03 giugno 2019

A. GATTO, Non date retta al re...




Non date retta al re,
non date retta a me.


Chi v’inganna
si fa sempre più alto d’una spanna,
mette sempre un berretto,
incede eretto
con tante medaglie sul petto.


Non date retta al saggio
al maestro del villaggio
al maestro della città
a chi vi dice che sa.


Sbagliate soltanto da voi
come i cavalli, come i buoi,
come gli uccelli, i pesci, i serpenti
che non hanno monumenti
e non sanno mai la storia.
Chi vive è senza gloria.



ALFONSO GATTO (1909-1976)
 

02 giugno 2019

L. SCIASCIA, LU CRASTU DI PASQUA




I lettori di questo blog sanno quanto ci è caro Leonardo Sciascia. Oggi ci piace riprendere in mano un suo libro - Occhio di capra, Einaudi 1984 – e rileggerne qualche voce: 

SICCARI LU CORI
Il disseccarsi - come nell'aridità dell'aria un fiore reciso - del cuore: per un'aspettativa delusa, per un desiderio non soddisfatto. Si dice soprattutto dei bambini: e a rimprovero di coloro che non hanno mantenuto la promessa o li hanno ingannati. Ma anche ai grandi "sicca lu cori", qualche volta. E oggi ai vecchi spesso, più che ai bambini.

LU CRASTU DI PASQUA
Il castrato di Pasqua: che ignaro bela mentre c’è chi affila il coltello per sgozzarlo. Si dice di chi, tranquillo, ignora il tradimento della moglie. Ma al plurale – “crasti di pasqua” – siamo tutti: incapaci di ribellione mentre il governo si prepara a sgozzarci con tasse.

01 giugno 2019

I TACCUINI DI PIRANDELLO






Il taccuino pubblicato a cura di Annamaria Andreoli consta di circa 100 pagine manoscritte databili al periodo compreso tra il 1912 e il 1917 e contiene scritture di carattere composito: abbozzi narrativi e teatrali, pagine di ‘Journal intime’, e un ampio elenco di modi di dire, formule gergali, battute di dialogo, similitudini ardite, compilato come serbatoio cui attingere per la stesura di opere di vario genere letterario (molte delle formule qui registrate si ritrovano utilizzate nella sterminata produzione pirandelliana). Tra gli abbozzi di novelle si incontra un embrionale studio intorno a Moscarda, poi protagonista di ‘Uno, nessuno, centomila’, e tra quelli teatrali ‘A Giarra’ che anticipa i ‘Sei personaggi in cerca d’autore’.

Descrizione


Pirandello, manoscrittoIl laboratorio pirandelliano è stato soggetto ad una vera e propria distruzione. Ad abbozzi e scartafacci, a prove di stesura o a tappe elaborative tocca in sorte, il più delle volte, il cestino dei rifiuti. E mentre l’altro sempre mutevole corregge e ricorregge quanto ha già dato alle stampe, i materiali dell’officina, in funzione anche a ritmo prodigioso, svaniscono nel nulla. A meno che non si tratti di certi germi dai quali Pirandello sa far nascere i soggetti delle opere. Sequestrato dalla propria arte, il solerte scrittore fa leva su alcuni inossidabili attrezzi che lo soccorrono immancabilmente. Sono i taccuini, quadernetti tascabili, questi sì conservati con cura gelosa. Le miriadi di frammenti che tesaurizzano riflettono autore e personaggi in un puzzle da ricomporre secondo infiniti disegni possibili. Riemerso solo ora, grazie ad un meritorio salvataggio, il Taccuino segreto rappresenta il più rilevante lavoro di recupero del singolare laboratorio dello scrittore. Come lavorava Pirandello? Allo spinoso interrogativo è oggi possibile rispondere al di là delle congetture.
Il Taccuino segreto, che dalla maturità giunge fino alle soglie della morte, accoglie dunque i canovacci che il recluso frustrato recita a tutti i costi, sia che si tratti di temporeggiare con il racconto sia che infine il teatro gli spalanchi quelle porte che per anni gli ha sbattuto sulle dita.
Libresche o carpite sul campo, una ridda di battute in cerca d’autore giacciono qui in un’attesa sempre coronata: non c’è pagina, non c’è lacerto o verso che dal Taccuino non travasi in questa o quell’opera.
Qui non abbiamo né un diario né uno zibaldone, ma l’altro diario e l’altro zibaldone del Pirandello che non sa parlare di sé se non attraverso la propria opera.

Prefazione

di Annamaria Andreoli
Tutto faceva grumo alla rapida e urgente creatività di Pirandello: l’inchiostro, la carta, l’espressione stessa … Appartenendo alla specie di chi abdica alla vita per votarsi alla letteratura (è il suo assioma di sempre: «la vita o si vive o si scrive »), il narratore o il drammaturgo divengono lo strumento del messaggio imperioso che non sanno tacitare. Così, la pagina di Pirandello equivale a una seconda pelle che si rinnova via via; e ciò che è stato – che è stato scritto – appartiene ormai a un altro, a un diverso, a un estraneo, la cui mano, per giunta, viene spesso forzata da petulanti Personaggi. Ossessivamente molesti, esigono da lui la vera vita: quella letteraria.
Non sorprende, allora, la distruzione del laboratorio pirandelliano. Ad abbozzi e scartafacci, a prove di stesura o a tappe elaborative tocca in sorte, il più delle volte, il cestino dei rifiuti. E mentre l’altro sempre mutevole corregge e ricorregge quanto ha già dato alle stampe, i materiali dell’officina, in funzione anche a ritmo prodigioso, svaniscono nel nulla.
A meno che non si tratti di certi germi dai quali Pirandello sa far nascere i soggetti delle opere. Sequestrato (come Flaubert, come Proust…) dalla propria arte, il solerte scrittore fa leva su alcuni inossidabili attrezzi che lo soccorrono immancabilmente. E sono i taccuini, quadernettitascabili, questi sì conservati con cura gelosa. Le miriadi di frammenti che tesaurizzano – specchio in frantumi – riflettono Autore e Personaggi in un puzzle da ricomporre secondo infiniti disegni possibili.
Riemerso solo ora, grazie a un meritorio salvataggio, il Taccuino segreto che si propone alla lettura rappresenta il più rilevante recupero del singolare laboratorio dello scrittore. Come lavorava Pirandello? Allo spinoso interrogativo è oggi possibile rispondere al di là delle congetture. Ecco le interminabili liste gergali, vergate con minuta grafia, che fanno intanto luce su una proterva vocazione teatrale. Costretto alla narrativa, poiché le scene sono conquista ardua e lenta, Pirandello insiste comunque sul copione da recitare: solo che quando si tratta di novella o di romanzo l’attore e il narratore coincidono.
Il Taccuino segreto, che dalla maturità giunge fino alla vigilia della morte, accoglie dunque i canovacci che il recluso frustrato recita a tutti i costi, sia che si tratti di temporeggiare con il racconto, sia che infine il teatro gli spalanchi quelle porte che per anni e anni gli ha sbattuto sulle dita.
Libresche o carpite sul campo, una ridda di battute in cerca d’autore giacciono qui in un’attesa sempre coronata: non c’è pagina, non c’è lacerto o verso (persino la Musa si fa udire) che dal Taccuino segreto non travasi in questa o quell’opera.
Se esiste un piacere del testo, esiste anche un piacere investigativo del testo che si va formando, con in più il frutto sicuro della nuova comprensione offerta dalla possibilità, cattivante quanto indiscreta, di entrare nel vivo dei meccanismi misteriosi dai quali scaturisce il capolavoro. Perché non abbiamo qui né un «diario» né uno «zibaldone», ma l’altro diario e l’altro zibaldone del Pirandello che non sa parlare di sé se non attraverso la propria opera.
Annamaria Andreoli

Da   https://www.pirandelloweb.com/biblioteca/luigi-pirandello-taccuino-segreto/



La fabbrica di Pirandello

“O filosofi, abbiate tutti un cane!” Perché, chi vi dice che il cane, come il bruto, non abbia ambizioni? “Dio è soltanto nell’uomo. La filosofia s’impiccia dei soli uomini, come se nel mondo non ci fossero anche le bestie, le piante, le pietre. E come se in cielo non ci fossero le stelle!”. A seguire è l’ipotesi inversa, di quello che “si regolava come le bestie, egli era volpe”, e allora, “è imputabile la volpe delle sue azioni?”. Per una verità subito sancita: “L’unità è nella relazione degli elementi tra loro. Variando la relazione varia l’unità”. E subito dismessa: “Noi siamo quello di cui ci accorgiamo”.
Si è subito, alle prime righe, in Pirandello. Ma non in pensieri sparsi dell’adolescenza - o allora di un Pirandello eterno adolescente. Né in un diario, o uno zibaldone: il taccuino è un attrezzo di lavoro. Questo è, in edizione critica, il terzo e ultimo taccuino “segreto” ritrovato. Di un lascito andato colpevolmente disperso, biblioteca e “scartafacci”.
Un taccuino di un centinaio di pagine manoscritte, 105 qui a stampa. Rintracciato negli 1980 e comprato dai Beni Culturali. Di cui Annamaria Andreoli cura l’edizione critica. Con una documentazione in facsimile, la trascrizione per esteso, doppiato da una nota critica della curatrice. Una paziente diffusa ricerca degli echi del taccuino nell’opera di Pirandello, articoli, saggi, racconti, teatro. Rivedendo anche le edizioni “critiche” dei due altri taccuini scovati e pubblicati in precedenza, il “Taccuino di Bonn” e quello “di Coazze”.
 “Parole in cerca d’autore” le disse Lucio D’Ambra. Un “estesissimo prontuario linguistico”, dii di gerghi e costrutti, e un repertorio occasionale di immagini, considerazioni e battute di dialogo, degli anni 1912-1917, lo trova la curatrice di questa edizione critica, Annamaria Andreoli. Ripreso da Pirandello variamente in scritti editi: articoli, saggi, racconti, teatro. In “Uno, nessuno, centomila” in particolare. Ma anche in “Si gira…” e - la farsa dialettale “A giarra” (da cui pescherà a piene mani l’argot agrigentino di Camilleri) - in “Sei personaggi”. Di I cui la curatirce trova infiniti riferimenti, e forse tutti.
Una ricerca puntigliosa, quella di Annamaria Andreoli, che testimonia di un Pirandello scrittore senza requie e senza soste – “la vita o si vive o si scrive”. Nonché glottologo acuminato e instancabile, che recupera costrutti di Dino Compagni, o di Edoardo Giacomo Boner, germanista messinese coetaneo, morto nel terremoto del 1908. Pirandello scrive. Scrive sempre, e molto rielabora, anche quando l’ha stampato, e molto butta via. Più che un’edizione critica, questo “Taccuino segreto” è testimone di una sorta di morbo della scrittura.







Un taccuino di poco posteriore al “Taccuino segreto”, che Annamaria Andreoli aveva appena pubblicato. Questo parte del fondo Pirandello alla biblioteca di Harvard, che lo aveva rilevato da un libraio antiquario di New York – il lascito di Pirandello è stato disperse dagli eredi. Fausto, Stefano, Lietta e i loro figli.
Una cornucopia di spunti: di poesia, teatro, racconti, romanzi, riflessioni. Ordinata e rifinita.  Da “cacciatore di parole” (A. Andreoli) soprattutto. Modi di dire. Di cui le curatrici ritrovano “un utilizzo piuttosto metodico e sistematico” nell’opera.
La redazione datano in quattro periodi: il primo foglio attorno al 1887, seguito da un blocco databile attorno al 1897-98, poi la sezione principale, dal reperto 4 al 7, negli anni 1898 e 1901-2, infine un segmento finale di tre pagine, non databile, ma anteriore al 1916.  Segue un lavoro minuzioso di tracciamento delle annotazioni nei racconti, i romanzi e i drammi. Per un centinaio di pagine piene di fittissime. Con un inedito utile collegamento di Pirandello a Pascoli - una storiella non da buttare.
Pascoli aiuta Pirandello a pubblicare, benché debuttante sconosciuto, fresco germanista degli studi a Bonn, la sua traduzione delle “Elegie romane” di Goethe. Ma si vede dal giovane sconosciuto deprezzata, sotto pseudonimo, la quarta edizione di “Myricae”.  Mentre con Gnoli, che ha stroncato il libro di versi da lui subito proposto dopo l’avallo di Pascoli alle sue “Elegie romane”, la raccolta “Mal giocondo”, Pirandello progetterà di rilevare dieci anni dopo la “Nuova Antologia”. Investendoci i soldi, notano le curatrici, della dote non ancora ricevuta della moglie Antonietta Portolano, attesa fin dal giorno delle nozze – di Pirandello si sa tutto, scriveva di tutto ai familiari e agli amici, di ogni minimo evento quotidiano.
Un’edizione critica, sebbene in economica, che è un racconto del racconto. Uno dei tanti “cartolari, scartafacci”, nella terminologia pirandelliana. Per afferrare, si dice, “le idee del tempo - idee circolanti – quasi aria d’idee, aria per l’anima, aria che l’anima respira e di cui si nutre”. Con liste di autori soprattutto interessati alla verbalità, di verbalità inventiva. Ombretta Frau e Cristina Gragnani decifrano il taccuino, riga per riga con annotazione esplicative e riferimenti esegetici, che fanno riemergere il taccuino nell’opera, con un lavoro costante di utilizzo e riutilizzo – come se Pirandello non scrivesse sull’ispirazione del momento ma componesse le sue ricerche. Una ricostituzione delle fonti per la gioia dei filologi, come pescatrici di perle.

Luigi Pirandello, Taccuino di Harvard, Oscar, pp. CLVIII + 161



Da http://www.antiit.com/2019/

31 maggio 2019

LEONARDO SCIASCIA RACCONTA LA STORIA DEI FRATI DI MAZZARINO








IL ROMANZO NERO DEI MONACI DI MAZZARINO
di Leonardo Sciascia

Caltanissetta, gennaio 1961
 
Sono stato a Mazzarino due volte. La prima volta, quando ancora lo scandalo dei monaci non era scoppiato, in compagnia di un amico, professore universitario, che appunto nel convento sperava di trovare non so che libri: poiché Mazzarino fu, nel Seicento, un fiorente centro di stampa. Accompagnati da notabili del luogo, entrammo nel convento. Un monaco silenzioso, e forse dalla nostra visita irritato (mi pare, guardando ora le fotografie sui giornali, fosse padre Agrippino), ci aprì una stanza dove i libri stavano ammucchiati come vi fossero stati rovesciati a ceste, a carrettate. Era impossibile dar dentro a quel mucchio: il mio amico aprì un paio di volumi che stavano a portata di mano, la vita di un santo, un breviario; le mani gli si inguantarono di polvere. Uscimmo nel corridoio. C’era una finestra aperta sulla vallata. Una signora che era con noi, che ci aveva accompagnato in macchina, disse: “Che bellezza! Che pace!”, e aggiunse che l’onorevole, nell’ultima sua visita al convento, aveva promesso che vi sarebbe tornato per un suo ritiro spirituale. L’onorevole usa ritirarsi ogni anno a fare esercizi spirituali in un convento. Non c’era bisogno di chiederne il nome: era uno dei più brillanti e inquieti uomini della Democrazia cristiana in Sicilia.
La campagna era davvero molto bella: si intrideva del colore della sera e vibrava di solitudine. Ma, chiusa la finestra, mi parve impossibile che un uomo potesse sentire aleggiare dentro le mura del convento, in quei corridoi e in quelle celle, lo spirito: e quello con la esse maiuscola per di più. Io vi sentivo invece aleggiare il disfacimento della materia: il polveroso disfarsi del legno, della carta; la grommosa lebbra dell’intonaco, la ruggine, la rancida cera, l’infracidire dei tessuti. E, al di là di queste sensazioni fisiche, l’acuta sensazione di un disfacimento morale: quel che è di sordido, di parassitario, di tenebroso in una chiusa comunità maschile. Sensazione che, per la verità, ho sempre provato visitando un convento di monaci.
Tre mesi dopo sono tornato a Mazzarino accompagnando Enrico Emanuelli. Stavolta non sono entrato nel convento: lo scandalo era già esploso, i monaci non ricevevano giornalisti. Abbiamo fatto un giro intorno al convento. Era già notte. Un’atmosfera da Castello di Otranto gravava sul convento e sulla campagna: quei luoghi appartenevano ormai alla più nera letteratura.
Emanuelli è uno dei più scrupolosi giornalisti che io abbia mai conosciuto. Volle conoscere in ogni dettaglio, da persone ben informate, la storia dei monaci. Un familiare di uno dei ricattati ci raccontò un episodio che Emanuelli riferì su La stampa e che Giovanni Ansaldo commentò poi sul Tempo. Ed è davvero il dettaglio più feroce dei terribili avvenimenti di cui sono stati protagonisti i quattro monaci: quello che da solo basterebbe a consumare quel piccolo residuo di giustificazione umana, di compassione, di pietà che solitamente – specie in un paese come il nostro – concediamo ai rei.
Come è noto, la banda fece oggetto dei ricatti due persone anziane che avevano bambini: e appunto li ricattava minacciando la vita dei bambini. Terribile e sottile accorgimento psicologico quello di minacciare un padre anziano nella vita di un bambino, di un figlio che ha appena tre o quattro anni di età. E poiché uno dei padri resisteva al ricatto, un giorno uno dei monaci, incontrandolo insieme al bambino, questo atroce complimento pronunciò – “Quant’è bello! Pare vivo”. – che voleva dire il bambino essere già morto, per il fatto che il padre non pagava il ricatto, e soltanto illusione era il crederlo vivo.
Non so se questo episodio figura negli incarti istruttori, né so quale peso possa avere nel giudizio penale: ma è certamente, nell’umano giudizio sui fatti di Mazzarino, il peso decisivo.
Tenebrose storie di monaci furono di moda nell’Inghilterra del settecento. La leggenda nera, creata intorno ai conventi dalla letteratura dei paesi cattolici, veniva ripresa con furore antipapista dagli inglesi e complicata da incidenze erotico-patologiche. Nacque così, nei conventi cattolici visti con fantasia protestante, il romanzo dell’orrore, il romanzo nero.
Di fronte ai fatti di Mazzarino possiamo dire che ancora una volta la realtà si è adeguata alla fantasia: e che la nera torbida storia dei frati di Mazzarino è, in pieno ventesimo secolo, molto somigliante ai tales of terror del settecento inglese. Ci sono tutti gli ingredienti: il subdolo ricatto, l’omicidio spietato, il fosco erotismo, la allucinata avidità, la pazzia. E in più – quasi a seguire l’evoluzione del “genere”: dal romanzo nero al romanzo giallo – c’è un margine di mistero destinato a durare al di là del processo e della sentenza. Perché a Mazzarino, nessuno sembra convinto che la delittuosa associazione abbia fatto capo al Lo Bartolo, giardiniere del convento morto suicida nelle carceri di Caltanissetta. Il suicidio del Lo Bartolo pare anzi che aggiunga un elemento di concretezza ai vaghi sospetti che evidentemente si agitano nei pensieri – soltanto nei pensieri: e appena tralucono nei discorsi – dei mazzarinesi.
Perché si è suicidato il Lo Bartolo? Perché si è visto perduto o perché temeva di perdere qualche altro?
Ma non si può su dei fatti che sono già abbastanza romanzeschi, costruire romanzesche ipotesi. Questo romanzo nero ha già fatto, indirettamente, un’altra vittima: il giovane Cosimo Cristina che, pubblicando sul suo giornaletto una indicazione, chi sa come raccolta o fantasticata, ebbe querela dal professionista che si riconobbe indicato come capo della gang; e fu condannato; e atrocemente si suicidò.
In effetti la ricerca di un capo, di una mente dirigente, nasce dalla presunzione borghese che un contadino – come in questo caso il Lo Bartolo – non abbia, a dirigere una anonima assassini, più capacità di quanta ne abbia a dirigere un’azienda agricola o commerciale. Paradossalmente, la borghesia rivendica a sé la capacità organizzativa del delinquere associato. E può darsi che sia vero: che, cioè, ogni associazione delittuosa che prosperi in Sicilia abbia un capo sconosciuto, ben mimetizzato nella rispettabilità borghese: ma non si può, per questa presunzione, sistematicamente scartare la possibilità che un contadino, come il Lo Bartolo, abbia tanta astuzia e attitudine da tenere in pugno una organizzazione.
Il vigile urbano Giovanni Stuppia, che è stato il Maigret dei fatti di Mazzarino, esclude che l’inchiesta giudiziaria non sia riuscita a raggiungere il capo: secondo lui, capo della banda era il giardiniere del convento. Si parla, negli atti dell’inchiesta, di un certo “Vincenzo” rimasto ignoto: ma pare sia stato un gregario e non un capo.
Il vigile Stuppia, di cui spesso i carabinieri si avvalevano nelle indagini, cominciò ad avere sospetti sull’attività delittuosa del Lo Bartolo per il fatto che costui, padre di nove figli e sempre in condizioni di ristrettezze economiche, aveva cominciato a fare delle spese: una casa, un pezzo di terreno, dei vitelli, delle pecore. Così pure un giovane amico del Lo Bartolo, certo Azzolina: cronicamente disoccupato, si permetteva il lusso di comprare un radiofonografo-bar e una potente motocicletta.
Questi indizi, all’indomani dell’omicidio del cavaliere Cannada, decisamente aggravati a carico del Lo Bartolo dal fatto che la vedova Cannada ricordava come privo di due dita della mano sinistra uno degli uccisori del marito, e il Lo Bartolo aveva quella mutilazione, portarono al fermo di costui. Ma dopo sette giorni, chissà come e perché, il Lo Bartolo venne rilasciato. E cominciarono i guai di Stuppia: per strada gli sussurravano insulti e minacce, “cornuto”, “sbirro”, “ti ammazzeremo”, e così via, finché non gli spararono, ma non, a quanto pare, con l’intenzione di ammazzarlo (alle gambe: ed anche al cavaliere Cannada pare avessero sparato per dargli una lezione, non per liquidarlo).
Il ferimento di Stuppia portò all’arresto di Azzolina: il quale “cantò”. Il Lo Bartolo scomparve da Mazzarino: e fu arrestato più tardi a Genova; ma appena trasferito nelle carceri di Caltanissetta si impiccò. Più tardi furono arrestati quattro monaci: padre Agrippino (Antonio Jaluna), frate Carmelo (Luigi Galizia), frate Venanzio (Liborio Marotta) e padre Vittorio (Ugo Bonvissuto).
“Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro…”: ma i quattro frati e padri, di cui uno addirittura teologo, si erano ricalzati. Il Procuratore della Repubblica dice che “sarebbe addirittura da ingenui ritenere i religiosi succubi delle minacce dei banditi”: e dunque la loro responsabilità è stata pienamente, e senza attenuanti, accertata. I reati di cui debbono rispondere sono molti: estorsione a danno del signor Francesco Bonanno; assassinio del cavalier Angelo Cannada; estorsione a danno della vedova Cannada; altre estorsioni a danno del dott. Ernesto Colajanni, del signor Giuseppe Bartoli, del padre provinciale dei Cappuccini di Siracusa, del padre Costantino del convento di Caltagirone; e infine tutto un giro di abigeati. Come si vede, non avevano ritegno a spremere soldi anche ai loro superiori e confratelli: ed è strano che costoro abbiano pagato senza fiatare, senza toglierseli dai piedi con un trasferimento da Mazzarino a Rimini (che, in forza di quel che accadde a padre Cristoforo per ben altre ragioni, è la prima città del nord che viene sotto la penna). Ma forse i superiori e i confratelli ricordavano quel che, non molto tempo prima era capitato al vescovo di Agrigento: quasi mortalmente impiombato da un monaco della Quisquina che, appunto, si sentiva minacciato di trasferimento. E c’è da dire, manzonianamente ancora, che uno il coraggio non se lo può dare.
In questa terribile vicenda se ne inserisce un’altra, non sappiamo precisamente con quali collegamenti, che ha per protagonisti un altro frate o padre (diceva messa: e dunque era un padre, anche se i giornali lo chiamano frate) Benigno, al secolo Giuseppe Occhipinti, e certa Pasqualina Tasca, assistente ecclesiastica: Il Procuratore della Repubblica Lamia la definisce “vicenda amorosa di sapore boccaccesco sulla quale sarebbe di cattivo gusto indugiare nella narrazione”. Ma i giornalisti non hanno il buon gusto del dottor Lamia (e, confesso, nemmeno io); e si sono dati alla ricerca delle lettere che padre Benigno scriveva alla Pasqualina: o perlomeno di quei brani la cui pubblicazione non faccia incorrere nel reato di oscenità. Da lettere come questa – “Egregio Signore, la invitiamo a versare un piccolo contributo di dieci milioni, altrimenti ne va di mezzo la vita di sua moglie” – con padre Benigno passiamo a ben diverse espressioni: “Mia dolcissima, ti penso e ti sogno sovente. Con te tutto mi sembra soave…”: “Difendi il mio amore con le unghie e la passione e ricorda le ore di intimità trascorse insieme”: “Mia dolcissima Lina, quando dirò Messa mi ricorderò del mio tesoruccio perduto e lontano”.
E questo tocco da “messa nera” è quel che ci voleva a far completa la storia.

Da "Mondo nuovo" N.3 - 15 gennaio 1961