04 ottobre 2025

MEMORIA, PRESENTE E FUTURO

 



Memoria contro la tempesta

«Nel concetto di progresso va riconosciuto il fondamento della sua rovina: il progresso è una tempesta che accumula rovine su rovine.»
— Walter Benjamin, Sul concetto di storia (Tesi IX), in Angelus Novus. Saggi e frammenti, Torino, Einaudi, 1995.

Walter Benjamin ci parla da una soglia estrema: il 1940, l’Europa in fiamme, i regimi totalitari che avvolgono tutto. È un ebreo costretto a fuggire, inseguito dal nazismo, schiacciato dall’angoscia di una fine imminente. È in questo contesto che nasce l’immagine folgorante dell’Angelus Novus, il quadro di Paul Klee che Benjamin aveva acquistato e che diventa il simbolo della sua filosofia della storia.
L’angelo, con il volto rivolto al passato, vede un’unica catastrofe: le rovine che si accumulano, le vite spezzate, la storia dei vinti che si fa cumulo di macerie. Ma una tempesta lo spinge irresistibilmente in avanti. Quella tempesta, dice Benjamin, è ciò che chiamiamo progresso.
L’illusione del progresso
Benjamin ci mette in guardia contro una fiducia ingenua: credere che la storia proceda in una linea ascendente, che ogni epoca sia migliore della precedente. Dietro ogni invenzione e ogni vittoria c’è un prezzo umano, sociale, ambientale. Le voci dei vinti, degli esclusi, dei dimenticati rischiano di essere sepolte sotto la narrazione dei vincitori.
Il progresso non è neutrale: è un vento che trascina senza sosta, senza lasciare il tempo di fermarsi, di raccogliere le rovine, di ascoltare le grida soffocate. È una forza che può abbagliare, ma che porta con sé l’ombra del sacrificio.
Che cosa dice a noi
E a noi, oggi, cosa dice Benjamin? Che non possiamo adagiarci sulla favola rassicurante della modernità che “migliora tutto”. Ogni nuova conquista tecnologica, ogni record economico, ogni promessa di futuro porta con sé un rovescio: desertificazione, diseguaglianza, emarginazione. Se non impariamo a guardare le macerie, il progresso rischia di diventare rovina di se stesso.
Un compito quotidiano
Il Mattutino laico è allora un invito: fermarsi, osservare, non lasciarsi trascinare ciecamente dalla tempesta.
Fare memoria di ciò che è stato distrutto, custodire le voci dimenticate, ridare parola a chi è stato escluso dal racconto.
Benjamin ci ricorda che la storia non è una marcia trionfale. È un campo di macerie. Eppure, in mezzo a quelle macerie, ogni attimo porta con sé una possibilità di riscatto. La dignità di una scelta, la fedeltà alla memoria, il gesto di custodire l’umano.
Il mattino, allora, non è soltanto l’inizio di un giorno nuovo: è la soglia in cui decidiamo se lasciarci trascinare dalla tempesta o se diventare, anche noi, custodi della memoria e seminatori di futuro.

I SOGNI POTREBBERO AVVERARSI

 



  Sogna, i sogni potrebbero avverarsi.

Le cose non sono mai così brutte come sembrano.

  Perciò sogna,  sogna, sogna.

I GIOVANI D' OGGI NON SONO INDIFFERENTI

 


Fabrizio Arena
Dal Nepal al Madagascar, l'urlo della generazione Z dietro le proteste globali

Domani, 3 ottobre 2025 

«Non ci sono più i giovani di una volta», una frase appartenuta a ogni generazione nella storia dell’umanità. Ora è il turno della Gen Z, che sta dimostrando di essere davvero diversa dai suoi predecessori, ma in un modo diverso da quello che ci si aspettava: nessuno li ha visti arrivare. Dall’Indonesia al Nepal, passando per Filippine, Madagascar, Perù, Kenya e Marocco. Sono i giovani del sud globale a guidare le proteste che stanno facendo tremare i governi del mondo. Ad accomunarli è la rabbia nei confronti di un sistema che percepiscono come indifferente. Le richieste: basta con la corruzione, con le disuguaglianze sociali e con l’autoritarismo.

Gli scontri

In Nepal, le proteste sono scoppiate a inizio settembre quando il governo ha temporaneamente bloccato 26 social network in tutto il Paese. Questo, aggiunto al malcontento economico e alla corruzione generalizzata della classe politica, ha portato alla caduta del governo dopo cruenti scontri. In Asia gli hanno fatto eco Indonesia e Filippine dove si è protestato contro le prospettive economiche sempre peggiori e le riforme governative giudicate corrotte e autoritarie. C’è poi il Marocco con i GenZ212 per le strade delle principali città contro il costo della vita troppo alto e le pessime condizioni del servizio sanitario nazionale. Anche il Madagascar si è accesso a causa dell’ennesimo scandalo che ha travolto la classe dirigente. Dopo violenti scontri il presidente ha sciolto il governo. Prima di loro i giovani kenioti avevano già infiammato le vie di Nairobi. Infine, in Sud America si è accesa la fiamma dei giovani che in Perù hanno invaso le strade di Lima contro la leader Dina Boluarte. Si potrebbero anche aggiungere le proteste nelle piazze italiane a favore della Palestina e quelle antigovernative in Francia dopo la caduta del governo Bayrou. Ancor prima i ragazzi serbi che da quasi un anno protestano accusando il governo di corruzione e della strage per il crollo di una tettoia alla stazione di Novi Sad.

Una generazione resiliente

I Gen Z, nati tra il 1997 e il 2012, sono stati spesso descritti come molli e disimpegnati, ma è da tempo in realtà che stanno mostrando al mondo un altro volto. Sono giovani nati sullo sfondo della recessione economica del 2008, entrati nell’età adulta durante la pandemia di Covid-19 e, nonostante siano più istruiti dei loro predecessori, fronteggiano alti tassi di disoccupazione e instabilità economica. A differenza dei Millenials, i Gen Z non hanno assorbito passivamente le difficoltà sociali ma mostrano una partecipazione attiva più interessata. Giovani più resilienti, meglio disposti ai cambiamenti e più sensibili a questioni etiche e climatiche. Sono una delle generazioni, ad esempio, che partecipa maggiormente al crowdfunding, più che donare cercano coinvolgimento. Sulla piattaforma Rete del Dono circa un fundraiser su tre appartiene proprio alla Gen Z.

Social media e nessun leader

I social media non sono il capriccio di una generazione viziata, ma uno strumento innovativo grazie a cui le manifestazioni sembrano più difficili da arginare che in passato. Grazie ai social e ai suoi simboli la Gen Z trasforma l’indignazione spontanea in una protesta organizzata nell’arco di poche ore, prima che si possa intervenire. Internet garantisce un accesso comune a informazioni per organizzarsi e mobilitarsi rapidamente. Tra le piatteforme più usate ci sono Tik Tok, Telegram e Discord, app su cui i giovani nepalesi hanno anche indetto votazioni popolari per eleggere, riuscendo, una guida per il governo di transizione.

I gruppi di manifestanti che nascono sono così senza un leader ed è qui che risiede la loro forza. Senza una guida chiara, i movimenti di protesta diventano paradossalmente più stabili anche se fluidi, perché non c’è una testa al vertice da tagliare o arrestare senza cui il gruppo collasserebbe. La Gen Z sta ridefinendo il concetto di leadership, non intendendola più come figura apicale e carismatica, ma orizzontale e soprattutto collettiva. Un’arma che, va detto, può ritorcersi però contro gli stessi manifestanti. L’assenza di una guida, infatti, da un lato aiuta a eludere la repressione ma dall’altro, una volta eliminato lo status quo, ostacola il processo decisionale a lungo termine.

Simbolismo

La Gen Z si serve anche di codici culturali contemporanei che le generazioni precedenti faticano a comprendere. La lotta si esprime con tocchi di colore: video, meme o sticker online. C’è un simbolo in particolare che è diventato l’emblema delle manifestazioni, il Jolly Roger della serie anime One Piece. È un teschio stilizzato, sorridente e con due ossa incrociate, in testa porta un cappello di paglia. I pirati che nella serie lo utilizzano hanno lo scopo di combattere il regime del Governo mondiale e lottare per la libertà. Un simbolo a prima vista semplice, goliardico, ma che ha conquistato le piazze del Nepal per poi diffondersi nelle proteste dei giovani di tutto il mondo.

Oltre ai simboli e prima delle lotte antigovernative di settembre, sono stati gli hashtag a diventare simbolo di protesta. Dal #metoo contro gli abusi sessuali, al #blacklivesmatter per la violenza della polizia statunitense contro gli afroamericani, fino a #mahsamini, ragazza curdo-iraniana uccisa dal regime per colpa del velo. Tutte semplici parole che però sono diventate slogan di grandi manifestazioni. L’ultimo è l'hashtag #SEAblings, un gioco di parole che significa fratelli nel Sud-est asiatico.

Slacktivismo

Ma si tratta di vero attivismo social o di slacktivismo? Il termine è composto dalla parola slack, ovvero pigro o fannullone, e activism, attivismo. Già negli anni Novanta era usato per descrivere come inutile e limitato il contributo che le nuove generazioni avrebbero potuto dare alla società. Spesso questo coincideva con la scelta di battaglie sociali considerate minori o di scarsa risonanza. Con lo sviluppo dei social tante delle attività compiute online sono state tacciate di slacktivismo. Un like a una foto, il commento a un post o ricondividere un contenuto: atti considerati inutili e senza un vero impatto sulla comunità reale.

Le rivoluzioni sociali nel sud globale stanno dimostrando il contrario, perché è proprio grazie alla condivisione via social che piccoli gruppi di protesta diventano fiumi di persone capaci di rovesciare un governo. «Ogni volta che si verifica un cambiamento sostanziale nella tecnologia, si verifica necessariamente un adattamento a quella nuova tecnologia, che si manifesta sotto forma di cambiamento sociale», spiega a Sky Roberta Katz, professoressa di antropologia all’Università di Stanford.

Piazze piene ma pochi cambiamenti

Le proteste di massa spontanee, nate e organizzate tramite i social e senza leader formali, sono il nuovo modo di manifestare. Funzionano ma troppo spesso lasciano il vuoto dietro di sé. Mosse da rabbia, indignazione e disorientamento, difficilmente riescono a trasformare alla radice la società. Da una ricerca condotta nel 2022 dalla Carnegie endowment for international peace (Ceip), emerge che tra il 2006 e il 2020 le grandi proteste di massa nel mondo sono triplicate. Allo stesso tempo però l’ottenimento anche delle più minime richieste è ai minimi storici. 

In effetti, sono poche le proteste digitali che si sono tradotte in cambiamenti reali sul lungo periodo. «[I social media] per loro natura non sono progettati per un cambiamento a lungo termine» spiega a Bbc il dottor Steven Feldstein, ricercatore senior del Ceip. «È necessario che le persone elaborino strategie politiche valide, non che si limitino a una strategia a somma zero e a bruciare tutto». In un mondo come quello di oggi in cui basta un post dalla propria stanza per scatenare una rivolta, ciò che viene a mancare è una forza solida e stabile che sia radicata alle spalle delle manifestazioni. Nell’era pre-social portare migliaia di persone in piazza era il punto finale di un movimento più ampio. Oggi, è solo il momento inziale di uno spostamento sociale che non si sa dove possa arrivare.

https://www.rainews.it/articoli/2025/09/che-cosa-succede-in-nepal-la-rivolta-della-generazione-z-e-il-ruolo-dei-social-5bf1cb4c-c402-4635-a3a0-aef49a2f1aef.html

01 ottobre 2025

F. SCIANNA, IL FOTOGRAFO DELL' OMBRA

 


RILEGGERE NIETZSCHE

 



Claudio Magris
Nietzsche oltre l'uomo

Corriere della Sera La Lettura, 22 luglio 2018

Per molti l'immagine più diffusa di Friedrich Nietzsche, il più grande diagnostico della crisi europea ancora e sempre più in atto, era quella dell'araldo del Superuomo o addirittura del precursore ideologico delle dottrine nazionalsocialiste. Immagine falsificante che si richiamava certo ad alcuni elementi presenti nel suo pensiero, ma astraendoli dalla sua opera complessiva e distorcendoli unilateralmente. In un suo recente, affascinante saggio Claudia Sonino analizza e illustra il grande ruolo avuto da Nietzsche per gli ebrei che volevano distanziarsi dalla borghesia ebraico-tedesca, assimilata e patriottica, e aderivano invece con passione al nascente e già vitale sionismo di Theodor Herzl. Maestri dell'ebraismo specialmente orientale, chassidico, quali Martin Buber e Gershom Scholem si proclamavano nietzscheani. 
Padre dell'avanguardia che in ogni campo ha sconvolto, lacerato, dissestato e rigenerato la cultura europea e soprattutto i suoi linguaggi, Nietzsche - ha scritto molti anni fa in un acutissimo libretto Guido Morpurgo-Tagliabue - era un genio presbite e strabico. 

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Vedeva lontano: ha visto più di un secolo e mezzo fa ciò che sta accadendo ancora oggi e avverrà ancor più precisamente domani: l'avvento non del Superuomo, di un  Superman dominatore e amorale, bensì di un "oltre-uomo" felicissima traduzione-interpretazione di Gianni Vattimo nel suo saggio fondamentale e innovatore. Un nuovo stadio antropologico, quasi un salto evolutivo della nostra specie che sta avvenendo non in tempi lunghissimi come in passato ma con una velocità che sembra sfondare il muro del tempo come in un racconto di fantascienza, mutando la stessa natura psico-fisica dell'individuo e smussando le distanze tra uomo e robot. 
"L'insuperato Nietzsche" - come lo ha definito qualche anno fa il cardinale Angelo Scola, che è stato patriarca di Venezia e arcivescovo di Milano, in un incontro tenuto a Trieste - ha visto e annunciato da presbite tale mutazione ma, da strabico, ha spesso alterato e stravolto la realtà, la cultura, la vita che prendeva di mira. Presi alla lettera, molti suoi giudizi, specialmente sull'arte e gli artisti a lui contemporanei, sono inaccettabili e talora aberranti. Un esempio estremo è la sua delirante e patetica stroncatura di Richard Wagner. Probabilmente i suoi insulti contro Wagner nascevano da uno choc morale dinanzi a certe prevaricazioni e miserie dell'uomo Wagner e dallo sgomento di fronte a un tale scompenso fra etica e genio creativo. Nietzsche, il distruttore della morale, è stato uno degli uomini più sensibili, più puri e più moralisti che siano mai esistiti. La prospettiva strabica dei suoi scritti su Wagner rivela forse pure un amore mai estinto anche se rimosso e capovolto per la grandissima arte di Wagner.

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Ciò non giustifica il furore doloroso e anche banalmente offensivo delle sue pagine wagneriane, ma attraverso la sua distorsione strabica Nietzsche coglie un fenomeno che sarà sempre più di radicale importanza nella civiltà contemporanea ovvero le nuove modalità del consumo di massa. Pure in quelle pagine, insostenibili quali giudizi, Nietzsche annuncia ciò avverrà, ciò che dopo di lui è accaduto, ciò che sta ancora avvenendo e che ulteriormente dilagherà, la totale e totalitaria forma del consumo della vita, dell'arte e dell'uomo stesso.


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Nietzsche era un genio, forse più poeta che filosofo — «quest’anima avrebbe dovuto cantare», dice di lui un verso di un grande poeta tedesco, Stefan George — ma incapace di esprimere in poesia (tranne pochissime, dolorose liriche) la sua anima, la sua tragedia, il suo smascheramento delle cose. L’unico suo libro brutto è quello più famoso, Così parlò Zarathustra, fastidiosamente liricheggiante e retorico, impari anche stilisticamente ai suoi capolavori, asciutti e al calor bianco, quali AuroraLa gaia scienza, i Frammenti postumi e altre opere. L’opera di Nietzsche è un viatico, non un sistema; un sale e non una pietanza, ma un sale assolutamente necessario. Non si può — sarebbe solo ridicolo — essere nietzscheani, come si può invece essere kantiani o marxisti, ma senza Nietzsche non si comprende quasi nulla di ciò che accade nel mondo e nelle teste.
L'essenza di Nietzsche non è stata ancora capita, dice Sossio Giametta, instancabile, acuto e rigoroso interprete di Nietzsche, collaboratore della fondamentale edizione critica di Nietzsche di Giorgio Colli e Mazzino Montinari, traduttore di tante opere nietzscheane e di recente autore dell'illuminante Introduzione a Nietzsche. Opera per opera (Garzanti). La sua passione è indissolubile da un umanesimo partenopeo che impedisce ogni succube o esaltato culto del tragico filosofo; culto in cui sono caduti, talora non senza ridicolo, anche grandi intelletti, più apostoli che studiosi.
Nietzsche, afferma Giametta, si riteneva il pensatore più indipendente e inattuale della sua epoca, ma ciò era vero solo rispetto agli altri rappresentanti della cultura dell'epoca; non si rendeva conto di essere egli stesso una creatura della crisi europea, maturata ai suoi tempi in tutti i campi, che nutriva sotterraneamente il suo pensiero di solitario nelle sue lunghe passeggiate nei boschi, intorno ai laghi, sulle colline, per essere poi sciolto a casa". Come fanno tutti i geni, ribadisce Giametta, Nietzsche ha incarnato la crisi del suo tempo; col suo pensiero l'ha smascherata e insieme accelerata. 

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C’è un tema, nelle interpretazioni-mistificazioni di Nietzsche, spesso fraintese e manipolate, particolarmente bruciante. Il suo elogio della forza e, ben più ancora, la sua ostentata avversione alla «congiura (...) sotterranea e maligna dei sofferenti». Un tema più volte ribadito, sottolinea Giametta, forse anche per desiderio di scandalizzare. Come quando scrive «istintiva congiura universale del gregge contro tutto ciò che è pastore, animale da preda, solitario e Cesare, per la conservazione e la vittoria di tutti i deboli, gli oppressi, i malriusciti, i mediocri, i semi-falliti, come una sollevazione di schiavi protratta in lungo, prima inavvertita e poi sempre più consapevole, contro ogni specie di signori e alla fine contro il concetto stesso di “signori”».
In queste espressioni c ’è il peggior Nietzsche, quello più enfatico e ingiusto verso sé stesso, impari al suo genio che ha scavato a fondo, attraverso il proprio dramma e talora il proprio strazio, nelle cose essenziali dell’esistenza e nel cuore di un radicale rivolgimento dell’uomo e del mondo. Questa concezione di mettere la vita degli uomini comuni al servizio degli uomini superiori è una banalità pseudo-aristocratica e di fatto plebea ignara di essere un luogo comune di massa, perché quasi tutti, in un modo o nell’altro, si ritengono anime più profonde del volgo che li circonda, geni incompresi.

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Ma, anche per quel che riguarda i «deboli» nella sua distorsione c’è un pizzico di verità. L’inaccettabile distorsione è evidente. La tragedia infame dei deboli, degli oppressi, degli sfruttati, dei malati, dei torturati, dei massacrati è il cancro del mondo, contro cui è necessario e così difficile combattere. Una delle più alte parole della Scrittura dice che, della pietra rifiutata dai costruttori — ossia dell’ultimo, dell’infimo — il Signore farà la pietra angolare della sua casa. Inoltre identificare il debole — qualsiasi sia la sua debolezza — con l’indegno, non è solo crudele ma anche stupido, perché ignora le cause, di volta in volta, della debolezza e dimentica che i presunti deboli hanno tante volte dimostrato genio e coraggio e hanno dimostrato di saper combattere anche duramente.
Ma c’è pure un uso ipocrita e immorale della debolezza. Si sbandiera la propria debolezza per mettere il peso sulle spalle dei forti o presunti forti, considerati buoi perché tirano il carro senza lamentarsi. Si proclama la propria debolezza come se questa garantisse un animo delicato e sensibile che non può portare i pesi; la debolezza dovrebbe garantire una nobile fragilità dei sentimenti e dei nervi, un’anima poetica e sensitiva che soffre ad ogni contrarietà.
Spesso anche nelle famiglie c’è questa latente ingiustizia — specialmente nei confronti della donna — che destina alla fatica il «forte» solo perché non si lamenta e che vizia la dolente svenevolezza o l’ispirata sensibilità. Una punta di quest’ingiustizia c’è forse pure nell’episodio evangelico di Marta e Maria, quando la prima, indaffarata a preparare il pranzo per Gesù e per la sorella, chiede a quest’ultima, che sta ascoltando seduta la parola del Signore, di aiutarla e viene sgridata perché, dice lui, «Maria ha scelto la parte migliore». Ma chi dice che Marta, solo perché affannata con amore a lavorare e a cucinare per lui, fosse meno capace e desiderosa di ascoltare la Parola? Tant’è vero che il Vangelo in qualche modo la risarcisce, perché è lei a fare, in un altro momento, la più grande proclamazione di fede nel Cristo. Quel Cristo contro il quale Nietzsche si è scagliato, ma che ha contraddittoriamente amato, dolendosi che non avesse avuto fra i suoi discepoli un Dostoevskij, il solo a suo avviso capace di raccontare la sua persona e la sua vita, e addirittura firmandosi, al tramonto della propria esistenza, «il Crocifisso».

                                                                   ***

Nietzsche era un grande malato e anche il rapporto con il malato può essere ambiguo. Aiutarlo, soccorrerlo, ascoltarlo, essergli vicino contribuisce a dar senso alla vita, alla propria e alla sua. Fa capire che malattia e salute sono dei ruoli che inevitabilmente si  alternano, ora più, ora meno, per ognuno ossia fa toccare con mano il comune destino, l'autentica fraternità umana nella fragilità. Malattia, vecchiaia, morte - debolezze cui non sfugge nessuno, neanche i forti o i pretesi forti; lo stesso Nietzsche ne è un esempio toccante. "Quando eri più giovane", dice Gesù a Pietro, "ti mettevi da solo la cintura e andavi dove volevi, ma io ti assicuro che quando sarai vecchio, tu stenderai le braccia e un altro ti legherà la cintura e ti porterà dove non vuoi".
Ma il malato, proprio perché debole, può essere anche un prevaricatore prigioniero della sua malattia; comprensibilmente tutto preso dal suo io aggredito, non vede e non può vedere altro. Senza rendersene conto, vorrebbe talora che tutti vivessero solo per lui, non può capire che anch'essi possono essere in difficoltà. Si deve certo aiutare il debole ma senza permettergli di prevaricare, anche nel suo interesse, così come chi cerca di salvare un altro che annega deve lasciarsi tirare anch'egli sott'acqua e se necessario deve pure colpirlo per poterlo portare a riva. Il male, fisico e morale, fa male a tutti e perciò bisogna arginarlo. La debolezza reclama, comprensibilmente, la centralità dell'attenzione ma talora quasi il monopolio; c'è talora in essa una specie di risucchiante vampirismo. 

...

Introduzione a Nietzsche. Opera per opera, Garzanti, pagine 533 nuova edizione di un'opera uscita per la Bur Rizzoli nel 2009.                                                      


24 settembre 2025

CLAUDIA CARDINALE (1938 - 2025)

 






Diane Lisarelli
Morte di Claudia Cardinale. C'era una volta in Italia
Libération, 24 settembre 2025

Indomabile ma non immortale. Luchino Visconti disse di lei che sembrava una gatta accarezzata sul divano del soggiorno, pronta a trasformarsi in tigre e a sbranare il suo addestratore. Una felina di razza selvaggia, nonostante i suoi sorrisi e i suoi silenzi facessero credere a chi la interrogava di avere la meglio. La "piccola sposa d'Italia" arrivata a Cinecittà alla fine degli anni '50 avrebbe fatto durare le nozze per decenni, apparendo in più di 150 film, con i più grandi registi del suo tempo: Luchino Visconti, Federico Fellini, Sergio Leone ma anche Abel Gance, Werner Herzog, Blake Edwards e Manoel de Oliveira . Era Angelica ne Il Gattopardo , incarnando perfettamente la sua forza, il suo realismo, la sua risata terribilmente fuori luogo, ma anche Jill McBain, un'ex prostituta di New Orleans, decisa a salvare la sua terra in C'era una volta il West. Musa e comparsa in Otto e mezzo, così come diavolo e perdizione nei film di Mauro Bolognini, Il bell'AntonioLa via sbagliataQuando la carne soccombe. Nata Claude Joséphine Rose, era Claudia, la Cardinale o CC, etichettata come "la donna più bella del mondo" negli anni '60. Un'italiana di Tunisi diventata un sex symbol per caso o per sbaglio. Preferiva definirsi "l'attrice dei grandi maestri ". Quelli di un'epoca ormai lontana. Claudia Cardinale è morta nella regione parigina questo martedì 23 settembre, all'età di 87 anni.

Se ce ne fosse una sola, sarebbe forse La ragazza con la valigia , il capolavoro di Valerio Zurlini in cui, agli esordi, interpreta Aida, cantante di night club e madre single dalla risata schietta, che conquista un giovane della vecchia aristocrazia (Jacques Perrin). Un singolare mix di dolcezza e amarezza che si conclude su un sedile del treno e sui suoi occhi brillanti, immensi, lucidi: indimenticabile.

Nella sua giovinezza, Claudia Cardinale rappresentava qualcosa di tanto abbagliante quanto ambivalente: sensuale e feroce al tempo stesso, con la bocca imbronciata spesso incorniciata da un sorriso mielato. Allo scrittore Alberto Moravia , che la intervistò per un'intervista ormai cult, confessò: " Non so se sono davvero bella. Penso di essere strana ", sottolineando il contrasto tra il suo corpo di donna e il suo viso di bambina. Ma la sua carriera non si fermò agli esordi folgoranti orchestrati da Franco Cristaldi, il potente produttore della Vides Cinematografica. Nei primi anni Settanta, l'incontro con il regista Pasquale Squitieri, che spesso presentava come "l'unico uomo della sua vita ", le diede la forza di liberarsi dalle sue catene. E di passare dallo status di "piccola fidanzata" a quello di donna.

Stupro e segretezza

Cardinale, dal latino cardinalis , "attorno a cui tutto ruota, polare". Magnetica suo malgrado. Diceva spesso: "Faccio cinema solo perché mi sono rifiutata di scimmiottarlo". Per capirlo, dobbiamo tornare alle sue origini, a Tunisi. Figlia grande di genitori siciliani le cui famiglie si stabilirono nel Maghreb nel XIX secolo, nacque nella primavera del 1938, alla vigilia della guerra, in questo protettorato francese dove non era bello essere italiani. Accusati di essere fascisti, alleati dei tedeschi, i suoi genitori si rifiutarono categoricamente di cambiare nazionalità ma parlavano una sola lingua: il francese. Educata a fatica, aveva "un nome da ragazzo ", Claude, e sognava l'avventura. Si immaginava un'esploratrice, non esitava a combattere e, andando a scuola, si divertiva a salire e scendere dal treno in corsa. Timida e riservata, ha un'aria "furiosa e scontrosa" . La " bella ragazza" della famiglia è la sorella maggiore, Blanche: capelli biondi, occhi azzurri e sogni di cinema. Tuttavia, durante un evento di beneficenza in cui vendono insieme biglietti della lotteria, un uomo spinge Claude sul palco, senza chiederle il suo parere. L'elezione della donna italiana più bella a Tunisi e, all'improvviso, tocca a lei. Una vittoria accidentale. Vince una fascia da Miss e un viaggio a Venezia durante la Mostra del Cinema. Nel 1957, ha 19 anni e passeggia sulla spiaggia del Lido. Lì, secondo i racconti, indossa un bikini minuscolo o un ampio burnus bianco. In entrambi i casi: è un'attrazione per i fotografi. In Italia, l'industria cinematografica delizia le reginette di bellezza. Seguire la strada della Loren o della Mangano non le interessa molto, ma a Roma prova il Centro Sperimentale, la scuola di cinema di Cinecittà. Sebbene muta – per natura e perché non parla italiano – seduce con la sua fotogenia e, forse, con il suo disprezzo. Quando torna dalla sua famiglia per Natale, ha già deciso di rimanere in Tunisia per insegnare nel sud del Paese. Un giornalista, che incontra prima di salire sull'aereo, pubblica il suo profilo con il titolo: "La ragazza che non vuole fare cinema".

Ma una tragedia cambia i suoi piani. A Tunisi, un francese quasi il doppio dei suoi anni la violenta in una casa di campagna. " Questa 'prima volta' non è stata l'unica: paradossalmente, ho sopportato le volte successive per vergogna, per desiderio di espiazione, per disprezzarmi meglio ", confidò molto più tardi nella sua autobiografia , Io, Claudia, Tu, Claudia . Sotto l'influenza di quest'uomo che la segue e la molesta, vive questa terrificante esperienza in assoluta solitudine. Quando si rende conto di essere incinta, vede solo un'opzione: fuggire. Senza rivelare nulla ai suoi genitori, accetta finalmente la proposta di Vides. Direzione Cinecittà.

Nonostante avesse già fatto qualche apparizione in Tunisia (Gli anelli d'oro di René Vautier, Goha di Jacques Baratier), per il suo primo film di via Tuscolana, eccola accanto a Vittorio Gassman, Totò e Marcello Mastroianni. In Il piccione (1958) di Mario Monicelli, interpreta Carmelina, una giovane siciliana rinchiusa in casa dal fratello. Un piccolo ruolo in un grandissimo successo. Il primo giorno di riprese, sbatte violentemente la porta in faccia a Renato Salvatori, che dovrebbe corteggiarla. Monicelli esclama: "Ma dai, Claudia, al cinema si fa finta " .

"Sul set di Visconti si respirava un'atmosfera quasi religiosa: non si scherzava, non si rideva, non ci si lasciava andare, nemmeno durante le pause. D'altro canto, Federico Fellini aveva bisogno di molta confusione per girare."

—   Claudia Cardinale, sulle riprese parallele de “Il Gattopardo” e “Otto e mezzo”

Incinta, recitò in tre film senza che nessuno – nemmeno la madre, che l'accompagnava – se ne accorgesse. Dopo Il piccione , arrivarono Tre sconosciuti a Roma, diretto da Claudio Gora, e Nozze veneziane di Alberto Cavalcanti. Con il passare delle settimane, la nausea fu sostituita da pensieri suicidi. Quando non riuscì più a nascondere la pancia, andò alla sede della Vides e chiese di vedere il capo, Franco Cristaldi. Senza che lei dovesse spiegare, questo produttore, uno dei più potenti del Paese, capì. Con il suo consenso, rivelò la verità ai suoi genitori e mandò tutta la famiglia a Londra. Tra due lezioni di inglese, partorì. Il bambino, chiamato Patrick, sarebbe stato il fratello della Cardinale per tutti, lui compreso.

La mano tesa aveva un prezzo: il contratto che firmò nel 1958 era "all'americana" e le proibiva di prendere decisioni da sola, che si trattasse di film o di abiti, trucco, capelli o dieta. Perché Cristaldi nutriva grandi ambizioni per lei. La signorina del produttore era allora "un modello di attrice del tutto comune". Era il caso di Silvana Mangano con Dino De Laurentiis o di Sophia Loren con Carlo Ponti ... Ma a differenza delle due più anziane, queste maggiorate dalle curve abbaglianti e dalla libido esplosive, lei sarebbe stata una ragazza della porta accanto , una fidanzata ... Che inizialmente veniva scritturata in piccoli ruoli accanto a grandi attori o con grandi registi. Il suo primo ruolo importante fu quello di una cameriera, Assuntina, in Delitto all'italiana (1959) di Pietro Germi. Attore anche lui, è il primo a mostrarle com'è davvero il lavoro, spiegandole, scena dopo scena, le emozioni che deve esprimere. Per la prima volta, si sente a suo agio davanti alla macchina da presa e capisce che meno fa, meglio è. Pasolini, in una recensione del film, nota "quel volto umile, felino, così selvaggiamente perso nella tragedia", sottolineando soprattutto il suo sguardo: un modo singolare di osservare di tre quarti, quasi "dalla punta dell'occhio " .

"La migliore invenzione degli italiani"

Non era ancora considerata un'attrice a tutti gli effetti quando Valerio Zurlini la scelse per il ruolo principale de La ragazza con la valigia (1960). Un capolavoro il cui sublime bianco e nero mette in risalto il suo viso di una bellezza mozzafiato. Più ancora dei suoi lineamenti, ciò che Zurlini apprezzò fu questo mix di "calcolo infantile e grande ingenuità". Ben diretta, offrì un'interpretazione modesta, accurata e commovente in quello che avrebbe descritto come "il film della sua vita". Di fronte a Jacques Perrin, dietro un piatto di fettuccine , dovette ammettere di essere la madre di un bambino nascosto. " Non potevo interpretare quella scena [...] Non potevo dire quale fosse, in realtà, l'elemento più doloroso della mia vita, involontariamente messo in scena da una sceneggiatura che ignorava totalmente questo fatto ", avrebbe ricordato. Con l'aiuto di Zurlini, " regista di immensa sensibilità ", riesce finalmente a interpretarla d'un fiato. Alla fine delle riprese, non sa più veramente chi è e si chiude nella sua stanza per diversi giorni. Zurlini, grande appassionato d'arte, le regala uno dei capolavori della sua collezione: una Madonna del XIV secolo che non l'ha mai abbandonata.

Per questo ruolo, mancò di poco il David di Donatello, un prestigioso premio il cui regolamento vietava di assegnare un'attrice doppiata. La post-sincronizzazione era la regola a Cinecittà, ma un'altra attrice (Adriana Asti) prestò la sua voce perché il suo italiano scarso era aggravato da un timbro ritenuto troppo rauco – dovuto, secondo un esperto, a corde vocali parzialmente atrofizzate per non aver parlato abbastanza da bambina. Il primo a restituirle la voce fu Federico Fellini, che la ingaggiò per Otto e mezzo, girato nel 1962, contemporaneamente a Il Gattopardo di Visconti . Per quanto diversi possano essere, in questi due film, in questi due monumenti, lei entra nell'inquadratura come un'apparizione. Improvvisamente cala il silenzio, il tempo si ferma, lei è un miraggio, un'immagine, che interrompe o sconvolge la realtà. Questo è il loro unico punto in comune. « Sul set di Visconti c'era un'atmosfera quasi religiosa: non si scherzava, non si rideva, non ci si lasciava andare, nemmeno durante le pause », ricorda. « D'altra parte, Federico Fellini aveva bisogno di molta confusione per girare. Voleva essere circondato dal massimo della cacioneria romana : il baccano e il disordine erano la regola sui suoi set». Da un lato, l'improvvisazione quasi totale (a parte i piccoli foglietti scarabocchiati e distribuiti quella mattina stessa), dall'altro, l'impossibilità di cambiare una virgola, una posizione, un battito di ciglia. Visconti, che le aveva già dato un piccolo ruolo in Rocco e i suoi fratelli , la prese sotto la sua ala protettrice: « Bisogna convincersi che tutto il corpo sta recitando », professa. In seguito, lei avrebbe creduto di dovergli la ruga sulla fronte. " Continuava a ripetermi: ' Ricorda, gli occhi devono dire ciò che la bocca tace, ecco perché lo sguardo deve avere una certa intensità, che contrasti con le tue parole... quando ridi, i tuoi occhi non devono ridere '". Visconti le parlava un francese perfetto, la chiamava Claudine e raddoppiò il suo affetto quando notò che, contrariamente a una scommessa fatta all'inizio delle riprese, non si era abbandonata tra le braccia di Delon. Bisogna dire che lei ci teneva a rifiutare le avances dei suoi partner, elencando volentieri nelle sue autobiografie l'elenco di quelli respinti, da Mastroianni a Brando - con l'eccezione di Belmondo , con il quale ammise una relazione "leggera, timida e allegra" in Cartouche (1962), una scoppiettante commedia storica di Philippe de Broca che le conquistò il cuore dei francesi.

In Ragazza (1964) di Comencini, per il quale riceve un Nastro d'Argento come migliore attrice, impone definitivamente il suo timbro profondo e spezzato, in perfetta sintonia con questa evocazione del trauma subito dall'Italia nel secondo dopoguerra. Ma la sua carriera si estende già oltre i confini nazionali. Sotto la direzione di Blake Edwards, gira La Pantera Rosa (1963) al fianco di Peter Sellers e David Niven, che le dice: " Claudia, con gli spaghetti sei la migliore invenzione degli italiani... " . "Il più grande complimento" della sua carriera, ripeterà fino alla nausea. Che però la paragona a un prodotto. Due anni prima, lo scrittore Alberto Moravia esprime il suo fascino oggettivandola in una famosa intervista. Prima domanda: " Mia cara Claudia, ti chiedo di rispondere a un'intervista piuttosto insolita. Devi accettare di essere ridotta allo stato di oggetto ." " Un oggetto come questo tavolo, questa poltrona, questo libro? " chiede sorpresa. Lui conferma: "Esatto. Un oggetto di questo tipo ". Segue un interrogatorio piuttosto imbarazzante, in cui la immaginiamo sorridere molto, per meglio eluderlo: " La mia risata non è un mezzo di comunicazione ", spiegherà più avanti ; "al contrario, come il mio sorriso, serviva da scudo, per impedire agli altri di scavarmi addosso. Un sorriso sistemava tutto, senza che nessuno si facesse male. E io? Ero al sicuro, porte chiuse, con un bel sorriso come lucchetto " .

Non ha mai smesso di eludere se stessa, senza tuttavia rappresentare nulla di fugace o etereo. " Ha questo tipo di bellezza, un po' pesante, un po' animalesca, quasi, che mi è piaciuta per questo ruolo ", confidò Visconti ai Cahiers du Cinema all'epoca dell'uscita di Sandra (1965), film ispirato al mito di Elettra, su un amore incestuoso tra fratello e sorella. Girato in terra etrusca, a Volterra, mostra in questo ruolo scritto per lei una bellezza inquietante, senza tempo. E, come direbbe anche Visconti, "l'enigma nascosto dietro un'apparente semplicità " .

"Ho girato quattro film all'anno, guadagnando cifre folli, e venivo pagata come un impiegato di basso livello. Ho fatto questo per diciassette anni."

—   Claudia Cardinale, sulla prima parte della sua carriera

Per gli Stati Uniti, dove era stata lanciata, tuttavia, non era abbastanza liscia, né abbastanza magra. Ma lei, che era stata in una buona scuola con la Vides, si rifiutò di soddisfare le richieste della Universal e di firmare un contratto di esclusiva. Si impegnò quindi film dopo film e conserva di questo periodo il ricordo di un luna park, una grande fiera dove incontrò tutte le leggende. Nell'arco di tre anni, tra il 1964 e il 1967, diede la risposta a Rock Hudson ( Bendfolded ), Tony Curtis ( Come amare senza stancarsi) , Anthony Quinn ( I centurioni ), John Wayne o Rita Hayworth ( Il più grande circo del mondo ). Che, un giorno, entrò nel suo camerino e gli disse " anch'io, sai, ero bellissima " prima di scoppiare a piangere. Nel fiore degli anni, la Cardinale è nel presente. Lei, che sognava di essere un'esploratrice, si ritrova a suo agio nell'avventura. Eccola su un trapezio a 10 metri da terra e senza rete. Oppure a cavallo, mentre attraversa un canyon tra due esplosioni per The Professionals (1966), un western di Richard Brooks, dove ritrova Burt Lancaster e che considera il suo miglior film americano.

Non è il suo western migliore. In C'era una volta il West (1968), il primo capitolo cult della "Trilogia del Tempo" di Sergio Leone, il suo ruolo sfugge ai cliché del genere. Lo deve al suo talento, alla sua presenza, ma anche a Bernardo Bertolucci (co-sceneggiatore con il giovane Dario Argento), che spiegò di aver personalmente " convinto Leone a introdurre un personaggio femminile, [...] ad accettare questo personaggio e prenderlo sul serio ". Prima nei titoli di coda, prima di Henry Fonda e Charles Bronson, interpreta Jill McBain, un'ex prostituta e neo-vedova, la cui scollatura è all'altezza degli ampi spazi aperti, conferendo al tutto un'atmosfera un po' da "Playboy in campagna" , secondo Arts. Il rapporto con Leone è perfetto e la Cardinale si diverte sempre di più sul set. Nel 1971, per Les Pétroleuses, un film voyeuristico da 10 milioni di franchi in cui CC divideva il conto con il suo idolo d'infanzia, BB, convinse la bionda inquieta – a cavallo come quando doveva combattere con quella presentata come sua rivale – a recitare lei stessa i combattimenti.

Fuori campo, non riesce a chiamare Cristaldi per nome, ma la loro relazione è ormai "privata" e un matrimonio "a sorpresa" ad Atlanta (non riconosciuto in Italia) nel 1967 suggellò addirittura la loro unione. Lo stesso anno, rivelò alla stampa e al primo interlocutore di essere la madre di Patrick, riferendosi a una "fuga" , a un "errore di gioventù" . Cristaldi, il cui piano di comunicazione (intitolato "SuperCardinale") elaborato con l'agente Fabio Rinaudi era pronto a tutto, organizzò subito un'udienza dal Papa, per rassicurare l'Italia, governata dalla fine della guerra dalla Democrazia Cristiana. Più che un prodotto, è un investimento redditizio per la Vides, ma non per lei: " Giravo quattro film all'anno, che fruttavano somme folli e mi pagavano come una piccola impiegata. L'ho fatto per diciassette anni ", avrebbe poi dichiarato in televisione.

Aveva 35 anni quando Pasquale Squitieri, un regista vibrante degli anni '70, le fu mandato, presumibilmente per rinnovare la sua immagine. Accettò di lavorare con lei solo per motivi economici. Si innamorò perdutamente dell'unico uomo che non la voleva, ma che alla fine cedette comunque. La sua prima scena nel primo film che girarono insieme, Lucia e i furfanti (1973), la mostra mentre dà una " lezione agli uomini ", esclamando, con un sorprendente accento napoletano: " Non aspetto più, non sono la serva di nessuno " .

Così sia. Cristaldi le fa pagare cara la loro rottura usando il suo potere. E persino Visconti, l'amico, il maestro, ritira – scusandosi – il ruolo che le aveva promesso nel suo ultimo film, L'innocente . Un viaggio nel deserto la attende. " So che devo i miei grandi film a Vides e Cristaldi: sono loro che mi hanno costruita, lanciata, portata sulle copertine dei giornali di tutto il mondo", confida . "Ma mi hanno anche rubato la libertà e la vita personale. Per molti anni mi sono sentita come una di quelle sante di un tempo, in piedi tra fiori finti, sotto una campana di vetro. Per anni mi sono sentita stupida e incapace: c'era sempre qualcuno che parlava per me, che decideva cosa dovevo fare, dire e pensare... "

“Da stella sono diventata donna”

Condivise a lungo la vita di Squitieri, prendendo le distanze dal sistema in cui era intrappolata: « Da star, sono diventata donna e ho iniziato a riflettere sulla mia identità e sulla condizione femminile in generale ». Insieme ebbero una figlia (Claudia, che diede alla luce a 41 anni) e diedero vita a una lunga collaborazione artistica, concretizzatasi in particolare in film di successo sulla mafia, come Il caso Mori , Corleone , Li chiamarono… briganti! Ma anche Claretta (1984), film a sé stante in cui interpretò, irriconoscibile, Clara Petacci, la moglie di Mussolini. Provocatorio, il film suscitò scandalo, poiché alcuni lo considerarono troppo compiacente, ma le valse un Nastro d’Argento come migliore attrice.

In un'intervista televisiva del 1982, aveva 44 anni e si rammaricava che il cinema europeo, e in particolare quello italiano, lasciasse poco spazio alle donne della sua età. Negli anni Ottanta, tuttavia, girò una quindicina di film. Tra questi, Enrico IV, il re dei folli (1984), adattamento di una pirandello di Bellocchio. Ma anche e soprattutto, Fitzcarraldo (1982) di Werner Herzog. Un'altra variazione sulla demenza, sia nel soggetto che nella sua ripresa dantesca punteggiata da drammi – malattie, amputazioni, incidenti aerei, ecc. Mentre attori e tecnici cadevano come mosche, lei, tra Kinski e Herzog, interpretava la voce della ragione e interpretava Molly, una proprietaria di un bordello che finanziava il sogno di Fitzcarraldo: costruire un'opera nella giungla e farvi cantare Caruso.

È anche in questo decennio che Claudia Cardinale inizia a lavorare con le donne: Liliana Cavani ( La pelle ), Nadine Trintignant ( La prossima estate ), Charlotte Dubreuil ( Non pensano che a questo ), Diane Kurys ( Un uomo innamorato )... " La loro unica caratteristica comune è la sensibilità verso le attrici e i personaggi femminili, una sensibilità più acuta di quella degli uomini ", scrive in un capitolo della sua autobiografia dedicato alle "sue" registe.

"Non mi sono mai considerata un'attrice. Sono solo una donna con una certa sensibilità."

—   Claudia Cardinale

Ma Visconti, Leone, Zurlini, Fellini, Bolognini, Comencini… Tutti scomparvero gradualmente, e con loro un certo cinema. Tuttavia, non smise di lavorare, preferendo nell'ultima parte della sua carriera girare in Francia piuttosto che in Italia, dove i ruoli che le venivano offerti non sembravano soddisfarla. Vivendo a Parigi negli anni '90, smentì fermamente le voci di una sua relazione con Jacques Chirac, di cui sostenne la candidatura alle elezioni presidenziali. Poco coinvolta nella vita politica italiana (in un periodo comunque eminentemente teso), preferì impegnarsi per i diritti delle donne, attraverso il suo status di ambasciatrice dell'UNESCO o la sua fondazione, creata con la figlia, Claudia Squitieri.

Nessun'altra attrice avrebbe interpretato così tanti protagonisti della letteratura italiana del Novecento nel corso della sua carriera, prestando i suoi tratti a personaggi di Gadda, Brancati, Tomasi di Lampedusa, Cassola, Moravia, Malaparte, Pirandello ed Elsa Morante. " Non mi sono mai considerata un'attrice ", confidò . "Sono solo una donna con una certa sensibilità, ed è grazie a questa qualità che ho sempre lavorato ". Istintiva e diligente, concentrata meno sulla tecnica che sulla sua esperienza di vita, considerava fondamentale il rapporto con il regista: "Deve verificarsi una sorta di transfert", affermò. Solo che alla fine non smise mai di girare. Abbracciando la sua età con brio, dichiarò spesso pubblicamente la sua opposizione alla chirurgia estetica, mostrando sempre un certo distacco dalla sua immagine. " Per fortuna, non mi sono mai confusa con la ragazza nelle foto sui giornali". Altrimenti avrei perso la testa ", scrisse. Il primo ricordo della sua infanzia africana fu la stella che aveva scelto nel cielo e che osservava la sera prima di andare a letto. Da quella notte, e per tutta la vita, credette fermamente nel mektoub : " Ho sempre pensato, in mezzo alle mie paure, che la vita è come un treno in movimento che devi prendere nel posto giusto e al momento giusto, e che devi sapere quando abbandonarlo, anche se è ancora in movimento ". È stato, senza dubbio, un viaggio molto bello.

 


23 settembre 2025

FAUSTO AMODEI (1934-2025)


 

Per i morti di Reggio Emilia

Parole e musica di Fausto Amodei (1960)

Compagno cittadino,
fratello partigiano,
teniamoci per mano
in questi giorni tristi:
di nuovo a Reggio Emilia,
di nuovo là in Sicilia
son morti dei compagni
per colpa dei fascisti.

Di nuovo come un tempo,
sopra l’Italia intera
urla il vento e soffia la bufera!

A diciannove anni è morto Ovidio Franchi
per quelli che son stanchi
o sono ancora incerti.
Lauro Farioli è morto
per riparare al torto
di chi si è già scordato
di Duccio Galimberti.

Son morti sui vent’anni,
per il nostro domani:
son morti come vecchi partigiani.

Marino Serri è morto,
è morto Afro Tondelli,
ma gli occhi dei fratelli
si son tenuti asciutti.
Compagni, sia ben chiaro
che questo sangue amaro
versato a Reggio Emilia,
è sangue di noi tutti!

Sangue del nostro sangue,
nervi dei nostri nervi,
come fu quello dei fratelli Cervi.

Il solo vero amico
che abbiamo al fianco adesso
è sempre quello stesso
che fu con noi in montagna,
ed il nemico attuale
è sempre e ancora eguale
a quel che combattemmo
sui nostri monti e in Spagna.

Uguale è la canzone
che abbiamo da cantare:
scarpe rotte eppur bisogna andare.

Compagno Ovidio Franchi,
compagno Afro Tondelli,
e voi, Marino Serri, Reverberi e Farioli,
dovremo tutti quanti,
aver d’ora in avanti,
voialtri al nostro fianco,
per non sentirci soli.

Morti di Reggio Emilia,
uscite dalla fossa,
fuori a cantar con noi Bandiera rossa,
fuori a cantar con noi Bandiera rossa!

La Stampa
18 settembre 2025

Lutto nel mondo della musica e della politica torinese, è morto a 91 anni Fausto Amodei, tra i fondatori del gruppo torinese dei «Cantacronache» e compositore – fra il molto altro – della celebre canzone «Per i morti di Reggio Emilia», dedicata ai cinque civili uccisi dalla polizia nel 1960 durante le proteste contro il governo democristiano di Ferdinando Tambroni.

Dopo essersi diplomato al liceo Alfieri si laurea in Architettura al Politecnico di Torino mentre coltiva la pratica musicale e inizia la sua attività politica nel movimento laico di sinistra Unità Popolare, fondato da Ferruccio Parri. Nel 1968 diventa deputato del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria.

Nel 1958 fonda assieme a Michele Straniero, Giorgio De Maria, Margot, Emilio Jona e Sergio Liberovici o «Cantacronache», gruppo al quale collaborarono letterati e poeti del calibro di Italo Calvino, Umberto Eco e Franco Fortini con l’obiettivo di slegare le canzoni da melodie facili e testi d'amore, trattando piuttosto tematiche politiche e di attualità. Nel 1972 incide l'album «Se non li conoscete», la cui omonima canzone è una satira feroce sul Movimento Sociale Italiano.

Il cordoglio

«La cultura torinese perde un gigante, tutta la sinistra un compagno insostituibile», scrive Sinistra Ecologista in una nota. «Fausto Amodei è stato un artista che ha unito in maniera esemplare musica e impegno politico, accompagnando intere generazioni di cittadine e cittadini attraverso l'esperienza straordinaria dei “Cantacronache” e sua personale». Per questa ragione, «nel 2024 con il Consiglio Comunale avevamo deciso di conferire ad Amodei il sigillo civico e quella giornata resterà nei nostri cuori».