21 giugno 2018

COME SI COSTRUISCE UN MOSTRO: ROBESPIERRE



Ma davvero Robespierre fu quell'ideologo sanguinario che ci è stato raccontato da chi nel Novecento attaccando i giacobini voleva in realtà colpire il sogno rivoluzionario dell'Ottobre sovietico? Una recentissima biografia smonta questa rappresentazione. Peccato che nella copertina dell'edizione italiana si sia perso (per un eccesso di prudenza?) quel sottotitolo "La fabbricazione di un mostro" che nell'originale francese dava immediatamente il senso dell'opera.

Luigi Mascilli Migliorini
Il vero Robespierre
«Se soltanto aveste visto quei suoi occhi verdi…». Non sembra saper trovare altri argomenti Merlin de Thionville, uno dei protagonisti di Termidoro, quando prova a raccontare quella terribile giornata. Nel colore morbido e freddo allo stesso tempo degli occhi di Robespierre egli ritrova il sogno di assoluto che aveva ad un tratto preso quella che era stata anche la propria Rivoluzione e la vertigine nella quale essa era, inseguendo quel sogno, precipitata.
L’immagine, che piacque molto anche a un grande storico come Johann Huizinga, riusciva a esprimere quello che era accaduto (compresa l’inattesa caduta dell’idolo, al vertice del suo potere) assai più di un minuzioso resoconto dei giorni che erano trascorsi fino alla fine. Quel verde, che si dice essere il colore della speranza, era diventato quello che pure esso può essere, il colore della paura, una paura che aveva reso vili uomini prima coraggiosi, feroci uomini prima miti.

Non era stato sempre così, non era, soprattutto, cominciato così. Lo scrive molto bene Jean-Clement Martin, uno tra i più originali e sensibili storici della Rivoluzione francese, in questa sua biografia di Robespierre, così attenta, così paziente nel voler restituire alla autenticità della vicenda storica, e dunque anche della vicenda biografica, una figura che il mito ha impietosamente sovrapposto alla idea stessa della Rivoluzione.
Per Robespierre, scrive Martin, la Rivoluzione non è ancora, non è mai terminata, perché ogni volta che su di essa si torna a discutere (e questo accade praticamente ogni giorno, persino in tempi così poco “rivoluzionari” come i nostri) è sempre a lui che ci si rivolge. È lui che si processa quando si sostiene che la Rivoluzione è solo un inutile spargimento di sangue, l’avventura solitaria di pochi allucinati. A lui si chiede, al contrario, di rivivere sotto le bandiere di chi è pronto, in un mondo che non ha mai smesso di conoscere ingiustizie e sopraffazione, a tornare a combattere, ma questa volta fino alla fine, fino a che l’ultima ingiustizia e l’ultima sopraffazione non siano state definitivamente sradicate alla storia.

Peso affaticante, deformante, per un uomo che, come e più della Rivoluzione nella quale si incarna, cominciò a muoversi nel mondo in maniera assai discreta, praticamente invisibile. Avvocato di una melanconica provincia nel nord della Francia, Arras, egli conquista un brandello di periferica celebrità vincendo una causa a proposito dell’uso del parafulmine nella quale trova il modo di valorizzare la recente scoperta dello scienziato e filosofo americano Benjamin Franklin.
Indizio sicuro di un destino nel segno delle novità più eclatanti del suo tempo, racconta qualche biografo troppo zelante. Normale routine di un uomo di legge di tardo Settecento che, come tanti altri, allora cercava di rovesciare nelle sue arringhe quotidiane qualche frammento delle idee o degli avvenimenti che si producevano intorno, replica Martin. Che insiste, poi, a spiegare come tante altre “premonizioni” del destino dell’Incorruttibile, come la durezza della sua vita infantile, in un Collegio al quale lo aveva costretto la perdita precoce della morte della madre, altro non fossero che le diffuse condizioni nelle quali poteva capitare di trovarsi in un’epoca nella quale perdere un genitore, o altre disavventure del genere, erano piuttosto la norma che l’eccezione.

Anche i primi passi della sua vita politica, l’elezione agli Stati generali, la partecipazione alle battaglie parlamentari nell’Assemblea Costituente, la tribuna del circolo giacobino, non hanno niente di particolarmente diverso da quello che si può dire e scrivere di tanti uomini della Rivoluzione, la maggior parte dei quali, anzi, da Mirabeau a Danton, da Roland a Pétion raggiungono e mantengono assai prima di lui la notorietà. Non è violento (come si vede bene nei giorni della Bastiglia e poi della marcia delle donne di Parigi su Versailles) quando molti cominciano già ad esserlo, non è repubblicano quando molti hanno già perso ogni fiducia nella lealtà di Luigi XVI. Eppure arriva un momento nel quale, se ci si guarda intorno, Robespierre è l’uomo che racchiude in sé la forza politica del processo rivoluzionario.

Sul filo delle pagine del libro si potrebbero anche indicare le date in cui questo accade: già nel maggio del 1791, forse, o più probabilmente nel 1792, tra l’agosto e il settembre, ma questo non è molto importante. Martin ci spiega, in maniera splendida, che Robespierre diventa Robespierre perché poco alla volta, ma con puntualità egli appare l’uomo che sa meglio comprendere quali siano le attese del popolo, quello di Parigi certo, ma poi anche di Francia. Robespierre diventa colui che rappresenta meglio i principi democratici della Rivoluzione nel momento in cui la Rivoluzione, nata essenzialmente su un principio di libertà, scopre la democrazia.

La democrazia, si badi bene, non il socialismo, perché – a dispetto di qualche forzatura novecentesca di storici pronti ad assimilarlo a un precursore di Lenin - Robespierre non ha come orizzonte il superamento della proprietà privata, della cui fondatezza egli rimane sempre convinto. Capisce, però, prima di ogni altro, che quel gran movimento che si chiama Rivoluzione ha oltrepassato i limiti ideali e le aspettative concrete dalle quali e per le quali era nato. Se il popolo è sceso in piazza combattendo per la libertà, vi rimane, in piazza, per continuare a contare, a decidere, a governare, per non ritornare negli armadi della storia, come si farebbe con qualche buon fucile usato al momento giusto e poi riposto perché non serve più. Come governa un popolo, con quali regole, limiti, forme che non siano una mascheratura di élites politiche, ma non siano nemmeno l’ubriacatura della folla in strada? La domanda – così attuale - non era all’origine della Rivoluzione francese, ma lo diventa nel suo farsi. Robespierre lo comprende, ha il coraggio di non arretrare di fronte ad essa, ne viene alla fine travolto.

«Volevate una Rivoluzione senza rivoluzione?» lancia ai suoi avversari in una Convenzione ruggente, quando è in gioco la sorte di Luigi XVI. Come non vedere che le incisive, educate rimostranze che uomini vestiti in neri abiti di buoni borghesi rivolgevano al loro sovrano nei giorni degli Stati generali erano diventate, in meno di tre anni, pagine ingiallite? Occorreva ascoltare le parole d’ordine che nascevano da un mondo nuovo, come avrebbe detto Majakovskij nei giorni della sua Rivoluzione. Robespierre lo sapeva e provava a forgiarle, ma non era un poeta, non aveva neppure l’audacia di Danton o l’intelligenza di Condorcet. La paura, il Terrore, di cui diventa arbitro è, forse, la paura che si portava dentro via via che capiva la verità di quello che lui per primo, lui probabilmente solo, aveva intuito. Per una parola assoluta come democrazia, non c’era una risposta assoluta. Le risposte parziali erano, ai suoi verdi occhi di Incorruttibile, falsificazioni che la storia sbriciolava una dopo l’altra.
Il Sole 24ore – 10 giugno 2018

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