Dell' ultima
Marina di Libri, svoltasi nella splendida cornice dell'Orto
Botanico di Palermo, mi rimarranno dentro - oltre agli incontri con vecchi e nuovi amici - le poesie udite e la magnifica presentazione
dell'ultimo libro di
Piero Melati che - come hanno ben evidenziato
Matteo Di Gesù,
Giuseppe Di Lello e il Presidente Giordano - rimane forse l'unico libro
sugli ultimi 60 anni di mafie (tra i mille inutili pubblicati negli
ultimi anni) che merita di essere letto.
L'autore, infatti, ha mostrato non solo di essere un uomo colto e un grande lettore (come si evince dalla bibliografia che chiude il volume), ma anche uno scrittore che possiede
una raffinata (e ironicamente dissimulata) consapevolezza letteraria. Per fare solo un esempio riproduco di seguito la prima scheda che apre il libro:
5 luglio 1950
La morte del bandito Giuliano
La notte tra il 4 e il 5 luglio del 1950 il cadavere di Salvatore
Giuliano, il bandito di Montelepre, fu esibito alla stampa «giacente per
terra e crivellato di colpi» nel cortile di una casa di Castelvetrano,
in provincia di Trapani. Era ritenuto il responsabile della strage di
Portella della Ginestra (1° maggio 1947) in cui morirono undici persone
(nove adulti e due bambini) e altre ventisette rimasero ferite (tre non
sopravvissero). I lavoratori, in gran parte contadini, si erano riuniti
in una gola di montagna tra i paesini di Piana degli Albanesi, San
Giuseppe Jato e San Cipirello per festeggiare la vittoria alle recenti
elezioni regionali del Blocco del Popolo, sotto il simbolo «Torna
Garibaldi». Furono falciati a colpi di mitra.
Fu la prima strage dell’Italia repubblicana. «Di sicuro c’è solo che è
morto», scrisse sull’«Europeo» il giornalista Tommaso Besozzi in una
inchiesta che smentiva la ricostruzione ufficiale, secondo cui Giuliano
era stato ucciso in un conflitto a fuoco con i carabinieri. «Quel
segreto è un buco nero della nostra storia, che ha autorizzato e
legittimato altri segreti, altri buchi neri, facendo dell’Italia un
paese dai molti buchi neri», ha scritto lo storico siciliano Francesco
Renda.
Eppure, il bandito di Montelepre è il personaggio più biografato
della Repubblica: gli sono stati anche dedicati 5 film e 3 musical.
Quando, nel 1961, il regista Francesco Rosi realizzò l’opera
cinematografica più famosa, ben 14 libri avevano preceduto la pellicola.
Poi ne sono seguiti altri 37. Senza dimenticare le 15 edizioni
discografiche, molte delle quali simili ai moderni
corridos messicani dedicati alle gesta dei narcotrafficanti.
Storie, leggende, cronache, canzoni: eppure ancora oggi il caso
Giuliano è un mistero. Non ne sappiamo più di quanto apprese, quel 5
luglio del ’50, lo scrittore americano Truman Capote. Capote era appena
arrivato a Taormina, dove in una casa senza luce né acqua avrebbe
scritto il suo secondo romanzo,
L’arpa d’erba. Nel 1966 avrebbe poi pubblicato il suo libro più famoso,
A sangue freddo,
sul massacro di una famiglia nel paesino di Holcomb, in Kansas, un
testo che ridusse per sempre la distanza tra letteratura e giornalismo.
Scrisse Capote: «Un pomeriggio ero appena arrivato in città quando
incominciò a piovere. Non vidi anima viva finché arrivai dal tabaccaio.
Si era raccolta una vera folla dove i giornali, con i titoli a caratteri
cubitali, svolazzavano nella pioggia. Ragazzetti a capo scoperto se ne
stavano immobili senza badare all’acqua, con le teste accostate, mentre
un ragazzo un poco più grande, il dito puntato all’enorme fotografia di
un uomo accasciato in un lago di sangue, leggeva ad alta voce: Giuliano è
morto, ucciso a
Castedduvitranu. Triste, triste, una vergogna,
un peccato, dicevano i vecchi; i giovani non dicevano niente, ma due
ragazze entrarono nel negozio, e quando uscirono avevano in mano copie
della «Sicilia», un giornale con tutta la prima pagina presa da una
gigantesca fotografia del bandito ucciso. Proteggendo i loro giornali
dalla pioggia, le ragazze si allontanarono di corsa, tenendosi per mano,
scivolando sulla strada lucente».
Di sicuro, allora come oggi, c’è solo che Giuliano era morto. Ucciso, magari,
a sangue freddo. Dalla mafia.
Piero Melati, palermitano, per molti anni
viceredattore capo de “Il Venerdì di Repubblica”, si occupa di attualità
e cultura. Ha seguito per il giornale “L’Ora” di Palermo la guerra di
mafia e il primo maxiprocesso a Cosa Nostra. Con “la Repubblica” ha
aperto le redazioni locali di Napoli e Palermo ed è stato viceredattore
capo della cronaca di Roma.