“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.” Antonio Gramsci
03 agosto 2024
AMORE E LOTTA DI CLASSE: LA TENEREZZA DEL GIOVANE GRAMSCI
Da una lettera del giovane Gramsci alla sua futura moglie, Julija Schucht, madre dei suoi due figli Delio e Giuliano:
02 agosto 2024
MARINA CVETAEVA SCRIVE AD A RAINER MARIA RILKE
PAOLO BENVENUTI e FRANCO MARESCO PARLANO DELLA STRAGE DI PORTELLA DI GINESTRA E DI BERNARDO MATTARELLA
MEMORIA CONTRO AMNESIA
Memoria contro amnesia. Dialogo sulla poesia tra Gisella Blanco e Alberto Bertoni.
di Gisella Blanco pubblicato venerdì, 2 Agosto 2024 · Aggiungi un commento
G.B. : Tra “capovolgimenti edipici” e divertite ironie freudiane, Alberto Bertoni, nella sua ultima fatica letteraria, Libro dell’ansia (Book Editore, 2024), continua a ricordare la figura del padre, Gilberto Bertoni, la vita che ha condotto e la sua morte, per decodificare la propria, di esistenza, e per esorcizzare le proprie fobie, le piccole amabili stranezze che il poeta, critico anche e soprattutto di sé stesso, offre generosamente ai lettori con la sua poesia. E l’ansia diviene immancabile metafora della vita contemporanea e paradosso di ogni saggezza acquisita.
La morte appare come un rito da riformulare periodicamente per sopravvivere all’estenuante ansia sul proprio, sconosciuto destino (finanche quando al destino non si crede): ciò accade sia nei versi di Bertoni, dal forte impatto fonosimbolico, sia nel suo riproporli in libri e contesti diversi, come una lunga rielaborazione che non si può concludere, una metabolizzazione non solo del lutto ma anche di quello che ne consegue.
Quando si tratta di materiale prettamente psico-emotivo, prima che letterario, ecco che sopraggiunge il dialetto come linguaggio istintivo, come ritorno all’origine del dire, all’animalità dell’espressione, come un lapsus che irrompe nel discorso e lo lascia estendere fino a ciò che non si sa nemmeno di poter dire.
Benjamin sosteneva che “le allegorie sono nel regno delle idee ciò che le rovine sono nel regno delle cose”, e suggeriscono altro, di più di ciò che si intende dire in modo volontario. L’evento della perdita della figura genitoriale – superando il rischio del descrittivismo e dell’eccesso di personalismo, molto presenti nella letteratura di oggi – nei tuoi versi sembra diventare un’allegoria di quello che era prima e delle plurime possibilità di ciò che sarà dopo la morte, nella vita di chi rimane e continua a formulare linguaggi, ricordi, nevrosi e, in ultimo, simboli comunicativi. Ce ne parli?
A.B. : Prima di rispondere alla delicata e cruciale questione della figura paterna come allegoria, devo precisare che abbastanza spesso (soprattutto negli ultimi tempi) mi capita di concentrare il mio istinto sperimentale – questo è un presupposto della mia formazione poetica, nella Bologna degli anni ’70, con maestri come Anceschi, Guido Guglielmi, Niva Lorenzini, Alessandro Serra – nella macroforma del libro, piuttosto che nella metrica o nella lingua delle singole poesie. Libro dell’ansia ne è un esempio lampante, visto che è costituito di due parti poeticamente contrapposte. La prima è la quarta edizione, finalmente ne varietur, del mio libro più letto, Ricordi di Alzheimer, che raccoglie il frutto di più di un quarto di secolo di scrittura e che è dedicato alla vicenda davvero vissuta dei miei dialoghi e delle mie passeggiate (un po’ forzate un po’ spontanee) con mio padre Gilberto. Mi accorsi del suo Alzheimer incipiente nel maggio del 1997 e – in quanto figlio unico – l’ho accompagnato nel percorso della sua malattia fino alla morte per infarto, sul pianerottolo di casa, di rientro dalla passeggiata quotidiana, verso le 14 del 5 gennaio 2006. Da nove anni non scrivevo altro che di lui, nonostante che fra di noi non ci fosse alcuna confidenza che non riguardasse la nostra comune passione sportiva.
Avevo già più di quarant’anni, nel ’97, convivevo nella stessa casa modenese (quella d’infanzia e adolescenza) con lui e mia madre, ma lavoravo già all’università di Bologna come ricercatore, conducendo una vita indipendente (ero legato già da più di un decennio a una donna sposata, con la quale ci saremmo sposati altri vent’anni dopo la scoperta della malattia paterna) e avendo pubblicato da qualche mese il mio primo libro di versi, Lettere stagionali, nel quale di mio padre non si parlava proprio. Eppure, da quando percepii l’irrimediabilità della perdita progressiva di memoria che aveva cominciato ad affliggere mio padre, senza che neppure me ne accorgessi, cominciai a scrivere quasi solo di lui, della sua malattia e del mio ruolo di cronista/archivista/annalista del suo nuovo rapporto con il mondo.
Un po’ di tempo dopo la sua morte, mi accorsi che avevo il materiale sufficiente per un nuovo libro monotematico di poesia, che intitolai in un primo tempo Diario di Alzheimer e che in extremis corressi nell’ossimoro Ricordi di Alzheimer: mi sembrava più efficace, proprio perché provavo ad applicare quel potentissimo dispositivo memoriale che è la poesia coi suoi metri, i suoi ritmi e le sue musiche verbali all’esperienza di tabula rasa che mi veniva imposta dal cuore del mio dna. Nel lavoro di edizione (ed era già il 2008), mi vennero in soccorso due amici veri, Massimo Scrignòli alias Book Editore per dare alle stampe il manufatto; e Francesco Guccini, che mi donò una bellissima poesia in dialetto pavanese, trasformata anni dopo nella canzone Natale a Pàvana da Mauro Pagani.
Il libro uscì dalla cerchia ristretta dei membri della Società dei Poeti Viventi e raggiunse subito un pubblico più ampio: in parte perché l’Alzheimer stava diventando una sorta di malattia sociale, collettiva piuttosto che individuale; e in parte perché il libro venne adottato dall’associazione toscana dei parenti dei malati e in particolare da due persone di straordinaria verità umana quali Manlio Matera e l’attrice Daniela Morozzi. Quattro anni dopo, ci fu bisogno di una seconda edizione (bruciata tutta dalle associazioni toscane, cui si era unito un luminare nella cura dell’Alzheimer come il professor Marco Trabucchi con la cooperazione solidale ma autonoma di poetesse del valore di Franca Grisoni, Vivian Lamarque e Roberta Dapunt), e nel 2016 di una terza, arricchita dal testo introduttivo di Guccini, da una partecipe nota critica del poeta Milo De Angelis e da un mio lungo racconto intitolato Una storia, nel quale provavo a dire chi era mio padre al di fuori e al di là delle mie “croniche” poetiche e a descrivere il contesto nel quale si era dipanata la sua vicenda di malato mentale.
Nel frattempo, la mia poesia – per fortuna – era riuscita a imboccare anche altre strade, nel ’20-’21 c’era stato il biennio della pandemia, ma ogni tanto sentivo in agguato qualche altro ricordo di Alzheimer e non rinunciavo a scriverlo. A farla breve, dentro di me ero consapevole con persuasione sempre più accentuata che il libro non era ancora finito. Appreso da Scrignòli che anche la terza edizione era in via di esaurimento, ho avvertito il bisogno anche morale di denudare la trama poetica di tutti i paratesti con la quale l’avevo in precedenza sostenuta, consegnandola all’essenzialità della sua forma versificata: così, ho apportato alcune varianti testuali e soprattutto ho aggiunto in fondo un’intera sezione che ho intitolato Post Scriptum e che – in una sorta di passaggio di testimone dell’orrore – è dedicata al mio Alzheimer di poeta/archivista/giudice spietato di una vicenda antropologica tutt’altro che edificante. E così i Ricordi sono conclusi oggi da una poesia scritta addirittura a Varsavia nella tarda primavera del 2023, esattamente ventisette anni dopo la prima.
E mi fa piacere riportarla qui, perché vale proprio come lascito testamentario d’autore, casomai s’inveri quel 24,8% di possibilità di ammalarmi anch’io di Alzheimer, preconizzatomi un giorno da Marco Trabucchi. Ma oltre che autore, sono anche da sempre uno scommettitore ippico e – fossi sicuro che ogni cavallo che gioco ha il 75,2% di possibilità di vittoria o di piazzamento – aumenterei di molto la posta delle mie scommesse. Ma ecco la poesia composta l’anno scorso in Polonia:
Ha ragione l’amica, quando dice
Varsavia è una città che ti guarda
molto più molto meglio di quanto
possa mai tu, guardarla
Vede tutto, Varsavia
anche la tua
girovaga ignoranza
di lingua, cultura, luce
che sembra tagliata
Però ti rilassi,
placata finalmente l’ansia
che da tempo attanaglia
ogni movenza del tuo corpo
e non ti dà tregua, rende
quasi impossibile ogni dopo
fra te stesso e la mente
“Alzheimer cancro colpo
definitivo al cuore
se mai di qualcosa si muore”
Troppe chiese, d’accordo
per l’ateo che sono
e per l’occhio concentrato
a enumerare perdite
nei destini precoci delle foglie
che cadono per prime, lentamente
nonostante tutto il verde
pronto lì sotto ad accoglierle
intanto che t’illudi di risorgere
dal senso comune mentre crede
di ricomporre insieme
il buio e la luce,
la frenesia e la quiete
suddividendoti equamente
fra le ore di cieco lavoro
e il sogno di morte che non vuole
più nessun quando
o dove
G.B. : Dopo il poemetto sul momento della morte del padre, seguono una serie di testi intitolati goliardicamente (e ironicamente) a Kafka che, prendendo spunto da elementi tratti dall’esperienza del quotidiano, sembrano riprendere il tema giudiciano dell’”Autobiologia”, in cui si estremizza il rapporto dell’etica con il reale, senza lesinare un drammatico approccio ilare allo sguardo sulle cose, e sul sé.
“Resto qui solo con il mio occhio esperto/ma non tocco il segreto”. Riprese da Ricordi di Alzheimer – Una storia (Book Editore, 2008), queste poesie contengono una oscurità relativizzata che non riduce l’esperienza del lutto al solo dolore individuale. Ci dici di questo aspetto della tua poetica?
A.B.: L’intrapresa dei Ricordi di Alzheimer mi ha posto fin dall’inizio un problema di coscienza: io che ho sempre diffidato della poesia del dolore individuale, esposto in forma autobiografica, senza il filtro allegorico dell’arte e delle sue consapevolezze formali, tutte di secondo grado, ecco che – messo alla prova di questo elemento tremendamente distruttivo che è l’Alzheimer – ne rimango talmente coinvolto da mettere a nudo aneddoti, affetti, tracolli, sentimenti, disastri “tutti realmente accaduti”. A cose fatte e a catarsi ormai compiuta (il tema alzheimeriano non fa più parte della zona inconscia, censurata e rimossa da cui scaturiscono le poesie), credo che a salvarmi sia stato proprio il lavoro ininterrotto che – fra il 1997 e il 2023, fra una notte ambiguamente tiepida nella zona sud di Modena e un pomeriggio soleggiato di Varsavia – ha prodotto le quattro edizioni dei Ricordi, nessuna uguale all’altra.
E quello che dici in proposito (“la perdita della figura genitoriale… nei tuoi versi sembra diventare un’allegoria di quello che era prima e delle plurime possibilità di ciò che sarà dopo la morte…”) è proprio il compimento figurale di un dilemma di coscienza che prescindeva anche dalla qualità poetica delle singole componenti e che per l’appunto richiedeva anche all’io recitante di uscire dalla “bolla” di sicurezza della finzione suprema, per precipitare nella vita nuda, che non fa sconti, che non offre trame coerenti e che è paurosamente altalenante fra qualche sparso apogeo e moltissimi ipogei. In quest’ultima e definitiva edizione dei Ricordi mio padre ed io siamo due maschere allegoriche (sospese come tutte le maschere vere fra commedia e tragedia) e non due piccoli soggetti transeunti della middle class piccolissimo-borghese e provinciale diffusa in tutto l’odierno “primo mondo” occidentale.
G.B.: Non mancano i calembour, i riferimenti al calcio, alle corse di cavalli, alle gare di macchine, all’evasione che conduce a nuove consapevolezze, a quella “certezza dell’errore” che sprona al dubbio come strenua risorsa di autoconservazione.
E se nella vecchia pubblicazione, a seguire era la sezione Larva, qui il titolo sarà al plurale. Che sia una scelta o un caso, le Larve insidiano la vita – e la coscienza – dell’uomo, come i topi einaudiani[1], nel solco scavato dalle memorie e negli strani scambi tra vivi e morti attraverso le cose del mondo, in un tempo che, tra i versi, perde perfino il suo ordine cronologico.
“Il mondo è irrevocabile” è, forse, la parafrasi del rapporto dell’io con i propri versi.
“Ogni uomo è un universo”, e ancora, “siamo così piccoli e così insignificanti”: sono palinodie (i versi si trovano in testi tipograficamente vicini) e, contemporaneamente, modi d’investigare l’esistenza umana da punti di vista diversi.
In una generosa intervista comparsa su Il Tasto Giallo tra Bertoni e Rosanna Frattaruolo, l’autore afferma: «Poi, certo, alla fine affiora sempre la questione della scrittura in prima persona. Capita una mattina di alzarsi e dire: “Oggi può essere un giorno di poesia”, che vale in realtà un “oggi forse scrivo”, perché c’è un movimento che sta coagulandosi e che ha bisogno di essere disteso in una serie di frasi versificate, ritmate, plasmate dentro un crogiuolo metrico. Sono giornate in cui la prima parola che mi viene in mente appena mi sveglio è una parola che fluisce in modo anche musicale e sono le giornate in cui appunto a bassa voce mi dico: “Oggi potrei scrivere una poesia”. Bisogna anche “aver qualcosa da dire”, però, e spesso invece, anche nei giorni in cui il pensiero fluisce in forma musicale, accade che non si disponga di un oggetto, di un evento, di un argomento (comunque derivato da un aneddoto esperienziale), di una piegatura particolare del reale, di un Tu destinatario/a del discorso o di un paesaggio (non importa se interiore o esteriore) da modellare, da esprimere». Tali riflessioni, necessarie oggi più che mai a chi decide di scrivere e, in particolare, di scrivere poesia, aprono la strada al tema dell’io. Se l’utilizzo dell’io, non solo come effettiva prima persona ma come filtro espressivo, ha accompagnato tutta la storia della poesia, sin dai primordi e dalla mìmesis, rimane anche oggi uno degli aspetti più scottanti dell’atto della scrittura.
La seconda parte del libro, L’epoca dell’ansia – Libera versione e adattamento dell’”ecloga barocca” The Age of Anxiety di W. H. Auden, si apre con una introduzione in cui l’autore spiega il senso del “convulso”, e cioè uno stato emotivo e psicologico che si collega all’opera in traduzione del poeta americano.
“La poesia comincia sempre (per tutti) da uno scricchiolio o – come preferiva Majakovskij – da un ritmo-rimbombo dal quale, a poco a poco, il poeta comincia ‘a estrarre le parole’”.
Davanti a “un’ecloga barocca composta nel cuore del Novecento, vale a dire un poema strutturato drammaticamente, fra dialoghi e soliloqui”, il traduttore non ha smarrito l’intuito ritmico-contenutistico del poeta, mettendo a contatto le due anime con quella – immancabile – del critico. E non stupisce che la scelta, da parte di Bertoni, sia ricaduta su un autore che, con disinvolta grazia dissacrante, lascia profeticamente combaciare il sacro con il profano, l’amore con il disamore, la rabbia con la seduzione, il gioco con il dolore, l’attualità con un perdurante passato.
Nella prefazione, Bertoni cita Brodskij e Heaney come poeti affini ad Auden: la realtà efferata continua a mostrare le sue strazianti meraviglie, e si dispiega attraverso i suoi simboli, la giustizia e le ingiustizie mischiate fra loro, come nell’Antologia di Spoon River.
È possibile – mi permetto di formulare questa ipotesi – che in Auden (ma non anche in Brodskij e Heaney, i cui toni appaiono maggiormente apodittici) compaia quella oscurità relativizzata, a tratti ilare, di cui si parlava a proposito della poetica di Bertoni.
Torno a Benjamin, alla sua idea di traduzione in cui, in un paradosso, “giungono a fondersi libertà e letteralità”: così, il filosofo, in una lunga riflessione sulle insidie del tradurre poesia, afferma che “la versione interlineare del testo sacro è l’archetipo o l’ideale di ogni traduzione”.
Ci parli della tua idea e della tua esperienza sulla funzione traduttiva, e di come si relaziona al tuo atto autoriale?
A.B.: Per creare un giusto e necessario effetto di contrasto narrativo, ho deciso di accoppiare all’incandescenza della ne varietur il risultato del lavoro quadriennale (indotto dall’esplosione della pandemia, tra febbraio e marzo del 2020) di traduzione del fondamentale poemetto The Age of Anxiety di Wystan H. Auden, pubblicato in prima battuta a New York nel 1947. Con dissimulato raccapriccio, mi sono accorto – presentando o regalando in giro il mio libro – che quasi nessuno lo conosce, anche fra i poeti e le poetesse fregiati/e di laurea. L’inglese lo conosco poco e male, ma la colpa della scelta ricade questa volta su mia madre. Ed è un vero paradosso che un figlio unico privo di confidenza e di “amicizia” con i propri genitori sia stato da loro condizionato fino a questo punto in un’avventura letteraria intrapresa a quasi settant’anni di età. “Scherzi della vernaccia”, chioserebbe forse il Manzoni, o qualcosa di oscuramente freudiano che riemerge da profondità abissali? Da sempre, preferisco Manzoni a Freud, ma chissà… Prima di tutto, in ogni caso, da mia madre ho ereditato il convulso, un misto di perenne tensione, disagio e paura nel rapporto quotidiano con il mondo: una forma di ansia al quadrato. Così non deve stupire che, quando siamo entrati quasi d’improvviso nel primo lockdown (al principio di marzo del 2020, più o meno in coincidenza col decimo anniversario della morte di mia madre), io abbia deciso di rileggere il poema noto in italiano come L’età dell’ansia A dire il vero, la prima volta lo avevo letto solo in modo fuggevole, sull’edizione approntata nel ‘94 dal Melangolo di Genova e dotata di un’acuta introduzione del mio amico Valerio Magrelli. Veniva lì ripresa la prima e finora unica traduzione italiana, portata a compimento e curata dal poeta Antonio Rinaldi con la collaborazione di Lina Dessì, nel 1966 per la collana dello Specchio Mondadori: un libro ormai introvabile, che mi sono dovuto procurare in modernariato. Lontana, mi riecheggiava nella mente la metafora d’incipit del discorso di Magrelli, secondo la quale “si può arrivare a Auden seguendo uno scricchiolio”.
Infatti, è tremendamente vero che la poesia comincia sempre (per tutti) da uno scricchiolio o – come preferiva Majakovskij – da un ritmo-rimbombo dal quale, a poco a poco, il poeta comincia “a estrarre le parole”. Da dove poi scaturisca il fenomeno, rimane per il poeta russo un mistero: niente di trascendente né di originario, a suo dire, ma forse solo il “ripetersi d’un suono, d’un rumore, d’un dondolio…”. A ogni modo, quando ho ripreso in mano il testo di Auden in uno di quei primi, interminabili pomeriggi di pandemia e di segregazione domestica, più che lo scricchiolio mi hanno colpito l’evidente processo di invecchiamento e le difficoltà di resa in una lingua poetica italiana davvero novecentesca che incrostavano la traduzione esistente: a miglior titolo perché L’età dell’ansia è una sorta di prosimetro d’impianto drammaturgico, metricamente polifonico, nelle sue componenti di prosa-prosa, di verso libero tendente talvolta alla prosa e talaltra a una straniata, prosodicamente composita melodia e di inserti non troppo rari di versificazione chiusa, fra gli estremi dello slogan pubblicitario, del titolo di giornale e della canzonetta.
Scoperta al volo in Rete l’edizione critica compiuta nel 2011 da Alan Jacobs e pubblicata a Princeton (in parte anche commentata e ben documentata tanto sul piano della fisionomia testuale quanto su quello storico-editoriale), l’ho ordinata su Amazon e ricevuta nel giro di una ventina di giorni. A quel punto mi sono avventurato in una traduzione che – al modo di Attilio Bertolucci – è anche se non soprattutto un tradimento, in quanto orientata molto più a un gioco di equivalenze poetiche (e metriche, prosodiche, linguistiche) che all’esattezza letterale della lingua di Auden: d’altra parte, non sono un angloamericanista, il mio inglese parlato è incerto e non più che elementare, quello letto un po’ migliore, ma in ogni caso non sarei stato in grado di sostituirmi agli specialisti, se non al prezzo di esiti risibili. Il lavoro è durato quattro anni e si conclude adesso, a pandemia ufficialmente terminata.
Naturalmente non è questo il luogo per ribadire il rilievo critico e l’attualità del poema (per intitolare il quale in italiano ho preferito rendere Age con epoca piuttosto che con età), alla cui interpretazione e collocazione dentro la storia compositiva di Auden contribuiscono fra i molti due Premi Nobel a lui straordinariamente empatici come Iosif Brodskij e Seamus Heaney. Ora e qui, vale piuttosto la pena di concludere queste scarne righe di giustificazione alla mia temerarietà nel confrontarmi con un tale gigante del Novecento occidentale, chiamando in causa la parentela figurativa dell’ambientazione e della struttura “spaziale” del poema di Auden con il dipinto Nighthawks (Falchi notturni, alla lettera, ma per consuetudine reso con I nottambuli), compiuto dal pittore americano Edward Hopper nel 1942, benché lì i personaggi siano solo tre, due uomini e una donna, cui si aggiunge il barman.
A poco a poco mi sono abituato a convivere col mio miraggio. E dopo l’abitudine è sopraggiunta la passione. Per i primi due anni il tempo a disposizione è stato molto e il velleitario esercizio si è a poco a poco trasformato in un matto e disperatissimo lavoro, condotto in solitario. È dunque ovvio che io solo sono il responsabile di tutti i fraintendimenti, i tradimenti, i tagli di percorso, le omissioni, gli errori materiali nel rendere dall’inglese in italiano qualche singola parola o qualche sintagma: e che io solo sono colpevole anche delle declinazioni fantasiose di certi passaggi della “gelida, arguta, aspra ricchezza” poetica di Auden, al di là del fatto che troppo arduo e vano sarebbe risultato lo sforzo di addentrarmi nei meandri dello slang americano, che viene sapientemente fatto collidere dall’autore con un buon numero di sequenze espresse invece in un inglese grammaticale, talora quasi oxoniense.
Per questo insieme di ragioni, preferisco dichiarare la presente intrapresa un “libero adattamento”, piuttosto che una traduzione vera e propria. Mi impegno però a rassicurare i lettori e le lettrici che nell’edizione presente il testo dell’Epoca dell’ansia “c’è tutto”, dal momento che non ho rinunciato a cimentarmi anche coi suoi passi più impervi, che non sono pochi. A incoraggiarmi, mi ha raggiunto da lontano la voce di Giovanni Giudici che – negli anni ’90 del Novecento, quando ho avuto la fortuna di frequentarlo da vicino – mi ripeteva spesso che, per tradurre bene la poesia, occorreva conoscere la lingua poetica di arrivo meglio di quella di partenza. Ed è senz’altro il mio caso, visto che ho sempre considerato un peccato di hybris provare a imparare un’altra lingua con la stessa precisione e competenza del mio proprio idioma, prima materno e poi scolastico. Senza considerare che, una volta, Francesco Guccini mi ha definito un sordastro musicale: e dunque è già tanto che da quasi settant’anni io limiti il mio impegno linguistico a perfezionarmi più che posso nel volgare di sì.
Parimenti, una sconfitta che riconosco subito è quella di non essere riuscito – fin dalle prime prove – a mantenere lo stesso numero di versi dell’originale. E forse, certi nomi propri – evocativi, allusivi e il più delle volte composti – avrei dovuto provare a volgerli più sistematicamente in italiano: ma non avrebbe potuto essere un’operazione omogenea e onnicomprensiva, perciò, – dopo lunga riflessione e svariati tentativi – ho lasciato perdere, limitandomi a italianizzare i casi più eclatanti. Per di più, la lingua poetica italiana com’è venuta definendosi in questo primo quarto di XXI secolo è molto lontana dall’inglese e dallo stile effettivamente barocco di un Auden trasferito negli Stati Uniti fin dal 1939: e il poema – non si deve mai dimenticare – è davvero un’ecloga barocca composta nel cuore del Novecento, vale a dire un poema strutturato drammaticamente, fra dialoghi e soliloqui, la cui declinazione pastorale (soprattutto per quanto concerne talune allegorie dell’origine) e antropologica rimanda di volta in volta a effetti metapoetici e/o a interrogativi pressanti sulle cose ultime della nostra esistenza umana e terrena, percepita dal buco nero di una guerra. E non posso negare, in conclusione, che questi elementi non abbiano che fare molto da vicino con la mia scrittura poetica del “dopo Alzheimer”.
________________
[1] A. Bertoni, L’isola dei topi, Einaudi, 2021.
Gisella Blanco vive a Roma. Collabora con Il Foglio. Scrive per la rivista Leggere Tutti cartacea e on line, per Atelier Poesia cartaceo e on line, per Liguria Day, per Poesia di Luigia Sorrentino, per Smerilliana. Ha seguito la comunicazione della Fiera del Libro di Iglesias, del Premio Nazionale Elio Pagliarani, Elba Book e del TeverEstate per il Cibaldone Culture Festival. È giurata nel Premio Internazionale Città di Sassari per la sezione Poesia.
ATTUALITA' DEL PENSIERO DI P. BOURDIEU
Il 1º agosto 1930 nasceva Pierre Bourdieu, uno dei sociologi
più importanti del XX secolo, il cui pensiero continua ad avere grande
rilevanza anche nel nostro presente.
Caposaldo del suo lavoro è il tentativo di costruire una
teoria in grado di raggiungere una sintesi fra oggettivismo e soggettivismo,
fra struttura e azione. Da un lato Bourdieu ritiene che esistano strutture
esterne, indipendenti dal comportamento dell’individuo, che ne condizionano le
scelte fornendogli una serie di vincoli e incentivi. Allo stesso tempo, però,
sostiene che le scienze sociali debbano indagare queste strutture considerando
anche la conoscenza pratica che ne hanno gli individui. Questo perché, per
Bourdieu, le strutture sono sia “strutturanti”, nel senso che influenzano
l’azione individuale, sia “strutturate”, generate e riprodotte dall’azione
degli individui. La conseguenza è che il ricercatore deve porsi in un rapporto
riflessivo con il fenomeno che studia, cercando di mettere sempre in
discussione le sue presupposizioni e ciò che dà per scontato.
Questo articolo di Lorenzo
Cattani presenta i concetti chiave di habitus, campo e capitale,
sottolineando come l’attualità del pensiero di Bourdieu abbia a che fare con la
loro interazione, e illustra il modo in cui questi concetti possono essere
anche utili per immaginare strumenti di policy per ridurre le disuguaglianze.
Articoli -
22 Gennaio 2021
L’attualità del pensiero di Pierre Bourdieu
Scritto da Lorenzo Cattani
11 minuti di lettura
«Ogni forma d’autorità riposa su una forma di credenza
originaria […] e ciò riguarda non solo l’autorità imposta attraverso gli
ordini, ma anche quella che si esercita inconsapevolmente […]. Un mondo sociale
è un universo di presupposizioni, scontato per coloro che vi appartengono e
investito di valore da parte di coloro che vogliono esserne parte»[1].
In questa frase si ritrovano molti degli elementi più
importanti del pensiero di Pierre Bourdieu, uno dei sociologi più importanti
del XX secolo, il cui pensiero continua ad avere grande rilevanza anche nel
nostro presente. Caposaldo del suo lavoro è il tentativo di costruire una
teoria in grado di raggiungere una sintesi fra oggettivismo e soggettivismo[2], fra struttura e azione. Da un lato
Bourdieu ritiene che esistano strutture esterne, indipendenti dal comportamento
dell’individuo, che ne condizionano le scelte fornendogli una serie di vincoli
e incentivi. Allo stesso tempo, però, sostiene che le scienze sociali debbano
indagare queste strutture considerando anche la conoscenza pratica che ne hanno
gli individui. Questo perché, per Bourdieu, le strutture sono sia
“strutturanti”, nel senso che influenzano l’azione individuale, sia
“strutturate”, generate e riprodotte dall’azione degli individui. La
conseguenza è che il ricercatore deve porsi in un rapporto riflessivo con il
fenomeno che studia, cercando di mettere sempre in discussione le sue
presupposizioni e ciò che dà per scontato.
Nel perseguire questo obiettivo Bourdieu ha sviluppato una
serie di concetti e strumenti molto utili per studiare la complessità del
nostro mondo. Questi concetti sono l’habitus, il campo e le forme di capitale.
L’articolo si strutturerà nel seguente modo. Verranno
illustrati i concetti chiave di habitus, campo e capitale, sottolineando come
l’attualità del pensiero di Bourdieu abbia a che fare con la loro interazione.
In seguito, verrà illustrato il modo in cui questi concetti possono essere
incredibilmente utili per immaginare strumenti di policy per ridurre le
disuguaglianze.
Habitus, campo e capitale: gli strumenti per capire la
complessità
L’habitus può essere definito come “necessità fatta virtù”.
L’habitus è l’insieme di predisposizioni e schemi di pensiero, frutto di
condizionamenti sociali, che media le scelte degli individui. Prodotto della
storia, l’habitus è anche “produttore di storia”, poiché genera pratiche
individuali e collettive “conformemente agli schemi generati dalla storia”.
Bourdieu inquadra l’habitus in un’ottica costruttivista, poiché l’habitus è
prodotto dal funzionamento di determinate strutture sociali, ma allo stesso tempo
può rafforzarle (o trasformarle) una volta che gli individui fanno le loro
scelte. L’habitus non va visto come imposizione meccanica sulle decisioni
individuali, ma come schema di “improvvisazione regolata”, che tende ad
escludere quelle scelte estreme che ci sembrano “folli” o che sono in chiaro
contrasto con il senso comune e che a noi sembra scontato non fare. È altresì
importante capire che per Bourdieu l’habitus è “storia incorporata”, è l’esito
di dinamiche sociali, che sono tutt’altro che cristallizzate nel tempo.
Per capire meglio come funziona l’habitus è sufficiente
pensare al genere, che Bourdieu definisce “habitus sessuato”. Consideriamo il
tema delle scelte educative fatte da donne e uomini quando si iscrivono
all’università. Ad esempio, oggi sono ancora poche le donne che si iscrivono in
corsi di tipo ingegneristico, mentre sono molte le donne che prediligono corsi
universitari di tipo umanistico. Le donne non sono costrette da regole e
divieti formali a scegliere percorsi umanistici, eppure possiamo chiaramente
osservare questa regolarità nel corso del tempo. L’idea è che i condizionamenti
sociali a cui siamo sottoposti, ad esempio tramite la socializzazione quando
siamo bambini, vengono incorporati dall’habitus, in questo caso il genere, che
ci porta ad escludere scelte che sarebbero “troppo atipiche”. Tuttavia, due
considerazioni sono d’obbligo. La prima è che nonostante tutto ci sono donne
che scelgono percorsi accademici STEM, indicando quindi che l’habitus non
determina meccanicisticamente le nostre scelte, ma interagisce con la nostra
volontà. Pertanto, è possibile “resistere” a certi condizionamenti. La seconda
è che, come detto in precedenza, l’habitus non è immutato. Nel corso degli anni
le donne sono riuscite ad inserirsi nei corsi di economia, che un tempo erano
maschilizzati come quelli ingegneristici, mentre ora sono gender
neutral, al punto che oggi non “sembra strano” vedere donne che scelgono di
studiare economia.
L’habitus è quindi il punto d’incontro fra agency e
struttura, fra volontà dell’individuo e i condizionamenti sociali che
caratterizzano l’ambiente in cui l’individuo si forma.
Capitale e campo vanno invece considerati insieme.
Rifacendosi alla distinzione fra classe e status ad opera di Weber, Bourdieu
distingue diverse forme di capitale, che intende come qualunque tipo di risorsa
che conferisce dei vantaggi a chi la possiede. Bourdieu si distacca dalla
teoria economica neoclassica e marxiana, riconoscendo che il capitale non è
unicamente economico e che gli individui cercano di accumulare diversi tipi di
risorse. È in particolar modo in opposizione all’economia neoclassica, ritenuta
eccessivamente riduzionista, che Bourdieu costruisce le sue forme di capitale:
capitale economico, capitale culturale, capitale simbolico e capitale sociale.
Il capitale culturale pertiene alla sfera della conoscenza e
delle competenze e può esistere in tre forme: incorporato (disposizioni mentali
durevoli), oggettivato (tramite oggetti come i libri) e istituzionalizzato
(tramite credenziali certificate e titoli di studio). Il capitale sociale
pertiene alla sfera delle relazioni e dei rapporti informali, delle reti di
conoscenze in cui siamo calati. Il capitale simbolico è invece legato
all’onore. A differenza di tutte le altre forme di capitale, quello simbolico è
legato all’atto di riconoscimento, o misconoscimento, da parte delle altre
persone; sia quelle appartenenti allo stesso gruppo, inteso come classe sociale
o genere, che quelle al di fuori del gruppo. Tramite questo riconoscimento si
consolidano e si legittimano le dinamiche di potere e le disuguaglianze. Il
capitale economico, infine, sono le risorse finanziare e materiali a
disposizione di un individuo. La cosa importante è che le forme di capitale
possono essere trasferite e convertite. Si pensi al rapporto Istat del 2017,
che ha rilevato che per iscriversi al liceo (passaggio importante per accedere
all’istruzione universitaria) è cruciale avere almeno un genitore con un
diploma di liceo, un chiaro caso di trasmissione intergenerazionale di capitale
culturale. Allo stesso tempo, il capitale economico può essere convertito in
capitale culturale. Chi si colloca più in alto nella distribuzione salariale
può permettersi una regolare fruizione di offerta culturale (sotto forma di
spettacoli teatrali, film, mostre e concerti). Il capitale culturale può essere
convertito in capitale sociale: ottenere il dottorato di ricerca, o entrare in
università molto prestigiose, permette di inserirsi in una comunità ristretta
in cui costruire legami importanti per il futuro. A sua volta questo capitale
sociale può poi convertirsi in capitale economico, poiché grazie a reti e
contatti informali di qualità è possibile trovare lavori prestigiosi e ben
remunerati.
Con “campo” possiamo intendere una sfera del vivere sociale,
che si dota di regole proprie e, soprattutto, genera un network di relazioni
fra individui, che occupano però posizioni diverse. Non è un caso che Bourdieu
parli di “campo” in qualità di “regole del gioco”. La combinazione delle forme
di capitale fornisce le basi per la creazione e il mantenimento di ogni campo,
al punto che per il sociologo francese non ha senso parlare di capitale senza
considerare il campo. Se Bourdieu si è appoggiato più a Weber che a Marx nel
disegnare le forme di capitale, il pensiero marxiano ha un chiaro impatto sulla
natura “posizionale” che Bourdieu attribuisce al campo. Il campo è un luogo di
conflitto. Studiando il campo letterario, Bourdieu afferma che in quel campo vi
è la costante lotta nel definire cosa sia uno scrittore, qualcuno che ha
successo o qualcuno a cui i suoi pari riconoscono la qualità del suo lavoro.
Questo anche perché il campo letterario è esso stesso situato all’interno di un
campo di potere, dove vengono stabilite (anche qui in modo conflittuale) le
logiche di produzione del campo stesso.
Ciò che rende il pensiero di Bourdieu profondamente attuale
è però l’interazione fra questi concetti. È il punto d’incontro fra habitus
(“storia incorporata”) e campo[3] (“storia oggettivata”), strutturato
su diversi mix di forme di capitale, a fornire tuttora elementi di studio e
riflessione di grande interesse.
Per i singoli individui il campo rappresenta “lo spazio dei
possibili”, inteso come l’insieme di probabilità che una persona ha di accedere
a determinate posizioni del campo. Questo vuol dire quindi che c’è un conflitto
interno dove i dominanti si impegnano per mantenere lo status quo e i dominati
si impegnano per cambiarlo, ma ce n’è anche uno esterno, dove vengono erette
barriere all’entrata del campo.
Di fondamentale importanza è capire che per Bourdieu i campi
non sono contenitori a compartimenti stagni. Esiste una gerarchia fra campi (la
produzione letteraria è subordinata al campo del potere che crea le regole per
la produzione), ma esiste anche un grado di sovrapposizione fra campi
(Famiglia, Chiesa, Stato, Scuola). Il concetto fondamentale è che quindi
l’habitus si intreccia con campi diversi, dando origine ad esiti diversi a
seconda dei casi. È di conseguenza possibile che una persona possa trovarsi più
o meno svantaggiata, all’interno delle relazioni di potere, a seconda del campo
in cui opera in quel momento.
Questo concetto è molto chiaro quando si prendono in esame
gli studi intersezionali e il concetto di intersezionalità in generale. Nel
1989 Kimberlé W. Crenshaw ha coniato questo termine per descrivere come
l’esperienza delle donne afroamericane fosse soggetta a forme di
discriminazione e dominio che né la teoria femminista né quella antirazzista
erano riuscite a cogliere. L’intersezionalità mira a chiarire in che modo forme
di esclusione e discriminazione si intrecciano con classe sociale, genere ed etnia
per dare forma alle disuguaglianze, socioeconomiche e di potere, che osserviamo
ogni giorno nel nostro presente. Gli strumenti sviluppati da Bourdieu sono
incredibilmente utili per studi di questo tipo, poiché oltre ad aiutare a
cogliere meglio la natura sfaccettata delle disuguaglianze, sono anche
strumenti molto flessibili, che il ricercatore può facilmente adattare al
proprio lavoro.
Bourdieu e la lotta alle disuguaglianze
Uno dei punti più importanti in tutto l’apparato teorico
costruito da Bourdieu è l’interazione. Il modo in cui lo spazio del possibile
cambia a seconda di come si incrociano habitus e campo. Da questo punto si
possono fare due importanti considerazioni su cosa fare per costruire una
società più egualitaria.
La prima è che le azioni mirate a contenere le
disuguaglianze non possono che essere molteplici. Prendendo in esame il mercato
del lavoro è chiaro come la discriminazione si origini tramite diversi
meccanismi come pratiche organizzative (job design, valutazione della
performance) o cultura aziendale. È chiaro che per poter equilibrare gli esiti
sul mercato del lavoro non è sufficiente ragionare solo su strumenti dedicati
all’offerta di lavoro, come la formazione professionale o politiche attive del
lavoro. Invece è di vitale importanza lavorare anche sul fronte della domanda,
impostando una riflessione collettiva sui modi migliori per combattere le fonti
di esclusione e discriminazione. Allo stesso tempo, bisogna prendere in
considerazione anche l’interazione fra forme di discriminazione presenti in
campi diversi. Il caso della condizione femminile è molto chiaro poiché
qualunque intervento sul mercato del lavoro non può prescindere da una serie di
politiche della famiglia, dal momento che l’occupazione femminile è influenzata
dal carico di lavoro di cura che le donne devono affrontare.
La seconda è che le politiche incentrate sugli individui,
nel caso del mercato del lavoro si parla di quindi di politiche per l’offerta
di lavoro, devono diventare sempre più “personalizzate”. L’idea è che se non si
possono ignorare le diverse forme di dominio ed esclusione che si originano fra
un habitus e campi differenti, non si possono nemmeno ignorare le varietà di
esclusione e dominio che si originano dall’interazione fra uno stesso campo e
diversi habitus. La disoccupazione viene vissuta diversamente da donne e da
uomini, da stranieri e nazionali, da persone di estrazione sociale bassa e
alta. È quindi fondamentale che il Welfare State, con i suoi strumenti, sia in
grado di cogliere quali sono le difficoltà principali affrontate da individui
con caratteristiche diverse quando si trovano in momenti di fragilità ed
esclusione. Si pensi ai sussidi di disoccupazione. Gli schemi contributivi come
quello attualmente in vigore in Italia sono adatti ad un solo gruppo di
lavoratori: quelli che riescono a lavorare con più continuità in professioni
ben retribuite e che, qualora rimanessero senza lavoro, riceverebbero sussidi
più alti, per periodi più lunghi. Chi non rientra in questa categoria si
troverà tendenzialmente in situazioni più a rischio.
Se quindi servono politiche attive che, tramite una sinergia
virtuosa fra formazione e servizi per l’impiego, offrano agli individui piani
di reinserimento nel mercato del lavoro il più personalizzati possibile, serve
anche una ridefinizione degli strumenti passivi per il sostegno al reddito. Lo
stesso discorso può essere fatto per le pensioni, ma anche per l’accesso a
specifici percorsi d’istruzione.
Il pensiero di Bourdieu aiuta quindi a mettere in luce una
serie di criticità che hanno coinvolto tutto il movimento socialdemocratico a
partire dalla fine dei “Trenta Gloriosi” e che continuano a perdurare. Come ha
affermato Fabrizio
Barca in un’intervista per Pandora Rivista, è ancora senza soluzione il
problema di trovare spazio per la persona all’interno di un movimento
collettivo. Il lavoro di Bourdieu è incredibilmente utile per poter pensare
concretamente a degli strumenti che servano proprio questo scopo. Una
riflessione sul suo lavoro può quindi fornire strumenti strategici per capire
in che modo si possano dispiegare soluzioni collettive, lo Stato e le sue
politiche, per problemi che sono innanzitutto individuali.
Per chiunque si interessi allo studio delle disuguaglianze,
di qualunque tipo, il punto cruciale è la rottura con le presupposizioni e i
pregiudizi che nutrono e legittimano le disuguaglianze stesse. Allo stesso
modo, Bourdieu parla di “spezzare la Doxa”, il sistema di credenze e
presupposizioni che affrontiamo ogni giorno. Tale “rapporto di credenza”,
di illusio, come lo chiama Bourdieu, è più forte quanto più
l’individuo ne è meno consapevole. Nel 2009, il governo brasiliano ha lanciato
un ambizioso programma di edilizia popolare a Rio de Janeiro, con più di 4,5
milioni di unità abitative consegnate alla popolazione. Tuttavia, le case sono
state costruite molto lontane dal centro della città, senza che venissero fatti
investimenti adeguati sui trasporti pubblici. Questo perché era stato dato per
scontato che le persone avrebbero potuto muoversi in macchina, ignorando il
fatto che pochi dei beneficiari, perlopiù uomini[4], di quel programma possedessero delle
automobili[5]. Questo caso rappresenta molto bene il
modo in cui interventi sulla carta mirati a ridurre le povertà e disuguaglianze
possono anche peggiorare ulteriormente le condizioni di vita degli individui se
non sono state precedute da una riflessione volta a “mostrare il non detto” e,
per l’appunto, “spezzare la Doxa”.
Tuttavia, per spezzare la Doxa non è sufficiente fermarsi ad
illuminare le menti. Serve invece un radicale cambiamento nelle condizioni di
produzione, che deve essere seguito da una altrettanto radicale ridefinizione
delle logiche di dominio all’interno di altri campi sociali, famiglia in
primis. Ne consegue che gli strumenti dispiegati dallo Stato debbano essere
pensati e disegnati con l’obiettivo esplicito di operare una simile
ridiscussione. Nel caso degli strumenti per le famiglie, ad esempio, più che lavorare
su bonus e altri trasferimenti monetari, è meglio investire in servizi (per
l’infanzia e l’invecchiamento attivo). Infine, è necessario che l’innovazione
tecnologica sia accompagnata da un processo parallelo di “innovazione
organizzativa”, che rafforzi il primo orientandolo verso esiti più egualitari,
in grado di rompere non solo con le modalità di produzione, ma anche con le
“credenze originarie”, con i pregiudizi che interagiscono con le disuguaglianze
socioeconomiche, parzialmente plasmandole.
L’aumento delle disuguaglianze è stato uno dei fenomeni più
significativi dei processi di terziarizzazione e post-industrializzazione.
Nonostante il nostro sistema produttivo sia cambiato negli ultimi settant’anni
e molti pregiudizi e forme di dominio siano stati superati, sembra che vi sia
ancora una serie di condizionamenti soft, non esplicitati, che deriva da un
sistema di credenze che non è ancora stato superato. Il pensiero di Bourdieu
può fornire strumenti cruciali per imparare a “mettersi nei panni dell’altro”,
adottare punti di vista diversi e, pertanto, ridurre le disuguaglianze.
Conclusioni: intersezionalità e solidarietà
Vi sono due importanti elementi del pensiero di Bourdieu che
sono stati evidenziati in questo articolo. Il primo è che le radici delle
disuguaglianze vanno cercate in dinamiche tacite, spesso date per scontate,
tramite cui le disuguaglianze e le discriminazioni vengono accettate e
riprodotte nel tempo. Senza mirare esplicitamente a svelare tutto ciò che è
“non detto”, è difficile pensare che le politiche con cui una società si dota
per contenere le disuguaglianze possano avere pieno successo.
Il secondo elemento è che, al fine di poter svelare i non
detti e rompere con le credenze e le presupposizioni che alimentano le
disuguaglianze, bisogna considerare la molteplicità delle esperienze di
individui e gruppi, che derivano dalla varietà di incroci fra habitus e campo.
È stato fatto l’esempio di come il pensiero di Bourdieu aiuti a capire il
concetto di intersezionalità, di come esistano dinamiche di discriminazione
sovrapposte, che richiedono interventi sempre più “personalizzati”. È importante
però sottolineare che il passaggio da intersezionalità a solidarietà non è
assolutamente scontato. La costruzione di solidi legami di solidarietà fra
outsider del mercato del lavoro, donne e immigrati in primis, e
insider, i lavoratori maschi bianchi che hanno storicamente sostenuto partiti
di sinistra e sindacati, sarà una necessità sempre più pressante nei prossimi
anni. Il pensiero di Pierre Bourdieu risulta incredibilmente attuale poiché può
fornire importanti elementi per riflettere su come tutto questo possa avvenire.
[1] Pierre Bourdieu, Capitale
simbolico e classi sociali, «Polis», No. 3/2012.
[2] Per oggettivismo si intende quella
scuola di pensiero strutturalista (da cui Bourdieu è stato grandemente
influenzato) che deriva principalmente dal pensiero di Durkheim, il quale
riteneva i “fatti sociali” come dei modi di essere che esistono a prescindere
dalla volontà individuale e che, pertanto, possono essere studiati “come cose”.
Ne Il senso Pratico, Bourdieu cita Sartre come uno dei punti di
riferimento principali della scuola soggettivista, che invece esalta la
capacità delle persone di agire e pensare a prescindere da tutta una serie di
condizionamenti esterni.
[3] Da ora in poi quando si parlerà di
“campo” sarà sottinteso che in ogni campo vi sono mix differenti di forme di
capitale.
[4] Caroline Criado Perez, Invisible
Women. Exposing Data Bias in a World Designed for Men, Chatto &
Windus, Londra 2019.
[5] Melissa Fernández Arrigoitia, Unsettling
Resettlements. Community, Belonging and Livelihood in Rio de Janeiro’s Minha
Casa Minha Vida, in K. Brickell, M. Fernández Arrigoitia, A. Vasudevan (a
cura di) Geographies of Forced Eviction, Palgrave Macmillan, Londra
2017, pp. 71-96.
01 agosto 2024
TENEREZZA e UMORISMO GRAMSCIANO
Nel mio ultimo libro EREDITA' DISSIPATE, nella parte dedicata alla vita e all'opera di Antonio Gramsci, ho cercato sommariamente di sottolineare, accanto al rigore del suo pensiero, l'umanità e la tenerezza del grande sardo.
Oggi voglio ricordare una delle prime lettere scritte da Gramsci in carcere alla madre che mostra, senza tante parole, la sua statura umana. (fv)
ANTONIO GRAMSCI






