19 gennaio 2012

Nave senza nocchiero ...


“Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincia, ma bordello!”

Dante, Purgatorio VI.

18 gennaio 2012

Dietro l'impennata dello spread







Abbiamo chiesto ad un giovane studioso di economia e finanza, Daniele Bivona, di provare a spiegare nel modo più chiaro e breve possibile le cause della crisi finanziaria che ha investito l’Italia insieme a gran parte dell’Europa.
Daniele non ha deluso le nostre aspettative. In poche righe è riuscito a spiegare la crisi e a prospettare una via d’uscita dalla stessa.
Naturalmente la sua analisi si muove all’interno del sistema che ha prodotto la crisi e  risente degli orientamenti prevalenti nel pensiero economico e politico odierno secondo i quali è impensabile un mondo diverso. 


 
 
La crisi che sta attanagliando i paesi periferici dell’Eurozona (Piigs), a differenza della precedente nata dai c.d. sub prime, nasce sostanzialmente dai problemi derivanti dalla gestione e sostenibilità del debito sovrano degli stessi.
Il debito di uno Stato si forma nel momento in cui le spese da sostenere risultano superiori alle entrate, quindi per finanziare la differenza lo Stato emette titoli (BTp, BoT, Cct ...) che vengono acquistati sia da grandi investitori istituzionali sia da investitori privati. A questi titoli viene assegnato un rating, ovvero un giudizio sulla capacità dell’emittente di ripagare ai sottoscrittori capitale più interessi, che nel caso di uno Stato deriva essenzialmente dall’andamento e dall’entità delle entrate fiscali. Ora il problema di fondo è che ormai da diversi anni la crescita del prodotto italiano è prossima allo zero e senza prospettive di crescita le imprese si trovano in difficoltà: diminuiscono gli investimenti produttivi, aumenta il tasso di disoccupazione, le famiglie non consumano, e si instaura così un circuito vizioso che porta inevitabilmente alla riduzione delle entrate dello Stato, anche per effetto dell’evasione ed elusione fiscale.
Nell’estate del 2011, date le indubbie difficoltà di gestione del debito pubblico italiano, mentre la crisi del debito ellenico stava per raggiungere il punto di non ritorno, alcuni investitori istituzionali (il principale imputato risulterebbe la Deutsche Bank), quando ancora i valori di mercato dei titoli italiani erano sostanzialmente in linea a quelli dei partners europei più virtuosi, hanno iniziato a shortare titoli italiani, cioè hanno avviato operazioni speculative ribassiste sui BTp.
 Il problema è che un grande investitore istituzionale come Deutsche Bank (DB) riesce a “muovere il mercato”, così di fatto è la stessa banca a causare il crollo dei titoli, permettendo così all’istituto di generare ingenti profitti, che sono stati incrementati anche dalla presunta contemporanea apertura di posizione lunghe in CDS ( Credit default Swaps), strumenti derivati il cui valore è correlato negativamente col rischio di default (fallimento) dell’emittente. Di conseguenza si inizia ad allargare il c.d. spread, ovvero il differenziale di rendimento tra i titoli italiani e tedeschi a dieci anni, che funge da indicatore della rischiosità di un paese, cosa che ha portato diversi operatori ad assumere posizioni analoghe alle precedenti, esercitando così ulteriori effetti depressivi sui prezzi dei titoli di Stato italiani.
Un’altro problema è che la quasi totalità delle banche italiane, anche per motivi di regolamentazione, ha in portafoglio ingenti quantitativi di titoli italiani, e se i prezzi degli stessi si deprimono le banche in questione perdono valore, ed è proprio in quest’ottica che vanno interpretati i crolli di borsa di quest’estate: dato che l’indice della borsa di Milano (FTSE-MIB) non è altro che una media ponderata del valore dei titoli pesati per la rispettiva capitalizzazione, e dato che le banche hanno un peso considerevole in questa media, non appena i BTp hanno iniziato a crollare, le banche italiane sono stato oggetto di operazioni speculative ribassiste, trascinando in questo modo tutto il FTSE-MIB. Iniziava così a manifestarsi una profonda sfiducia sul sistema italiano, alimentata anche dai dati macroeconomici peggiori delle attese, che si è tradotta in una ricomposizione dei portafogli degli investitori verso assets ritenuti meno rischiosi e che ha favorito sia l’impennata dello spread sia il trend decrescente seguito da Piazza affari, alimentato anche dalle vendite allo scoperto sui futures sul FTSE-MIB, che hanno travolto in maniera indiscriminata tutti i settori, a prescindere anche dai fondamentali delle società. Lo spread ha continuato ad allargarsi anche a causa della maggiore domanda di CDSs, derivante sia dalle banche italiane a scopo di copertura (hedging), sia dalle solite operazioni speculative tramite i c.d. CDSs naked, dato che chi ha posizioni lunghe in CDSs ha tutto l’interesse affinché la situazione dell’ Italia peggiori, in modo tale da trarre vantaggio dall’incremento di valori degli stessi.
 Quindi l’aumento dei CDSs, il crollo dei titoli italiani e l’impennata dello spread, si autoalimentano a vicenda e il tutto è stato peggiorato anche dai downgrade delle agenzie di rating, che si trovano in sostanziale conflitto di interessi, dato che i propri azionisti sono essenzialmente fondi d’investimento che in seguito alle variazioni di rating possono porre in essere operazioni con risultati positivi quasi certi a bassissimo rischio.
Per cercare di arginare l’impennata degli spreads è intervenuta la BCE, tramite operazioni dirette sul mercato secondario ma evidentemente non è stata una cura definitiva, e gli attacchi speculativi sono continuati e anche dopo l’instaurazione del governo tecnico.
Da più parti il crollo dei titoli italiani viene visto come un ricatto delle banche
d’investimento al governo italiano, che affosserebbero i titoli italiani per costringere il governo a pagare maggiori rendimenti in modo da finanziare lo stesso a tassi più elevati, recuperando di fatto le ingenti perdite subite col default ellenico, ma è chiaro che maggiori rendimenti peggiorano la capacità del governo italiano di sostenere il futuro livello del debito sovrano. Si tratterebbe quindi di una partita tra speculatori e autorità politiche, che fin’ora ha visto i primi prendere il sopravvento.
Come si esce dalla crisi? Se da un lato è necessario il miglioramento dei conti pubblici, d’altro canto è imprescindibile il perseguimento di una crescita positiva del prodotto, e su quest’ultimo fronte le previsioni dei principali centri di ricerca congiunturale sono tutt’altro che rassicuranti (si prevede un calo dello 0.2% del Pil nel 2012). Solo un serio e coraggioso programma di riforme strutturali sarà in grado di mitigare gli effetti recessivi derivanti dal risanamento fiscale e di scatenare il potenziale di crescita dell’economia italiana, aumentando la fiducia degli investitori e stimolando gli investimenti privati.  Le riforme strutturali dovrebbero quindi agire sugli anelli deboli della catena di sviluppo italiana, sulle cause storiche delle basse performances di crescita, tra cui le disparità regionali, un carico fiscale pesante e distorsivo, le inefficienze del servizio pubblico, la regolamentazione “economica” con particolare riguardo alle norme in materia di concorrenza, il nanismo del sistema imprenditoriale, la dualità del mercato del lavoro e il basso livello di istruzione.

Daniele Bivona, MSc Finanza, Università di Pavia

17 gennaio 2012

Inferno e dintorni




« L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. »

(Italo Calvino, Le città invisibili)

Sul paradiso...



“ Se ci pensi bene tutte le questioni dell’anima e dell’immortalità dell’anima e del paradiso e dell’inferno non sono poi in fondo  che un modo di vedere questo semplice fatto:  che ogni nostra azione si trasmette negli altri secondo il suo valore, di bene e di male, passa di padre in figlio, da una generazione all’altra in un movimento perpetuo. Poiché tutti i ricordi che noi abbiamo di te sono di bontà e di forza  e tu hai dato le tue forze per tirarci su, ciò significa che tu sei già da allora, nell’unico paradiso reale che esista, che per una madre penso sia il cuore dei propri figli”.( LC,442 )

(Antonio Gramsci, lettera alla madre del 1931)

16 gennaio 2012

La rosa è viva...



“…il cielo delle stagioni, legato ai solstizi e agli equinozi,
lo sento come carne della mia carne;
la rosa è viva e fiorirà certamente,(…) sotto la neve
palpitano già le prime violette (…) il tempo mi appare
come una cosa corpulenta, da quando lo spazio non esiste più per me”

Antonio Gramsci da una lettera dal carcere



15 gennaio 2012

Gramsci, Manzoni e mia suocera




L'ultimo libro di Ilvo Diamanti, Gramsci, Manzoni, e mia suocera, pubblicato da Il Mulino, è dedicato agli errori dei politologi e all'incapacità di prevedere  e comprendere quel che succede nella società. Pubblichiamo una anticipazione del contenuto del saggio pubblicata su La Repubblica lo scorso 12 gennaio:
 
“LA DISSONANZA fra pre-visioni e realtà, la stessa difficoltà a rilevarla e a riconoscerla, non possono non sollevare dubbi sull'adeguatezza degli strumenti teorici e metodologici adottati. Ho il sospetto, cioè, che gli approcci prevalenti negli studi e tra gli specialisti politici stentino a comprendere i cambiamenti, ma anche gli avvenimenti e i fenomeni più importanti dei nostri tempi. Perché concentrano la loro attenzione  -  spesso in modo esclusivo  -  sulle istituzioni e sugli attori politici a livello "macro" mentre sottovalutano, in particolare, quel che si muove nella società. Non solo, ma si disinteressano delle percezioni che si formano e prevalgono nelle relazioni interpersonali e locali. Ambiti ritenuti poco rilevanti, dal punto di vista euristico ma, prima ancora, epistemologico. Variabili socio-centriche inadatte, in quanto tali, a spiegare i fenomeni politici.
Tuttavia, è difficile considerare "dipendenti" le variabili che attengono ai fenomeni locali e micro-sociali  -  perché e in quanto tali. Il "clima d'opinione", in particolare, non può essere considerato "solo" il prodotto della comunicazione progettata e dispiegata dalle istituzioni, dai poteri, dai media a livello centrale. I messaggi che definiscono l'Opinione Pubblica, oggi ancor più di ieri, sono infatti mediati dai "micro-climi d'opinione". Intendo sottolineare, in questo modo, come il "clima d'opinione generale" debba fare i conti con le "mediazioni" locali e micro-sociali. Con mentalità e leader d'opinione che reinterpretano i messaggi generali. Li traducono e li trasmettono attraverso le reti sociali e personali che costellano il territorio, attribuendo loro un significato diverso e, talora, opposto rispetto alle intenzioni di chi li ha lanciati. Secondo un'eterogenesi dei fini che genera effetti non previsti e non desiderati dai protagonisti. (...)
Oggi stesso, d'altronde, nelle aree a forte presenza elettorale leghista, e quindi nelle province del Nord, gli elettori e i simpatizzanti del Carroccio sembrano convinti che la Lega, nonostante sia alleata di Berlusconi e al governo insieme a lui da un decennio (con la breve parentesi del governo Prodi), in effetti stia all'opposizione. La percepiscono come un Sindacato del Nord, impegnato a Roma a difendere gli interessi padani. A "portare a casa" il federalismo. Contro tutti. A ogni costo.
Per cui ogni responsabilità dei problemi economici e sociali che, in questa fase, preoccupano il Paese, ogni mancata riforma, ogni spiacevole conseguenza delle politiche pubbliche, da molti settori della popolazione del Nord (e non solo), viene spiegata rivolgendo gli occhi altrove. Anche quando i motivi di insoddisfazione coinvolgono il governo, gli elettori leghisti non si sentono coinvolti. Preferiscono spostare all'esterno la loro frustrazione. E talora ciò avviene anche tra gli elettori del centrodestra, in generale.
Racconto, a titolo di esempio "pop", un fatto capitato qualche tempo fa, che mi è stato raccontato da una testimone privilegiata, ai miei occhi credibile e attendibile. Mia suocera. Recatasi al supermercato vicino a casa nostra, in fila davanti alle casse si trovò accanto a una "vecchina" (così la definì mia suocera, che, peraltro, ha ottant'anni). Intenta a guardare il carrello, quasi vuoto, l'anziana signora si lamentava. Perché il carrello ogni mese era sempre più vuoto, visto che la pensione le permetteva un potere d'acquisto sempre più ridotto. Ce l'aveva con i politici, responsabili della sua condizione. Ce l'aveva soprattutto con il governo, per definizione primo e diretto "colpevole" dei suoi problemi personali di bilancio. E inveiva apertamente, neppure in modo troppo silenzioso. Tanto che al colmo della rabbia esplose in un'invettiva contro quel "p... di Prodi". Il principale colpevole. Sempre lui. Anche se da anni governava Berlusconi. E Prodi, ormai, non faceva (e non fa) più politica attiva. Ma il "senso comune" le impediva di accettare e riconoscere la realtà. Di mettere in discussione le sue convinzioni, le sue certezze. Più e prima che "politiche": "personali". Incardinate nella sua visione del mondo e della vita. Condivise con la sua cerchia di relazioni quotidiane. (...).
È dunque difficile capire quel che succede nella politica senza tenere conto della vita quotidiana, del senso comune, del territorio. Senza esplorare in profondità i luoghi dove i partiti, le istituzioni, la democrazia trovano le basi della loro legittimazione e del loro consenso. Assecondando la convinzione  -  superstizione?  -  che la comunicazione mediatica e in particolare la televisione risolvano tutto. Che i media, gli attori politici, in tempi di campagna permanente, possano manipolare ad arte e a loro piacimento il "consenso" dei cittadini. Al più, possono contribuire a cogliere e a plasmare il "senso comune", come suggerisce la teoria della "spirale del silenzio" di Elisabeth Noelle-Neumann. Secondo cui gli individui cercano approvazione e conferma da parte degli altri, nei loro luoghi di vita. In quanto temono, soprattutto, di essere stigmatizzati se si pongono in contrasto con le opinioni che ritengono prevalenti. Per usare una categoria già richiamata in precedenza (e formulata proprio dalla Noelle-Neumann), esiste un esteso conformismo sociale, condizionato dal "clima d'opinione" dominante, che induce al silenzio coloro che si percepiscano minoranza. Ciò riguarda soprattutto (ma non solo) gli elettori "marginali", definiti così perché stanno ai margini della scena politica e non hanno convinzioni forti. Temono, tuttavia, di sentirsi isolati e "perdenti" e, per questo, cercano di cogliere il pensiero della maggioranza. Dispongono, a questo fine, di una "competenza quasi- statistica" (come la chiama ancora la Noelle-Neumann) che esercitano nel rapporto con l'ambiente sociale ma, soprattutto, attraverso l'esposizione ai media. I quali diventano doppiamente influenti nel formare il "clima d'opinione". Da una parte, perché gli individui-spettatori attingono da essi informazioni e giudizi che vengono poi dati per scontati, diventano "reali" proprio perché legittimati dai media. Dall'altra parte, perché i media (soprattutto la televisione) condizionano le opinioni dell'ambiente sociale, dei gruppi e delle reti di relazioni in cui gli individui sono inseriti. E a cui gli individui chiedono conferma e rassicurazione. Da ciò il "silenzio" di quanti, per non sentirsi esclusi, preferiscono non sfidare il "senso comune".
In fondo, qualcosa di simile l'aveva (de) scritto, qualche tempo fa, Antonio Gramsci. Il quale distingueva tra "buon senso" e "senso comune". E citava, a questo fine, Alessandro Manzoni. Il quale nei Promessi sposi annotava che al tempo della peste "c'era pur qualcuno che non credeva agli untori, ma non poteva sostenere la sua opinione, contro l'opinione volgare diffusa". Perché, aggiungeva Manzoni, "il buon senso c'era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune". Un ragionamento che, senza voler apparire irriguardosi, potremmo applicare anche a noi stessi. Alla comunità scientifica di cui facciamo parte. Il "buon senso", cioè, ci spingerebbe a interrogarci maggiormente su quel che avviene a livello locale e micro-sociale, nella sfera personale e interpersonale. A esplorare altre teorie e altri orientamenti metodologici. Ma il "senso comune" della comunità scientifica e degli specialisti, che con Kuhn potremmo definire "paradigma dominante" (in tempi di "scienza normale"), ci induce a far finta di nulla. A negare la realtà per non cambiare gli occhiali con cui la osserviamo. Dall'alto e di lontano.”

Ilvo Diamanti su La repubblica del 12 gennaio 2012