06 luglio 2024

UN RICORDO DI W. FAULKNER

 


6 LUGLIO: UN RICORDO DI WILLIAM FAULKNER

di Adele Errico

“Se deve esserci il dolore, esso non sia che pioggia,/e solo dolore squillante per il piacere di soffrire,/se questi boschi verdi sognano di risvegliarsi/nel mio cuore,/se io mi risvegliassi./Ma io dormirò, perché come potrà esistere la morte/finché affonderò come un albero in queste azzurre colline/assopite sopra di me? Anche quando sarò morto,/questa terra che mi lega mi troverà vivente”: questi versi appartengono a un giovane William Faulkner che, prima di scoprire nella prosa il proprio destino di artista, sognava di essere un poeta.

È l’ultima poesia della raccolta Un ramo verde e sembra anticipare un dolore che non sarebbe stato solo il suo ma anche quello dei personaggi dei suoi romanzi che diverrà, tuttavia, molto più fitto del cadere della pioggia, dolore antico, lacerante, che travolge e abbatte come le acque del Mississippi. Ma in queste parole non solo il dolore sembra essere lieve, ma anche l’idea di morte rappresentata. Assomiglia  al prospettarsi di un momento di pace, di un agognato ricongiungimento alla natura, di un ritorno alla terra, in un confondersi con la polvere nella quale gli alberi affondano le proprie radici.

Nella morte William Faulkner sembra immaginarsi come uno degli abitanti defunti di Spoon River. Ma se i nomi di quei defunti risulteranno sconosciuti al viandante che passeggia tra le tombe del cimitero che sorge sul fiume, il nome dello scrittore che riposa sul lieve pendio tra due enormi querce a Oxford, città del Mississippi, è ancora oggi ricordato da tutti. Quando Faulkner morì era il 6 luglio del 1959, nove anni dopo aver vinto il premio Nobel. Era caduto cavalcando tra i boschi, fratturandosi una clavicola. La morte era avvenuta, però, qualche giorno dopo, a causa di una crisi cardiaca. Aveva sessantuno anni. Le giornate d’estate sono torride in Mississippi. Una bara veniva trasportata per le strade di Oxford fino al cimitero e, tra caldo e insetti, un lungo corteo la seguiva, al quale molti dei suoi concittadini si erano aggregati forse più per affetto dell’uomo che per riconoscimento della grandezza dello scrittore, del quale avevano letto poco.

Non avevano intuito, forse, che Faulkner avesse parlato proprio di loro nei suoi romanzi. Del Sud e della sua gente. “Tra il dolore e il nulla, scelgo il dolore” dichiara un personaggio del romanzo Le palme selvagge. E lo stesso aveva fatto il suo autore: aveva scelto il dolore della sua terra, quella in cui era nato, quella di cui era il risultato, quella nella quale aveva scelto di restare, dalla quale non poteva allontanarsi. Perché in quei volti trovava un senso, in quelle rughe, in quelle fatiche, in quegli occhi di bianchi e di neri che vivevano nello stesso luogo: nella terra dell’odio e dell’amore viscerali, delle colpe dei padri che ricadono sui figli, della condanna e del perdono, del cupo rigore del Vecchio Testamento increspato dai bagliori del Nuovo.

Il dovere del poeta, dello scrittore è di “aiutare l’uomo a resistere, facendone più leggero il cuore” dichiarava Faulkner nel discorso di accettazione del Nobel. Faulkner si rifiutava di accettare la fine dell’uomo. L’uomo non può avere fine per un semplice motivo: perché ha voce. E la voce è proprio quella di chi come lui raccontava e finché anche un solo uomo racconterà il dolore, la compassione, il sacrificio, la sopportazione, tutti gli altri saranno salvi. A Faulkner interessava raccontare il vero, per questo non ci sono nei suoi romanzi personaggi stereotipati ma solo personaggi fatti di carne che sanguinano tra le pagine, lasciandosi dietro scie lunghe secoli, che si trascinano di generazione in generazione.

Sherwood Anderson, suo amico e mentore, gli aveva fatto comprendere che se avesse voluto fare lo scrittore avrebbe dovuto raccontare il suo piccolo mondo e farne di esso il ritratto dell’America. Così Faulkner si guarda intorno, nelle strade, nei negozi della sua città facendosi osservatore nascosto dei destini dei suoi simili, voyeur delle loro disgrazie, sezionando e smembrando le vite degli abitanti del Mississippi per ricucirle su misura per i personaggi delle sue storie. Così nascono i Bundren e i Compson e i Sartoris, stirpi che sorgono e crollano, dissolvendosi perduti come i grani di un rosario che si spezza si spargono sul pavimento.

Sono mossi da qualcosa i personaggi faulkneriani: da una inesorabile, ininterrotta caduta, calamitati e attratti verso il baratro. Ma non è la caduta in sé che interessa allo scrittore: “Che essi vadano a fondo non ha nessuna importanza; è come affondano che conta”, spiegava Faulkner in un’intervista nel 1955. Il lavoro dello scrittore, allora, è quello di un burattinaio che muove i fili delle sue marionette assecondando il crollo inevitabile oltre la soglia del teatrino di carta.

Ci sono atmosfere in Faulkner che ricordano quelle della tragedia greca, nelle quali manca, però, un elemento che nella tragedia, invece, prende il sopravvento, coprendo come un immenso mantello le umane turpitudini e gli umani eroismi, spazzando via gli uomini che non sono più statue irremovibili, forti sotto le intemperie dell’esistenza, ma manichini e bambole rotte: il fato. Nell’universo faulkneriano la caduta non è determinata dall’intervento di una forza cieca che regoli le esistenze umane. Sono sempre gli uomini a determinarla, con la loro natura, assommandosi per generazioni, riproducendosi in un proliferare di disgrazie: alla fine l’uomo non è che “la somma di tutte la sue disgrazie”, dichiarava il barbarico Jason dell’Urlo e il furore. Delle proprie e di quelle dei suoi antenati.

Ma chi sa leggere Faulkner, chi sa abbandonarsi al dolore irreparabile di questo corteo di donne e uomini di un Sud perduto, macchiato, intriso di peccato, intravede, come nel fondo del vaso di Pandora, che oltre tutti i mali che aggrediscono queste esistenze rimane una flebile speranza. Chi scrive impara a non lasciare “spazio alcuno nel suo laboratorio a nulla che non siano le vecchie verità e certezze del cuore, le vecchie verità universali prova delle quali ogni storia è effimera e destinata a fallire: amore e compassione e pietà e orgoglio e compassione e sacrificio”. Sul fondo di tutte le storie, scavando tra le zolle di questa nera terra del Sud, Faulkner, con la sua mitologia, riscrive un antico messaggio: “Amatevi gli uni con gli altri”. È un messaggio che è rivolto, però, più ai suoi lettori che ai suoi personaggi che restano, inevitabilmente, incagliati. Essi – sgualdrine, assassini, oppressori, fratelli incestuosi e stupratori blasfemi che sembrano uscire dal Vangelo e vagare per le strade degli Stati Uniti del Sud – per quanto si sforzino, non sono in grado di rispettare l’insegnamento del Cristo perché sono lontanissimi dall’amarsi gli uni con gli altri. Non riescono neppure ad amare se stessi, a perdonarsi. Possono solo aspettare di morire, di andare sotto terra. In una torrida giornata d’estate, in Mississippi.

KANT LETTO DA CASSIRER



KANT: SAPERE  AUDE!

IL DEMONE DI KANT

Nell’anno in cui si celebra il trecentesimo anniversario della nascita di Immanuel Kant, Castelvecchi riporta in libreria nella collana Timoni il fondamentale studio di Ernst Cassirer a lui dedicato. Fondamentale per vari motivi, ma intanto già solo per questi: Cassirer fu probabilmente il maggiore conoscitore della sua epoca del pensiero del filosofo di Königsberg, di cui curò la pubblicazione dell’opera completa, e fu anche uno dei due protagonisti della celebre disputa che lo vide confrontarsi con Martin Heidegger proprio a proposito di Kant.

L’anno era il 1929; il luogo, la cittadina svizzera di Davos, non ancora associata a questioni economiche globali; Heidegger aveva pubblicato Essere e tempo due anni prima; Cassirer era titolare di cattedra di filosofia all’università di Amburgo da dieci anni esatti; e il sistema di Kant, per usare un aggettivo molto preciso che Onfray nel libro Anima riserva a Sartre, era ormai diventato inservibile. “Inservibile”, secondo il vocabolario Treccani, significa “che non serve più per l’uso cui era destinato”.

A quale uso era destinata, dunque, la filosofia di Kant? A verificare un’intuizione: si può essere – sono parole sue – «più fortunati nei problemi della metafisica, facendo l’ipotesi che gli oggetti debbano regolarsi sulla nostra conoscenza»? Rifondare la metafisica quindi, a partire dal soggetto invece che dall’oggetto: è un’idea che avrà molta fortuna. L’impostazione di Kant, però, soffre di almeno un paio di problemi. Il primo, tutto sommato veniale, Cassirer lo vede subito: in questa rifondazione c’è tanto della filosofia precedente e del razionalismo: «Nell’esposizione della dottrina delle categorie il gusto per la costruzione architettonica ben congegnata, per il parallelismo della forma sistematica, per lo schematismo unitario dei concetti, sembra avere una parte anche maggiore del dovuto», scrive. Per fare un esempio: le categorie kantiane sono 12, ma per quel che vale avrebbero potuto essere pure 6, 24 o 300.

Il secondo problema, invece, è fondamentale. Kant, quando definisce la sua operazione una “rivoluzione copernicana”, non fa solamente un paragone: fa riferimento a un metodo. Tutto il suo sistema, infatti, si basa sulle conoscenze scientifiche della sua epoca (la prima Critica venne pubblicata nel 1871). A mediare tra soggetto e oggetto ci sono due “forme pure della sensibilità”, sono lo spazio e il tempo: e sono quelli di Newton, infiniti e dati una volta per tutte. Di questo Cassirer non dà conto: troppo esigua, probabilmente, la distanza di tempo tra la sua opera e la relatività generale di Einstein (che, forse non a caso, sarà il tema del suo libro successivo). Del resto, cosa avrebbe potuto far notare, se non che non avrebbe mai potuto essere altrimenti?

Non si può certo rimproverare a Kant di non essere stato al corrente delle teorie di Einstein, e in fondo non lo si può biasimare nemmeno per non aver saputo vedere nelle conoscenze scientifiche della sua epoca un traguardo provvisorio; Kant, dopotutto, è il filosofo di Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo?, è l’autore che riporta in auge il motto “sapere aude”, è un uomo che ha una visione teleologica della storia. Forse niente spiega la mentalità della sua epoca tanto bene quanto il “demone di Laplace”, vale a dire quell’ipotetico intelletto che, a partire dalla conoscenza di tutte le forze della natura, e della posizione di ogni cosa in un determinato momento, attraverso l’analisi di questi dati è capace di racchiudere passato, presente e futuro in un’unica formula.

È curioso che i nomi di Kant e Laplace siano destinati a restare per sempre accostati in quello di una teoria che riguarda tutt’altro, ovvero la formazione del sistema solare. È curioso perché Cassirer scorge, nella prima Critica di Kant, la possibilità di arrivare a un determinismo del tutto analogo a quello del demone di Laplace: «Quando avessimo una conoscenza completa del carattere empirico di un uomo, ne potremmo prestabilire il comportamento e gli impulsi con la stessa esattezza con cui possiamo calcolare in anticipo un’eclisse di sole o di luna», sostiene. Non prima di aver premesso però che «sarebbe privo di senso»: e il motivo è che non ci si può certo fermare all’empirismo.

Nella prima Critica di Kant la metafisica è, in sostanza, un’ontologia: non c’è niente oltre la fisica, per dirla secondo l’etimologia del termine. Il soggetto incontra e conosce l’oggetto nello spazio e nel tempo, e ne fa esperienza nel pieno rispetto delle leggi della scienza. La seconda Critica, invece, recupera la metafisica attraverso l’etica: oltre la fisica, a guardare meglio, si trova la libertà. Quando ci si sposta dal “regno della natura” al “regno dei fini”, il soggetto non è più prevedibile. Cassirer non manca di rilevare tale passaggio: «In questo rivolgerci a un ordine complementare altro da quello delle cose empirico-fenomeniche pare, a dire il vero, che noi ci si trovi di nuovo nel bel mezzo della metafisica: ma questa metafisica non ha le sue radici in un nuovo concetto-di-cosa che si ponga di fronte e si opponga al concetto dell’oggetto empirico, non nell’asserto di un “interno – sostanziale – della natura”, bensì soltanto ed esclusivamente in quella certezza di fondo che acquisiamo nella coscienza della legge morale come coscienza della libertà». A questo punto, sembra opportuno tornare alla definizione di “inservibile”.

Il pensiero di Kant, se non serve più all’uso cui era destinato, può ancora essere utile ad altri scopi. Resta attuale non tanto nei problemi che pone – lo si potrebbe dire di quasi tutta la filosofia – quanto nella maniera in cui sceglie di affrontarli. Resta un modello, cioè, per la costruzione di un sistema che non sia estraneo alle conoscenze scientifiche e al progresso tecnologico del suo tempo. Resta un modello da adattare – ad esempio: di recente è uscito, su La Lettura del Corriere della Sera, un articolo intitolato “KantGPT” a firma di Maurizio Ferraris – o ancora meglio a cui ispirarsi per edificare una metafisica che tenga conto, tra le altre cose, di meccanica quantistica e intelligenza artificiale; e che magari proceda oltre, andando a prendere in esame le domande a cui la scienza non sa o non può rispondere. In questo senso, resta soprattutto un modello che resta esemplare nel mostrare quanto lontano sia possibile spingersi dopo essersi costruiti gli strumenti concettuali idonei.

Dalle fondamenta della prima e della seconda Critica, Kant arriva persino a postulare un’idea di dio. Cassirer lo spiega in maniera molto chiara e sintetica: «Se essere e dovere sono sfere del tutto separate, allora per lo meno non comporta contraddizione logica di sorta il pensare che queste due sfere possano anche escludersi per sempre, che all’attuazione del comando del dovere – mercanteggiando sulla validità incondizionata del quale non si può certo ottenere nulla – si oppongano nell’ambito dell’esserci ostacoli insormontabili. Allora la convergenza finale dei due ordini, l’asserto che alla fine l’ordine della natura nel suo decorso empirico condurrà necessariamente a una situazione-del-mondo conforme all’ordine dei fini, non si può più dimostrare ma soltanto postulare. E secondo Kant il contenuto di questo postulato costituisce appunto il senso “pratico” del concetto di dio. Qui dio non è pensato come creatore, come spiegazione dell’“inizio” del mondo, ma come garanzia del suo fine e della sua “fine” morale». Qualsiasi cosa si pensi di questa concezione di dio, è difficile negare l’eleganza con cui ci si arriva.

Avere Cassirer come guida all’interno del pensiero di Kant è fondamentale proprio per l’agilità, di pensiero e di esposizione, con cui riassume, ricostruisce, commenta, critica, traccia collegamenti, incessantemente, per tutto il corso dell’opera; che si intitola – non lo si è ancora detto – Vita e dottrina di Kant. L’intenzione non potrebbe essere più manifesta: questo è un caso in cui scrivere una biografia del pensiero equivale a scrivere una biografia dell’uomo – di quell’uomo che dichiarò di voler «delineare una scienza del tutto nuova e insieme esporla completamente».

MARE, MARE, MARE...

 








05 luglio 2024

MIGUEL DE UNAMUNO ANTIFASCISTA


 

MIGUEL DI UNAMUNO
ULTIMI GIORNI DI UN GRANDE DELLA LETTERATURA

Il 12 ottobre 1936, presso l'Università di Salamanca, si celebrava il giorno della razza.
L'auditorium era pieno. È presente Carmen Polo, moglie di Franco, le principali autorità del franchismo e alti comandi militari ed ecclesiastici.
Miguel de Unamuno, rettore dell'università, decide di non parlare.
Intervengono esponenti franchisti che attaccano baschi e catalani contrari al regime.
Si dice che il militare spagnolo José Millán-Astray sia arrivato a gridare: "Muoia l'intelligenza, viva la morte".
Questo ha fatto cambiare idea a Unamuno:
"So che state aspettando le mie parole, perché mi conoscete bene e sapete che non sono capace di rimanere in silenzio davanti a ciò che viene detto. Tacere a volte significa annuire. Non volevo parlare perché mi conosco. Ma mi si è tirato la lingua e devo farlo.
Vincere non è convincere. Ma non può convincere l'odio che non lascia spazio alla compassione, quell'odio per l'intelligenza.
Si è parlato di catalani e baschi, chiamandoli antispagna. E io, che sono basco, vi ho insegnato tutta la vita la lingua spagnola che non conoscete.
Ho appena sentito il grido di Viva la morte! Questo suona la stessa cosa che muore la vita!
Questo è il tempio dell'intelletto e io sono il suo supremo sacerdote. Voi state profanando il suo sacro recinto.
Vincerete, ma non convincerete.
Vincerete perché avete molta forza bruta, ma non convincerete, perché convincere significa persuadere. E per questo, avete bisogno di qualcosa che vi manca in questa lotta, ragione e diritto. "
Dopo le parole di Unamuno, la tensione era insopportabile nel distretto dovendo essere scortato, per evitare di essere linciato dai falangisti.
Giorni dopo quanto accaduto all'Università, un decreto firmato da Franco lo ha rimosso come rettore e gli è stato imposto gli arresti domiciliari.
"Se devo essere ucciso come gli altri, sarà qui a casa mia", ha scritto Unamuno.
Il 31 dicembre dello stesso anno muore improvvisamente.
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Miguel de Unamuno y Jugo (Bilbao, 29 settembre 1864-Salamanca, 31 dicembre 1936) è stato uno scrittore e filosofo spagnolo appartenente alla cosiddetta generazione del 98 come il più grande dei suoi membri e, in certa misura, il suo maestro. Coltivò tutti i generi letterari: saggio, romanzo, poesia, giornalismo e teatro.

COSI' FRANCESCO VINCI HA PRESENTATO "EREDITA' DISSIPATE" A MARSALA

 



Ecco come Francesco Vinci ieri, nel Baluardo Velasco di Marsala,  ha presentato  EREDITA'  DISSIPATE:


"Quando il buon Franco Virga mi ha proposto, credo in combutta con Gaspare Polizzi, di fargli da interlocutore per presentare Eredità dissipate, debbo confessare che mi sentivo piuttosto inadeguato. Io mi considero sostanzialmente un autodidatta, e ho comunque una formazione più letteraria che filosofica: della triade (Gramsci Pasolini Sciascia) conosco meglio Pasolini – forse meno peggio –  perché è il mio primo amore, letterariamente parlando, mentre Sciascia è un autore che sto (ri)scoprendo da lettore ‘adulto’. Per quanto riguarda Gramsci, che è l’autore paradigmatico di questo libro, in più di un’occasione mi sono dichiarato, in modo evidentemente semiserio, un gramsciano per difetto, in quanto odio più la retorica che gli indifferenti. Accostandomi nel frattempo al libro di Franco, però, mi sono accorto di quanto questi saggi, scritti in tempi e occasioni diverse, componessero un libro di lettura per certi versi avvincente, oltre che un libro denso e importante, non il solito tedioso saggio accademico né tantomeno (e per fortuna) il saggetto divulgativo e paranarrativo, nel solco di una certa ermeneutica tascabile, che tanto va di moda negli ultimi tempi. E così, l’invito di Franco è diventato per me anche una sfida, e il mio ruolo questo pomeriggio è prima di tutto quello del lettore cosiddetto ‘comune’, che attraverso le sue sollecitazioni vorrebbe lui per primo comprendere meglio le ragioni di questo testo.

 

Dopo una fortunata prima edizione, il libro di Francesco Virga viene ripubblicato in una edizione riveduta e ampliata, che ancora una volta riesce perfettamente a coniugare il rigore scientifico dell’impianto saggistico, con tanto di citazioni e apparato critico, e una larga godibilità di lettura: una chiarezza di linea espositiva che forse proviene anche dal suo mestiere di insegnante e di blogger militante. O magari è in qualche modo una di quelle eredità gramsciane evocate nel titolo e messe a frutto nel taglio argomentativo e nel tono della scrittura. Non amo molto, in genere, usare il termine divulgazione (lo ribadisco, soprattutto perché lo trovo riduttivo per un lavoro come questo), ma sicuramente il libro è anche un ausilio prezioso per approcciarsi a queste tre figure o approfondirle, oltre i luoghi comuni, le vulgate e le nozioni scolastiche. Le tre parti che compongono il libro si possono infatti agevolmente leggere come dei corposi contributi critici a sé stanti sulle figure di Gramsci, Pasolini e Sciascia, ma nel libro confluiscono anche degli scritti occasionali – in gran parte pubblicati previamente su varie testate e riviste – in cui lo spettro d’indagine si allarga su aspetti meno battuti dei tre autori: penso per esempio al capitolo dedicato a Pasolini e Bach, che prende le mosse da uno studio recente di Claudia Calabrese sul rapporto tra Pasolini e la musica.

Come tanti testimoni e lettori eccellenti hanno attestato nel corso delle due edizioni (in appendice a questa nuova edizione troviamo una galleria di note critiche, firmate tra gli altri dallo stesso Polizzi e dal nostro Nicolò Messina), Eredità dissipate si colloca come punto di incrocio tra critica e esegesi letteraria, analisi politica e storia della cultura italiana nel secondo ‘900. Un lavoro di ricerca annoso e di lungo respiro in cui l’autore si mette sulle tracce della ricezione di Antonio Gramsci nelle opere di Pasolini e Sciascia, scandaglia e collega testi, documenti, testimonianze con una perizia filologica e una passione militante davvero esemplari.

Di Pasolini si rileva in primo luogo che la sua interpretazione del marxismo è assimilabile a quella di Gramsci, in quanto metodo e strumento per comprendere i fatti storicamente determinati, e non sistema fisso e pura dottrina dogmatica, soprattutto nel Pasolini interventista e collaboratore del settimanale comunista “Vie Nuove” (mentre si tralascia volutamente il Pasolini tormentato delle Ceneri di Gramsci, diventato quasi un luogo comune critico). Di Sciascia si ricorda invece la lunga e intensa attivista pubblicistica sulle pagine de “L’Ora” di Palermo che – come scrive Virga – sono di “inconfondibile impronta gramsciana, persino nello stile graffiante della sua scrittura”.

Come l’autore stesso esplicita, sia nell’introduzione che nella nota conclusiva, la tesi di fondo, e se non una vera e propria tesi, una preoccupazione che anima le pagine di questo libro è che la grande lezione di questi tre giganti del secolo scorso venga dissipata (appunto), dimenticata o rimossa: un po’ per la loro sostanziale inclassificabilità e il loro percorso eretico, ma soprattutto per la crisi della cultura e del pensiero critico nell’epoca dell’opinionismo estemporaneo dei talk e delle approssimazioni social.

Aggiungerei una chiosa finale: a mio modesto avviso sta accadendo qualcosa di peggio rispetto a Gramsci, Pasolini e Sciascia (così come a tanti altri classici che vengono più citati che letti per davvero): la loro riduzione a pura icona social per cui di ogni grande autore conosciamo ormai soltanto qualche fugace citazione (a volte persino errata o manipolata), spesso esibita come un feticcio o uno slogan. Di conseguenza, di Gramsci sappiamo poco o nulla, ma ci basta sapere e reiterare col copia e incolla che odiava gli indifferenti e che ogni giorno per lui era capodanno; Pasolini è quello che sapeva ma non aveva le prove, quello dell’inflazionatissima supplica alle madri e l’imbalsamato autore di “T’insegneranno a splendere, e tu splendi invece”; e il povero Sciascia, naturalmente, quello dei professionisti dell’antimafia (un titolo giornalistico attribuitogli come una delle sue frasi memorali): uno Sciascia sempre à la page, buono per tutte le occasioni di polemica e tutti i sicilianismi."

FRANCESCO VINCI

 

 

 

 

04 luglio 2024

ANTONIO GRAMSCI IN CARCERE

 


Ecco come il regime fascista ha ridotto Gramsci in carcere: in questa foto, che riporta il numero di matricola del carcerato, Gramsci aveva soltanto 35 anni anche se ne mostra ottanta... Tanti hanno dimenticato che il grande sardo venne illegalmente arrestato nel novembre del 1926 quando, nella sua qualità di deputato, godeva dell'immunità parlamentare. Il carcere ha poi aggravato le sue già precarie condizioni di salute al punto tale che è morto il 27 aprile del 1937 quando aveva solo 46 anni! (fv)

PARLARE DI PACE IN TEMPO DI GUERRA

 


Parlare di pace in tempo di guerra

Pasquale Pugliese
04 Luglio 2024

Disvelare la verità della guerra, nascosta dietro la propaganda bellica: in qualsiasi angolo del mondo da sempre è questa la prima operazione da fare per parlare di pace. Il timore della verità dei signori della guerra è dimostrato anche dai 120 giornalisti uccisi a Gaza dall’esercito israeliano

Foto di Donne In Nero Parma

Per capire il senso profondo del parlare di pace in tempo di guerra bisogna risalire a Mohandas K. Gandhi il quale, con un neologismo, chiamava il metodo nonviolento – sperimentato in Sudafrica e applicato per la liberazione dell’India – satyagraha, ossia “fermezza nella verità”, o “forza della verità”, e tra i principi fondamentali di questo metodo, oltre a non usare la violenza, c’è l’attenersi in ogni fase della lotta alla verità. Ma la verità – come diceva Eschilo, o come viene a lui attribuito – in guerra è la prima a morire: ne è la prima vittima perché in guerra domina la menzogna. Non a caso per Aldo Capitini, analogamente a Gandhi, non ci può essere nonviolenza senza nonmenzogna. E la verità per i greci è aletheia, non nascondimento, ossia dis/velamento. Quindi, la prima operazione da fare per parlare di pace in tempo di guerra è quella di disvelare la verità della guerra dietro alla propaganda bellica, ossia smascherarne le menzogne.

La verità, il disvelamento della realtà della guerra, è ciò che il complesso militare-industriale-mediatico teme più di ogni altra cosa: il calvario di Julian Assange, che ha passato dodici anni in cattività – di cui sette nell’ambasciata ecuadoriana a Londra e cinque in un carcere di massima sicurezza in una cella di due metri per tre – per aver disvelato che cosa sono davvero i collateral murders, gli “effetti collaterali” delle guerre di aggressione dei cosiddetti “buoni”, cioè i “nostri” per definizione, è stato un avvertimento alla stampa libera. Vicenda che si è potuta concludere con un patteggiamento nel quale Assange ha dovuto riconoscersi colpevole di una inesistente “associazione a delinquere”, anziché con il carcere a vita, grazie alla mobilitazione internazionale dal basso che ha continuato a tenera alta l’attenzione sul suo caso, alla forza della “protesta pacifica”, come la chiama Sara Chessa nel sui libro (Distruggere Assange, Castelvecchi, 2023).

Il timore della verità dei signori della guerra è dimostrato, inoltre, dagli oltre 120 giornalisti uccisi a Gaza dall’esercito israeliano, al punto che l’inchiesta del consorzio internazionale di giornalisti indipendenti Forbidden stories certifica che essere giornalisti nella Striscia significa essere target, inseguiti e uccisi anche con i droni, per cui è meglio non usare la pettorina identificativa della stampa, perché non salva ma uccide. I crimini di guerra israeliani sono inoltre pesantemente coperti dalla “scorta mediatica” della stampa italiana (come ho raccontato anche qui Il genocidio mediatico).

Ma oltre alle menzogne sulla conduzione delle guerre è la legittimazione culturale della guerra in quanto tale – strumento obsoleto di regolazione dei conflitti, soprattutto in epoca nucleare, ma costantemente alimentato – ad essere fondata sulla menzogna originaria, su una vera e propria formula magica, falsa e irrazionale, ma ripetuta all’infinito a tutti i livelli decisionali e mediatici, nazionali e internazionali: si vis pacem para bellum, se vuoi la pace devi preparare la guerra. Eppure non è difficile dimostrare – ossia disvelare, dicendo appunto la verità – che si tratta di una illusione fondata sul pensiero magico, per giustificare il trasferimento alle spese militari, e dunque all’industria bellica, di risorse pubbliche crescentemente sottratte agli investimenti sociali e civili. I governi complessivamente non hanno mai speso così tanto per la guerra (2.443 miliardi di dollari nel 2023, dati Sipri) e i conflitti armati dilagano ovunque (169 sul pianeta nel 2023, di cui 59 coinvolgono Stati, dai Uppsala Conflict Data Program), fanno impennare incredibilmente le vittime civili da un anno all’altro (+72% nel 2023 rispetto al 2022, dati Onu), con il conseguente dilagare di profughi e rifugiati (117 milioni nel 2023, giunti a 120 milioni nei primi sei mesi del 2024, dati Unhcr). Preparando le guerre non si ha ovviamente la pace, ma più guerre e più vittime in un perverso circolo vizioso. Inoltre, ad un livello più profondo, questa sacca di pensiero magico incistata ai vertici politico-mediatici serve ad alimentare il consenso delle opinioni pubbliche che devono approvare l’ideologia della guerra, o almeno non vedere la contraddizione sulla doppia morale tra la risoluzione dei conflitti interpersonali e quella dei conflitti internazionali. La prima fondata universalmente sulla nonviolenza e i dispositivi formativi e giuridici di regolazione pacifica e sanzionamento della violenza; la seconda fondata ancora sulla guerra, attraverso il processo di etificazione della violenza, se voluta dalla Stato, e sanzionamento del suo rifiuto. Un doppio standard morale che promuove l’etica nonviolenta nei conflitti interpersonali e quella violenta nei conflitti internazionali.

Dunque, parlare davvero di pace in tempo di guerra significa, in primo luogo, svelare i diversi livelli di mistificazione: decostruire la narrazione bellicista è già preparare la pace. Come fanno, in ultima istanza, gli obiettori di coscienza di tutti i paesi in guerra, con la fermezza nella verità del proprio rifiuto.

Pezzo ripreso da https://comune-info.net/parlare-di-pace-in-tempo-di-guerra/