“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.” Antonio Gramsci
04 luglio 2024
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03 luglio 2024
LE MISTIFICAZIONI PRODOTTE DAI MASS MEDIA
La guerra del linguaggio. Come proteggerci?
Amador Fernández-SavaterIl linguaggio è brutale quando distrugge l’uguaglianza tra parlanti, il tempo di elaborazione della parola, l’apertura all’altro. È, ad esempio, il linguaggio dell’estrema destra contemporanea. Una via di fuga possiamo cercarla laddove si svolge la conversazione. Del resto cos’è la psicoanalisi se non una conversazione risanatrice? Cosa è l’educazione, quando non si riduce all’atto di trasmissione tra chi sa e chi non sa, se non un dialogo nel quale ricercare insieme il sapere? Cos’è l’amicizia se non una lunga conversazione tra amici? “Non si tratta di rispondere al brutalismo di destra con un brutalismo di sinistra, competere con certezze e sicurezze… – scrive Amador Fernández-Savater – Si tratta di aprire e ampliare gli spazi di conversazione, meglio se con persone sconosciute…”

C’è una guerra nel linguaggio, inteso come macchina per tradurre gli affetti e le percezioni in orientamenti, e in azioni. Il linguaggio brutalista dell’estrema destra contemporanea traduce la frustrazione di vivere in aggressione contro i più deboli, traduce l’umiliazione quotidiana in delirio persecutorio, e la disperazione in voglia di rivincita. Per capire cosa sia il linguaggio brutalista basta vedere come parlano Milei, Trump, o Jiménes Losantos: mentono come mitragliatrici, dicono una cosa e il suo contrario nel giro di un secondo, poi si offendono e attaccano, squalificano e insultano, indicano capri espiatori per il malessere. Vogliono solo vincere, e usano il linguaggio come arma di distruzione di massa.
Il linguaggio è brutale quando distrugge l’uguaglianza tra parlanti, il tempo di elaborazione della parola, l’apertura all’altro, il gioco delle distanze. Nel suo dire letterale, istantaneo e automatico, il linguaggio brutalista non è altro che il linguaggio dei media radicalizzato all’estremo.
Il linguaggio è un virus secondo Burroughs. Il linguaggio brutale attiva questo virus che portiamo dentro. Gli affetti si oscurano, i corpi si irritano i discorsi diventano crudeli. Siamo come posseduti. Impossibile discutere razionalmente con un posseduto.
Come proteggersi allora? La diserzione non può essere topologica, non si può limitare ad andarsene in un altro posto. Non c’è nessun luogo al di fuori del linguaggio. Là dove siamo, nel quartiere o nella scuola, a casa o al lavoro, e anche nelle reti, occorre trasbordare all’altra sponda del linguaggio.
Chiamiamola conversazione.
La conversazione è una pratica del linguaggio che presuppone l’uguaglianza tra parlanti: non c’è qualcuno che sa, ma ci siamo noi che parliamo e discorriamo in congiunzione. Questo richiede un tempo di elaborazione, non c’è alcun accesso diretto alla “cosa”, soltanto deviazioni e aggiramenti. Ogni parola apre uno spazio per l’altro: io parlo tu rispondi, noi pensiamo. Ogni parlante affina la sua voce singolare in una trama comune, di tutti e di nessuno.
La conversazione rende possibile una elaborazione distinta degli affetti, può cortocircuitare la traduzione brutalista degli affetti, la possessione. Crea senso nel bordo tra l’insensato totale e i significati assoluti. Il cerchio protettore del linguaggio si delinea laddove si svolge la conversazione. Senza garanzie, la protezione si fa e si disfa, perché occorre di continuo riannodare la conversazione.
Cos’è la psicoanalisi? Una conversazione risanatrice, è la scoperta che il linguaggio è corpo, e che ci sono parole che commuovono e quindi curano.
Cosa è l’educazione? Quando non si riduce all’atto di trasmissione tra chi sa e chi non sa, è un dialogo in cui si può produrre l’appropriazione singolare di un sapere.
Cos’è l’amicizia? La lunga conversazione tra amici, come dice Hanna Arendt, che insieme danno senso a un mondo che non ha senso.
E la politica? Potrebbe essere terapia educazione e amicizia se rinunciasse alla propaganda, alla parola strumentale e strumentale per eccellenza…
Non si tratta di rispondere al brutalismo di destra con un brutalismo di sinistra, competere con certezze e sicurezze, trincerarsi nei linguaggi-rifugio di coloro che sono già convinti, monologare dal lato corretto della storia, ma si tratta di aprire e ampliare gli spazi di conversazione, meglio se con persone sconosciute. La conversazione è ironica, ci permette di giocare con le nostre identità, le nostre opinioni, le nostre bandiere. Prendere distanza salvatrice rispetto a noi stessi, l’ironia antidoto contro la possessione.
Siamo animali di linguaggio. Il linguaggio non è solo un ponte tra me e te che lascia intatto quello che unisce, ma il mondo condiviso che ci afferra e ci trasforma. Non è solo la base della politica, ma l’esperienza politica stessa. Non la sovrastruttura, ma l’infrastruttura.
C’è una guerra nel linguaggio. Come proteggerci dalla possessione? Là dove si trova il pericolo cresce anche ciò che salva. Altra pratica di linguaggio, comunità di conversazione.
–
La guerra en el lenguaje. ¿Cómo protegernos?
Hay una guerra en el lenguaje. El lenguaje entendido ahora como “máquina de traducir” los afectos en percepciones, en orientaciones, en acciones.
El lenguaje brutalista de la extrema derecha contemporánea traduce la frustración de vivir en agresividad contra los más débiles, la humillación cotidiana en delirio persecutorio, la desesperación en ganas de revancha.
¿Qué es el lenguaje brutalista? No hay más que ver discutir a Milei, a Trump, a Jiménez Losantos: mienten como ametralladoras, dicen esto y lo contrario en cuestión de segundos, se ofenden enseguida y atacan, descalifican e insultan, señalan chivos expiatorios al malestar. Sólo quieren ganar, usan el lenguaje como arma de destrucción masiva.
Es un lenguaje brutal porque destruye la igualdad entre los hablantes, el tiempo de elaboración de la palabra, la apertura al otro, el juego con las distancias. En su decir literal, instantáneo y automático, el lenguaje brutalista no es otra cosa que el lenguaje de la comunicación radicalizado hasta el extremo.
El lenguaje es un virus dice William Burroughs. El lenguaje brutal activa ese virus que llevamos dentro. Los afectos se oscurecen, los cuerpos se crispan, los discursos se vuelven crueles. Estamos poseídos. Imposible discutir racionalmente con un poseído.
¿Cómo nos protegemos entonces? La deserción no puede ser topológica: a otro lugar. No hay ningún afuera del lenguaje. Hay que desertar sin moverse del sitio. Un gesto de sustracción protectora: otra práctica del lenguaje. Allí donde estemos, en el barrio o la escuela, la casa o el trabajo, incluso en las redes, cruzar a la otra orilla del lenguaje.
Llamémosla conversación.
La conversación es la práctica del lenguaje que presupone la igualdad entre los hablantes: nadie sabe, hablamos y discurrimos juntos. Implica un tiempo de elaboración: no hay acceso directo a “la cosa”, sólo desvíos y merodeos. Abre un espacio para el otro: yo hablo, tú respondes, nosotros pensamos. Cada hablante afina su voz singular en una trama común, de todos y de nadie.
La conversación habilita un procesamiento distinto de los afectos, puede cortocircuitar la traducción brutalista de los afectos, la posesión. Crea sentidos en el filo entre el sinsentido total y los sentidos absolutos. El círculo protector del lenguaje se dibuja allí donde sostenemos la conversación. Sin garantías, la protección se hace y se deshace, siempre hay que reanudar la conversación.
¿Qué es el psicoanálisis? Una conversación sanadora, el descubrimiento de que el lenguaje es cuerpo y hay palabras conmovedoras que curan. ¿Qué es la educación? Cuando no se reduce al acto de transmisión entre quien sabe y quien no, un diálogo donde puede producirse la apropiación singular de un saber. ¿Qué es la amistad? La larga conversación entre los amigos, según Hannah Arendt, que dan sentido juntos a un mundo que no lo tiene. ¿Y la política? Podría ser terapia, educación y amistad si renunciase a la propaganda, la palabra instrumental e instrumentalizadora por excelencia…
No se trata de responder al brutalismo de derechas con un brutalismo de izquierdas, competir en certezas y seguridades, atrincherarse en los lenguajes-refugio de los ya convencidos, monologar desde el “lado correcto” de la historia, sino de abrir y ampliar los espacios de conversación, con cuantos más desconocidos mejor. La conversación es irónica, nos permite jugar con nuestras identidades, nuestras opiniones, nuestras banderas. Tomar una distancia salvadora con respecto a nosotros mismos, la ironía es un antídoto contra la posesión.
Somos animales de lenguaje. El lenguaje no es sólo un puente entre tú y yo que deja intacto aquello que une, sino el mundo compartido que nos arrastra y transforma. No la base de la política, sino la experiencia política misma. No la superestructura, sino la infraestructura.
Hay una guerra en el lenguaje.
¿Cómo protegernos de la posesión?
Allí donde está el peligro, crece también lo que salva.
Otra práctica de lenguaje, comunidades de conversación
[Amador Fernández-Savater]
Testo e traduzioni sono apparsi su una pagine web curata da Franco Berardi Bifo: https://francoberardi.substack.com. La versione originale: elsaltodiario.com
RITROVATA UNA STORIA DIMENTICATA DI CAMILLERI
UN FATTO MEMORABILE
di ANDREA CAMILLERI
(L’Ora del popolo, 29 maggio 1949)
B. è un
piccolo paese dell’interno della Sicilia, uno di quei paesi come tanti se ne
incontrano quaggiù, con le viuzze strette desolate e maleodoranti, con le case
l’una a ridosso dell’altra che sembrano guardarsi in cagnesco come per un
antico rancore, con l’unico caffè nel mezzo della piazza principale, con
l’immancabile circolo dei nobili e infine con il minuscolo cimitero ben tenuto,
proprio in fondo al paese dove già comincia ad estendersi la campagna. Un luogo
insomma dove la vita trascorre monotona e tranquilla nel susseguirsi sempre uguale
dei giorni e dove le uniche novità sono date dalle campagne elettorali, dalle
nascite, dalle morti, dai matrimoni e, una volta all’anno, dalla festa del
santo patrono.
Detto ciò, non
vi sarebbe assolutamente altro da aggiungere su B. se quest’anno non vi fosse
accaduto qualcosa di grosso, un vero e proprio fatto memorabile: fu proprio in
questo sperduto paese, evidentemente dimenticato dagli uomini ma non da Dio,
che Gesù Cristo rivelò all’umanità, nell’anno di grazia 1949, la sua vera fede
politica.
La cosa
cominciò così. Una mattina, mancavano ancora due giorni per la Pasqua, il prete
del paese mentre attraversava la piazza principale per recarsi in Chiesa
s’accorse che un’accesa discussione si andava svolgendo con un eccessivo spreco
di gesti, come si usa fra noi gente del sud, tra alcuni uomini.
Avvicinatosi
incuriosito, egli poté distinguere al centro del gruppetto un giovinotto con
dei basettoni lunghi fino al mento e i capelli ricciuti abbondantemente
imbrillantinati che gridava con gli occhi fuori dalle orbite: “Sì! Sì! Ed è
inutile che mi guardiate così! Ve lo torno a ripetere: Cristo era comunista!
Non solo, ma posso anche dimostrarvelo!”
“Forza allora,
dimostralo” - incoraggiò uno del gruppo che sembrava enormemente interessato a
tutta la faccenda.
“Subito” –
disse con foga il giovanotto e dopo essersi guardato attorno con aria di sfida,
aggiunse: “Quando Cristo risuscitò salì al cielo con una bandiera in mano. Lo
sapete di che colore era questa bandiera?”
Fece una pausa
drammatica e nel silenzio profondo degli altri scandì: “Rossa! Rossa!”:
Lasciando il
gruppo ormai caduto in una perplessità sbigottita, il prete si allontanò
facendo tra di sé divertite considerazioni sull’ignoranza umana. Per tutto il
resto della mattinata e per buona parte del pomeriggio egli fu occupato in
chiesa e solo verso sera poté uscire per recarsi come sempre faceva a scambiare
quattro chiacchiere con il farmacista.
Stava perciò
riattraversando la piazza quando gli giunse improvviso all’orecchio un rumore
di sedie e di tavoli rovesciati assieme ad un confuso vocio proveniente dal
caffè e immediatamente di seguito vide un uomo che, dopo essersi fermato un
istante sulla soglia del locale gridando a squarciagola: “è bianca! è bianca!”,
rapidamente s’eclissava nell’ombra della sera mentre un altro individuo furente
e gesticolante si lanciava ad inseguirlo.
A scanso
d’equivoci il prete decise sull’istante di non intromettersi nella questione ma
di accelerare piuttosto la navigazione verso il tranquillo porto della
farmacia. E qui un’altra sorpresa lo attendeva: il farmacista, sovvertendo
quella che ormai era una tradizione, invece di dirgli il consueto: “come va,
reverendo?”, sollevò appena gli occhi da un libro di ricette che stava
consultando e chiese con aria ironica:
“E’ bianca o
rossa? Lei dovrebbe saperlo”
“Ma cosa?”,
domandò il prete sbalordito.
“La bandiera,
la bandiera che Cristo ha in mano quando sale al cielo – disse calmissimo il
farmacista e seguitò: “in paese oggi non s’è parlato d’altro”.
“Sciocchezze!”
– tagliò corto il prete. E tirò fuori un discorso qualsiasi. Ma l’indomani
mattina mentre dopo aver detto messa egli indugiava in sacrestia e sentiva
pesargli addosso lo sguardo impaurito del sacrestano il cui viso si era
addirittura trasformato in un enorme punto interrogativo, vide comparire la
massiccia figura dell’avvocato Z, uomo di provata fede democratica.
“Reverendo” –
disse quest’ultimo a bassa voce e avvicinandosi tanto da fargli sentire il
caldo fiato odorante di mattutine libagioni! – “Reverendo, qui la cosa è
semplice e io sono un uomo di mezza parola. Dunque ci siamo capiti”.
“Ma io non ho
capito niente!”- insorse disperatamente il prete – “E lei non ha detto neppure
quella mezza parola che è solito dire!”.
“Reverendo,
non faccia lo gnorri e non mi faccia scappare la pazienza!”.
E avvicinando
ancora di più la bocca all’orecchio dell’altro impaurito soffiò: “Bianca!”.
“Ma …”.
“Non ho altro
da dire. Baciolemani” – concluse secco l’avvocato e uscì.
Sconvolto, a
mezzogiorno il prete non poté toccare cibo. Se ora assieme agli ignoranti si
mettevano a discutere anche le persone che si credevano colte, le cose si
sarebbero messe certo a male.
Dove si andava
a finire di questo passo? E quel giovanotto brutto coi basettoni che aveva
attizzato tanto fuoco chi era, il diavolo?
A sera, mentre
rimuginando continui pensieri si dirigeva verso la farmacia, da una traversa
gli si parò davanti un uomo che il prete riconobbe per uno dei più accesi
estremisti del paese.
“Reverendo –
disse tutto d’un fiato l’uomo – so che stamattina è venuto da lei l’avvocato Z.
Questo disgraziato in vita sua non ha fatto altro che cambiare le carte in
tavola. Ma questa volta ha poco da cambiare perché io ho in tasca una santina
dove c’è stampato Gesù che sale in cielo con una bandiera rossa in mano e se
l’avvocato s’arrischia a dire qualcosa gliela faccio mangiare, gliela faccio.
Io so che lei, malgrado sia un prete, è un galantuomo. Perciò voglio metterla
in guardia: se Cristo non risuscita con la bandiera rossa, domani in chiesa e
in paese finisce a macello. Non le dico altro. Buonasera”.
E l’uomo sparì
misteriosamente così come era venuto, mentre il parroco come un automa
riprendeva a camminare verso la farmacia. Qui fu accolto senza una parola dal
volto preoccupato del farmacista. Il prete si abbandonò di peso su di una sedia
e asciugandosi il sudore della fronte esclamò:
“Dio mio,
illuminami tu!”.
“Cattivo
tempo!” - disse il farmacista alzando gli occhi al tetto come per scrutare
delle nuvole cariche di pioggia e aggiunse:
“Ma lei una
soluzione deve trovarla”.
“Tra l’altro –
sospirò il prete – ora è troppo tardi per informare i miei superiori della
situazione”.
Il farmacista
non rispose. A parte il fatto che non era Dio, non aveva proprio nessuna idea
in proposito. Allora il prete si alzò, disse un buonasera a fior di labbro.
Il giorno dopo
la chiesa era inverosimilmente gremita di gente con occhi rossi dal sonno
perduto (avevano tutti trascorso la notte a coprirsi d’insulti) che si
scambiavano a voce alta supposizioni e commenti.
Quando un
istante prima di incominciare la messa il prete sporse la testa dalla
sacrestia, mille occhi s’appuntarono su di lui. Ma egli appariva così
straordinariamente tranquillo e sorridente che il farmacista, andato anche lui
in chiesa per vedere come andava a finire la faccenda, tirò un sospiro di
sollievo e si sentì rassicurato.
“Ha trovato la
soluzione” – pensò e guardò con curiosità il telone nero che copriva, sospeso
da una funicella sull’altare maggiore, la statua del Cristo resuscitante e che
al momento opportuno sarebbe stato tolto via acquietando così l’attesa
spasmodica e minacciosa del paese.
Ma un silenzio
spesso e pesante come nebbia calò sui presenti appena giunse il momento di
scoprire la statua. Tutti trattennero il respiro e serrarono i denti mentre il
prete, con un gesto deciso, ingiungeva al sacrestano di tirare via il telone.
Il silenzio durò ancora un attimo a telone caduto, poi una risata immensa e
irrefrenabile scoppiò da tutte le bocche, fece fuggire i colombi in amore dal
tetto della chiesa, eclissò addirittura il suono delle campane festanti.
Il prete, per
non scontentare nessuno, aveva del tutto tolto la bandiera dal braccio levato
in alto della statua. E Cristo, salendo al cielo con la mano destra chiusa a
pugno e alzata al di sopra della sua testa, rivelava agli uomini, col ben noto
saluto, la sua vera e profonda convinzione politica.
LA QUESTIONE MERIDIONALE SECONDO GRAMSCI ***
Subaltern studies Italia
02 luglio 2024
Giovedì prossimo, alle 18.30, al BALUARDO VELASCO di MARSALA
UN' EREDITA' DA NON DISSIPARE
Non è facile riassumere in due parole un libro di 400 pagine,
che raccoglie una ricerca durata una vita, e che poteva superare le 500 pp. se
avessi voluto citare e commentare tutti i libri sul tema usciti tra il 2022 e
il 2023. Ma ci provo: Gramsci, Pasolini e Sciascia - tre giganti del nostro 900
- hanno lasciato una preziosa eredità in gran parte incompresa e dissipata. Il
libro documenta ampiamente i punti d'incontro e le differenze tra i tre autori,
con puntuali riferimenti alle fonti citate spesso in modo deformato da tanti
pubblicisti. Anche se il nostro tempo è molto cambiato rispetto a quello in cui
si sono formati i tre, continuo a pensare che hanno ancora tanto da dirci.
Sarebbe davvero un peccato mortale dimenticarli.(fv)


















