la nostra potenza.


E' ORA CHE LA SINISTRA RINASCA!

 





Che la Sinistra - per come l'abbiamo conosciuta noi - fosse morta, Luigi Pintor è stato uno dei primi a capirlo. Riproponiamo di seguito una intervista che il grande compagno e giornalista, tanto amato da Berlinguer,  rilasciò tanti anni fa al Corsera. 

Ma noi oggi, dopo le ultime elezioni sarde, SPERIAMO CHE UNA NUOVA SINISTRA RINASCA dalle ceneri. (fv)


La Sinistra è morta

 

Il pensiero di Luigi Pintor sulla Sinistra italiana in un'intervista al Corriere della Sera di quattordici anni fa ... o erano solo 14 giorni?

 

di Marco Cianca

 

Il giornalista, uno dei fondatori del "manifesto", va all' attacco: la Quercia ha meritato la sconfitta, Rifondazione e' isolata in un angolo Pintor: la sinistra e' morta. L' Ulivo e la Cosa 2 sono scatole vuote "I Ds non hanno una identita' e neppure un nome. Lo cambiano come una giacca" "Berlusconi e Fini: tutti e due sono nefasti ma in modo diverso"

ROMA - "La sinistra e' morta" ridotta a un' espressione geografica. Sta a sinistra solo nell' emiciclo parlamentare". Luigi Pintor ha un eloquio pacato, colto, raffinato. Ma le parole sono amare, caustiche, sferzanti. Un polemista di razza, graffiante. Enrico Berlinguer lo defini' il miglior giornalista italiano insieme con Eugenio Scalfari. Un intellettuale scomodo, sempre fuori dal coro. Nato a Roma ma di origine sarda, 73 anni, partigiano, condirettore dell' Unita' , deputato, scrittore, e' uno dei padri fondatori del manifesto: nel ' 69 fu radiato dal Pci per frazionismo. E ora, trent' anni dopo, conferma e rilancia le sue critiche. A partire dalla sconfitta elettorale dell' ex Partito comunista.

Ma il 13 giugno ha perso anche Rifondazione.

"Se perde la sinistra moderata, governativa - argomenta Pintor - non e' detto che vinca l' altra sinistra. Non e' cosi' semplice. La sinistra che conta di piu' , i ds, merita questa sconfitta. Da quando governa non dice nulla che serva a identificarla. Staccata dalla societa' , dall' opinione pubblica. In questi anni di governo di centrosinistra l' invocazione di Nanni Moretti (D' Alema, di' una cosa di sinistra) e' rimasta senza risposta. In compenso sono state fatte molte cose di destra. E perfino la guerra che e' l' antitesi di ogni idea di sinistra".

E Rifondazione?

"In un angolo isolata, arroccata. Fa troppo calcolo sul proprio limitato consenso elettorale. Si rivolge a se stessa".

Dove e' finita l' anima della sinistra?

"Andata al diavolo, secondo il classico mito faustiano. E non e' stata venduta in cambio di una nuova giovinezza ma gratis, per un' apparenza di potere, sinonimo di vecchiezza o vanita' . Oggi nessuno vuole migliorare il mondo, tutti vogliono arricchirlo e credono che sia la stessa cosa. Questa la fine della sinistra, e' a questo diavolo che ha venduto l' anima e il corpo".

E i ds?

"I ds non hanno identita' e neppure un nome. Lo cambiano come una giacca".

Eppure proprio ieri si e' riunita la direzione del partito, ci sara' un congresso. Si discute sia sui programmi sia sulle nuove formule organizzative.

"Tanti auguri. Non vedo neanche un vago accenno di cambiamento, di vera riflessione, di possibile ripresa. Dalle elezioni europee non hanno tratto alcuna lezione. Stanno tutti li' e continuano a ragionare, male, in termini di ingegneria e di idraulica istituzionale ed elettorale nel tentativo di trovare un meccanismo, una formuletta che consenta di recuperare consensi. Il Pci, se avesse preso una batosta cosi' , avrebbe cambiato tutto, mandato dirigenti e funzionari in periferia".

Lei in periferia ci manderebbe gli attuali dirigenti?

"Gli farebbe bene".

Subito dopo le elezioni, ha scritto un elogio di Berlusconi riconoscendogli l' autenticita' del senso comune ed esprimendo il timore che nessuno sia in grado di fermarlo. Davvero cosi' pessimista?

"Non sono pessimista, faccio una diagnosi e ne tiro delle conseguenze. La rimonta di Berlusconi non puo' essere considerata episodica. Il segno di un liberismo selvaggio, di un americanismo in consonanza con una parte sostanziale dell' opinione pubblica. Il conflitto di interessi, le accuse, i processi, tutto dimenticato. Dell' Utri e' stato mandato nel Parlamento di massima sicurezza di Strasburgo. Questi sono fatti politico-sociali enormi. Quale argine gli si puo' opporre? D' Alema, con la sua aria di sufficienza un po' sprezzante, e' tutto meno che un leader popolare della sinistra".

Vittorio Foa dice che Fini e' preferibile a Berlusconi: meglio una destra moderata che un centrismo avventurista fondato sui soldi, sui media e sull' arroganza.

"Preferirei non dover fare questa scelta. Sono diversamente nefasti ma sono nefasti entrambi. Non mi sembra sia il caso di puntare sull' uno o sull' altro. La cosa piu' grave e' che la Dc, prima, e Craxi, poi, hanno avuto un' opposizione. Oggi non c' e' opposizione. Questa parola e' stata cancellata dal vocabolario politico, e' diventata sinonimo di ghetto. Eppure non c' e' democrazia senza opposizione".

Che cosa bisognerebbe fare?

"Non sarebbe neppure necessario un progetto alternativo, basterebbe un programma di risanamento e di incivilimento del Paese, in una dimensione europea, un' altra ispirazione, un' altra sensibilita' , un altro linguaggio. Sarebbe il tempo delle cose che una volta si chiamavano grande riforma morale, una rivoluzione culturale, qualcosa che sottragga la sinistra al modo di fare della cultura dominante. Tradotto in bruscolini, posso fare alcuni esempi. A che serve governare e mediare una vertenza contrattuale come quella dei metalmeccanici se non si riesce a diminuire di otto ore all' anno, un minuto al giorno, il lavoro usurante degli operai siderurgici? E l' aumento complessivo, nell' insieme, e' la meta' del costo di Vieri tra acquisto e ingaggio. Ancora: leggo su un giornale locale che in Toscana il terreno e' in fase di desertificazione, tende a somigliare al Sahara. Chi si occupa di questo? Non e' una priorita' nazionale? Si puo' riassumere così: la sinistra e il suo ceto politico si sono interamente subordinati, assimilati, alla cultura dominante".

Non pensa che una nuova coalizione, Ulivo 2 o federazione dei riformisti, possano ridare uno slancio ideale?

"Una federazione delle frattaglie di centrosinistra? Cosa 2, Ulivo 2, tutte scatole vuote. Capirei se si federassero le minoranze della sinistra alternativa, piu' o meno avanzata, tormentata. Un patto di unita' d' azione o almeno di consultazione. Un punto di riferimento, di ricerca. Ma tira tutt' altra aria. Ognuno bada al proprio particolare Rifondazione, verdi, cossuttiani, sinistra diessina, sono troppo diversi o addirittura divaricati e indisponibili ad una ricerca comune".

E il "manifesto"?

"Il manifesto lo propone, anche se finora invano. Potrebbe concorrere a questa cosa come giornale e anche come gruppo politico. Lo dico come idea, la mia non e' una proposta formale per la quale non ho titoli. Noi siamo come il calabrone che secondo le leggi dell' aerodinamica non potrebbe volare. Continuiamo a ronzare, contro ogni previsione. Il manifesto e' l' unico miracolo italiano al quale, chissa' perche' , la gente non crede. Credono alle stimmate di Padre Pio, alle lacrime della Madonna di Civitavecchia ma non alla nostra esistenza".


(22 giugno 1999) Pagina 2 - Corriere della Sera

 

SANTO CALI': un poeta e un intellettuale siciliano degli anni 60 e 70 da riscoprire. 1 e 2

 


Santo Calì aveva ragione

"non vediamo, non sappiamo leggere, non comprendiamo la realtà di tutti i giorni, non conosciamo i problemi della gente e le aspirazioni dei nostri giovani."

(Matteo Cavallaro, Santo Calì un uomo scomodo, Edigraf, Catania 1979, cit. da Sebastiano Pennisi, Il mondo cambia solo se sognato. L'utopia poetica di Santo Calì, un intellettuale contro. In SCORCI rivista siciliana di varia umanità, anno III  n. 6 dicembre 2023)

 PS: S. Pennisi nell'articolo accenna alle incomprensioni e agli scontri che Calì ebbe sia con Leonardo Sciascia che con Ignazio Buttitta. Sulla questione bisogna documentarsi meglio per comprendere le ragioni dell'uno e degli altri.(fv)