Se Leone diserta il riarmo
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C’è uno solco profondo che separa le parole pronunciate del presidente della Repubblica Mattarella il 19 dicembre in occasione della cerimonia per lo scambio di auguri di fine e anno, e quelle rese note il giorno prima, il 18 dicembre, del Messaggio di papa Leone XIV per la LIX Giornata Mondiale della Pace del 1 Gennaio. Contenuti che fanno emergere anche la differenza di intendere la pace che c’è nel mondo cattolico laico, del quale Mattarella, già Ministro della Difesa nella stagione in cui l’Italia partecipò ai bombardamenti nel Kosovo della Nato senza mandato Onu, viene da sempre annoverato quale autorevole interprete laico e politico. “Richiede uno sforzo convergente anche la definizione compiuta di una strategia di sicurezza nazionale – ha detto il presidente – in un tempo in cui siamo costretti a difenderci da nuovi rischi che, senza infondati allarmismi, sono concreti e attuali. La spesa per dotarsi di efficaci strumenti che garantiscano la sicurezza collettiva è sempre stata comprensibilmente poco popolare. Anche quando, come in questo caso, si perseguono finalità di tutela della sicurezza e della pace. E tuttavia, poche volte come ora, è necessario”.
Una versione aggiornata dell’antico “Si vis pacem, para bellum“, che legittima pienamente la partecipazione dell’Italia con l’adesione incondizionata del governo italiano alla spesa per ReArm Europe 2030, il piano di difesa militare che ha l’obiettivo di investire fino a 800 miliardi di euro per rafforzare l’infrastruttura di difesa dei singoli Stati europei.
Ma le parole del presidente della Repubblica, sdoganano definitivamente anche tutte le attività di promozione di una cultura militare e poliziesca nelle scuole e università italiane, denunciate costantemente dall’”Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università”, attraverso corsi di educazione alla legalità, di contrasto al bullismo e alla violenza di genere, perfino di educazione ambientale; fatti con la presenza di militari, mezzi e cani antidroga dentro le aule scolastiche da figure in divisa senza alcuna qualifica pedagogica. Ma con il solo fine di creare il substrato culturale per il marketing dell’arruolamento dei giovani nelle Forze Armate dello Stato.
Le parole di Mattarella sono il via libera alla strategia politica del governo, e in particolare del ministro Crosetto, per la ripresa della leva militare. Quella obbligatoria in vigore fino al 2004, infatti non venne mai abolita dallo Stato, ma semplicemente sospesa dal 1 gennaio 2005 dalla legge n. 226, quando venne introdotto anche il servizio civile universale. L’Italia, sulla scia di Francia e Germania, torna e chiedere nuovi “figli per la Patria”. Lo fa anche qui con una strategia subdola ai fini della promozione, facendo circolare nelle scuole italiane un questionario in 32 domande, promosso dal Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza dal titolo “Guerra e conflitti”, in cui i quesiti sono molto espliciti, tipo: “Se il mio Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e se servisse mi arruolerei. Quanto sei d’accordo con questa affermazione”.
Contemporaneamente nelle ultime settimane sono usciti da società demoscopiche spesso sconosciute, sondaggi in cui prevalgono maggioranze favorevoli alla reintroduzione della leva obbligatoria per i 18-26enni. Sondaggi molto furbi, su campioni di 800/1.000 persone, dei quali, pur essendo obbligatoria per legge, non viene pubblicata la nota metodologica, che descrive i criteri usati per effettuarli. E che, considerati gli istituti che li hanno redatti e i giornali che li hanno pubblicati, è più che lecito pensare che tutto questo faccia parte di una precisa strategia comunicativa del governo stesso, tesa a costruire nel Paese una nuova e precisa narrazione militaristica.
Su questa politica e strategia dello Stato italiano e del resto dei governi europei, arrivano come una “bomba” spirituale, etica e pragmatica, le parole di papa Leone XIV. Un messaggio potente e chiaro, che rimettono con nettezza sulla scena mondiale sui temi geopolitici la figura, finora da molti percepita come troppo defilata e differente rispetto a quella di papa Francesco, del pontefice statunitense. Un testo non a caso ignorato e offuscato dall’informazione mainstream, asservita alla politica e all’economia bellicistica, del riarmo, e della riconversione industriale da civile a militare. Parole che ricollocano molte leadership mondiali ed europee, fino a Mattarella, Meloni e Crosetto e parte del mondo cattolico.
Il Messaggio del papa è universale, rivolto a tutti: “Sia che abbiamo il dono della fede, sia che ci sembri di non averlo, cari fratelli e sorelle, apriamoci alla pace”. Per quanto riguarda specificatamente l’Italia, a 50 anni dalla pubblicazione de “L’Obbedienza non è più una virtù” di don Lorenzo Milani, nel testo c’è uno specifico riconoscimento alla nonviolenza: “Poco prima di essere catturato, in un momento di intensa confidenza, Gesù disse a quelli che erano con Lui: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi». E subito aggiunse: «Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14,27). Il turbamento e il timore potevano riguardare, certo, la violenza che si sarebbe presto abbattuta su di Lui. Più profondamente, i Vangeli non nascondono che a sconcertare i discepoli fu la sua risposta non violenta: una via che tutti, Pietro per primo, gli contestarono, ma sulla quale fino all’ultimo il Maestro chiese di seguirlo. La via di Gesù continua a essere motivo di turbamento e di timore. E Lui ripete con fermezza a chi vorrebbe difenderlo: «Rimetti la spada nel fodero» (Gv 18,11; cfr Mt 26,52). La pace di Gesù risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali”. Papa Leone ricorda come nel corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del PIL mondiale. Per poi fare una “radiografia” all’ipocrisia della politica: “Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui (…) Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza”. Espressioni che rendono bene il fatto di come il papa sia estremamente attento, e a conoscenza, di come in maniera subdola le politica agisca con fini pedagogici per l’inoculazione tra le giovani generazioni di una cultura militaresca e bellicistica.
Le quali, anche se considerate lontane e refrattarie alla politica, almeno così come la intendono le generazioni mature, hanno idee molto chiare. A un primo parziale rilevamento del questionario farlocco del Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, il 68% dei giovani non si arruolerebbe in caso di guerra. Mentre il 5 dicembre, decine di migliaia di studenti tedeschi hanno scioperato rispetto alla reintroduzione della leva obbligatoria, approvata dal governo.
Nel messaggio di papa Leone infine, c’è anche un forte richiamo all’impegno non usare le religioni ai fini della promozione di una cultura bellicistica e delle politiche del riarmo: “È questo un servizio fondamentale che le religioni devono rendere all’umanità sofferente, vigilando sul crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole. Le grandi tradizioni spirituali, così come il retto uso della ragione, ci fanno andare oltre i legami di sangue o etnici, oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e respingono chi è diverso. Oggi vediamo come questo non sia scontato. Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio”. Usando un termine quasi preconciliare, si potrebbe prefigurare una “scomunica” degli attuali governanti delle post democrazie occidentali, compresa quella italiana.




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