03 maggio 2017

RICORDO DI MARIO RIGONI STERN


Il rigore etico, il valore dato al silenzio, il senso della misura e la solitudine istintiva. Ricordo di Mario Rigoni Stern.
Eraldo Affinati
Mario Rigoni Stern
Una volta andai a trovare Mario Rigoni Stern nella sua casa di Val Giardini, ad Asiago, in motocicletta, partendo da Roma insieme a mia moglie. Storie dall’Altipiano, il Meridiano della Mondadori che ebbi l’onore di curare nel 2003, era appena uscito: dovevamo festeggiare. Quando arrivammo nello spiazzo davanti all’entrata, lo vidi scendere i gradini e avvicinarsi a noi felice come un ragazzino. Dopo averci salutato, s’informò sulla moto: un’Honda Transalp 600.
Mario non aveva mai preso la patente. Non gli serviva. Era un esploratore. Durante la Seconda guerra mondiale, camminando a piedi sulla neve, aveva portato in salvo gli alpini della sua compagnia. Recava quell’esperienza incisa per sempre nel cuore. Molti non ce l’avevano fatta a sopravvivere. Bisognava risarcirli. Come? Raccontando la loro storia. Era un’altra Italia, ma io credo che noi dovremmo riprenderne i fili.
Volle provare il mio casco. Lo indossò come fosse un elmetto, poi non riusciva a toglierselo. Mentre lo aiutavo a sganciarlo, sfiorai la sua barba bianca: ebbi l’impressione di sentire il rumore dei cingolati, come se tutte le guerre del ventesimo secolo tornassero a risuonare. Non più bombe, ma campane: quelle della nuova Europa che, come sapeva il vecchio sergente, ci dobbiamo ancora meritare. Dentro di me una voce fuori campo iniziò a recitare: «Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato».
Era l’inizio del Sergente nella neve, il suo capolavoro, pubblicato nel 1953. Nella mia carriera di insegnante, quando voglio andare sul sicuro, presento questo libro. Gli scolari lo apprezzano sempre. Perfino quelli che non sono abituati a leggere. Sembra un semplice diario, ma è molto di più. Ci puoi trovare l’avventura umana del ragazzo che diventa adulto. La potenza fantasmagorica del paesaggio russo. La dimensione universale della ritirata che a Italo Calvino fece pensare all’Anabasi di Senofonte. La fratellanza ungarettiana che scatta nel momento cruciale. La voce unica di chi scrive. Il cosiddetto colore della visione. Sempre più raro, soprattutto oggi.
Sono tanti i libri di Mario; insieme al Sergente, un altro, pubblicato nel 1978, risplende di luce perfetta: Storia di Tönle. È la vicenda di un “viaggiatore incantato” tra l’Altipiano e la Valsugana governata da Francesco Giuseppe. Di là questo perdigiorno alla Eichendorff portava brocche e vestiti, di qua zucchero e tabacco: il tutto, se gli andava bene, per guadagnare polenta e stoccafisso. Un romanzo in terza persona, breve, conciso e diretto, incastonato fra due pagine, la prima e l’ultima, entro le quali lo scrittore racconta a un amico malato la vicenda dell’antico personaggio realmente esistito: triste cornice di un Marlow senza Tamigi. Un’opera indimenticabile, come il ciliegio cresciuto sul tetto della casa del protagonista. Lo stile è speciale: selettivo, eppure tutto cose, con una dizione araldica di grande efficacia che ben pochi si sarebbero attesi. L’autore di quel testo non poteva essere un semplice mestierante.
Nove anni dopo la scomparsa di Mario Rigoni Stern, oltre ai suoi libri, mi resta il ricordo dell’uomo quando parlava col bastone in mano, in mezzo al fogliame, all’imbocco dei sentieri del Tönle. Durante le nostre passeggiate in altura la sua energia, a ottant’anni suonati, pareva straripante. Andavo da solo sul Monte Cengio, dove aveva combattuto Carlo Emilio Gadda, nella gloria dei Granatieri di Sardegna. Tornavo e lui mi accompagnava all’Osservatorio Astronomico del Monte Echar. Visitavo il Monte Grappa, gli facevo la relazione e subito ripartivamo verso Monte Zebio, nei luoghi in cui Emilio Lussu ambientò Un anno sull’altipiano.
Stentavo a tenerlo fermo al tavolo di lavoro dove gli chiedevo i dati bibliografici relativi ai suoi scritti. Quando invece gli proponevo di fare un giro si mostrava sempre disponibile. «Così, senza programmi», diceva, «andiamo vagabondi». L’ultima sera, prima di salutarlo, anche se poi ci rivedemmo ancora in molte altre occasioni, pubbliche e private, elencai dieci elementi del suo carattere che oggi mi limito a ricopiare dal quaderno di quei giorni: il rigore etico, il pudore virile, il valore che attribuiva al silenzio, il senso della misura, la solitudine istintiva, la socievolezza acquisita, la capacità di concentrarsi senza preparazione, la generosità, la coscienza del limite, la tensione spirituale custodita in un gheriglio di noce.
Proprio su quest’ultimo punto ho trovato una risonanza negli archivi del Gabinetto Vieusseux. Nel 1983 Enzo Siciliano gli aveva chiesto un testo sulla religiosità. Mario scrisse un paio di cartelle che vennero pubblicate su Nuovi Argomenti con il titolo: Come un racconto. Una sigla folgorante del suo mondo interiore attraverso la raffigurazione di alcune scene chiave: la scomparsa della madre, a cui era molto legato; la crisi cardiaca che, quindici anni prima, aveva rischiato di togliere la vita anche a lui; gli istanti di solitudine vissuti in cima alla montagna, prima dell’alba; le incisioni degli antenati scoperte sulle pareti di roccia dell’Antico Sasso sull’Altipiano; L’adorazione dei pastori di Jacopo Bassano, il pittore preferito.
Per troppo tempo questo scrittore, sulla scia del giudizio non proprio benevolo che gli aveva riservato Elio Vittorini, il quale tuttavia ebbe il merito di farlo esordire nei Gettoni Einaudi, venne considerato un fenomeno eccentrico nella letteratura italiana del Novecento: come se fosse un alpigiano entrato senza permesso nello studiolo. Chi invece ne percepì la particolare carica lirico- epica fu Andrea Zanzotto che lo riteneva dotato di una «sapienza minorenne». A ben riflettere è questa l’essenza del sottufficiale: uomo di raccordo fra il comando e la truppa, cioè fra il pensiero e l’azione. Non basta limitarsi a dettare gli ordini, bisogna saperli eseguire.
Il sergente aveva capito in Russia lo statuto della letteratura: le parole autentiche non sono libere come foglie al vento, ma vincolate. A legittimarle è l’esperienza da cui scaturiscono. Lo affermò Albert Camus nei Discorsi di Svezia sostenendo di scrivere a nome di chi non può farlo. Lo ribadì Mario Rigoni Stern quando gli chiesi cosa avrebbe detto a un adolescente che si è perso. Lui rispose d’istinto più o meno così: scopri, dentro e fuori di te, una pista in mezzo agli abeti. Evita quelle troppo battute. Ma anche i percorsi che ti allontanano dagli uomini. Solo allora ti sarai conquistato il diritto di ritornare alla baita.
la Repubblica” - 31 marzo 2017

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