09 gennaio 2014

RACCONTARE LA MALATTIA







CHRISTIAN  RAIMO  -  RACCONTARE LA MALATTIA


Questa nuova parte dell’anno ci siamo svegliati tutti vicino a un letto di ospedale. Come in un’immensa sala d’attesa, preoccupati per la salute di qualcuno: la post-operazione al cervello di Bersani, l’agonia di Sharon, la lentissima ripresa di Schumacher. Senza contare le decine di trasmissioni che ci hanno fatto vedere i corpi dei malati del caso Stamina. Intorno a queste stanze di convalescenza, di sofferenza, si sono accumulati i nostri sguardi moltiplicati, e le telecamere, e i bollettini medici scanditi, e le emozioni propalate su twitter, e le polemiche per la morbosità, e anche la morte augurata, e l’allarme per le derive delle reazioni virtuali… Soltanto oggi, per dire, a distanza di una decina di giorni dall’incidente a Schumacher, posso aprire il giornale e leggere della moglie Corinne che dice Lasciate in pace la mia famiglia o guardarmi un video che proverebbe che Schumacher non andava così veloce e non sciava fuori pista.
Perché, mi sono chiesto tutto questo mi interessa così tanto, mi colpisce così, perché attrae come l’occhio di un ciclone tutta l’attenzione mediatica e le sue complementari reprimende per gli eccessi dell’attenzione mediatica?
Ho provato a rispondermi a partire da una serie di letture che quest’anno ho fatto. Con Cristiano De Majo mi sono ritrovato a coordinare un corso di scrittura non-fiction. Nel primo incontro ci siamo chiesti, per andare subito al nodo, come si può scrivere di malattia. Con in mano memoir-capolavori come Tutti i bambini tranne uno di Philippe Forest, saggi-capolavoro come L’imperatore del male di Siddharta Mukherjee, racconti-capolavoro come “Non voglio morire” di Thom Jones, ma anche testi molto meno letterari come A parte il cancro tutto bene di Corrado Sannucci, ci siamo fatti delle domande sul come scrivere certe scene la cui intensità emotiva facciamo fatica a, abbiamo paura di, immaginare nella nostra vita reale: una diagnosi di una malattia grave, il rischio di un’operazione, una lunga degenza, un coma… Discutendo con i partecipanti a questo corso, ci siamo accorti che le scene più toccanti, quelle che ci rendevano empatici con il dolore di personaggi reali o immaginari erano quelle fuori dai momenti chiave. Per esempio: una bellissima pagina di Forest, ossia del suo libro che racconta la malattia mortale della figlia piccolissima, Pauline:
“Cosa farne del tempo regalato? Le giornate sono corte. L’anno è agli sgoccioli. Al pomeriggio ci concediamo due passi lungo il lago per salutare i cigni e le anatre. Ogni attività è sospesa per tutta la bassa stagione. I villeggianti non arriveranno prima di primavera. Le onde appartengono agli uccelli. Il nostro oceano è modesto. Solitamente navigano le sue acque poche barche a vela e qualche pattino. Il lago è circondato da pendii rocciosi e folti che a sera disegnano i contorni di un orizzonte azzurrato. Sulle rive, i passanti si vedono venire incontro la moltitudine chiassosa e insistente degli uccelli che chiedono cibo. Qualche boccone di pane secco è il prezzo da pagare. Attenta e seria Pauline controlla che la distribuzione avvenga con la massima equità. Perché il cigno grande non si accaparri tutto il pane, perché l’anatra grigia riceva la sua parte, bisogna giocare d’astuzia contro la voracità degli animali più rapidi, variare la misura e la traiettoria dei pezzi lanciati. Quando il sacchetto è vuoto, Pauline disperde le ultime briciole ai piedi del pontile di legno. Le urla cessano rapidamente. Cigni e anatre si allontanano o volano via.”
La malattia, la vicinanza con il dolore, mi dicevo, ci garantisce una iperpercezione: sentiamo il nostro corpo, sentiamo i nostri sensi, questi sensi si acuiscono. Il tempo e lo spazio si allargano, e ciò rende i momenti di sofferenza delle ferite di indicibile in un mondo che al contrario desidera una totale dicibilità.
Rileggevo Forest in questi giorni e mi commuovevo, leggevo le cronache sui giornali e non accadeva niente al mio cuore. Perché? Perché il racconto della malattia nella maggior parte delle cose che leggo o ascolto satura – sensorialmente – il mio spazio emotivo. Se posso vedere il video della telecamera sul casco di Schumacher, se posso immaginarmi così vicino all’incidente, al dolore, alla malattia, o alla morte, mi sarò illuso di esserci stato accanto, ma in realtà ero, sono lontano, lontanissimo, e della possibilità di coinvolgimento avrò perso qualcosa se non tutto.
Le esperienze migliori che credo si possano fare nella propria vita sono quelle di stare vicino a una persona sofferente. La cronaca continua di un dolore mediatico ogni giorno ci toglie un po’ di questa possibilità, come gli status e i tweet in morte di qualcuno ci esimono dal pensare a come elaborare certi lutti. Si tratta di pensare alla fragilità della vita, certo. Ma: i precetti evangelici di andare a visitare i malati o dare culto ai morti, quante volte li ho praticati quest’anno? Quante volte invece ho espresso la mia reazione istantanea per un incidente o una morte?
I miei genitori facevano una cosa quando ero piccolo: mi portavano spesso al cimitero. C’erano tutte persone che non avevo conosciuto in vita, un nonno morto negli anni ’60, vecchi zii, parenti lontanissimi che avevano la stessa aura di personaggi leggendari per cui io provavo un affetto bizzarro, e una meravigliosa familiarità. Mi viene da pensare che era una delle abitudini più belle che mi hanno insegnato.
Ma c’è ancora qualcos’altro che ci consente la riflessione sulla malattia, pensavo in questi giorni. E lo facevo anche qui a partire da tre romanzi, uno è Fidanzata in coma di Douglas Coupland, l’altro è Magic kingdomdi Stanley Elkin, il terzo The children’s hospital è un romanzo non tradotto di Chris Adrian (in Italia è uscito anche un suo racconto a tema in Bambini e altre malattie, un’antologia curata da McSweeneys e edita da Mondadori). Nel libro di Coupland la protagonista entra in coma senza un reale motivo, e ci resta per vent’anni mentre i suo amici passano dagli amori adolescenziali alla disillusione, le droghe, lo yuppismo. In quello di Elkin un tizio chiamato Eddy Bale organizza un viaggio a Disneyland come ultima incredibile vacanza per sette bambini affetti da rarissime malattie terminali. In quello di Adrian accade una specie di diluvio universale, e l’ospedale pediatrico dove lavora la protagonista comincia a fluttuare sulle acque, mentre lei continua a occuparsi dei piccoli malati.
La malattia non è un deficit di una condizione umana funzionale, ma proprio il suo opposto, la sua trasfigurazione. Attraverso la malattia possiamo pensare che esista una dimensione altra dal nostro corpo terrestre. Coupland, Elkin e Adrian scrivono tre romanzi di semi-fantascienza millenaristica, teologica, ipersimbolica attraverso i quali rompono quella forma di afasia, di indicibilità del male, del dolore, affermando con questi mondi letteralmente in-credibili la possibilità di un altrove dove proprio il nostro essere indifesi, fragili, ci consente una sapienza preclusa alla conoscenza dei sani.
Nella Malattia come metafora negli anni ’70 Susan Sontag metteva in guardia – come già aveva fatto qualche anno prima in Contro l’interpretazione – dagli eccessi ermeneutici: le metafore, in particolare quelle legate alle malattie, aggravano di interpretazioni funeste, spesso punitive, fuorvianti, il nostro corpo già martoriato. L’effetto è quello di disapprovare il malato moralmente, colpevolizzandolo. Lo stigma etico che si imprimeva sui lebbrosi o sugli appestati non era molto diverso da quello che s’imprimeva sui malati di Aids, per fare un esempio.
Ma a distanza di quarant’anni, la critica di Sontag sembra rovesciarsi. La malattia non è metaforizzata né empatizzata. Viene semplicemente registrata. In una modalità anestetica. Non ce ne occupiamo con le nostre forme culturali, non la esorcizziamo con le nostre categorie morali, né la viviamo attraverso i nostri sentimenti. Ma nutre una specie di nostra urgenza di consumo, privo di sensibilità. Abbiamo bisogno di notizie di malattie e di morti, le accumuliamo, ci sussurrano che esiste – lontano da noi – un posto dove il dolore si manifesta. Quando un giorno ci ricorderemo di avere bisogno di confrontarci con quello, forse riprenderemo in mano queste registrazioni anestetiche e proveremo a ridargli vita, per capire a cosa serviva questa prossimità al dolore.

FONTE:  http://www.minimaetmoralia.it/wp/vicino-a-un-letto-dospedale-a-proposito-del-come-raccontare-la-malattia/

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