“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.” Antonio Gramsci
Il vostro pensiero, sognante sul cervello rammollito, come un lacchè rimpinguato su un unto sofà stuzzicherò contro l’insanguinato brandello del cuore: mordace e impudente, schernirò a sazietà. Non c’è nel mio animo un solo capello canuto, e nemmeno senile tenerezza! Intronando l’universo con la possanza della mia voce, cammino – bello, ventiduenne. Teneri! Voi coricate l’amore sui violini. Il rozzo sui timballi corica l’amore. Ma come me non potete slogarvi, per essere labbra soltanto da capo a piedi! Venite a istruirvi dal salotto, vestita di batista, decente funzionaria dell’angelica lega, voi che sfogliate le labbra tranquillamente come una cuoca le pagine del libro di cucina. Se volete, sarò rabbioso a furia di carne, e, come il cielo mutando i toni, se volete, sarò tenero in modo inappuntabile, non uomo, ma nuvola in calzoni! Non credo che esista una Nizza floreale! Da me di nuovo sono esaltati uomini che a lungo hanno poltrito come un ospedale e donne logore come un proverbio.
Per ognuno di noi che dimentica
c’è un operaio della Ruhr che cancella
lentamente se stesso e le cifreche gli incisero sul braccioi suoi signori e nostri.
Per ognuno di noi che rinuncia
un minatore delle Asturie dovrà cedere
a una sete di viola e d’argento
e una donna d’Algeri sognerà
d’essere vile e felice.
Per ognuno di noi che acconsente
vive un ragazzo triste che ancora non sa
quanto odierà di esistere.
FRANCO FORTINI (1955)
Canto degli ultimi partigiani Sulla spalletta del ponte Le teste degli impiccati Nell’acqua della fonte La bava degli impiccati. / Sul lastrico del mercato Le unghie dei fucilati Sull’erba secca del prato I denti dei fucilati. / Mordere l’aria mordere i sassi La nostra carne non è più d’uomini Mordere l’aria mordere i sassi Il nostro cuore non è più d’uomini. / Ma noi s’è letta negli occhi dei morti E sulla terra faremo libertà Ma l’hanno stretta i pugni dei morti La giustizia che si farà.
“si può trovare una serenità anche nello scatenarsi delle più assurde
contraddizioni e sotto la pressione della più implacabile necessità, se
si riesce a pensare storicamente e dialetticamente, e a identificare con
sobrietà intellettuale il proprio compito […] si può e quindi si deve
essere medici di se stessi”. (Antonio Gramsci in una lettera a Tania dal carcere)
Giorgio Amico in quest’articolo ci invita a
ripensare la Resistenzacome occasione,
allora mancata, di trasformazione radicale della società. Sta a ciascuno di noi
impedire che di nuovo questa Resistenza sia tradita, che di nuovo si debba
parlare di occasione mancata.
Oggi è necessaria una
nuova Resistenza
"Français, encore un effort si
vous voulez être républicains", titolava nel 1795 Donatien-Alphonse-François
de Sade un opuscoletto destinato a mantenere vivo lo spirito rivoluzionario in
una Francia in piena crisi. C'è venuto da pensarci riflettendo sul presente e
sull'avvicinarsi di una festa della Liberazione che si annuncia insolita.
Per la prima volta il 25 aprile sarà
celebrato nell'intimità della propria casa, una necessità dovuta all'emergenza
sanitaria che il paese sta vivendo e che impedisce ogni tipo di cerimonia
pubblica. Un'esperienza nuova, non piacevole e non solo per l'isolamento
forzato e la gravità della situazione, ma anche perché, come il Primo maggio,
il 25 aprile era spesso l'unica occasione di rivedere amici e vecchi compagni.
Quest'anno questo non sarà possibile e ciò contribuisce ad alimentare il senso
di spaesamento che un po' tutti viviamo. La sensazione di un tempo sospeso in
attesa di un futuro che si intravvede con difficoltà e che sicuramente sarà
molto diverso dal nostro recente passato a partire proprio dalle consuetudini
quotidiane.
Un'esperienza nuova e non positiva
ma che può, anzi, dovrebbe, essere occasione di riflessione sul senso della
Resistenza, sulla sua attualità, sul valore che può avere non tanto per noi
nati in quegli anni o immediatamente dopo, ma per le giovani generazioni per le
quali i 75 anni che ci dividono da quegli avvenimenti sono una era geologica e
di quei fatti non hanno spesso più neanche il ricordo dei nonni. Che i nonni
ormai siamo noi che quella storia non la vivemmo, ma la sentimmo raccontare dai
nostri genitori che l'avevano vissuta sulla loro pelle.
Insomma, un 25 aprile domestico
senza la retorica inevitabile delle celebrazioni pubbliche, una occasione di
riflettere sul senso profondo di quegli avvenimenti,su quello che furono, ma
anche avrebbero potuto essere. Un'occasione di andare oltre il mito, che, lo
sappiamo bene, è fondamentale nella formazione di una identità collettiva, ma
che se si cristallizza in luoghi comuni rassicuranti rischia di perdere la sua
carica propulsiva.
"Eravamo partiti che volevamo
la rivoluzione mondiale, poi ci siamo accontentati della rivoluzione in Italia,
e poi di alcune riforme, e poi di partecipare al Governo, e poi di non esserne
cacciati. Eccoci ormai sulla difensiva: domani saremo ridotti a combattere per
l'esistenza di un partito, e poi magari di un gruppo o di un gruppetto, e poi,
chissà, forse per le nostre persone, per il nostro onore e la nostra anima:
cose sempre più piccole e più lontane, e un'astratta passione, sempre
uguale".
Difficile trovare una riflessione
più amara e più lucida di questa che Carlo Levi, ex partigiano ed ex dirigente
del Partito d'Azione, tira nel 1950 nel suo romanzo L'orologio, resoconto realistico e assai poco romanzato della sua
esperienza politica di rivoluzionario giacobino nella Roma del 1945-46, al
momento della caduta del governo Parri e delle prime manifestazioni di quello
spirito di normalizzazione che avrebbe portato alla restaurazione del vecchio
apparato statale monarchico-fascista, alla riabilitazione dei suoi funzionari
di polizia, dei suoi giudici e dei suoi generali criminali di guerra in Etiopia
e nei Balcani.
Dunque, la Resistenza come
rivoluzione mancata, ma non, intendiamoci subito, nel senso romantico e del
tutto immaginario che gli attribuivamo da ventenni nel 1968. Parliamo di una
rivoluzione non politica, ma civile, che poteva esserci, che doveva esserci e
non ci fu. Di un cambiamento radicale del Paese, del suo modo di pensare, a
partire dai rapporti dello Stato con i cittadini. E non ci si venga a parlare
della Costituzione, che sarà pure come qualcuno dice la più bella del mondo, ma
che fu fin da subito viziata da quell'articolo 7 che, recependo i Patti
Lateranensi, manteneva (e per certi versi pure rafforzava) il carattere
confessionale di una Repubblica che avrebbe dovuto prima di tutto essere
integralmente e radicalmente laica. Una Costituzione che per iniziare ad essere
applicata concretamente dovette attendere per vent'anni una nuova grande ondata
di lotte popolari che imponesse al potere con la forza dei gesti e non la
retorica delle parole di prendere sul serio il diritto costituzionale al
lavoro, all'istruzione, alla salute, alla casa. Diritti tanto proclamati quanto
inapplicati a vantaggio di un sistema che sul basso costo del lavoro e la
mancanza di tutele sociali aveva fondato prima la ricostruzione e poi il boom
economico.
Una rivoluzione che guardasse più a
Mazzini, il grande sconfitto del Risorgimento, che a Stalin. Una iniezione di
etica in un paese che non aveva vissuto, a differenza della parte più avanzata
d'Europa, né una vera rivoluzione borghese, né la Riforma protestante. Insomma,
un paese dove il senso dell'appartenenza manteneva allora (e ancora largamente
mantiene oggi) l'aspetto sordido della consorteria o del familismo, dove il
"mi manda Picone" è la parola d'ordine che apre tutte le porte e
l'idea di una società civile fondata sulla partecipazione collettiva e una
cittadinanza attiva, fatta di diritti e doveri, rischia di restare mera
retorica o aspirazione da "anime belle".
La Resistenza avrebbe potuto essere
questo tipo di rivoluzione, ma non lo fu. Gli Azionisti, i soli a crederci
davvero, sparirono subito dalla scena politica. Gli altri si accontentarono di
sedersi al tavolo del governo, rimandando a un domani indefinito cambiamenti
che allora il vento partigiano che soffiava dal Nord rendeva possibili: la
compartecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende, una autentica
riforma agraria al Sud, la sburocratizzazione dello Stato, una epurazione
radicale, la religione ricondotta alla sua natura di fatto interiore, un forte
decentramento che valorizzasse le autonomie locali. Già nel 1947, con
l'estromissione delle sinistre dal governo, era chiaro che quel domani non ci
sarebbe più stato.
Di nuovo ci troviamo oggi di fronte
ad una grande sfida. La crisi sanitaria rischia di trasformarsi in una crisi
economica ancora più devastante di quella del 1929 che, non va dimenticato,
condusse alle barbarie del nazismo e alla tragedia immane della seconda guerra
mondiale. È evidente a chiunque rifletta sul presente che della crisi di una
civiltà si tratta. Stiamo assistendo al declino probabilmente irreversibile di
un modello sociale, fondato sulla produzione di beni di massa spesso inutili se
non nocivi, la distruzione dell'ambiente, l'esaurimento delle risorse naturali.
Come ne usciremo? A livello individuale ha ragione chi sostiene che, come
sempre nelle situazioni di crisi, i migliori ne usciranno migliori e i peggiori
peggiori. Lo si vede già oggi, nel modo di reagire alle limitazioni imposte
dalla situazione. All'eroismo quotidiano del personale sanitario, all'impegno
del volontariato e al senso civico di molti, si affiancano gli egoismi di
tanti, per non parlare delle furberie di chi prova comunque a lucrarci su ,
dalla vendita a peso d'oro delle mascherine alla richiesta di contributi pur
non avendone necessità.
Il problema è allora di capire come
se ne uscirà a livello Paese. E proprio in questo ci pare essenziale la
rimeditazione della Resistenza come occasione, allora mancata, di
trasformazione radicale della società, come grande riforma prima di tutto della
moralità di un popolo. In quest'ottica ci piace pensare ai medici come a nuovi
partigiani, combattenti in prima linea per un'Italia migliore, più solidale,
più inclusiva, più ecologica. Un'ecologia della mente, come già vent'anni fa
profetizzava Bateson, capace di superare la frammentazione crescente di un
mondo ormai fuori controllo. Sta a ciascuno di noi impedire che di nuovo questa
Resistenza sia tradita, che di nuovo si debba parlare di occasione mancata.
In questo periodo la musica di Bach mi ha confortato più di ogni altra cosa. In una pagina di Elias Canetti credo di averne trovato la ragione. (fv)
La musica è la migliore consolazione già per il
fatto che non crea nuove parole. Anche quando accompagna delle parole, la sua
magia prevale ed elimina il pericolo delle parole.
Ma il suo stato più puro è quando risuona da sola. Le si crede senza riserve, poiché
ciò che afferma riguarda i sentimenti. Il suo fluire è più libero di qualsiasi
altra cosa che sembri umanamente possibile, e questa libertà redime. Quanto più
fittamente la terra si popola, e quanto più meccanico diventa il modo di
vivere, tanto più indispensabile deve diventare la musica. Verrà un giorno in
cui essa soltanto permetterà di sfuggire alle strette maglie delle funzioni, e
conservarla come possente e intatto serbatoio di libertà dovrà essere il
compito più importante della vita intellettuale futura. La musica è la vera
storia vivente dell'umanità, di cui altrimenti possediamo solo parti morte. Non
c'è bisogno di attingervi, poiché esiste già da sempre in noi, e basta
semplicemente ascoltare perché altrimenti si studia invano.
Elias Canetti, La Provincia dell'Uomo tradotto da
Furio Jesi. 1942
Di fronte alla crisi della Chiesa Cattolica odierna, mi sembra utile mettere a confronto due diversi punti di vista. (fv)
FRANCESCO E IL PROCESSO DI RIFORMA IRREVERSIBILE Rosario Giuè
Visto che in questi giorni alcuni teologi cattolici che stimo stanno
intervenendo per decifrare il momento che sta vivendo papa Francesco nel
suo tentativo di riformare la Chiesa cattolica, vorrei dare un mio
contributo alla discussione. Queste autorevoli personalità sostengono
che papa Francesco sia stato sconfitto. Sono opinioni che provengono da
teologi che vogliono bene a Francesco. Ma devo dire di non condividere
le loro conclusioni. Il processo di riforma nella linea del
Concilio richiede molta fatica. Il processo è un intreccio di slanci e
di ponderazione: un insieme. La sinodalità (camminare insieme) per
esempio, tratto decisivo nel pontificato di Bergoglio, ha bisogno di
tempo per essere messa in atto, come osserva Giovanni Cereti. Siamo di
fronte a “strutture di peccato ecclesiastiche” che resistono al
cambiamento con tutti i mezzi a disposizione. Usando tutte le armi
lecite e illecite. La lebbra del clericalismo individuale e strutturale
ha bisogno di un vaccino. Ma non di una sola dose di medicina. Non basta
un solo tratto di penna. Occorrono molte dose di vaccino, perché la
malattia è molto grave. Ma non è incancrenita, da portare alla morte:
alla non riformabilità della Chiesa. Chi appoggia papa Francesco,
nel suo impegno per la riforma della Chiesa in senso conciliare, deve
ben comprendere tutto ciò, senza delusioni facili. Senza rassegnazione.
Non dobbiamo sentirci scontenti come fanno i reazionari, i fascisti, i
tradizionalisti, le lobbies politiche: tutti soggetti che non amano le
pur minime aperture di Francesco. Perché non dobbiamo sentirci
scontenti? Perché il cammino verso una Chiesa riformata, ne sono
convinto, è ormai irreversibile. La riforma è in corso. Il Papa sta
favorendo il processo sinodale piuttosto che i risultati immediati, pur
attesi da molti di noi. Anche perché, come sostiene il teologo
brasiliano Agenor Brighenti, «instaurare la sinodalità tramite mezzi non
sinodali significherebbe lasciare quest’ultima alla mercé della buona
volontà di quelli che verranno». Sono convinto, ma non ne ho le
prove, che il processo per una chiesa accidentata, ferita e sporca “in
uscita” per le strade della storia contemporanea, che vada oltre la
propria chiusura autoreferenziale, difficilmente potrà ormai essere
bloccato in futuro. Non credo che sarebbe facile per i cardinali
eleggere un Benedetto XVII o un Giovanni Paolo III. La società laica,
per prima, non lo perdonerebbe. I cardinali perderebbero la faccia. La
credibilità ecclesiale sarebbe compromessa ancor di più. Nel momento
attuale papa Francesco, dunque, pur di fronte a molte e pesanti
pressioni, comprese quelle dell’ex vescovo di Roma, Joseph Ratzinger,
non ha perso la prospettiva della riforma, del cammino verso una Chiesa
“in uscita”. Tanto è vero che ha scelto come tema del prossimo sinodo
dei vescovi (da tenersi nel 2022) la “sinodalità”. Il Papa non ha
rinunciato ad attuare strutturalmente la riforma. Sta cercando, certo,
di superare il conflitto, che è pure in corso. Con tale conflitto
bisogna fare i conti. So bene che molte delusioni sono emerse dopo
la sua esortazione post-sinodale Querida Amazzonia. Francesco
deluderebbe perché non ha accolto “esplicitamente” le attese
sull’ordinazione dei preti sposati e sui ministeri ordinati alle donne.
In realtà, in QA Francesco ha invitato a fare proprio il Documento
finale del Sinodo sull’Amazzonia con tutte le sue proposte votate a
maggioranza qualificata. Non ha smentito il Documento sinodale. Non ha
chiuso per sempre quelle questioni, rimandate da troppo tempo nella
Chiesa. Papa Francesco non ha voluto «relativizzare i problemi, fuggire
da essi o lasciare le cose come stanno». Piuttosto sta cercando di
spingere la Chiesa, anche su quelle questioni, verso la via d’uscita che
«si trova per “traboccamento”» (QA 105). Come avverrà questo
“traboccamento” è una sfida che abbiamo ancora davanti. La sfida non è
finita: è tutta da vivere e ci coinvolge tutti e tutte. Il cammino della
riforma, dunque, non è stato sconfitto. Francesco non è stato bloccato.
Questo io penso. Papa Francesco è un uomo profetico, ma non può
bastare. Da solo. Salvare la Chiesa è, piuttosto, un compito di tutti e
di tutte, non solo di Francesco. Per chi ha maturato la convinzione che
papa Francesco sia il papa giusto al tempo giusto, non può lasciarlo
solo, ora. Verrà il tempo nel quale potremo fare tutti i bilanci
necessari. Non ora. Ora c’è da camminare e di impegnarsi, apertamente
alacremente, nella riforma in corso.
Rosario Giuè, Palermo 22 aprile 2020
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PAPA FRANCESCO E’ UNA FIGURA TRAGICA
Vito
Mancuso
«Sollecitato
da più persone mi viene richiesto un commento sui contenuti della trasmissione
REPORT andata in onda ieri sera, lunedì 20 aprile: la corrente cattolica
conservatrice e reazionaria, vicina e alleata delle destre, che si oppone al
pontificato di papa Francesco, rappresenta quanto di più lontano dalla mia
sensibilità religiosa e dalla mia spiritualità. Ma se si trattasse solo di
questo non sarebbe poi un grande problema, ma solo una questione di gusti
personali. In realtà, queste destre cattoliche e reazionarie
sono il portato del peggio del cattolicesimo del passato, quella religione che
ha condotto alle stragi, ai roghi, all’indice dei libri proibiti, alle
collusioni con il potere, al favore verso i dittatori, all'odio verso gli ebrei
e da qui a tutto ciò che l'antisemitismo del ‘900 ha prodotto. Oggi dietro di loro ci sono gli stessi interessi
che portano a inquinare il pianeta a devastare l'Amazzonia, a eleggere persone
come Trump negli Stati Uniti, Bolsonaro in Brasile, Orban in Ungheria e poi le
varie leadership dell’Europa dell’est, Polonia in testa, sempre molto
cattoliche e sempre molto reazionarie, antisemite, antiecologiste,
antifemministe, antimoderne… e soprattutto così tanto anti-patiche. Papa Francesco è una figura tragica, che avrebbe
voluto riformare la Chiesa, e che invece non riesce neanche a promuovere il
diaconato femminile. Ricolmo di buona volontà, poco efficace dal punto di vista
operativo, legislativo, istituzionale. La domanda è: si tratta di una sua
responsabilità, oppure la Chiesa cattolica ormai, dopo tanti secoli di violenze
(vedi p. es. Giordano Bruno) e di sotterfugi istituzionali (vedi p. es. il
concordato con Mussolini nel 1929 e con Hitler nel 1933) è irriformabile? Forse
il sogno del Vaticano II (di Mazzolari, Milani, Bettazzi, Martini, Turoldo,
Balducci, Vannucci, Zarri, Bello, Paoli…) si rivela alla fine quello che
effettivamente è, quello che è destinato a essere: solamente un sogno, di cui
questi giorni dal colletto bianco e dalla talare nera costituiscono il triste
ma realistico risveglio. Il fatto che papa Francesco venga attaccato così
pesantemente ce lo rende ancora più caro e più prezioso, nonostante la sua
evidente sconfitta, una sconfitta nel presente e ancor più nel futuro, quando
al suo posto ci sarà un papa che sceglierà di chiamarsi Benedetto XVII, oppure,
ma tanto è la stesso, Giovanni Paolo III.»