26 aprile 2020

MAJAKOVSKIJ FUTURISTA

Vladimir Majakovskij






Il vostro pensiero,
sognante sul cervello rammollito,
come un lacchè rimpinguato su un unto sofà
stuzzicherò contro l’insanguinato brandello del cuore:
mordace e impudente, schernirò a sazietà.
Non c’è nel mio animo un solo capello canuto,
e nemmeno senile tenerezza!
Intronando l’universo con la possanza della mia voce,
cammino – bello,
ventiduenne.
Teneri!
Voi coricate l’amore sui violini.
Il rozzo sui timballi corica l’amore.
Ma come me non potete slogarvi,
per essere labbra soltanto da capo a piedi!
Venite a istruirvi
dal salotto, vestita di batista,
decente funzionaria dell’angelica lega,
voi che sfogliate le labbra tranquillamente
come una cuoca le pagine del libro di cucina.
Se volete,
sarò rabbioso a furia di carne,
e, come il cielo mutando i toni,
se volete,
sarò tenero in modo inappuntabile,
non uomo, ma nuvola in calzoni!
Non credo che esista una Nizza floreale!
Da me di nuovo sono esaltati
uomini che a lungo hanno poltrito come un ospedale
e donne logore come un proverbio.

Vladimir Majakovskij / La nuvola in calzoni

25 aprile 2020

QUANDO LA VERITA' DIVIDE






Complicità

Per ognuno di noi che dimentica
c’è un operaio della Ruhr che cancella
lentamente se stesso e le cifre
che gli incisero sul braccio i suoi signori e nostri.

Per ognuno di noi che rinuncia
un minatore delle Asturie dovrà cedere
a una sete di viola e d’argento
e una donna d’Algeri sognerà
d’essere vile e felice.


Per ognuno di noi che acconsente
vive un ragazzo triste che ancora non sa
quanto odierà di esistere.


FRANCO  FORTINI (1955)


Canto degli ultimi partigiani
Sulla spalletta del ponte
Le teste degli impiccati
Nell’acqua della fonte
La bava degli impiccati.
/
Sul lastrico del mercato
Le unghie dei fucilati
Sull’erba secca del prato
I denti dei fucilati.
/
Mordere l’aria mordere i sassi
La nostra carne non è più d’uomini
Mordere l’aria mordere i sassi
Il nostro cuore non è più d’uomini.
/
Ma noi s’è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
Ma l’hanno stretta i pugni dei morti
La giustizia che si farà.

Franco Fortini

24 aprile 2020

MEDICI DI NOI STESSI






si può trovare una serenità anche nello scatenarsi delle più assurde contraddizioni e sotto la pressione della più implacabile necessità, se si riesce a pensare storicamente e dialetticamente, e a identificare con sobrietà intellettuale il proprio compito […] si può e quindi si deve essere medici di se stessi”.

(Antonio Gramsci in una lettera a Tania dal carcere)

OGGI E' NECESSARIA UNA NUOVA RESISTENZA














Giorgio Amico in quest’articolo ci invita a ripensare la Resistenza  come occasione, allora mancata, di trasformazione radicale della società. Sta a ciascuno di noi impedire che di nuovo questa Resistenza sia tradita, che di nuovo si debba parlare di occasione mancata.

Oggi è necessaria una nuova Resistenza

"Français, encore un effort si vous voulez être républicains", titolava nel 1795 Donatien-Alphonse-François de Sade un opuscoletto destinato a mantenere vivo lo spirito rivoluzionario in una Francia in piena crisi. C'è venuto da pensarci riflettendo sul presente e sull'avvicinarsi di una festa della Liberazione che si annuncia insolita.
Per la prima volta il 25 aprile sarà celebrato nell'intimità della propria casa, una necessità dovuta all'emergenza sanitaria che il paese sta vivendo e che impedisce ogni tipo di cerimonia pubblica. Un'esperienza nuova, non piacevole e non solo per l'isolamento forzato e la gravità della situazione, ma anche perché, come il Primo maggio, il 25 aprile era spesso l'unica occasione di rivedere amici e vecchi compagni. Quest'anno questo non sarà possibile e ciò contribuisce ad alimentare il senso di spaesamento che un po' tutti viviamo. La sensazione di un tempo sospeso in attesa di un futuro che si intravvede con difficoltà e che sicuramente sarà molto diverso dal nostro recente passato a partire proprio dalle consuetudini quotidiane.
Un'esperienza nuova e non positiva ma che può, anzi, dovrebbe, essere occasione di riflessione sul senso della Resistenza, sulla sua attualità, sul valore che può avere non tanto per noi nati in quegli anni o immediatamente dopo, ma per le giovani generazioni per le quali i 75 anni che ci dividono da quegli avvenimenti sono una era geologica e di quei fatti non hanno spesso più neanche il ricordo dei nonni. Che i nonni ormai siamo noi che quella storia non la vivemmo, ma la sentimmo raccontare dai nostri genitori che l'avevano vissuta sulla loro pelle.
Insomma, un 25 aprile domestico senza la retorica inevitabile delle celebrazioni pubbliche, una occasione di riflettere sul senso profondo di quegli avvenimenti,su quello che furono, ma anche avrebbero potuto essere. Un'occasione di andare oltre il mito, che, lo sappiamo bene, è fondamentale nella formazione di una identità collettiva, ma che se si cristallizza in luoghi comuni rassicuranti rischia di perdere la sua carica propulsiva.

"Eravamo partiti che volevamo la rivoluzione mondiale, poi ci siamo accontentati della rivoluzione in Italia, e poi di alcune riforme, e poi di partecipare al Governo, e poi di non esserne cacciati. Eccoci ormai sulla difensiva: domani saremo ridotti a combattere per l'esistenza di un partito, e poi magari di un gruppo o di un gruppetto, e poi, chissà, forse per le nostre persone, per il nostro onore e la nostra anima: cose sempre più piccole e più lontane, e un'astratta passione, sempre uguale".

Difficile trovare una riflessione più amara e più lucida di questa che Carlo Levi, ex partigiano ed ex dirigente del Partito d'Azione, tira nel 1950 nel suo romanzo L'orologio, resoconto realistico e assai poco romanzato della sua esperienza politica di rivoluzionario giacobino nella Roma del 1945-46, al momento della caduta del governo Parri e delle prime manifestazioni di quello spirito di normalizzazione che avrebbe portato alla restaurazione del vecchio apparato statale monarchico-fascista, alla riabilitazione dei suoi funzionari di polizia, dei suoi giudici e dei suoi generali criminali di guerra in Etiopia e nei Balcani.

Dunque, la Resistenza come rivoluzione mancata, ma non, intendiamoci subito, nel senso romantico e del tutto immaginario che gli attribuivamo da ventenni nel 1968. Parliamo di una rivoluzione non politica, ma civile, che poteva esserci, che doveva esserci e non ci fu. Di un cambiamento radicale del Paese, del suo modo di pensare, a partire dai rapporti dello Stato con i cittadini. E non ci si venga a parlare della Costituzione, che sarà pure come qualcuno dice la più bella del mondo, ma che fu fin da subito viziata da quell'articolo 7 che, recependo i Patti Lateranensi, manteneva (e per certi versi pure rafforzava) il carattere confessionale di una Repubblica che avrebbe dovuto prima di tutto essere integralmente e radicalmente laica. Una Costituzione che per iniziare ad essere applicata concretamente dovette attendere per vent'anni una nuova grande ondata di lotte popolari che imponesse al potere con la forza dei gesti e non la retorica delle parole di prendere sul serio il diritto costituzionale al lavoro, all'istruzione, alla salute, alla casa. Diritti tanto proclamati quanto inapplicati a vantaggio di un sistema che sul basso costo del lavoro e la mancanza di tutele sociali aveva fondato prima la ricostruzione e poi il boom economico.

Una rivoluzione che guardasse più a Mazzini, il grande sconfitto del Risorgimento, che a Stalin. Una iniezione di etica in un paese che non aveva vissuto, a differenza della parte più avanzata d'Europa, né una vera rivoluzione borghese, né la Riforma protestante. Insomma, un paese dove il senso dell'appartenenza manteneva allora (e ancora largamente mantiene oggi) l'aspetto sordido della consorteria o del familismo, dove il "mi manda Picone" è la parola d'ordine che apre tutte le porte e l'idea di una società civile fondata sulla partecipazione collettiva e una cittadinanza attiva, fatta di diritti e doveri, rischia di restare mera retorica o aspirazione da "anime belle".

La Resistenza avrebbe potuto essere questo tipo di rivoluzione, ma non lo fu. Gli Azionisti, i soli a crederci davvero, sparirono subito dalla scena politica. Gli altri si accontentarono di sedersi al tavolo del governo, rimandando a un domani indefinito cambiamenti che allora il vento partigiano che soffiava dal Nord rendeva possibili: la compartecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende, una autentica riforma agraria al Sud, la sburocratizzazione dello Stato, una epurazione radicale, la religione ricondotta alla sua natura di fatto interiore, un forte decentramento che valorizzasse le autonomie locali. Già nel 1947, con l'estromissione delle sinistre dal governo, era chiaro che quel domani non ci sarebbe più stato.

Di nuovo ci troviamo oggi di fronte ad una grande sfida. La crisi sanitaria rischia di trasformarsi in una crisi economica ancora più devastante di quella del 1929 che, non va dimenticato, condusse alle barbarie del nazismo e alla tragedia immane della seconda guerra mondiale. È evidente a chiunque rifletta sul presente che della crisi di una civiltà si tratta. Stiamo assistendo al declino probabilmente irreversibile di un modello sociale, fondato sulla produzione di beni di massa spesso inutili se non nocivi, la distruzione dell'ambiente, l'esaurimento delle risorse naturali. Come ne usciremo? A livello individuale ha ragione chi sostiene che, come sempre nelle situazioni di crisi, i migliori ne usciranno migliori e i peggiori peggiori. Lo si vede già oggi, nel modo di reagire alle limitazioni imposte dalla situazione. All'eroismo quotidiano del personale sanitario, all'impegno del volontariato e al senso civico di molti, si affiancano gli egoismi di tanti, per non parlare delle furberie di chi prova comunque a lucrarci su , dalla vendita a peso d'oro delle mascherine alla richiesta di contributi pur non avendone necessità.

Il problema è allora di capire come se ne uscirà a livello Paese. E proprio in questo ci pare essenziale la rimeditazione della Resistenza come occasione, allora mancata, di trasformazione radicale della società, come grande riforma prima di tutto della moralità di un popolo. In quest'ottica ci piace pensare ai medici come a nuovi partigiani, combattenti in prima linea per un'Italia migliore, più solidale, più inclusiva, più ecologica. Un'ecologia della mente, come già vent'anni fa profetizzava Bateson, capace di superare la frammentazione crescente di un mondo ormai fuori controllo. Sta a ciascuno di noi impedire che di nuovo questa Resistenza sia tradita, che di nuovo si debba parlare di occasione mancata.

Giorgio Amico   http://cedocsv.blogspot.com/

23 aprile 2020

SUL CONFORTO DELLA MUSICA







In questo periodo la musica di Bach mi ha confortato più di ogni altra cosa. In una pagina di Elias Canetti credo di averne trovato la ragione. (fv)




La musica è la migliore consolazione già per il fatto che non crea nuove parole. Anche quando accompagna delle parole, la sua magia prevale ed elimina il pericolo delle parole. Ma il suo stato più puro è quando risuona da sola. Le si crede senza riserve, poiché ciò che afferma riguarda i sentimenti. Il suo fluire è più libero di qualsiasi altra cosa che sembri umanamente possibile, e questa libertà redime. Quanto più fittamente la terra si popola, e quanto più meccanico diventa il modo di vivere, tanto più indispensabile deve diventare la musica. Verrà un giorno in cui essa soltanto permetterà di sfuggire alle strette maglie delle funzioni, e conservarla come possente e intatto serbatoio di libertà dovrà essere il compito più importante della vita intellettuale futura. La musica è la vera storia vivente dell'umanità, di cui altrimenti possediamo solo parti morte. Non c'è bisogno di attingervi, poiché esiste già da sempre in noi, e basta semplicemente ascoltare perché altrimenti si studia invano.


Elias Canetti, La Provincia dell'Uomo tradotto da Furio Jesi. 1942

22 aprile 2020

ROSARIO GIUE' e VITO MANCUSO di fronte alla crisi della CHIESA odierna



Di fronte alla crisi della Chiesa Cattolica odierna, mi sembra utile mettere a confronto due diversi punti di vista. (fv)

FRANCESCO E IL PROCESSO DI RIFORMA IRREVERSIBILE
Rosario Giuè


Visto che in questi giorni alcuni teologi cattolici che stimo stanno intervenendo per decifrare il momento che sta vivendo papa Francesco nel suo tentativo di riformare la Chiesa cattolica, vorrei dare un mio contributo alla discussione. Queste autorevoli personalità sostengono che papa Francesco sia stato sconfitto. Sono opinioni che provengono da teologi che vogliono bene a Francesco. Ma devo dire di non condividere le loro conclusioni.
Il processo di riforma nella linea del Concilio richiede molta fatica. Il processo è un intreccio di slanci e di ponderazione: un insieme. La sinodalità (camminare insieme) per esempio, tratto decisivo nel pontificato di Bergoglio, ha bisogno di tempo per essere messa in atto, come osserva Giovanni Cereti. Siamo di fronte a “strutture di peccato ecclesiastiche” che resistono al cambiamento con tutti i mezzi a disposizione. Usando tutte le armi lecite e illecite. La lebbra del clericalismo individuale e strutturale ha bisogno di un vaccino. Ma non di una sola dose di medicina. Non basta un solo tratto di penna. Occorrono molte dose di vaccino, perché la malattia è molto grave. Ma non è incancrenita, da portare alla morte: alla non riformabilità della Chiesa.
Chi appoggia papa Francesco, nel suo impegno per la riforma della Chiesa in senso conciliare, deve ben comprendere tutto ciò, senza delusioni facili. Senza rassegnazione. Non dobbiamo sentirci scontenti come fanno i reazionari, i fascisti, i tradizionalisti, le lobbies politiche: tutti soggetti che non amano le pur minime aperture di Francesco.
Perché non dobbiamo sentirci scontenti? Perché il cammino verso una Chiesa riformata, ne sono convinto, è ormai irreversibile. La riforma è in corso. Il Papa sta favorendo il processo sinodale piuttosto che i risultati immediati, pur attesi da molti di noi. Anche perché, come sostiene il teologo brasiliano Agenor Brighenti, «instaurare la sinodalità tramite mezzi non sinodali significherebbe lasciare quest’ultima alla mercé della buona volontà di quelli che verranno».
Sono convinto, ma non ne ho le prove, che il processo per una chiesa accidentata, ferita e sporca “in uscita” per le strade della storia contemporanea, che vada oltre la propria chiusura autoreferenziale, difficilmente potrà ormai essere bloccato in futuro. Non credo che sarebbe facile per i cardinali eleggere un Benedetto XVII o un Giovanni Paolo III. La società laica, per prima, non lo perdonerebbe. I cardinali perderebbero la faccia. La credibilità ecclesiale sarebbe compromessa ancor di più.
Nel momento attuale papa Francesco, dunque, pur di fronte a molte e pesanti pressioni, comprese quelle dell’ex vescovo di Roma, Joseph Ratzinger, non ha perso la prospettiva della riforma, del cammino verso una Chiesa “in uscita”. Tanto è vero che ha scelto come tema del prossimo sinodo dei vescovi (da tenersi nel 2022) la “sinodalità”. Il Papa non ha rinunciato ad attuare strutturalmente la riforma. Sta cercando, certo, di superare il conflitto, che è pure in corso. Con tale conflitto bisogna fare i conti.
So bene che molte delusioni sono emerse dopo la sua esortazione post-sinodale Querida Amazzonia. Francesco deluderebbe perché non ha accolto “esplicitamente” le attese sull’ordinazione dei preti sposati e sui ministeri ordinati alle donne. In realtà, in QA Francesco ha invitato a fare proprio il Documento finale del Sinodo sull’Amazzonia con tutte le sue proposte votate a maggioranza qualificata. Non ha smentito il Documento sinodale. Non ha chiuso per sempre quelle questioni, rimandate da troppo tempo nella Chiesa. Papa Francesco non ha voluto «relativizzare i problemi, fuggire da essi o lasciare le cose come stanno». Piuttosto sta cercando di spingere la Chiesa, anche su quelle questioni, verso la via d’uscita che «si trova per “traboccamento”» (QA 105). Come avverrà questo “traboccamento” è una sfida che abbiamo ancora davanti. La sfida non è finita: è tutta da vivere e ci coinvolge tutti e tutte. Il cammino della riforma, dunque, non è stato sconfitto. Francesco non è stato bloccato. Questo io penso. Papa Francesco è un uomo profetico, ma non può bastare. Da solo. Salvare la Chiesa è, piuttosto, un compito di tutti e di tutte, non solo di Francesco. Per chi ha maturato la convinzione che papa Francesco sia il papa giusto al tempo giusto, non può lasciarlo solo, ora. Verrà il tempo nel quale potremo fare tutti i bilanci necessari. Non ora. Ora c’è da camminare e di impegnarsi, apertamente alacremente, nella riforma in corso.


Rosario Giuè,  Palermo 22 aprile 2020 

 ******


PAPA FRANCESCO E’ UNA FIGURA TRAGICA

Vito Mancuso

«Sollecitato da più persone mi viene richiesto un commento sui contenuti della trasmissione REPORT andata in onda ieri sera, lunedì 20 aprile: la corrente cattolica conservatrice e reazionaria, vicina e alleata delle destre, che si oppone al pontificato di papa Francesco, rappresenta quanto di più lontano dalla mia sensibilità religiosa e dalla mia spiritualità. Ma se si trattasse solo di questo non sarebbe poi un grande problema, ma solo una questione di gusti personali.
In realtà, queste destre cattoliche e reazionarie sono il portato del peggio del cattolicesimo del passato, quella religione che ha condotto alle stragi, ai roghi, all’indice dei libri proibiti, alle collusioni con il potere, al favore verso i dittatori, all'odio verso gli ebrei e da qui a tutto ciò che l'antisemitismo del ‘900 ha prodotto.
Oggi dietro di loro ci sono gli stessi interessi che portano a inquinare il pianeta a devastare l'Amazzonia, a eleggere persone come Trump negli Stati Uniti, Bolsonaro in Brasile, Orban in Ungheria e poi le varie leadership dell’Europa dell’est, Polonia in testa, sempre molto cattoliche e sempre molto reazionarie, antisemite, antiecologiste, antifemministe, antimoderne… e soprattutto così tanto anti-patiche.
Papa Francesco è una figura tragica, che avrebbe voluto riformare la Chiesa, e che invece non riesce neanche a promuovere il diaconato femminile. Ricolmo di buona volontà, poco efficace dal punto di vista operativo, legislativo, istituzionale. La domanda è: si tratta di una sua responsabilità, oppure la Chiesa cattolica ormai, dopo tanti secoli di violenze (vedi p. es. Giordano Bruno) e di sotterfugi istituzionali (vedi p. es. il concordato con Mussolini nel 1929 e con Hitler nel 1933) è irriformabile? Forse il sogno del Vaticano II (di Mazzolari, Milani, Bettazzi, Martini, Turoldo, Balducci, Vannucci, Zarri, Bello, Paoli…) si rivela alla fine quello che effettivamente è, quello che è destinato a essere: solamente un sogno, di cui questi giorni dal colletto bianco e dalla talare nera costituiscono il triste ma realistico risveglio.
Il fatto che papa Francesco venga attaccato così pesantemente ce lo rende ancora più caro e più prezioso, nonostante la sua evidente sconfitta, una sconfitta nel presente e ancor più nel futuro, quando al suo posto ci sarà un papa che sceglierà di chiamarsi Benedetto XVII, oppure, ma tanto è la stesso, Giovanni Paolo III.»

Vito Mancuso, 21 aprile 2020