29 settembre 2014

RENZI MOLLATO DAI POTERI FORTI?



Renzi si lamenta di essere sabotato dai “poteri forti”. Ma a chi si riferisce? Ancora una volta torna il complottismo tanto caro alla politica italiana (di destra e di sinistra).

Giorgio Meletti

Miti allucinogeni
Alle prime difficoltà torna tra noi la preziosa leggenda dei poteri forti 
Sono tutti uguali, come i difensori che quando beccano il gol alzano il braccio per chiedere giustizia all'arbitro. Può esserci solo un fallo in attacco o un sia pur millimetrico fuorigioco, all'origine del disastro. Fedele al suo profilo polisportivo, anche Matteo nostro alza da New York il braccio-ne transatlantico per segnalare il fallo più odioso, la zampata dei “poteri forti” in piena area di riforme. Come se finora avesse gestito potere e nomine solo con Don Ciotti.

E COME RENZI tutti gli altri. Quando gli dice bene, i poteri forti non esistono. Quando gli dice male altro che, vivono e lottano contro di noi, potenti e coesi. Nota Diego Della Valle: “Dice che i poteri forti lo bloccano, poi va ad accreditarsi dai poteri forti”. E il povero elettore estraneo alle dietrologie rettiliane deve chiedersi chi diavolo siano questi sfuggenti poteri forti. Li ha visti accusati di essere la vera spinta propulsiva dei trionfi politici dei Silvio Berlusconi, dei Mario Monti, degli Enrico Letta e dei Renzi. Poi di colpo li vede trasformati dal lamento dei declinanti in leopardiane nature matrigne che non rendono poi quel che promisero allor.

FANTASMI della frustrazione, Dei invidiosi di portata diseguale, assisi in un vasto Olimpo dove il direttore di giornale giace con il premier straniero, e l'imprenditore mediocre in cerca di riscatto confindustriale abbracciato il presidente della Bce e gli sussurra la nuova trama per far fuori l'innovatore in eccesso di hybris.

Almeno i poteri forti di una volta erano opachi come Enrico Cuccia, e austeri, eminenze grigie vere e non necessariamente legate alla finanza sonante; trasversali ai partiti quando i partiti non erano trasversali a se stessi. Ma adesso quei poteri forti non ci sono più, e siamo costretti a surrogarli con comparse slavate costrette a mostrarsi, sennò che comparse sarebbero, definitivamente dagospizzate, immerse nei recessi della loro coscienza sporca a caccia di sapida aneddotica per il libro di memorie. Almeno il primo vero teorico dei poteri forti, Pinuccio Tatarella, ministro delle Poste nel primo governo Berlusconi, fece lo sforzo di catalogarli: la Corte Costituzionale, il consiglio superiore della Magistratura, Mediobanca, la Massoneria, l'Opus Dei.

Inneggi pure la curva renziana all’urlo del capo: “Per tornare a fare l'Italia siamo pronti, se servirà, a fare battaglie in Parlamento e a sfidare i poteri forti”. Ma la sfida non ci sarà mai. Volete la prova? Bastino i precedenti. Nel 1992 Massimo D'Alema, lungimirante, teorizzava che i poteri forti si stavano mettendo d'accordo con Gava, Forlani e Andreotti per imbavagliare la democrazia. Il tempo di dirlo e i tre erano in manette o giù di lì, presi per il bavero dal cosiddetto partito delle procure che, nella vulgata degli intelligentoni, era l'architrave dei poteri forti.

E del resto D'Alema, da vero statista, ha fatto molto per tranquillizzare il Paese. Nel 1995 ci assicurò, lui che l'ha sempre saputa lunga, che Berlusconi godeva del pieno appoggio dei poteri forti: “Se avessero voluto toglierlo di mezzo, sarebbe bastato che due-tre banche chiedessero il rientro dai debiti. Quando Berlusconi ha finto di vendere le tv, i poteri forti lo hanno aiutato”. Dopo la vittoria elettorale del Caimano nel 2001, D'Alema fece la capriola: “Berlusconi ha saputo tessere un rapporto con la borghesia italiana, con i poteri forti che gli furono ostili nel '94”. Ecco la prova che ci tranquillizza: i poteri forti sono solo fantasmi à la carte.



IL PIÙ SERIO era Francesco Cossiga. Lui ai poteri forti non solo credeva ma era anche sinceramente affezionato, e ci parlava, come San Francesco con gli uccelli. E così rievocava tutto serio che nel 1998, quando fu fatto fuori Romano Prodi, “consultammo i cosiddetti poteri forti, ricevendone approvazione incondizionata sul nome di D'Alema e utilizzammo l'argomento della fedeltà di D'Alema e dei Ds al Patto Atlantico per superare le difficoltà psicologiche di alcuni alleati”. Ma Cossiga non c'è più, ci toccano le controfigure che giocano a nascondino con i fantasmi della loro depressione. Mario Monti è uno strepitoso alzatore di braccio. Quando diventò premier, novembre 2011, si presentò così al Senato: “Per quanto riguarda l'atteggiamento del governo o dei suoi membri nei confronti di iniziative e complotti dei poteri forti o delle multinazionali o di superpotenze negli Stati Uniti o in Europa, permettetemi di rassicurarvi totalmente”.

Supermario giurava che li aveva fatti incazzare davvero, ed era fiero, tanti nemici tanto onore. Sei mesi dopo già faceva la lagna: “Il mio governo e io abbiamo sicuramente perso in questi ultimi tempi l'appoggio che gli osservatori ci attribuivano, spesso colpevolizzandoci, dei cosiddetti poteri forti perché non incontriamo favori in un grande quotidiano rappresentante e voce di potere forte e in Confindustria”. Seguite la logica frattale del professor Monti: i poteri forti sono il Corriere della Sera, proprio come dicevano i dietrologi che però consideravano proprio lui, l’editorialista principe di via Solferino, la prova della loro teoria.

Eccone un altro, Renato Brunetta: “Berlusconi dava troppo fastidio ai poteri forti nazionali e internazionali”. E quindi i poteri, pur forti, ma soprattutto volubili, hanno impiegato vent’anni a far fuori Berlusconi per sostituirlo con Monti di cui si stancarono pochi mesi dopo, e ci hanno messo Enrico Letta mentre già pensavano a Renzi, infatti puntualmente accusato da D’Alema, l’implacabile, di essere uomo dei poteri forti, che nel frattempo si sono già disamorati del twittatore. Qui l’unica notizia è una classe politica nevrastenica. E tutto perché il direttore del Corriere della Sera ha scritto Massoneria in prima pagina.
il Fatto – 27 settembre 2014

RENZI NON DURERA' MILLE GIORNI!






Il ventesimo secolo ha dimostrato che si può governare contro tutto il popolo per qualche tempo, 
contro una parte del popolo sempre, 
ma non contro tutto il popolo sempre
Eric Hobsbawm, Il secolo breve, p.672

LA POESIA, GLI IMBECILLI E GLI INNOCENTI




Ho trovato il testo che segue in un bellissimo sito che ignoravo:
http://daisuzoku.wordpress.com/2014/09/28/la-poesia-e-gli-imbecilli/
Ringrazio il curatore del blog Raul Bucciarelli per avermi aiutato a scoprire questa perla:


La poesia e gli imbecilli.

La poesia è una porta ermeticamente chiusa per gli imbecilli, spalancata agli innocenti. Non c’è niente di tanto opposto all’imbecillità quanto l’innocenza.
La caratteristica più spiccata dell’imbecille è la sua aspirazione sistematica a un certo ordine del potere. L’innocente, invece, si rifiuta di esercitare il potere perché li possiede tutti.

L’innocente, consciamente o meno, si muove in un mondo di valori; l’imbecille in un mondo nel quale l’unico valore è rappresentato dal potere.
Gli imbecilli cercano il potere in una qualsiasi forma di autorità: in primo luogo il danaro, e tutta la struttura dello stato, dal potere dei governanti fino al microscopico, ma corrosivo e sinistro potere dei burocrati; dal potere della chiesa a quello della stampa; dal potere dei banchieri a quello della legge. Tutto questo compendio di potere è organizzato contro la poesia.
Siccome poesia significa libertà, affermazione dell’autentico, ha – indubbiamente – un certo ascendente nei confronti degli imbecilli.
In quel mondo falsificato e artificiale che si costruiscono intorno, gli imbecilli hanno bisogno di una serie di articoli di lusso: macchine, tendaggi, gingilli, gioielli, passatempi… e perfino di qualcosa che vagamente somigli alla poesia.
Nel surrogato di poesia da loro adoperato, parola e immagine diventano puri elementi decorativi e, così facendo, riescono spesso a distruggere il loro potere di incandescenza.
Ecco come si crea la cosiddetta “poesia ufficiale”. Poesia fatta di paillettes, che suona a vuoto.

La porta della poesia non ha chiave né lucchetto: è difesa dalla sua propria capacità di incandescenza. Soltanto gli innocenti, cha hanno preso l’abitudine del fuoco, che hanno le dita in fiamme, possono aprire quella porta e, attraversandola, penetrare nella realtà.
La poesia si assume il compito di far sì che questo mondo sia abitabile non soltanto per gli imbecilli.

Aldo Pellegrini, Rosario – Argentina (1903-1973).
Traduzione di Milton Fernàndez.

CONTRO CHI RINNEGA LA PROPRIA STORIA








“ Non ci può essere inventiva, fantasia e creazione del nuovo se si comincia a seppellire se stessi, la propria storia.”      

Enrico Berlinguer 1982
 

28 settembre 2014

IL PREZZO DEL PETROLIO


di Alexik
George Osodi Nigeria1 

I politici li uso come i taxi: mi faccio portare dove voglio. Io pago la corsa”.
Mi suona particolarmente attuale questo vecchio adagio di Enrico Mattei, ora che l’AD dell’ENI Claudio Descalzi si ritrova indagato per una nuova maxi-tangente da 1,92 miliardi di dollari, destinata ad “agevolare” l’acquisto della concessione del giacimento nigeriano “Opl-245”.
Oltre a Descalzi, nominato qualche mese fa da Renzi ai vertici dell’Ente Nazionale Idrocarburi, l’inchiesta coinvolge anche gente ben più navigata – come l’ex AD dell’ENI Paolo Scaroni e il faccendiere Luigi Bisignani . Gente che si è fatta le ossa ai bei tempi di tangentopoli, e nonostante le condanne è sempre rimasta al potere1. Ma presenta un curriculum di tutto rispetto anche il principale beneficiario nigeriano della stecca, quel Dan Etete che fu ministro del petrolio durante la dittatura del generale Sani Abacha, e che poco prima della destituzione, come “trattamento di fine rapporto” si autoassegnò gratuitamente (in società con Abacha junior) la concessione dell’ “Opl-245”, il più grande giacimento off shore della Nigeria.
Per capire di che soggetti stiamo parlando basta ricordare che fu Sani Abacha, al potere in Nigeria dal 1993 al 1998, a disporre l’impiccagione di Ken Saro Wiwa e di altri 8 militanti del MOSOP (Movement for the Survival of Ogoni People). Queste le istruzioni dell’epoca per l’esercito nigeriano: “Operazioni della Shell ancora impossibili in mancanza di uno spietato intervento militare che consenta un’agevole ripresa dell’attività commerciale… Raccomandazioni: azioni di distruzione durante raduni MOSOP che giustificano l’intervento dell’esercito. Eliminare gli obiettivi in tutte le comunità e a ogni livello di potere, in particolare i soggetti più attivi all’interno dei vari gruppi2.

Dan Etete
Dan Etete

Difficile pensare che Dan Etete, all’epoca ministro del petrolio, non fosse corresponsabile di tutto questo. Ecco, l’ENI paga la stecca a questa gente qui.
E non parlo dell’inchiesta di oggi (per carità … c’è la presunzione di innocenza), ma dei tempi in cui la TSKJ – una joint ventures partecipata dalla Snam, dalla francese Technip e dalla statunitense KBR/Halliburton – si occupò sistematicamente di corrompere i vari regimi nigeriani succedutisi dal 1994 al 2004, per ottenere l’appalto della costruzione del gassificatore di Bonny Island. In totale militari e politici nigeriani, fra cui Sani Abacha, Dan Etete, e i successivi presidenti Abdulsalami Abubakar e Olusegun Obasanjo, si spartirono in quell’occasione $180 milioni, in cambio di contratti alla TSKJ per sei miliardi di dollari.
L’appalto andò a buon fine, e l’ENI riuscì pure ad assicurare all’Agip una fetta della gestione successiva dell’impianto di compressione del gas. Perciò, se avete dei dubbi su chi abbia interesse a riempire il suolo italico di degassificatori, ora potrete chiarirvi le idee.
La maximazzetta di Bonny Island ha già avuto i suoi strascichi giudiziari in Nord America3, Francia4, e finalmente qui da noi, con la condanna della Saipem/Snam (difesa dall’avvocato, nonchè ex ministro della giustizia, Paola Severino) a 600.000 euro di multa e 2,4 milioni di risarcimento alla Nigeria 5. L’Eni se la sarebbe dunque cavata relativamente a buon mercato se avesse dovuto fare i conti solo con la legge italiana. Peccato per lei che gli stessi fatti fossero oggetto di inchiesta negli USA, dove per evitare la condanna ha dovuto sborsare soldi grossi: 240 milioni di dollari al U.S. Department of Justice e 125 milioni alla Securities and Exchange Commission6 (la Consob americana).
Questo per aver introdotto interferenze nelle sacre leggi del mercato danneggiando la concorrenza con metodi sleali …non certo per aver sostenuto e consolidato il potere di un branco di macellai sanguinari.
Concentrarsi solo sull’aspetto corruttivo, astratto dal contesto, è un esercizio fuorviante. Le tangenti sborsate da tutte le corporations petrolifere, per quanto onerose, rappresentano la “giusta mercede” pagata ai vari regimi nigeriani per l’accondiscendenza dimostrata di fronte allo stupro della propria terra e per i servizi resi in termini di repressione dei movimenti popolari.

Ogoniland.
Ogoniland.

Da più di 40 anni, dall’inizio delle estrazioni, le popolazioni del Delta del Niger sono sprofondate in un inferno industriale, che ha distrutto le foreste, i campi, le acque del fiume, tutti i loro mezzi di sussistenza, per lasciarsi dietro solamente fame, malattie, miseria e morte. E violenza, tanta violenza.
Impossibile contare tutti gli eccidi subiti da quella gente, nel corso delle lotte per l’ambiente e per la vita, da parte dell’esercito e dei reparti speciali della polizia nigeriana.
“Nel luglio 1981 oltre 10.000 abitanti di Rukpokwu, nell’area di Pourt Harcourt, bloccarono l’accesso a cinquanta pozzi della Shell di Agbada. Contemporaneamente gli abitanti di tre villaggi Egbema occupavano la seconda più importante installazione petrolifera dell’Agip, espellendone i lavoratori e fermando la produzione per tre giorni. Gli Egbema protestavano contro la mancata assunzione di indigeni, la mancata elettrificazione e fornitura d’acqua nei villaggi e perché fosse garantita scolarizzazione ai bambini. La rivolta fu sedata dalla polizia antisommossa….
Nel 1987 gli abitanti di Iko, un’isoletta di pescatori in Adoniland, organizzarono una marcia pacifica di fronte agli impianti della Shell a cui, già da anni, chiedevano un risarcimento e la restituzione del diritto all’acqua e all’ambiente pulito. I reparti speciali della polizia arrivarono a bordo di motoscafi della Shell, attaccarono il villaggio uccidendo due persone e distruggendo decine di abitazioni….
Nel 1990, a Umuechem, nella zona degli Igbo, una comunità vessata dalle continue confische di terre da parte della Shell organizzò una manifestazione di protesta: I reparti speciali fecero un massacro: ottanta persone furono uccise, centinaia le case distrutte, tutti gli animali ammazzati” .

Ogoniland
Ogoniland

Da allora fu un crescendo. Negli anni ’90 la dittatura di Sani Abacha scatenò contro gli Ogoni in rivolta un’inaudita violenza, inviando provocatori a fomentare “scontri etnici” che causarono centinaia di morti, torturando e impiccando le avanguardie del movimento, disponendo l’occupazione militare dell’Ogoniland, l’incendio dei villaggi, lo sterminio degli abitanti. Reagiva così, il regime militare, a un movimento che spaventava per estensione, capacità organizzativa e politica, tale da costringere la Shell a sospendere le attività sul territorio.
Gli Ogoni non furono le uniche vittime di Abacha. Nel maggio 1998 più di cento ragazzi di 42 villaggi dell’Ilajeland occuparono una piattaforma della Chevron per protestare contro la devastazione ambientale. Bola Oynbo, un attivista che era presente, racconta: “Non ci aspettavamo quello che poi seguì. I soldati saltarono giù in fretta (da quattro elicotteri guidati da piloti stranieri della Chevron) sparando. Sparavano come fossero stati in guerra. Sparavano dappertutto. Trenta giovani vennero feriti, due uccisi. Anche coloro che cercavano di soccorrere quelli che stavano morendo furono colpiti”.
Il successore di Abacha sul podio della dittatura, Abdulsalami Abubakar, si distinse per il massacro di Warri. Nel dicembre 1998 giovani provenienti da 500 villaggi della nazione Ijaw si erano incontrati a Kaiama per discutere su come riprendere nelle mani il proprio destino. Il documento finale, la “Dichiarazione di Kaiama”, chiamava tutti i popoli del Delta del Niger all’unità e alla lotta comune contro la devastazione ambientale, la rapina delle risorse, l’occupazione militare. Il Consiglio giovanile Ijaw esigeva il ritiro dei soldati e l’interruzione dell’attività delle compagnie petrolifere in tutto il territorio dello Ijawland entro il 30 dicembre. Quel giorno a Warri una grande manifestazione pacifica venne attaccata dai soldati. “Oltre duecento persone vennero uccise, altre vennero torturate e trattate in modo disumano; molte altre vennero arrestate; ragazzine di dodici anni vennero torturate e violentate”. “Poi ci furono i saccheggi, gli stupri e le esecuzioni sommarie. Duecento persone Ijaw subirono l’amputazione di un arto, soprattutto mani e braccia” .

Massacro di Odi.
Massacro di Odi.

Il regime di Abdulsalami Abubakar fu breve ma intenso: “ai primi di gennaio i militari attaccarono sparando a vista due villaggi, Opia e Ikenian, i morti e i dispersi si contarono a decine. Questa volta le lance da cui sbarcarono e da cui proveniva la richiesta di intervento provenivano dall’americana Chevron. Pochi giorni dopo, altri ragazzi venivano uccisi dai soldati, ma questa volta nei pressi di un impianto dell’Agip” .
Nel maggio ’99 in Nigeria arrivò finalmente la democrazia (!!!), le libere elezioni videro il prevalere di Olusegun Obasanjo, che alla presidenza dello Stato nigeriano volle subito distinguersi dai suoi predecessori …. per intensità dell’eccidio nell’unità di tempo: nel novembre di quell’anno, infatti, provvide a far radere al suolo la città di Odi, causando 2000 morti in un solo giorno. Obasanjo si dimostrò poi capace anche di stragi meno pretenziose, come quella dell’ottobre 2000, quando 10 manifestanti vennero uccisi durante una protesta contro l’Agip7.
Abacha, Abubakar, Obasanjo….. si, proprio quelli sul libro paga della Snam.
Visti i risultati delle mobilitazioni pacifiche, non provoca particolare stupore il fatto che la metodologia di lotta delle popolazioni del Delta del Niger abbia subito nel tempo una notevole revisione. Revisione di cui anche l’ENI (così come le altre compagnie) ha dovuto, suo malgrado, prendere atto:
La "revisione": militante del MEND.
La “revisione”: militante del MEND.

23/01/06 – Assaltata una piattaforma dell’Agip nel Delta del Niger. 24/01/06 – Uomini armati camuffati da poliziotti assaltano la tesoreria dell’impianto Agip di Port Harcourt. Svaligiano la banca interna e lasciano 11 morti (9 agenti di sicurezza). 8/03/06 – L’oleodotto dell’Agip che collega Tebidaba al terminal di Brass viene fatto esplodere con una carica di dinamite. L’ENI stima una perdita di 13.000 barili al giorno. 11/05/06 – Sequestro lampo di tre dipendenti della Saipem, sembra per l’opposizione della comunità di Boguma al passaggio di un oledotto. 13/07/06 – Due esplosioni danneggiano stabilimenti Agip. 26/07/06 – Occupata una stazione di pompaggio dell’Agip a Ogboimbiri. Dodici persone, fra soldati e dipendenti Agip sono tenuti in ostaggio. L’azione è condotta da giovani della comunità locale che chiedono il rispetto di un memorandum disatteso dall’Agip sull’assunzione di giovani del posto e la promozione di programmi di sviluppo della comunità. 24/08/06 – Tre dipendenti Saipem vengono rapiti davanti al complesso del gruppo italiano a Port Harcourt. 04/10/06 – Abbordaggio contro un convoglio di sei battelli dell’Agip diretti a Brass. 28/10/06 – Occupata la stazione di pompaggio dell’Agip di Clough Creek. 06/11/06 – L’irruzione di un gruppo armato presso la stazione Agip di Tebidaba-Brass blocca la produzione di 50.000 barili al giorno. L’occupazione continua per vari giorni da parte della popolazione locale che tiene in ostaggio una trentina di addetti. Vogliono il risarcimento dei danni causati al territorio dalle perdite di petrolio dalle condutture. 12/11/06 – Riassaltato e rioccupato per un giorno l’impianto dell’Agip di Clough Creek. 22/11/06 – Abbordaggio della nave-piattaforma Mystras, gestita dalla Saipem, al largo di Port Harcourt. Rapiti un tecnico italiano e 6 lavoratori stranieri. Un blitz delle forze dell’ordine provoca 4 morti, fra cui un ostaggio britannico. L’italiano rimane gravemente ferito.7/12/06 – Rapiti 3 tecnici petroliferi italiani e un libanese in una stazione di pompaggio dell’Eni nella zona di
Militante del MEND.
Militante del MEND.

Brass. L’azione è rivendicata dal MEND (Movement for the Emancipation of the Niger Delta) 21/12/06 – L’irruzione di un gruppo armato presso la flow-station Agip di Tebidaba blocca la produzione di 40.000 barili al giorno. 3/05/07 – Assaltata una piattaforma off shore dell’Agip. Sequestro lampo di sei dipendenti. 5/05/07 – Attaccato un terminal dell’Agip. 8/05/07 – L’attacco di tre impianti costringe l’Agip a tagliare la produzione di 98.000 barili al giorno. 14/05/07 – Rapito vicino a Port Harcourt il responsabile dell’Ufficio Risorse Umane dell’Agip. 17/06/07 – Viene occupata la stazione di pompaggio Agip di Ogbaimbiri dopo una strage di civili da parte di una pattuglia dell’esercito di guardia all’impianto. Quattro giorni dopo un blitz provoca 12 morti fra gli occupanti. Il Times of Nigeria accusa le guardie private dell’ENI. 8  27/09/07 – Guerriglieri travestiti da soldati attaccano una piattaforma dell’Eni. Nel conflitto a fuoco muore un tecnico Saipem, altri due vengono portati via per un paio di settimane. 26/10/07 – Attacco del MEND alla piattaforma Mystras. Sei dipendenti vengono sequestrati per 4 giorni. 8/01/08 – Attacco all’Agip e alla Shell di Buruturo, accusate dai residenti di sversare liquami tossici. 21/01/08 – Incendiato un oleodotto dell’Agip. 13/04/08 – Incendiate due installazioni petrolifere Agip nell’area di Beniboye. 17/07/08 – Salta in aria un oleodotto dell’ENI. 24/07/08 – Rapiti per quattro giorni 5 tecnici Saipem. 07/09/08 – Arrembaggio ad una nave dell’Agip. Un marinaio ucciso e uno rapito. 8/07/09 – Il MEND rivendica il sabotaggio di un oleodotto dell’Agip. 16/03/11 – Il MEND rivendica l’esplosione di una bomba nella stazione di pompaggio dell’Agip di Clough Creek. 04/02/12 – Il MEND rivendica il sabotaggio di un oleodotto dell’Agip nello Stato di Bayelsa. 13/04/12 – Il MEND rivendica la distruzione di un pozzo e di un condotto dell’Agip. 27/07/12 – Il MEND attacca un trasporto di petrolio Agip al largo della costa dello Stato di Bayelsa. Un marinaio ucciso. 30/12/12 – Il MEND attacca una chiatta Agip nel Rivers State 9.
Data la frequenza e continuità degli attacchi potrebbe sorgere il dubbio che la multinazionale nostrana in Nigeria abbia fatto incazzare più di qualcuno. E qualche incazzatura è plausibile l’abbia destata dalle parti di Akaraolu, Ebocha, Kalaba, Ikarama, Ikienghenbiri, Odioama, Kale, Okpai, Okashikpa,  tutti luoghi che stanno pagando a caro prezzo la “modernità” portata dall’ENI. (Continua)

Documento tratto da: http://www.carmillaonline.com/2014/09/28/prezzo-petrolio/

FAVIGNANA VISTA DA GIUSEPPE CASARRUBEA


L' ISOLA ROSSA
di Giuseppe Casarrubea

Un bel corpo femminile. Il capo ornato di perle nere e rosse, di fiori e di piante aromatiche, di terre lontane, portate dal vento senza tempo, per una scelta naturale del destino, del cielo, del cosmo.
Tra le perle rosse, Favignana è la più ricca di particolari preziosi, angoli divini, acque marine cristalline, rare spiagge di roccia e di sabbia bianca toccate da un mare verde bottiglia.
Ci devi fare l’occhio e l’abitudine per viverla, quest’isola senza tempo, dove la storia è intervenuta con una spietata lotta per la sopravvivenza e con la violenza di un potere di segregazione, di condanna e di una impossibile liberazione.

Qui i Florio impiantarono, come nella vicina isola di Formica, i loro stabilimenti per l’industria del tonno, di fronte a un mare incontaminato, dove, a farla da padrona, non fu la divinità del silenzio e del vento caldo dell’Africa, ma il grido atroce della cattura, dell’inganno contro la natura, della mattanza, o del comando freddo e crudele dei rais, gli arpioni della caccia che per quaranta giorni trasformavano quelle acque in un mare di sangue, tra maggio e giugno di ogni anno. Un anno segnò il record e l’amministratore di questi signori, venuti in origine dalla Calabria a far miglior fortuna da queste parti, incise in una lapide muraria un numero incredibile di tonni catturati: ben oltre 14.000.
All’ingresso dello stabilimento, campeggia una scritta e un simbolo. La scritta è ben scelta: “L’Industria domina la forza”, ma l’immagine scolpita poco sotto il motto sembra tradire la vera vocazione dei proprietari: un leone che beve assetato. L’animale ha le zampe posteriori ben tese e quelle anteriori ripiegate nell’intento di dissetarsi. La figura è eloquente. La bestia è in ottima salute, ma guai a pestargli la coda. I Florio, in effetti, furono una delle più potenti famiglie imprenditoriali dell’Europa tra Otto e Novecento. Nella loro storia fondarono una compagnia di Navigazione che si fuse con la Rubattino, diedero vita al L’Ora di Palermo, costruirono la fonderia Oretea e i Cantieri Navali di Palermo, ebbero traffici di spezie con l’Oriente, costruirono stabilimenti vinicoli e fabbriche di tonno. Grazie a una delle loro iniziative, l’Esposizione Nazionale di Palermo del 1891, arrivò in Sicilia il socialismo diffuso dagli operai del Nord che, venuti nella capitale siciliana, per una delle prime mostre della modenzzazione industriale, accelerarono la modernizzazione culturale. Ma i Florio rimasero sempre l’espressione della grande borghesia imprenditrice e di un certo illuminato capitalismo. L’ultimo di loro, Ignazio Florio Junior, morì a Palermo, quasi per una fatale coincidenza simbolica, negli anni del Gattoparto e di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

La storia della loro famiglia sembrava avere cambiato il mondo e, invece, tutto tornò come prima, tutto andò in rovina.
Da qui è come se l’isola si riprendesse la sua rivincita, con le sue rocce rosse che toccano il mare pulito, con i pesci che oggi vi nuotano dentro, come una piccola rivincita del destino. Rocce ferrose che vi arrivano a strapiombo, con la loro flora mediterranea, le loro bellezze naturali e una vegetazione spontanea, i suoi capperi e i suoi finocchi selvatici che incontri per le trazzera, dove di tanto in tanto all’improvviso incontri dentro le chiuse delle poprietà ,dei muli, o dei cavalli. Le chiuse, appunto, segno di una secolare trazione di proprietà della terra, limitata da caratteristici muretti a secco, oggi abbandonati, ma che potrebbero essere redenti ad un’agricoltura unica ed esclusiva. Biologica, salutare.
Ad amministrare la città ci sono dei bravi amministratori. Le strade sono pulite, l’identità urbana, con i suoi selciati e basolati lucidi, le sue case e i suoi monumenti ben conservati, le sue biciclette e il suo turismo, la raccolta differenziata dei rifiuti, sono, credo, un buon esempio di sana gestione di un comune che ha una storia antica. Fu da queste parti che si svolse la battaglia navale tra cartaginesi e romani, fu qui, nel castello di Santa Teresa che nel ‘500 gli spagnoli costruirono la prima terribile prigione, e dove, dopo il suo abbandono, il regime fascista fece costruire, nel 1924, il fatidico carcere.
Tra le cose curiose di Favignava si può vedere una cappelletta votiva fatta costruire dai gesuiti intorno al 1854, dove si nota una Madonna che tiene un braccio un tonno. La chiamano la Madonna del tono. Ho cercato di interpretare questa immagine e sono rimasto nei miei dubbi. Il pugnale colpisce chiaramente la testa del tonno e attraversa la mano della Vergine che sembra che se ne voglia prendere amorevole cura. L’opera indica la volontà di limitare l’eccessiva disumanità ed estensione della trappola della mattanza. Al contrario potrebbe essere un’invocazione alla Madonna a proseguire in quella pratica che di fatto dava lavoro a quasi tutte le famiglie favignanesi. Ma diversi elementi contraddicono questa lettura. Quella stretta in braccio è un atto amorevole, come quello di una madre addolorata e compassionevole. Un delicato esempio di laicizzazione del sacro.


Giuseppe Casarrubea


Testo tratto da  http://casarrubea.wordpress.com/2014/09/28/lisola-rossa/

27 settembre 2014

OGGI A PALERMO SI TORNA A PARLARE DI PASOLINI


Questo pomeriggio, alle ore 17.30, nella Sala Perriera dei Cantieri Culturali della Zisa di Palermo,  lettura di testi pasoliniani e pubblico dibattito sull'attualità dello scrittore e regista corsaro.
L'iniziativa è promossa dalla rivista NUOVA BUSAMBRA in collaborazione con il TAM (Teatro Abusivo di Marsala) e il Comune di Palermo.