27 aprile 2015

UMBERTO ECO SUL FASCISMO

Manifestazione di neofascisti negli anni 50.

Il fascismo e la voglia di morte

Umberto Eco



Ogni tanto accade di dover spiegare a qualcuno o a noi stessi che cosa sia il fascismo. E ci si accorge che è categoria molto sfuggente: non è solo violenza, perché ci sono state violenze di vari colori; non è solo uno stato corporativo, perché ci sono corporativismi non fascisti: non è solo dittatura, nazionalismo, bellicismo, vizi comuni ad altre ideologie. Talché si rischia in fin dei conti sovente di definire come "fascismo" l'ideologia degli altri. Ma c'è una componente dalla quale è riconoscibile il fascismo allo stato puro, dovunque si manifesti, sapendo con assoluta sicurezza che da quelle premesse non potrà venire che "il" fascismo: ed è il culto della morte.
Nessun movimento politico e ideologico si è mai così decisamente identificato con la necrofilia eletta a rituale e a ragion di vita. Molta gente muore per le proprie idee, molta altra gente fa morire gli altri, per ideali o per interesse, ma quando la morte non viene considerata un mezzo per ottenere qualcos'altro bensì un valore in sé, allora abbiamo il germe del fascismo e dovremo chiamare fascismo ciò che si fa agente di questa promozione.
Dico la morte come valore da affermare per se stesso. Non dico la morte per cui vive il filosofo, il quale sa che sullo sfondo di questa necessità, e tramite la sua acccttazione, prendono senso gli altri valori; non dico la morte dell'uomo di fede, il quale non rinnega la propria mortalità e la giudica provvidenziale e benefica perché attraverso di essa arriverà a un'altra vita. Dico la morte sentita come "urgente" perché è gioia, verità, giustizia, purificazione, orgoglio, sia che venga data ad altri sia che venga realizzata su di sé.
Ortega y Gasset ricordava che i Celtiberi erano l'unico popolo dell'antichità che adorasse la morte. Non dirò che i Celtiberi fossero archeologicamente fascisti, dico che fu in Spagna che apparve durante la guerra civile il grido "Viva la muerte!". Il fascismo primitivo ed eroico portò la morte sulla camicia e sul fez e nel colore stesso delle sue divise. Volle andare incontro alla morte con un fiore in bocca, parlò di sorella morte con accenti non francescani, se ne fregò della brutta morte (non credo che Matteotti, Rosselli o Salvo D'Acquisto se ne fregassero della morte bruttissima che fecero).
E se mi dite che molte tradizioni religiose hanno elaborato rituali funebri in cui il senso della penitenza veniva fortemente inquinato dal gusto della necrofilia, diremo allora, in piena tranquillità, che anche là si annidavano i germi di un fascismo possibile, come nelle celebrazioni dell'olocausto e del karakiri della tradizione militaristica giapponese. Amare necrofilicamente la morte significa dire che è bello riceverla e rischiarla, e che ancor più bello e santo è distribuirla. Che solo la morte paga, meglio se quella altrui, ma al limite anche la propria, purché vissuta con sprezzo.
L'amore della morte (che domina anche le pratiche dei drogati) fa sì che appaia bello "buttar via" la propria vita. Per amare la morte bisogna profondamente odiare la vita (ci sono invece martiri e suicidi che muoiono senza odiare la vita, anzi, per eccesso d'amore). Amare la morte significa credere in fondo al cuore che essa risolva molte cose, e meglio.
Questo odore di morte, questo puteolente bisogno di morte, si sente oggi in Italia. Se questo voleva il terrorismo (nel suo animo profondamente, ancestralmente squadrista) l'ha avuto. Ha chiamato a raccolta pulsioni profonde, fascismi variamente mascherati, ignoti anche a chi li celava repressi nell'inconscio. Li ha fatti ribollire nel ventre a persone altrimenti miti e nobilissime, che per un attimo hanno ceduto al richiamo delle Madri oscure, e hanno dimenticato che anche Mussolini appeso per i piedi a piazzale Loreto e crivellato di pallottole, forse era giustizia, ma non era bene.
Lettori di Beccaria, hanno parlato come Lovecraft. Forse dovremmo difenderli anche da se stessi, perché non è questo che vogliono, non è questa l'alleanza che cercavano, né la soluzione. Le madri col bambino in braccio che firmavano a Bologna, il tassista che mi dice "al muro, al muro, e addebitiamo le munizioni alla famiglia!", ragionano come il ragazzo di Prima linea che crede che la morte di Tobagi valga come appello, richiamo, monito, manifesto.
Le responsabilità penali sono certo diverse, ma in tutti gioca la persuasione che la morte anziché una necessità che arriva da sola, e per la quale bisogna vivere, sia una pratica di purificazione da produrre in anticipio sulla natura. E che la commini lo Stato o una banda armata, è sempre morte, sporca perché crede di essere purificatrice e perché in qualche modo dà soddisfazione. Invece la morte buona, e cioè quella naturale, è quella che non dà piacere a nessuno, né a chi muore né a chi resta, quella per la quale nessuno possa dire "ci voleva!".
Ho discusso con alcuni ragazzi che, spinti da amor di vita, sono andati a tirare uova marce contro i firmatari per la pena di morte. Marcio contro marcio, non paga. Formate lunghe e cupe processioni per la città, gli ho consigliato, con cappucci neri, e ceri, e grandi cartelli in cui si vedano i volti dei fucilati della Comune, le schiene dei fucilati di Villarbasse, le teste mozzate dal capolavoro del dottor Guillotin, la faccia di chi nella camera a gas aspetta che la pastiglia cada nella vaschetta dell'acido per formare il vapore tossico. E i bambini impalati dal voivoda Dracula, e le ragazze streghe sul rogo, e poi Moro, Bachelet, Tobagi, Alessandrini, e qualche ebreo.
Fate una grande sagra della morte nelle nostre città: date alla gente l'odore della morte, il sapore della morte, l'impressione tattile del liquame che esce dalle narici e dalle orecchie di un corpo in decomposizione, fate sentire lo schifo della morte provocata ad arte in nome di una qualsiasi giustizia. Siate sgradevoli, fate vomitare le donne incinte, costringete la gente a fare le corna, a toccarsi i testicoli, a rientrare in casa come se ci fosse il coprifuoco. Solo per un giorno, in modo che il paese si accorga che sta prendendo gusto alla morte e ricordi cos'è la morte, e tutti si chiedano se non stiamo diventando pazzi. Poi smettete anche voi, perché a giocare troppo con l'immagine della morte ci si prende gusto.
UMBERTO ECO
La Repubblica, 14 febbraio 1981

GRAMSCI: La verità deve essere rispettata sempre.





Il 27 aprile 1937, all'età di 46 anni, Antonio Gramsci ha chiuso per sempre i suoi occhi. Ci piace ricordarlo stamattina con una sua pagina giovanile che aiuta ancora a tenere aperti i nostri occhi:




    La guerra ha fatto nascere un nuovo genere letterario: la conferenza patriottica. I giornali cosí chiamano almeno tutti quei discorsi che prendono come spunto un fatto o un altro interessante la cultura o la storia, l'ovattano ben bene di parole d'occasione e lo servono caldo caldo al pubblico, perché ne tragga persuasione di una tesi e viatico spirituale per questo tremendo periodo che attraversiamo.

     Noi siamo persuasi che i fatti dovevano rimanere tali anche in tempo di guerra, e che la storia e la cultura sono cose troppo da rispettare perché possano essere deformate e piegate dalle contingenti necessità del momento. La verità deve essere rispettata sempre, qualsiasi conseguenza essa possa apportare, e le proprie convinzioni, se sono fede viva, devono trovare in se stesse, nella propria logica, la giustificazione degli atti che si ritiene necessario siano compiuti. Sulla bugia, sulla falsificazione facilona non si costruiscono che castelli di vento, che altre bugie e altre falsificazioni possono far svanire.

Antonio Gramsci

26 aprile 2015

UOMINI IN GABBIA



Il “diverso” come attrazione spettacolare o pseudoscientifica. Per secoli uomini e donne sono stati usati come attrazioni nelle corti di re e imperatori, nei circhi, nei giardini zoologici, alle esposizioni universali, nelle università.

Gian Antonio Stella

Quando negli zoo finivano gli uomini. Storie del nostro ordinario razzismo

«I barbari tengono i capelli sciolti e chiudono i loro abiti sul lato sinistro. Hanno volti umani e il cuore di bestie selvagge. Portano abiti diversi da quelli usati nell’impero di Mezzo, hanno altri usi e costumi, altro cibo e altre bevande, parlano una lingua incomprensibile... Di conseguenza, un governo saggio deve trattarli come bestie selvagge».

Lo storico e poeta cinese Ban Gu (…) viveva duemila anni fa alla corte di Chang’an, l’attuale Xi’an, a ottomila chilometri da Atene. Ma la pensava esattamente come Aristotele, che tre secoli prima, in una lettera ad Alessandro Magno, aveva teorizzato più o meno le stesse cose: «Con i Greci comportati da stratego, con i barbari da padrone, e curati degli uni come di amici e familiari, mentre gli altri trattali come animali o piante». (…)

Certo, già ventidue secoli fa c’era chi riconosceva l’assurdità di distinguere tra «noi» e «loro». Come gli autori del Libro del maestro di Huainan , una grande opera collettiva del II secolo a.C. composta alla corte dell’imperatore cinese Liu An: «Quando presso gli Êrmâ, i Di o i Bodi nascono bambini, urlano tutti allo stesso modo. Ma una volta cresciuti non sono in grado di capirsi neppure con l’interprete. Questo perché sono diverse la loro educazione e le loro usanze. Ma prendete un bimbo di tre mesi, portatelo in un altro Stato e in futuro non saprà neppure quali costumi esistono nella sua patria».

Parole sagge. Eppure l’idea che gli altri fossero sempre meno «umani» e sempre più simili alle bestie, man mano che ci si allontanava da casa, è rimasto per secoli così radicato da spingere perfino Marco Polo, al ritorno dal suo viaggio in Cina durato complessivamente 17 anni, a raccontare, tra tante cose vere, alcune frottole inventate di sana pianta. Come quella sull’arcipelago delle Andamane, che lui chiama Angaman: «Angaman è un’isola, e no ànno re. E’ sono idoli, e sono come bestie salvatiche. E tutti quelli di quest’isola ànno lo capo come di cane e denti e naso come di grandi mastini».
Che senso c’era, a raccontare una balla così? C’era. I suoi contemporanei infatti, spiegano gli studiosi del tema, erano così convinti che nelle contrade più lontane delle Indie vivessero uomini bestia con la testa di cane, che se lui non l’avesse raccontato non l’avrebbero preso sul serio: «Chissà se Marco Polo è arrivato davvero in Cina, dato che non ha neanche visto gli uomini con la testa di cane…». In buona sostanza: avrebbe scritto quella sciocchezza per accontentare le aspettative dei suoi concittadini.

Un po’ quello che avrebbe spinto due secoli dopo il canonico di Magonza Bernhard von Breitenbach a popolare la mitica Terrasanta, Peregrinatio in terram sanctam , nel 1486, di giraffe con le corna e cammelli tirati per la cavezza da pelosissimi uomini-scimmia nudi con tanto di coda. E la Chronica Mundi del tedesco Hartmann Schedel insisteva ancora nel 1493, cioè dopo la scoperta dell’America, su una serie di figure mitologiche: la donna-scimmia, l’uomo-uccello, l’uomo-lupo, lo sciàpodo con un piede solo, il panozio dalle immense orecchie, di cui si serviva la notte come fossero coperte.

Spiega George L. Mosse, autore del fondamentale Il razzismo in Europa , che il concetto dell’uomo-bestia, radicato nelle leggende dei secoli bui, si protrasse a lungo in Occidente «dove era diffusa la credenza che le scimmie fossero effettivamente non un genere totalmente differente, ma una specie inferiore di uomo, che si rifiutava di parlare per non essere ridotta in schiavitù». E cita ad esempio lo scienziato e medico britannico Edward Tyson, il quale pensava che i pigmei fossero «scimmie perché avevano i nasi schiacciati e una statura piccola».

I pregiudizi si radicarono a tal punto, nella scia di «scienziati» come G. Battista Della Porta che nel 1610 pubblicò Della fisionomia dell’uomo (teorizzando ad esempio che «Le labra grosse dimostrano stoltizia, come scrisse Aristotele ad Alessandro. (…) Quei ch’han le labbra grosse (…) sono giudicati ignoranti, perché così sono quelle dell’Asino, della Simia») che nel 1869 il filosofo tedesco Eduard von Hartmann si spinse a sostenere, nel saggio Philosophie des Unbewussten , una tesi spaventosa.

«Non si fa certo un favore al cane, la cui coda dev’essere tagliata, quando gliela si taglia gradualmente, centimetro per centimetro», scrisse. «Altrettanto poco umano è prolungare artificialmente la lotta contro la morte dei selvaggi che si trovano sull’orlo dell’estinzione... Il vero filantropo non può altro che desiderare un’accelerazione dell’estinzione dei popoli selvaggi, e prodigarsi per questo scopo».

Il filosofo inglese Herbert Spencer, nei Principi di sociologia dove plaudiva al colonialismo al servizio della civilizzazione, era d’accordo: «Le forze che stanno elaborando il grande schema della felicità perfetta, non tenendo conto della sofferenza incidentale, sterminano quei settori del genere umano che intralciano la loro strada... Siano esseri umani oppure bestie l’ostacolo deve essere rimosso».

Non c’è dunque da stupirsi se moltissimi uomini «strani», come racconta Viviano Domenici nel libro Uomini nelle gabbie. Dagli zoo umani delle Expo al razzismo della vacanza etnica , sono stati usati a lungo come attrazioni nelle corti di re e imperatori, nei circhi, nei giardini zoologici, alle esposizioni universali. Perfino in quella del 1889 che a Parigi celebrò un secolo dopo la Rivoluzione francese e la solenne Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Perfino allora, all’ombra della torre Eiffel appena costruita, fu offerto ai trentadue milioni di visitatori lo show di un «villaggio africano» con 400 «selvaggi» della Guinea al seguito del re Dinah Salifou più 18 angolani, 18 ghanesi e decine di senegalesi, indocinesi e tahitiani.

Trabocca di storie stupefacenti, il libro di Domenici: da quella di José Calafate che dalla Terra del Fuoco fu portato a Parigi per essere mostrato sotto il cartello «Cannibali» a quella dell’apache Geronimo, che dopo aver combattuto per tre decenni i bianchi, che gli avevano massacrato la madre, la moglie e tre figlioletti, finì per essere un’attrazione nel 1904 all’esposizione di Saint Louis, dove il giornale locale scrisse che guardava i visitatori «con la stessa curiosità che loro riservano a lui». Per non dire della tragedia di otto inuit portati nel 1880 dal Labrador in Europa e decimati dal vaiolo o dei congolesi messi in mostra a Bruxelles nel 1897, chiusi in recinti con cartelli simili a quelli che diffidano dal dare noccioline agli elefanti: «Non dare da mangiare ai negri, sono nutriti».

Un libro affascinante e tremendo. Che ci obbliga a rileggere la nostra storia con una vertigine di sensi di colpa. E magari a dire una preghiera, finalmente, per tanti esseri umani che sono stati traditi. Come il pigmeo «Ota Benga» che nel 1906 attirò l’attenzione del «New York Times» sotto il titolo «Boscimano divide una gabbia con le scimmie dello zoo del Bronx» e dieci anni dopo, una sera che non ce la faceva più, si spogliò nudo tenendo solo il perizoma e cominciò a ballare intorno al fuoco, finché prese una pistola chissà come recuperata e si sparò al cuore.


Il Corriere della sera – 23 aprile 2015
 
 

25 aprile 2015

MAX PONTE SUL FUTURISMO




Il saggio di Max Ponte dedicato al rapporto del futurismo italiano con la politica. I futuristi erano fascisti? E qual era davvero il progetto di Filippo Tommaso Marinetti? Viaggio attraverso la volontà futurista di portare l’arte al potere. Verranno analizzati il pensiero, la storia e le vicende che hanno accompagnato la prima fra le avanguardie storiche. Il saggio vuole affrontare l’aspetto più autentico e più trascurato del futurismo, con la speranza che possa essere compreso meglio il geniale disegno di Marinetti e non solo. L’onda lunga del futurismo è giunta fino ad oggi, nelle arti contemporanee, nel cyberspazio e nelle nuove guerre materiali e immateriali che ci accompagnano. Max Ponte svolge attività di ricerca presso l’Università Paris Ouest, ha pubblicato poesie e racconti, è curatore di eventi letterari e mostre d’arte contemporanea.

Il libro è disponibile in pdf su Ultima Books. Presente anche su IBS, BookRepublic e Gplay.

I PERICOLI CHE SI ANNIDANO NELLA RETE



Intervista al filosofo Byung-Chul Han sugli eccessi della Rete. “Io, apocalittico contro gli integrati di Internet Il filosofo tedesco-sud coreano sugli eccessi della Rete: “Quando tutto diventa così aperto anche la politica e la rappresentanza si riducono a chiacchiericcio”
di Antonello Guerrera
Repubblica, 22 aprile 2015, p. 49 e QUI pdf.

FEUDALESIMO IN SALSA DIGITALE





Liberazione è per noi prima di tutto liberazione del lavoro alienato. Ma cosa sarà il lavoro in un futuro ormai prossimo dominato dalla “rivoluzione del silicio"? Due libri, da poco in libreria, propongono scenari totalmente antitetici. Il saggio «La nuova rivoluzione delle macchine» (Feltrinelli) annuncia l’avvento di un Eden in Terra. Nel pamphlet di Andrew Keen (Egea) il futuro vedrà invece un mondo di feroci disuguaglianze sociali.

Benedetto Vecchi

Internet è un feudalesimo in salsa digitale
Le strade dell’inferno sono lastri­cate di buone inten­zioni. Così recita un vec­chio ada­gio popo­lare. È que­sto il sen­ti­mento, quasi un riflesso pavlo­viano che suscita la let­tura di due libri che affron­tano gli effetti col­la­te­rali della cosid­detta rivo­lu­zione del sili­cio.
Due volumi che emer­gono da due cen­tri nevral­gici dell’innovazione tec­no­lo­gica, il Mas­sa­chus­sets Insti­tute of Tech­no­logy (Mit) e la Sili­con Val­ley. Attorno al pre­sti­gioso ate­neo di Boston si è svi­lup­pato un distretto di ricerca indi­cato come un esem­pio vir­tuoso dell’impulso che ogni uni­ver­sità dovrebbe dare alla pro­du­zione di manu­fatti tec­no­lo­gici inno­va­tivi. Il Mit, tut­ta­via, si è con­trad­di­stinto anche per essere il cam­pus che ha per­se­guito con deter­mi­na­zione l’analisi degli effetti sociali e poli­tici della per­va­si­vità delle tec­no­lo­gie digi­tali.
È in que­sto con­te­sto che ha preso forma La nuova rivo­lu­zione delle mac­chine di Eric Bry­n­jol­fs­son e Andrew McA­fee (Fel­tri­nelli, pp. 316, euro 22), volume che, come recita il titolo, evi­den­zia una pro­pen­sione a un deter­mi­ni­smo tec­no­lo­gico che asse­gna alle mac­chine un indi­scu­ti­bile potere sal­vi­fico nel risol­vere i pro­blemi delle società con­tem­po­ra­nee. Il secondo libro, invece, è di Andrew Keen, qua­li­fi­cato come un guru della Rete che, dopo averne magni­fi­cato le poten­zia­lità demo­cra­ti­che ed egua­li­ta­rie, ne è diven­tato un fusti­ga­tore, arri­vando a soste­nere la tesi che il web ha favo­rito lo svi­luppo di una società neo­feu­dale, dove una ristretta oli­gar­chia fa raz­zia della ric­chezza pro­dotta den­tro e fuori Inter­net.
Il lapi­da­rio titolo – Inter­net non è la rispo­sta, Egea edi­zioni, pp. 224, euro 24 – segna una distanza side­rale di que­sto sag­gio da altri libri che invece pro­pon­gono la Rete come una sorta di Eden che attende solo di essere esplo­rato da intra­pren­denti e spre­giu­di­cati gio­vani desi­de­rosi di diven­tare miliar­dari con una buona idea su come sfrut­tare eco­no­mi­ca­mente «l’intelligenza col­let­tiva» pre­sente nel cyberspazio.
I vou­cher dei perdenti
La Rete, più che un Eden, è nel libro di Keen la rap­pre­sen­ta­zione di una disto­pia dove la mag­gio­ranza dell’umanità è ridotta a una folla impo­ve­rita che, con dispe­rata tena­cia, tenta di non tra­sfor­marsi in uno scarto umano da sacri­fi­care in nome del pro­gresso.
Ma è pro­prio in nome del pro­gresso che Bry­n­jol­fs­son e McA­fee indi­vi­duano invece nel «digi­tale» una chance per la costru­zione di una società dell’abbondanza. Ci sono sì dei pro­blemi con­tin­genti — la disoc­cu­pa­zione, l’inquinamento ambien­tale, le dise­gua­glianze sociali — ma per gestirli basta che lo Stato dia corso ad alcune misure di poli­tica eco­no­mica: una buona for­ma­zione sco­la­stica per tutti e un red­dito di cit­ta­di­nanza che ha, secondo gli autori, una antica tra­di­zione nel pen­siero poli­tico sta­tu­ni­tense.
A que­sto pro­po­sito, con una astuta scelta bipar­ti­san, l’autore cita l’economista neo­li­be­ri­sta Mil­ton Fried­man e il pro­getto di lotta alla povertà del pre­si­dente demo­cra­tico Lyn­don John­son, l’economista libe­ral Paul Krug­man e i think thank a favore del libero mer­cato, anche se il red­dito di cit­ta­di­nanza deve assu­mere la forma giu­ri­dica e fiscale del diritto di impo­sta nega­tiva o di vou­cher che i «per­denti» pos­sono usare per pagare le cure medi­che o le tasse sco­la­sti­che dei pro­pri figli: una forma, cioè, che non dispia­ce­rebbe al grande vec­chio del neo­li­be­ri­smo, quel Frie­drich von Hayek che aleg­gia come un indi­ci­bile santo pro­tet­tore della rivo­lu­zione delle nuove mac­chine.
Il libro dei due eco­no­mi­sti del Mit ha però il pre­gio di pre­sen­tare un qua­dro rea­li­stico della posta in gioco. Le mac­chine infor­ma­ti­che rap­pre­sen­tano una inno­va­zione per­ché ripro­du­cono pro­cessi cogni­tivi con­si­de­rati pre­ro­ga­tiva dei soli ani­mali umani. Non solo sanno risol­vere com­plesse equa­zioni mate­ma­ti­che in maniera più veloce degli umani, ma ade­gua­ta­mente pro­gram­mati pos­sono for­nire dia­gnosi medi­che, scri­vere un discreto romanzo, rico­no­scere gli oggetti. Ogni volta che la legge di Moore «trova» con­ferma, le mac­chine digi­tali incor­rono tut­ta­via nel para­dosso di Mora­vec: una mac­china non sem­pre rie­sce a svol­gere cose sem­plici come muo­versi in un ambiente dina­mico e can­giante (un’autostrada, un magaz­zino, una città, un deserto).
Gor­don Moore è stato uno dei fon­da­tore di Intel, la cor­po­ra­tion glo­bale nella pro­du­zione di micro­pro­ces­sori. Ma è noto anche per la tesi in base alla quale la potenza di cal­colo di un micro­pro­ces­sore cre­sce­rebbe al pari della sua minia­tu­riz­za­zione e alla ridu­zione dei costi di pro­du­zione. In molti hanno con­te­stato tale tesi, ma le con­ferme sulla cre­scita espo­nen­ziale della potenza di cal­colo delle mac­chine sono state di gran lunga supe­riori alle smen­tite. I limiti fisici – il sili­cio, la minia­tu­riz­za­zione – sem­brano essere pros­simi, ma le mac­chine hanno una potenza di cal­colo cre­sciuta espo­nen­zial­mente. Que­sto, però, non ha potuto evi­tare quel che l’ingegnere Hans Mora­vec ha scritto in un for­tu­nato pam­phlet degli anni Ottanta del Nove­cento, quando ha soste­nuto un para­dosso: la dif­fi­coltà delle mac­chine di fare cose sem­plici per gli umani, come rea­gire tem­pe­sti­va­mente a un pic­colo imprevisto.
Il para­dosso di Moravec
Gli scritti di Mora­vec sono anno­ve­rati come una prova dell’impossibilità di una intel­li­genza arti­fi­ciale, ma è indub­bio che aveva colto nel segno quando aveva affer­mato che l’innovazione tec­no­lo­gica sarebbe stata espo­nen­ziale, digi­tale e com­bi­na­to­ria. È su que­sto cri­nale che La nuova rivo­lu­zione delle mac­chine dà il meglio di sé.
I due autori segna­lano che le mac­chine infor­ma­ti­che hanno rag­giunto l’attuale potenza di cal­colo in soli 50 anni (se pren­diamo il 1973 come data del primo micro­pro­ces­sore): un periodo di tempo risi­bile rispetto alla sto­ria dell’umanità. Che sia di tipo digi­tale inu­tile pure ricor­darlo. Che sia com­bi­na­to­ria, invece, va un po’ spie­gato.
Per lo svi­luppo delle mac­chine e del soft­ware sono state messe in campo disci­pline del sapere ete­ro­ge­nee tra loro. La fisica, la mate­ma­tica e la chi­mica, sicu­ra­mente, ma anche la bio­lo­gia, la filo­so­fia, la lin­gui­stica (non ci sareb­bero i com­pu­ter senza la gram­ma­tica gene­ra­tiva di Noam Chom­sky), la neu­ro­lo­gia, la psi­co­lo­gia, la teo­ria dei grafi e via elen­cando. Non poteva man­care nep­pure la socio­lo­gia, che è inter­ve­nuta per spie­gare alcune dina­mi­che col­let­tive che hanno costi­tuito un impulso all’innovazione nella pro­du­zione del soft­ware, come ad esem­pio le tesi sul capi­tale e le reti sociali di Robert Put­nam e Mark Gra­no­vet­ter.
Da qui l’affermazione che i cen­tri dell’innovazione non sono da cer­care solo nelle uni­ver­sità e nei cen­tri di ricerca, ma anche nelle rela­zioni sociali. La nuova rivo­lu­zione delle mac­chine ha dun­que come copro­ta­go­ni­sta l’intelligenza col­let­tiva. Certo, l’Eden che secondo i due autori è in via di costru­zione ha come effetti col­la­te­rali la disoc­cu­pa­zione cre­scente, l’inquinamento, le dise­gua­glianze sociali: per risol­verli serve lo Stato. Con buona pace dei libe­ri­sti radi­cali.
Chi invece avverte che più di un Eden stiamo scen­dendo negli inferi di un nuovo e feroce feu­da­le­simo è Andrew Keen. Di ori­gine inglese (è cre­sciuto a Soho), nipote di un diri­gente del par­tito comu­ni­sta inglese, ha respi­rato l’aria della swin­ging Lon­don, ha ascol­tato il rock arrab­biato degli anni Set­tanta, ha vis­suto la «rivo­lu­zione ses­suale» prima di tra­sfe­rirsi negli Stati Uniti, dove ha lavo­rato come pub­bli­ci­ta­rio per molti anni prima di dare vita a una impresa, fal­lita mise­ra­mente nel primo tonfo della net-economy nel 2001. Ha vis­suto per anni nella Sili­con Val­ley. Ha visto gio­vani lasciare l’università per lan­ciarsi nella grande corsa alla colo­niz­za­zione capi­ta­li­stica del web. Ha cre­duto, come molti, che Inter­net fosse il luogo dove potesse sor­gere una eco­no­mia che con­sen­tisse la distri­bu­zione della ric­chezza e dove le insop­por­ta­bili gerar­chie sociali del capi­ta­li­smo potes­sero essere supe­rate, senza che que­sto mor­ti­fi­casse la crea­ti­vità indi­vi­duale.
    Rochester. Sede centrale Kodak
Un inge­nuo uto­pi­sta sicu­ra­mente, che si è sve­gliato, sco­prendo che quel che imma­gi­nava più che un sogno era un incubo. Il libro ha alcuni capi­toli dedi­cati alla cit­ta­dina di Roche­ster, sto­rica sede della Kodak. Una città indu­striale fio­rente di cen­tri di ricer­che, una classe ope­raia e un ceto medio for­te­mente sin­da­ca­liz­zati fino agli anni Ottanta, quando il digi­tale arriva nel set­tore foto­gra­fico. Roche­ster è così diven­tata in un sof­fio d’anni la città con la più alta per­cen­tuale di omi­cidi rispetto la popo­la­zione, men­tre interi quar­tieri si sono tra­sfor­mati in «cit­ta­delle fan­ta­sma».
In paral­lelo al declino della Kodak, Keen rac­conta l’ascesa del fon­da­tore di Insta­gram, un infor­ma­tico con vel­leità con­tro­cul­tu­rali che durante una vacanza in una comune hip­pie soprav­vis­suta al lungo inverno neo­li­be­ri­sta, scelta per­ché garan­tiva vacanze low-cost nel mare azzurro del Mes­sico, ha l’idea di una appli­ca­zione per con­sen­tire di cari­care e con­di­vi­dere le foto digi­tali. Appli­ca­zione distri­buita gra­tui­ta­mente, men­tre i ser­ver di Insta­gram si riem­pi­vano di file digi­tali e account indi­vi­duali: dopo due anni, con poco più di quin­dici dipen­denti, la società del nerd «alter­na­tivo» è ven­duta a dieci miliardi di dol­lari senza avere fatto un cen­te­simo di incassi.
Il gio­vane è diven­tato ormai parte della oli­gar­chia che domina l’economia sta­tu­ni­tense, avverte Keen. La sua appli­ca­zione è stata a tutti gli effetti una kil­ler app, in linea con la logica che muove l’attuale eco­no­mia capi­ta­li­stica: chi vince prende tutto. Il gio­vane fon­da­tore di Insta­gram è diven­tato sì un miliar­da­rio, ma chi ha fatto il colpo grosso è stata Face­book, che ha acqui­stato la società e i suoi oltre tre­cento milioni di utenti, aggiun­gen­doli al big data (oltre un miliardo, gli utenti del social net­work) che Mark Zuc­ke­berg aveva accu­mu­lato fino ad allora.
Non ci sono cor­po­ra­tion, impren­di­tori e capi­ta­li­sti di ven­tura che l’autore rispar­mia. Goo­gle è la società sim­bolo della capa­cità di ridurre a merce i dati per­so­nali; lo stesso vale per Face­book, Wha­tsApp, Insta­gram, Apple e via nomi­nando. La visione della società che emerge è quella, appunto, di un feu­da­le­simo con pochi ric­chi e tanti uomini e donne ridotti in povertà. Inol­tre, spiega Keen, sono tutte imprese che danno lavoro a poche migliaia di per­sone, men­tre man­dano sul lastrico milioni di dipen­denti di altre imprese.
    Andamento dell'occupazione alla Kodak  1982-2010
L’inganno della condivisione
Denunce che sono raf­for­zate dall’analisi sulla sha­ring eco­nomy. La cosid­detta eco­no­mia della con­di­vi­sione si basa sulla gra­tuità dei ser­vizi pro­po­ste da alcune imprese. È la tra­du­zione capi­ta­li­sta dell’economia del dono. Non solo i dati per­so­nali sono usati dalle imprese per ven­derli o per rac­co­gliere pub­bli­cità, ma diven­tano pro­prietà dell’impresa. E se per molti que­sto è il prezzo da pagare per stare con­nessi, per l’autore siamo di fronte a una forma di sfrut­ta­mento che equi­para le società con­tem­po­ra­nee alle più hard realtà feu­dali del pas­sato.
Quel che però emerge è la ten­denza a una stri­sciante seces­sione dei nuovi oli­gar­chi dalla società e a uno svuo­ta­mento della demo­cra­zia. Al di là del les­sico usato da tutti gli autori, buono più per una rap­pre­sen­ta­zione teo­lo­gica della realtà che non a una sua ana­lisi cri­tica, que­sti due volumi con­sen­tono, ognuno a par­tire da uno spe­ci­fico tema, di sgom­be­rare il campo dagli equi­voci – la Rete come regno della libertà – dira­dare la neb­bia dell’ideologia e defi­nire la tas­so­no­mia dei con­flitti in corso.
La pri­vacy come diritto uni­ver­sale; la riap­pro­pria­zione dell’intelligenza col­let­tiva espro­priata dalle imprese. La lotta con­tro la povertà intesa come con­flitto il domi­nio delle cor­po­ra­tion sulla vita sociale e indi­vi­duale. Non la solu­zione dei pro­blemi, ma sono libri che for­ni­scono gli ele­menti per un agenda poli­tica che affermi l’autonomia della coo­pe­ra­zione sociale produttiva.

Il manifesto – 25 aprile 2015

UNA IDEA E' UNA IDEA E NESSUNO LA ROMPE.














Udine li 14 marzo 1945

Dalle mie prigioni vi scrivo.
Carissimi famigliari, vengo a voi con queste mie ultime parole, facendovi sapere che sono condannato a morte, ma non disperatevi per me. Speriamo che tutto vada bene, se non va bene va male. Cara mamma se anche muoio io ti restano lo stesso altri quattro leoni, niente da fare così è il destino, io e Gino Nosella, i più disgraziati dei condannati a morte.
Luigi detto Boschin (parte?) per la Germania, Vi faccio sapere che insieme a noi due è anche il cugino Benito di Cordovado; anche lui condannato a morte. Speriamo che tutto vada bene, ma siamo che aspettiamo momento per momento e siamo in trentasette condannati a morte.
Un saluto ai parenti e ai paesani.
Una idea è una idea e nessuno la rompe. A morte il fascismo e viva la libertà dei popoli. Un saluto a Natale Tomba e a sua moglie Gigia e ai padroni.
Se il destino e sfortuna mi rapì, vi chiedo perdono a tutti, papà mamma e fratelli. Girare attorno qua e là per la prigione e a dirsi che siamo condannati a morte, ma ormai è così e viva la libertà dei popoli.
È così l’ultimo saluto che vi faccio.
Bacioni ai nonni che preghino per me tanto e vi bacio tutti.
Vostro                        Luigi
Luigi Ciol (Resistere)
Di anni 19 - nato a Cintello di Teglio Veneto (Venezia) il 4 ottobre 1925 -. Partigiano con il grado di caposquadra nella Brigata "Iberati" operante nella zona di Venezia -. Catturato il 22 gennaio 1945 a Fossalta di Portogruaro - tradotto nelle carceri di Udine - torturato -. Processato il 14 marzo 1945 dal Tribunale Militare Territoriale tedesco di Udine, per appartenenza a bande armate -. Fucilato il 9 aprile 1945 a Udine con altri ventotto partigiani.
Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, a cura di Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli, Einaudi