13 dicembre 2013

ABBANDONATI DALLA STORIA



Melania Mazzucco

L’innocenza dei bambini di Soutine abbandonati dagli adulti e dalla Storia


Lungo la strada ripida che, come un fiume, taglia verticalmente i campi e spacca l’immagine, due bambini avanzano. Il maschietto, con la camicia scura e i calzoncini corti, indossa la divisa della scuola. La bambina bionda con la veste azzurra, più piccola, il volto ridotto a una maschera indecifrabile dal brutale impasto del colore, regge un cestino – col pranzo, forse. Lui la tiene per mano – premuroso, come un fratello maggiore. Alle loro spalle una foresta, filari di pioppi, macchie che devono essere le case del villaggio, la chiesa. E la striscia azzurra del cielo, curvo sulla linea dell’orizzonte. Sulla sinistra, il campo rosso ruggine, nudo e inospitale, sembra arato da poco. È autunno. Nuvole bianche si addensano. E neanche un adulto che possa prendersi cura di loro.

Nel 1942, in un paesino dell’Indre e Loira, a 48 anni Chaïm Soutine torna a dipingere bambini. Con tenerezza inedita e la sensibilità di sempre. È un pittore famoso: negli anni Trenta è stato il più apprezzato esponente della Scuola di Parigi. I collezionisti si contendevano i suoi quadri. Ma gli abitanti di Champigny sur Veude, e i bambini che posano per lui, non devono saperlo. Soutine, straniero ed ebreo, si è procurato documenti falsi e vive nascosto sotto un altro nome. È tornato al punto di partenza, come quando nel 1913 sbarcò a Parigi senza un soldo in tasca, senza conoscere il francese e con l’indirizzo dell’amico pittore Krémègne a Montparnasse come unica bussola: è di nuovo senza nome, senza casa, senza patria.

Con coerenza, variando senza ripetersi, Soutine ha dipinto soltanto paesaggi, nature morte e ritratti. Fra questi, i più toccanti sono di adolescenti e bambini. Incontrati nei retrobottega, nelle cucine o negli ascensori dei grandi alberghi in cui alloggiava dal 1925, quando il successo gli portò denaro e benessere. Pasticcieri, cuochi, fattorini, stallieri, camerieri: tutti con l’uniforme o la livrea, come fossero in maschera. Ma ritraendoli, Soutine restituisce loro l’identità, l’unicità, la personalità. Il Valletto di Chez Maxim’s con la sgargiante divisa rossa, i Chierichetti impacciati prima della messa. Ha dipinto anche bambine – che artigliano la bambola, frapponendola fra sé e gli adulti, come per difendersi. O si agitano sulla sedia, nell’abituccio della festa, col colletto rosso. Ragazzini tristi, macilenti, ossuti, e però colmi di una grazia scontrosa. Che era la sua.

Anche Soutine non ebbe mai un’infanzia: lasciò adolescente il suo shtetlper studiare a Minsk, e poi a Vilna, e infine immigrò in Francia col sogno di diventare pittore e dimenticare i pogrom zaristi, la miseria di una famiglia troppo numerosa e la proibizione di rappresentare la figura umana che la Bibbia impone agli ebrei. Né ebbe figli attraverso i quali avrebbe potuto ritrovarla. Ma forse proprio per questo rimase sempre un ragazzo. Candido e feroce, dai primi anni parigini – quando abitava alla Cité Falguière, fetido falansterio d’affitto alla periferia di Parigi dove si accalcavano gli artisti stranieri e dove, come diceva Chagall, «o si diventa famosi o si muore» – sino alla fine, esibì l’intransigente spavalderia degli adolescenti: non patteggiava con la realtà. Studiava i capolavori dei maestri al Louvre (Rembrandt, Chardin, Courbet) e si abbandonava all’urgenza di dipingere, senza disegno, senza forma, con immediatezza, quasi con violenza, come trascrivesse coi colori la propria interiorità. Di tutto il resto – regole della società, mode artistiche, strategie – non si curò mai. Agli eterni fanciulli non è dato crescere né invecchiare.



Nel quadro i due bambini sono immersi nella natura – quasi perduti in essa. Per Soutine, si trattava di un ritorno al paesaggio. Negli anni durissimi (1919-22) che aveva vissuto, solo, a Céret, sui Pirenei, dove lo aveva spedito il suo mercante d’arte, aveva creato una serie di quadri allucinati, con case strapazzate dal vento. Lo ossessionavano i villaggi – e le strade. Che salgono, o scendono, bruscamente, senza condurre in nessun luogo. In quei paesaggi caotici non comparivano mai esseri umani. Perché questi potessero abitare il mondo, Soutine era dovuto passare dagli animali. Morti. Aveva ritratto aringhe stoppose, mante antropomorfe, polli spennati e strozzati, appesi per il becco o per le zampe a un uncino sul muro o deposti ritualmente nei piatti; buoi squartati e crocifissi, conigli scuoiati, tacchini, anatre, galline, fagiani. Da povero, li affittava e li restituiva senza neanche mangiarli. Da ricco, li sceglieva nei mattatoi o nelle fattorie. Ma solo quando lasciò Parigi ripudiò la disperata bellezza della morte e cominciò a ritrarli vivi. I quadri dei suoi ultimi anni sono pieni di vita.

In essi non vi è traccia della paura e della guerra. Né del dolore – l’ulcera che lo tormentava dalla giovinezza e ora, degenerata in cancro, lo stava uccidendo. L’agitazione febbrile che aveva terremotato i suoi quadri era placata: braccato e nascosto, dipingeva paesaggi e bambini – soli davanti a una staccionata, o fra le braccia della madre, sulla strada mentre tornano da scuola. A questo soggetto dedicò vari quadri. Due bambini sulla strada è l’ultimo. Soutine lo dipinse nel 1942: non gli restava neanche un anno da vivere. L’Europa era occupata quasi interamente dalle armate naziste o loro alleate, vittoriose anche in Africa e in Russia. Non si intravedeva via d’uscita.

Per molti artisti, la guerra è privazione di voce. Mutilazione, senso di inutilità, sgomento, silenzio. Altri riescono ad astrarsi dal mondo, trovano nei colori la salvezza. Soutine si rifugia nei bambini. Il piccolo formato del quadro esige concentrazione e chiarezza. La tavolozza non ha lo splendore cromatico di un tempo, e l’ammirato cinabro incandescente, il rosso sangue di Soutine, è spento, quasi bruciato. Il verde polveroso, il giallo acido. Ma è sempre il colore a definire la forma, grumi di materia spessa, una crosta quasi carnosa. Alla fine, resta solo la terra spoglia, un paesaggio di alberi e vento, la solitudine della campagna: i due bambini e il mondo esterno che li minaccia. Tenendosi per mano, scendono giù per la strada che esce dal villaggio. Non si voltano indietro. Con malinconia e fiducia si lasciano alle spalle l’orizzonte – il futuro, forse. E vengono verso di noi. La loro innocenza ci accusa.


“La Repubblica”, 1 dicembre 2013

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