16 giugno 2015

Z. BAUMAN: I MIGRANTI CI FANNO PAURA












Anche Z. Bauman, intervistato da Wlodek Goldkorn, riconosce che la solidarietà è l’unica strada per arginare futuri disastri. Non ci sono alternative, se non si vuole che la rabbia egli esclusi, cacciati dalle loro terre dagli errori  e orrori del colonialismo, esploda cancellando quello che incontrano sul loro cammino. 

«Siamo ostaggi del nostro benessere per questo i migranti ci fanno paura». 

Intervista di W. Goldkorn a Z. Bauman

ZYGMUNT Bauman, oggi uno dei pensatori più influenti del mondo, è stato più volte esule. La prima volta, quando nel 1939, giovane ebreo, scappò dalla Polonia verso la Russia, in condizioni simili a quelle dei profughi che, scampati alle guerre e alla traversata del Mediterraneo, sono in questo momento oggetto più delle nostre paure che di nostra solidarietà. E la dialettica dell’integrazione ed espulsione dei gruppi sociali ai tempi della modernità è uno dei temi che più ha approfondito nelle sue opere. Con Bauman abbiamo parlato di quello che intorno alla questione profughi succede in questi giorni in Italia; tra una destra razzista e una sinistra che stenta ad affrontare le paure di una parte della popolazione.
Sembra che non siamo in grado di far fronte alla questione immigrati.
«Il volume e la velocità dell’attuale ondata migratoria è una novità e un fenomeno senza precedenti. Non c’è motivo di stupirsi che abbia trovato i politici e i cittadini impreparati: materialmente e spiritualmente. La vista migliaia di persone sradicate accampate alle stazioni provoca uno shock morale e una sensazione di allarme e angoscia, come sempre accade nelle situazioni in cui abbiamo l’impressione che “le cose sfuggono al nostro controllo”. Ma a guardare bene i modelli sociali e politici con cui si risponde abitualmente alle situazioni di “crisi”, nell’attuale “emergenza immigrati”, ci sono poche novità. Fin dall’inizio della modernità fuggiaschi dalla brutalità delle guerre e dei dispotismi, dalla vita senza speranza, hanno bussato alle nostre porte. Per la gente da qua della porta, queste persone sono sempre state “estranei”, “altri”».

Quindi ne abbiamo paura. Per quale motivo?
«Perché sembrano spaventosamente imprevedibili nei loro comportamenti, a differenza delle persone con cui abbiamo a che fare nella nostra quotidianità e da cui sappiamo cosa aspettarci. Gli stranieri potrebbero distruggere le cose che ci piacciono e mettere a repentaglio i nostri modi di vita. Degli stranieri sappiamo troppo poco per essere in grado di leggere i loro modi di comportarsi, di indovinare quali sono le loro intenzioni e cosa faranno domani. La nostra ignoranza su che cosa fare in una situazione che non controlliamo è il maggior motivo della nostra paura».

La paura porta a creare capri espiatori? E per questo che si parla degli immigrati come portatori di malattie? E le malattie sono metafore del nostro disagio sociale?
«In tempi di accentuata mancanza di certezze esistenziali, della crescente precarizzazione, in un mondo in preda alla deregulation, i nuovi immigrati sono percepiti come messaggeri di cattive notizie. Ci ricordano quanto avremmo preferito rimuovere: ci rendono presente quanto forze potenti, globali, distanti di cui abbiamo sentito parlare, ma che rimangono per noi ineffabili, quanto queste forze misteriose, siano in grado di determinare le nostre vite, senza curarsi e anzi e ignorando le nostre autonome scelte. Ora, i nuovi nomadi, gli immigrati, vittime collaterali di queste forze, per una sorta di logica perversa finiscono per essere percepiti invece come le avanguardie di un esercito ostile, truppe al servizio delle forze misteriose appunto, che sta piantando le tende in mezzo a noi. Gli immigrati ci ricordano in un modo irritante, quanto sia fragile il nostro benessere, guadagnato, ci sembra, con un duro lavoro. E per rispondere alla questione del capro espiatorio: è un’abitudine, un uso umano, troppo umano, accusare e punire il messaggero per il duro e odioso messaggio di cui è il portatore. Deviamo la nostra rabbia nei confronti delle elusive e distanti forze di globalizzazione verso soggetti, per così dire “vicari”, verso gli immigrati, appunto».

Sta parlando del meccanismo grazie a cui crescono i consensi delle forze politiche razziste e xenofobe?
«Ci sono partiti abituati a trarre il loro capitale di voti opponendosi alla “redistribuzione delle difficoltà” (o dei vantaggi), e cioè rifiutandosi di condividere il benessere dei loro elettori con la parte meno fortunata della nazionale, del paese, del continente (per esempio Lega Nord). Si tratta di una tendenza intravvista o meglio, preannunciata molto tempo fa nel film Napoletani a Milano , del 1953, di Eduardo De Filippo, e manifestata negli ultimi anni con il rifiuto di condividere il benessere dei lombardi con le parti meno fortunate del paese. Alla luce di questa tradizione era del tutto prevedibile l’appello di Matteo Salvini e di Roberto Maroni ai sindaci della Lega di seguire le indicazioni del loro partito e non accettare gli immigrati nelle loro città, come era prevedibile la richiesta di Luca Zaia di espellere i nuovi arrivati dalla regione Veneto».

Una volta, in Europa, era la sinistra a integrare gli immigrati, attraverso le organizzazioni sul territorio, sindacati, lavoro politico...
«Intanto non ci sono più quartieri degli operai, mancano le istituzioni e le forme di aggregazione dei lavoratori. Ma soprattutto, la sinistra, o l’erede ufficiale di quella che era la sinistra, nel suo programma, ammicca alla destra con una promessa: faremo quello che fate voi, ma meglio. Tutte queste reazioni sono lontane dalle cause vere della tragedia cui siamo testimoni. Sto parlando infatti di una retorica che non ci aiuta a evitare di inabissarci sempre più profondamente nelle torbide acque dell’indifferenza e della mancanza dell’umanità. Tutto questo è il contrario all’imperativo kantiano di non fare ad altro ciò che non vogliamo sia fatto a noi».

E allora che fare?
«Siamo chiamati a unire e non dividere. Qualunque sia il prezzo della solidarietà con le vittime collaterali e dirette della forze della globalizzazione che regnano secondo il principio Divide et Impera, qualunque sia il prezzo dei sacrifici che dovremo pagare nell’immediato, a lungo termine, la solidarietà rimane l’unica via possibile per dare una forma realistica alla speranza di arginare futuri disastri e di non peggiorare la catastrofe in corso».
 
La Repubblica, 15 giugno 2015


























3 commenti:

  1. ho segnalato l'intervista nel nostro blog, grazie!

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  2. Sono io che devo ringraziarti per la costante, cortese attenzione. Un abbraccio

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  3. Riprendo alcuni interventi del dibattito che questa intervista ha suscitato su FB:

    Loredana Piacentini: Non riesco a leggere queste cose, infatti non ho letto l'articolo perché perdo la pazienza, oramai. Si scrivono fiumi di parole sulla questione migranti ma nessun giornalista ha il coraggio di scrivere la vera causa di questo "fenomeno". Se davvero si vuole capire il perché spogliamoci dei pregiudizi e delle ipocrisie che ci fanno giudicare gli altri. L'ingerenza dell'Europa e dell'America in Africa, ma non solo, dove perfino la bolletta della luce é pagata, per esempio, alla Francia (nei paesi francofoni), dove i locali non possono manco insegnare perché perfino gli insegnanti vengono dalla Francia, dove ogni cosa appartiene ai francesi, dove, quando il popolo elegge un presidente non grato all'Europa, si comincia una guerra e si mette a capo della nazione un burattino (e poi si parla di quanto gli africani siano corrotti). La Libia era un paese prosperoso e Gheddafi, insieme ad altri capi di stato africani stavano creando una moneta indipendente, oltre che molte altre iniziative per liberare l'Africa dall'ingerenza straniera, é stata barbaramete invasa e adesso regna il caos più assoluto ed intanto qualcuno si sta facendo miliardario con il traffico degli organi e saccheggiando le materie prime che adesso vengono estratte gratis. (…). Nel nostro piccolo potremmo cominciare ad aprire un po' gli occhi e fare le nostre ricerche invece di credere alle ipocrisie che scrivono sui giornali.

    • Ester De Miro d'Ajeta: Non leggo quasi più i giornali né guardo la TV. Imparai tutto su questo tema molti anni fa, da un francese che vendeva automobili in Marocco e mi diceva: "Mica glieli vendiamo i pezzi di ricambio. Così, se gli si rompe la macchina devono comprarla nuova!"

    Loredana Piacentini: In Costa d'Avorio, per esempio, lo stato deve pagare non so quanti milioni a ciascuno degli ex presidenti francesi ogni anno. Ma questi sono dettagli perché poi ci sono le cose abnormi, tipo caffe, cacao, caucciu che bisogna per forza "svendere" a certi personaggi, etc. etc

    • Loredana Corallo: l'articolo merita una pausa di riflessione prima di dare una risposta avventata. In qualunquea caso mi lascia molto perplessa.

    Francesco Virga: Z. Bauman non è un giornalista da quattro soldi. Per tanti anni è stato un serio sociologo marxista. Come teorico della “società liquida”, anche se non sempre convincente, ha aiutato a comprendere tante cose che accadono sotto i nostri occhi. Nell’ intervista pubblicata non mi pare che vada a fondo nell’esame dei problemi. L’intervento della Piacentini mi sembra molto stimolante. E proprio dalle sue affermazioni, secondo me, la discussione dovrebbe ripartire.

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