03 settembre 2014

MARX CONTRO IL MARXISMO





Già negli ultimi anni della sua vita Karl Marx dovette prendere le distanze da ciò che già allora si definiva come “marxismo”. Lo testimonia proprio il suo amico e sodale Friedrich Engels in una lettera a Eduard Bernstein del 2-3 novembre 1882, in cui afferma: “Ora, ciò che in Francia va sotto il nome di “marxismo” è in effetti un prodotto del tutto particolare, tanto che una volta Marx ha detto a Lafargue: “ce qu’il y a de certain c’est que moi, je ne suis pas marxiste”.
Anche se, in ultima istanza, sarà proprio Engels a codificare il “marxismo” nello sforzo di salvaguardare il lascito teorico del comunista di Treviri dopo la sua scomparsa, ancora nel 1890, in una lettera a J.Bloch si vedrà costretto a chiarire che: “secondo la concezione materialistica della storia la produzione e riproduzione della vita reale è nella storia il momento in ultima istanza determinante. Di più né io né Marx abbiamo mai affermato. Se ora qualcuno distorce quell’affermazione in modo che il momento economico risulti essere l’unico determinante, trasforma quel principio in una frase fatta insignificante, astratta e assurda. La situazione economica è la base, ma i diversi momenti della sovrastruttura – le forme politiche della lotta di classe e i risultati di questa – costituzioni stabilite dalla classe vittoriosa dopo una battaglia vinta, ecc. – le forme giuridiche, anzi persino i riflessi di tutte queste lotte reali nel cervello di coloro che vi prendono parte, le teorie politiche, giuridiche, filosofiche, le visioni religiose ed il loro successivo sviluppo in sistemi dogmatici, esercitano altresì la loro influenza sul decorso delle lotte storiche e in molti casi ne determinano in modo preponderante la forma. È un’azione reciproca di tutti questi momenti, in cui alla fine il movimento economico si impone come fattore necessario attraverso un’enorme quantità di fatti casuali (cioè di cose e di eventi il cui interno nesso è così vago e così poco dimostrabile che noi possiamo fare come se non ci fosse e trascurarlo). In caso contrario, applicare la teoria a un qualsiasi periodo storico sarebbe certo piú facile che risolvere una semplice equazione di primo grado”.
E, proprio per combattere il facile meccanicismo interpretativo con cui si identificavano i presunti “marxisti“, sempre nel 1890, in una lettera a Conrad Schmidt si vedeva costretto a ribadire che “la concezione materialistica della storia oggi per un sacco di gente serve come pretesto per non studiare la storia” e che per quanto riguardava il socialismo e la costruzione della società futura “Ragionevolmente invece si può solo 1) cercare di scoprire il modo di distribuzione con cui cominciare e 2) tentare di scoprire la tendenza generale in cui si muoverà il successivo sviluppo”.
Infatti nello scontro tra le varie correnti del movimento operaio di tendenza socialista, che si avrà a partire dalla Seconda Internazionale in avanti, la “corretta” interpretazione della concezione marxiana della storia e della successione dei modi di produzione in essa esposta finirà col costituire spesso un fattore importante al fine di determinare le tattiche e la strategia da applicare alla direzione della lotta di classe.
Inutile dire che, in tale diatriba, spesso le rigide e, talvolta, fin troppo ottimistiche letture date da Marx ed Engels, prima, nel “Manifesto del Partito Comunista” con l’esaltazione del ruolo della borghesia nello sviluppo sociale e, poi, dal solo Marx nei “Grundrisse” con la definizione di un modello di sviluppo delle forme di produzione derivato da quello svoltosi nell’area europea e mediterranea, hanno favorito le interpretazioni riformistiche e moderate del processo di superamento della forma capitalistica.
Proprio l’ossessione per lo sviluppo delle forze produttive, derivato sia dalla lettura rigida del Manifesto che del corpus teorico ed economico marxiano, fu prima alla base dello scontro tra la nascente socialdemocrazia russa e il populismo anti-zarista e anti-capitalista della seconda metà del XIX secolo; poi di quello all’interno della stessa socialdemocrazia russa (tra Plechanov e Lenin per sintetizzare) e, infine, delle tragiche scelte economiche e politiche operate dallo stalinismo con tutte le conseguenze, che ben si dovrebbero conoscere, sia per l’Unione Sovietica che per il movimento proletario internazionale.
Il testo di Ettore Cinnella tratta dettagliatamente dei rapporti tra Marx e gli esponenti del populismo russo, con dovizia di particolari, dovuta all’accesso diretto alle fonti, ai carteggi ed anche ad una conoscenza pluridecennale della storia e della lingua russa che hanno permesso all’autore di accedere a testi ed archivi altrimenti difficilmente consultabili. E, nel fare ciò, finisce anche con il delineare il percorso, sempre irrequieto e allo stesso tempo assetato di precisione, che avrebbe portato il comunista tedesco ad allontanarsi, ancora in vita, da quasi tutti i suoi epigoni.
E’ un Marx scomodo quello che Cinnella, per lungo tempo docente di Storia dell’Europa Orientale e Storia Contemporanea presso l’Università di Pisa, ci presenta. Un “altro” Marx, appunto, scomodo per i rigidi seguaci del suo pensiero, ma sicuramente anche per tutti coloro che negli ultimi anni hanno voluto darne una lettura liberale, desunta proprio dalle pagine riguardanti lo sviluppo della borghesia e del capitalismo contenute nel Manifesto e in altri scritti minori come il “Discorso sul libero scambio”.
Scomodo perché l’autore tedesco, dopo un periodo piuttosto lungo di rigidissima e ben motivata ostilità nei confronti dello zarismo che lo conduceva a sottostimare sia gli esuli russi che la situazione sociale venutasi a creare in Russia, finì proprio col rivedere alcune della sue più famose proposizioni alla luce di una più approfondita conoscenza delle comunità contadine russe e della formazione economico-sociale definibile come comune rurale russa (obščina).
A spingerlo su questa strada furono, secondo quanto esposta dal Cinnella, due giovani populisti russi con cui Marx ebbe modo di entrare in contatto e che, in qualche modo, gli fecero superare quell’ostilità, talvolta acritica e idiosincratica, che egli aveva accumulato soprattutto nel conflitto con Bakunin e gli esponenti del panslavismo “democratico”. I due giovani rivoluzionari erano German Aleksandrovič Lopatin (conosciuto a Londra nel 1870) e Nikolaj Francevič Daniel’son, che fin dal 1867 si era occupato della traduzione del primo volume del Capitale in lingua russa.
Attraverso questi due Marx arriverà a conoscere l’opera di Nikolaj Černyševskij, proprio mentre Lopatin inizierà il suo calvario detentivo nelle prigioni zariste per essere stato arrestato durante uno primo tentativo di organizzarne l’evasione dalla prigionia siberiana. Tutto ciò si sarebbe poi riflesso nell’opera e nel pensiero del Moro di Treviri, sia per quanto riguardava la valutazione delle possibili condizioni per una rivoluzione in Russia che per il coraggio dimostrato dagli esponenti del populismo e del terrorismo russo.
Proprio attraverso questi contatti e letture egli inizierà a rivedere le sue posizioni sul necessario superamento delle strutture arcaiche del comunitarismo primitivo e a cogliere in alcune sue forme, per esempio proprio nella comune contadina russa, elementi di socializzazione che avrebbero potuto non solo essere mantenuti dopo la rivoluzione ma, anche, costituire, là dove già esistevano un modello di organizzazione sociale o, almeno, di ridistribuzione e condivisione della terra e dei suoi frutti.
Già altri autori, spesso legati alla Sinistra Comunista, avevano in passato riletto le posizioni di Marx sulla comune contadina russa cogliendone il significato esplosivo soprattutto in chiave anti-stalinista e anti-bolscevica1 , ma Cinnella approfondisce il discorso proprio nel seguire in maniera quasi filologica il percorso di conoscenze e letture che avrebbero portato l’autore del Capitale da una iniziale curiosità legata agli studi sulle diverse forme di proprietà e rendita delle terre (destinati ai successivi volumi della sua opera economica principale) ad una vera e propria riscoperta della comune arcaica e del comunismo primitivo.
Negli ultimi anni di vita Marx si dedicherà sempre più ad approfondimenti di carattere antropologico, ispirategli dalla lettura delle opere del Morgan e del Maine,2 che lo porteranno vieppiù a ridiscutere le sue precedenti posizioni. Allontanandolo anche, parzialmente, dal più rigido schematismo “progressista” di Engels.3 Entrambi, infatti, avrebbero atteso proprio da una rivoluzione in Russia il segnale per un rivolgimento del sistema politico europeo non più salvaguardato dal gendarme zarista ed entrambi avrebbero plaudito all’assassinio dello zar Alessandro II nel marzo del 1881. Ma fu soprattutto Marx ad abbandonare ogni cautela tattica quando, nell’autunno del 1880, “si convinse, dopo averne letto il programma, che Narodnaja volja (Volontà del popolo) era un partito socialista” (pag.129).
Mentre nell’aprile del 1881, in una lettera alla figlia Jenny, si sarebbe ancora così espresso:”Hai seguito il dibattito giudiziario di San Pietroburgo contro gli attentatori? Sono bravissimi, sans pose mélodramatique, semplici, fattivi , eroici. Gridare e agire sono cose inconciliabili e antitetiche. Il comitato esecutivo di Pietroburgo, che agisce così energicamente, emana manifesti di raffinata moderazione” (pag.130). Vale la pena di sottolineare ciò perché appare evidente, scorrendo le pagine del libro di Cinnella, che il cambiamento di prospettiva nello sguardo di Marx, e di Engels, sulla Russia non avvenne soltanto sulla base di considerazioni teoriche, ma anche, e forse soprattutto, sulla base delle azioni e della propaganda fattiva che il movimento populista stava portando avanti in quel paese.
Ma è soltanto con la celebre lettera a Vera Ivanovna Zasulič che quanto fin qui detto trova conferma, mentre la storia delle vicissitudini della stessa missiva giustifica il titolo scelto per questa recensione. Infatti, dopo molti anni spesi nella propaganda armata contro lo zarismo a fianco degli anarchici e del populismo, la militante russa aveva cominciato ad interrogarsi insieme ad altri compagni di lotta (tra cui Plechanov) sull’opportunità di proseguire la propaganda tra i contadini e sul futuro dell’obščina (la comune contadina russa).
Così, il 16 febbraio 1881, aveva scritto a Marx: “Lei sa meglio di chiunque altro quanto tale questione sia urgente in Russia [...] Delle due l’una: o questa comune rurale, affrancata dalle smodate esazioni del fisco, dai tributi ai signori e dagli arbitri dell’amministrazione è capace di svilupparsi in senso socialista, vale a dire di organizzare gradualmente la produzione e la distribuzione dei prodotti su basi collettivistiche.
In tal caso, il socialismo rivoluzionario deve dedicare tutte le proprie forze all’affrancamento della comune e al suo sviluppo. Se, al contrario, la comune è destinata a perire, al socialista in quanto tale non resta che abbandonarsi a calcoli più o meno malcerti per appurare tra quante decine d’anni la terra del contadino russo passerà dalle sue mani in quelle della borghesia, tra quante centinaia d’anni, forse, il capitalismo raggiungerà in Russia uno sviluppo simile a quello dell’Europa occidentale. I socialisti, allora, dovranno condurre la propaganda unicamente tra i lavoratori urbani, i quali saranno in continuazione dispersi tra le masse dei contadini, ormai gettati dalla dissoluzione della comune sul lastrico delle grandi città in cerca di salario
” (pag.139).

Vera Zasulič aderiva a Spartizione nera, una formazione politica che si era allontanata dal populismo per dare vita a quella corrente di discepoli di Marx che ritenevano ineluttabile l’avvento dl capitalismo prima di qualsiasi altra trasformazione sociale, in Russia e/o altrove, ed era di vitale importanza per lei, Plechanov ed altri della stessa corrente sapere cosa pensasse esattamente in proposito l’autore del Capitale.
Marx nella risposta fu perentorio, anche se lo scritto richiese diverse bozze preparatorie, delle quali Cinnella ci offre numerosi ed importanti estratti. “La situazione storica della «comune rurale» russa è senza confronti! [...] Se essa ha nella proprietà comune del suolo la base «naturale» del possesso collettivo, il suo ambiente storico – la contemporanea esistenza della produzione capitalistica – le offre belle e pronte le condizioni materiali del lavoro in comune su larga scala. Essa è dunque in grado di assimilare le conquiste positive del sistema capitalistico, senza passare attraverso le sue forche caudine” (pag.146)
Ciò che minaccia la vita della comune russa, non è né una fatalità storica, né una teoria: è l’oppressione da parte dello Stato e lo sfruttamento da parte di intrusi capitalisti, che lo Stato stesso ha reso potenti a spese dei contadini” continua poi ancora lo stesso Marx.
Se la rivoluzione venisse fatta in tempo, se l’intellighenzia russa raccogliesse intorno a sé «tutte le forze vive del paese», la comunità di villaggio non correrebbe più alcun pericolo” (pag.150). Ma dopo che fu ricopiata e spedita ai coniugi Plechanov dalla stessa Zasulič, della lettera non si ebbe più notizia. “I membri della prima organizzazione politica russa, che si richiamava apertamente alla dottrina di Marx, nascosero gelosamente all’opinione pubblica un testo marxiano pervaso, dalla prima all’ultima riga, di idee populiste. Sulla grave decisione dovette influire, in maniera determinante, il parere di Plechanov, il quale già nel 1881 cominciava a nutrire qualche dubbio sulla vitalità della comune rurale” (pag.143) . Fu solo nel 1911 che Rjazanov trovò i quattro abbozzi della lettera tra le carte di Marx.
Ma “lo studio sistematico dei rapporti agrari in Russia, intrapreso agli inizi degli anni ’70, indusse Marx a correggere le sue precedenti affermazioni sulla ferrea necessità dell’avvento capitalistico [...] Marx adesso era incline a credere che le conquiste tecnico-materiali del capitalismo non riuscissero a compensare la perdita di valori comunitari racchiusi nelle più antiche forme di vita associata [...] Nelle minute della lettera a Vera Zasulič [...] si dice che l’attuale crisi del mondo capitalistico dovrà finire «con il ritorno delle società moderne al tipo «arcaico» della proprietà comunitari, ma non viene specificato per quale via” (pp. 160-165).
Per paradosso fu proprio “lo Stato bolscevico – che diceva di ispirarsi alla dottrina di Marx – a progettare e attuare, negli anni ’30 del Novecento, il furioso assalto al mondo contadino. Che provocò un’ecatombe umana di proporzioni gigantesche e distrusse le basi materiali dell’agricoltura sovietica” (pag.164).
Roso dall’atroce sospetto che il capitalismo, là dove era più avanzato, non generasse spontaneamente il suo becchino (così come aveva fino allora creduto), Marx andava in cerca di nuove vie rivoluzionarie [...] In autori lontanissimi l’uno dall’altro, come Cernyševskij e Morgan, trovò la conferma teorica della maniera di raccordare il mondo primitivo (che egli andava scoprendo ed esplorando) al futuro comunista dell’umanità (nel quale seguitava a credere)” (pag.170)
Per questo motivo egli tornò sui suoi passi affermando che il processo di sviluppo dalle comunità primitive al capitalismo che aveva delineato riguardava innanzitutto la storia europea e che non poteva costituire un assoluto in ogni area del globo. Anzi, nella stessa lettera alla Zasulič, suggeriva che: “Nel leggere le storie delle comunità primitive, scritte da borghesi, bisogna stare in guardia. Essi non indietreggiano «dinanzi a nulla» neppure dinanzi ai fatti. Sir Henry Maine, per esempio, che fu un ardente collaboratore del governo inglese nell’opera di violenta distruzione delle comunità indiane, ci racconta ipocritamente che tutti i nobili sforzi da parte dl governo per sostenere queste comunità fallirono contro la forza spontanea delle leggi economiche!”. E sottolineava ancora che: ”nessuno – eccetto Sir H. Maine e altra gente della stessa risma – ignora che laggiù la soppressione della proprietà comunitaria del suolo fu solo un atto di vandalismo inglese, che spinse il popolo indigeno non avanti, bensì indietro” (pag.162)
Mentre ancora nelle carte ritrovate dopo la sua morte, fu possibile ritrovare una lettera in cui, rivolgendosi ancora ai populisti russi in cui si affermava che non difendendo l’obščina i rivoluzionari si sarebbero privati della più bella occasione, che la storia avesse mai concesso, di evitare tutte le peripezie del male europeo.
Un libro tutto da leggere e studiare, dunque, quello del Cinnella per chiunque abbia a cuore non soltanto la storia del movimento operaio e del marxismo, ma anche il divenire e le prospettive della specie oltre il modo odioso di produzione oggi ancora in vigore.

  1. Si vedano, ad esempio: Jacques Camatte, Comunità e comunismo in Russia, Jaca Book 1975; Pier Paolo Poggio, L’OBŠČINA. Comune contadina e rivoluzione in Russia, Jaca Book 1976 e, ancora, Pier Paolo Poggio, Marx, Engels e la rivoluzione russa, Quaderni di Movimento operaio e socialista n.1, luglio 1974, Centro ligure di Storia sociale  
  2. Gli appunti su tali letture sono stati parzialmente tradotti in Italiano in Karl Marx Quaderni antropologici, Edizioni Unicopli 2009  
  3. Che in alcuni testi riguardanti gli Slavi e il panslavismo aveva sfiorato, dopo il fallimento dei moti rivoluzionari del 1848, il vero e proprio razzismo. A tal proposito si vedano le critiche mossegli in Roman Rosdolsky, Friedrich Engels e il problema dei popoli “senza storia”, Graphos 2005  


    Recensione del libro:
    Ettore Cinnella, L’altro Marx, Della Porta Editori, Pisa – Cagliari 2014, pp.182, € 15,00
     ripresa dal sito http://www.carmillaonline.com/2014/09/03/marx-contro-marxismo/



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