22 giugno 2017

NICOLA GRATO, Quello che chiami vento

ph di salvina chetta



 quello che chiami vento
è scirocco se fiacca,
tramontana se punge la schiena,
massamareddu se d'improvviso
fa vortice nel vicolo- e si porta
via tutto; albero è melograno,
castagno, ciliegio, quercia;
sul piano falciato il fieno ha
colore del vino di Lipari, odore
del mare lontano. Non temere
le parole, sono stelle nuove
in un cielo antico, sono sole
al primo mattino, dicono di noi-
e poi di questa terra, e del grano
nuovo che dorme, che sogna.

Nicola Grato

E. SANGUINETI, L' ultima passeggiata

ph di soatoki kasumoto


       Mi piace dedicare i versi seguenti a quanti pensano che la poesia sia un'altra cosa (fv) :


Ti esploro, mia carne, mio oro, corpo mio, che ti spio, mia cruda carta nuda,
che ti segno, che ti sogno, con i miei seri, severi semi neri, con i miei teoremi,
i miei emblemi, che ti batto e ti sbatto, e ti ribatto, denso e duro, tra le tue fratte,
con il mio oscuro, puro latte, con le mie lente vacche, tritamente, che ti accendo,
se ti prendo, con i miei pampani di ruggine, mia fuliggine, che ti aspiro, ti respiro
con le tue nebbie e trebbie, che ti timbro con tutti i miei timpani, con le mie dita
che ti amano, che ti arano, con la mia matita che ti colora, ti perfora, che ti adora,
mia vita, mio avaro amore amaro:
io sono qui così, la zampa del mio uccello, di quello
che ti gode e ti vigila, sono la papilla giusta che ti degusta, la pupilla che ti vibra
e ti brilla, che ti tintinna e titilla; sono un irto, un erto, un ermo ramo, io che
ti pungo, mio fungo, io che ti bramo: sono pallida pelle che si spella, mia bella, io,
passero e pettirosso del tuo fosso: io la piuma, io l’osso, che ti scrivo: io, che ti vivo

Edoardo Sanguineti, L’ultima passeggiata - omaggio a Pascoli, 1982

A. TARKOVSKIJ, La debolezza è potenza



Che si avverino i loro desideri
Che possano crederci
E che possano ridere delle loro passioni
Infatti ciò che chiamiamo passione in realtà non è energia spirituale, ma solo attrito tra l’animo e il mondo esterno.
E soprattutto che possano credere in se stessi
E che diventino indifesi come bambini.
Perché la debolezza è potenza, e la forza è niente. Quando l’uomo nasce è debole e duttile, quando muore è forte e rigido. Così come l’albero: quando cresce è tenero e flessibile e quando è duro e secco, muore. Rigidità e forza sono compagne della morte, debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell’esistenza. Ciò che si è irrigidito non vincerà.

Andrej Tarkovskij

21 giugno 2017

CAPRE E CAPRONI

Teatro andromeda, S. Stefano di Quisquina


       Non abbiamo aspettato le tracce di quest'ultimo esame di stato per scoprire Giorgio Caproni! Chi ci segue sa che, anche in questo blog, abbiamo dedicato lo spazio che merita al poeta livornese, amico di Pasolini. Oggi, comunque, torniamo a farlo anche per prendere le distanze dalle tante voci stonate che ne hanno parlato. (fv) 



Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro. L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra.


Giorgio Caproni,1972, dalla raccolta Res amissa




"Res amisa" contiene veramente la ragione ultima della poesia di Caproni. Poiché ora la poesia stessa è divenuta, per il vecchio poeta, la "res amissa" in cui è impossibile distinguere fra natura e grazia, abito e dono, possesso e espropriazione. In bilico, in una sorta di mimica trascendentale, fra l'aprosodia del canto interrotto e i troppo armonici versicoli, essa ha raggiunto ormai una regione per sempre al di là del proprio e dell'improprio, della salvezza e della rovina. Questa è l'eredità irricevibile che la disappropriata maniera di Caproni lascia alla poesia italiana, e che nessun beneficio di inventario permetterà di eludere. Come un animale che abbia subito una mutazione che lo porta al di fuori dei limiti della specie, senza che sia possibile assegnarlo ad alcun altro phylon, né sapere se riuscirà mai a trasmettere ad altri la sua mutazione, la poesia, a un tempo irriconoscibile e troppo familiare, si è fatta ora per noi definitivamente res amissa. Per questo, di tutti i libri di poesia che si continuano e si continueranno certamente a pubblicare, è impossibile dire se anche uno soltanto potrà essere all'altezza dell'evento che qui si è compiuto. Possiamo solo dire che qui qualcosa finisce per sempre e qualcosa ha inizio, e che ciò che comincia, comincia soltanto in ciò che finisce 
(dalla prefazione di Giorgio Agamben)


«Non ho mai fatto il poeta di professione. Non ho mai capito come lo si possa fare, giacché ho sempre pensato che l’esser poeti sia, prima di tutto, una qualità quasi fisiologica… Non ho segreti di mestiere da svelare, perché per la poesia non ce ne sono, e ognuno sceglie gli strumenti che gli tornano meglio.
Poesia significa in primo luogo libertà: libertà e disobbedienza di fronte a ogni forma di sopraffazione o di annullamento della persona; di fronte a ogni forma di irreggimentazione o, peggio, di massificazione.
Il poeta è un minatore: va giù nelle viscere dell’io e, miracolosamente, torna alla superficie con poche, lucenti, pepite».


Giorgio Caproni, dal discorso tenuto all'Università di Urbino nel 1984, pubblicato poi in "La scatola nera" nel 1996


E chiudo questa pagina con un'altra delle sue perle:
  




GIOCONDA BELLI, E Dio mi fece donna

egon schiele



      Alle mie figlie, Irene e Luisa, e a tutte le donne del mondo dedico questi versi:

E Dio mi fece donna,
con capelli lunghi,
occhi,
naso e bocca di donna.
Con curve
e pieghe
e dolci avvallamenti
e mi ha scavato dentro,
mi ha reso fabbrica di esseri umani.
Ha intessuto delicatamente i miei nervi
e bilanciato con cura
il numero dei miei ormoni.
Ha composto il mio sangue
e lo ha iniettato in me
perché irrigasse tutto il mio corpo;
nacquero così le idee,
i sogni,
l’istinto
Tutto quel che ha creato soavemente
a colpi di mantice
e di trapano d’amore,
le mille e una cosa che mi fanno donna
ogni giorno
per cui mi alzo orgogliosa
tutte le mattine
e benedico il mio sesso.


Gioconda Belli

LE MAFIE VISTE DA PIERO MELATI



      Dell' ultima Marina di Libri, svoltasi nella splendida cornice dell'Orto Botanico di Palermo, mi rimarranno dentro - oltre agli incontri con vecchi e nuovi amici - le poesie udite e la magnifica presentazione dell'ultimo libro di Piero Melati che - come hanno ben evidenziato Matteo Di Gesù, Giuseppe Di Lello e il Presidente Giordano - rimane forse l'unico libro sugli ultimi 60 anni di mafie (tra i mille inutili pubblicati negli ultimi anni) che merita di essere letto.
       L'autore, infatti, ha mostrato non solo di essere un uomo colto e un grande lettore (come si evince dalla bibliografia che chiude il volume), ma anche uno scrittore che possiede una raffinata (e ironicamente dissimulata) consapevolezza letteraria. Per fare solo un esempio riproduco di seguito la prima scheda che apre il libro: 

5 luglio 1950
La morte del bandito Giuliano

La notte tra il 4 e il 5 luglio del 1950 il cadavere di Salvatore Giuliano, il bandito di Montelepre, fu esibito alla stampa «giacente per terra e crivellato di colpi» nel cortile di una casa di Castelvetrano, in provincia di Trapani. Era ritenuto il responsabile della strage di Portella della Ginestra (1° maggio 1947) in cui morirono undici persone (nove adulti e due bambini) e altre ventisette rimasero ferite (tre non sopravvissero). I lavoratori, in gran parte contadini, si erano riuniti in una gola di montagna tra i paesini di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello per festeggiare la vittoria alle recenti elezioni regionali del Blocco del Popolo, sotto il simbolo «Torna Garibaldi». Furono falciati a colpi di mitra.
Fu la prima strage dell’Italia repubblicana. «Di sicuro c’è solo che è morto», scrisse sull’«Europeo» il giornalista Tommaso Besozzi in una inchiesta che smentiva la ricostruzione ufficiale, secondo cui Giuliano era stato ucciso in un conflitto a fuoco con i carabinieri. «Quel segreto è un buco nero della nostra storia, che ha autorizzato e legittimato altri segreti, altri buchi neri, facendo dell’Italia un paese dai molti buchi neri», ha scritto lo storico siciliano Francesco Renda.
Eppure, il bandito di Montelepre è il personaggio più biografato della Repubblica: gli sono stati anche dedicati 5 film e 3 musical. Quando, nel 1961, il regista Francesco Rosi realizzò l’opera cinematografica più famosa, ben 14 libri avevano preceduto la pellicola. Poi ne sono seguiti altri 37. Senza dimenticare le 15 edizioni discografiche, molte delle quali simili ai moderni corridos messicani dedicati alle gesta dei narcotrafficanti.
Storie, leggende, cronache, canzoni: eppure ancora oggi il caso Giuliano è un mistero. Non ne sappiamo più di quanto apprese, quel 5 luglio del ’50, lo scrittore americano Truman Capote. Capote era appena arrivato a Taormina, dove in una casa senza luce né acqua avrebbe scritto il suo secondo romanzo, L’arpa d’erba. Nel 1966 avrebbe poi pubblicato il suo libro più famoso, A sangue freddo, sul massacro di una famiglia nel paesino di Holcomb, in Kansas, un testo che ridusse per sempre la distanza tra letteratura e giornalismo.
Scrisse Capote: «Un pomeriggio ero appena arrivato in città quando incominciò a piovere. Non vidi anima viva finché arrivai dal tabaccaio. Si era raccolta una vera folla dove i giornali, con i titoli a caratteri cubitali, svolazzavano nella pioggia. Ragazzetti a capo scoperto se ne stavano immobili senza badare all’acqua, con le teste accostate, mentre un ragazzo un poco più grande, il dito puntato all’enorme fotografia di un uomo accasciato in un lago di sangue, leggeva ad alta voce: Giuliano è morto, ucciso a Castedduvitranu. Triste, triste, una vergogna, un peccato, dicevano i vecchi; i giovani non dicevano niente, ma due ragazze entrarono nel negozio, e quando uscirono avevano in mano copie della «Sicilia», un giornale con tutta la prima pagina presa da una gigantesca fotografia del bandito ucciso. Proteggendo i loro giornali dalla pioggia, le ragazze si allontanarono di corsa, tenendosi per mano, scivolando sulla strada lucente».
Di sicuro, allora come oggi, c’è solo che Giuliano era morto. Ucciso, magari, a sangue freddo. Dalla mafia.




Piero Melati, palermitano, per molti anni viceredattore capo de “Il Venerdì di Repubblica”, si occupa di attualità e cultura. Ha seguito per il giornale “L’Ora” di Palermo la guerra di mafia e il primo maxiprocesso a Cosa Nostra. Con “la Repubblica” ha aperto le redazioni locali di Napoli e Palermo ed è stato viceredattore capo della cronaca di Roma.

Il senso dell'abbandono visto da Frida Kahlo

frida kahlo fotografata da toni frissell


Sensazione sgradevole quella dell’abbandono che può colpire tutti, giovani, bambini, anziani, ricchi poveri, belli brutti...
Parte da una cattiva percezione di se stessi, anzi è una vera e propria mancanza di autostima ma non è mia intenzione addentrarmi nelle ragioni psicologiche che possono condurre a ciò ma negli effetti che questo crea anche perché le ragioni non sono sempre così gravi e riconducibili a condizioni patologiche.
Ricordo la prima volta che vissi una situazione simile. Mi ero legata da poco a un ragazzo ma più che amore era condivisione d’interessi e una sorta di fascinazione da parte mia per i suoi tanti viaggi e una specie di libertà che a quei tempi mi era preclusa.
Quando, dopo una permanenza a Parigi, mi disse che si era innamorato di un’incantevole parigina, provai un dolore sordo, più che per l’amore tradito per la sensazione di rifiuto che a me risultava inaccettabile. So che lo tempestai per una serata intera di patetiche e umilianti richieste di spiegazioni. Passai una notte infernale ma già al mattino, il mio umore, il mio amor proprio ebbero la meglio sull’orgoglio ferito e nel giro di qualche settimana già mi guardavo dal di fuori sorridendo delle mie fragilità, considerandole comunque un elemento arricchente del mio carattere.
Il rifiuto, e la nostra vita è costellata di rifiuti e frustrazioni, non può mai essere vissuto come un attacco all’immagine che abbiamo di noi stessi, semmai servono a rafforzarla e a farci sentire splendidi nella nostra imperfetta perfezione.


Frida Kahlo