Mi piace riprendere questa mattina le osservazioni critiche di Italo Calvino al libro di Milan Kundera che ebbe uno straordinario successo tanti anni fa.
Italo Calvino - Due obiezioni a Kundera
..
“Franz aveva
dodici anni quando il padre abbandonò la madre all’improvviso. Il
ragazzo intuì che era accaduto qualcosa di grave, ma la madre velò il
dramma dietro parole misurate e neutre, per non turbarlo. Quello stesso
giorno erano andati in città e Franz, uscendo di casa, si era accorto
che la madre aveva ai piedi scarpe diverse. Rimase confuso, voleva
farglielo notare, ma allo stesso tempo temeva in quel modo di ferirla. E
così aveva passato due ore con lei in giro per la città e per tutto il
tempo non aveva potuto staccare gli occhi dai suoi piedi. Allora, per la
prima volta, aveva cominciato a capire che cos’è la sofferenza”. Questo
passo dà bene la misura dell’ arte di raccontare di Milan Kundera –
della sua concretezza, della sua finezza – e ci avvicina a comprendere
il segreto per cui nel suo ultimo romanzo (L’ insostenibile leggerezza
dell’ essere, traduzione di Antonio Barbato, Adelphi, pagg. 318, lire
20.000: quando uscì in Francia ne parlò su queste pagine Elena
Guicciardi) il piacere della lettura si riaccenda di continuo. Tra tanti
scrittori di romanzi, Kundera è un romanziere vero, nel senso che le
storie dei personaggi sono il suo primo interesse: storie private,
soprattutto storie di coppie, nella loro singolarità e imprevedibilità.
Il suo modo di raccontare procede a ondate successive (gran parte dell’
azione si sviluppa nelle prime trenta pagine; la conclusione è già
annunciata a metà romanzo; ogni storia viene completata e illuminata
strato a strato) e attraverso divagazioni e commenti che trasformano il
problema privato in problema universale, dunque anche nostro. Ma questa
problematicità generale, anziché aggiungere gravità, fa da filtro
ironico, alleggerisce il pathos delle situazioni. Tra i lettori di
Kundera ci può essere chi s’appassiona di più alla vicenda e chi (io,
per esempio) alle divagazioni. Ma anche queste si trasformano in
racconto. Come i suoi maestri settecenteschi Sterne e Diderot, Kundera
fa delle sue riflessioni estemporanee quasi un diario dei suoi pensieri e
umori. L’ ironica problematicità universal-esistenziale coinvolge anche
ciò che, trattandosi di Cecoslovacchia, non può essere dimenticato
neanche per un minuto, cioè quell’insieme di vergogne e insensatezze che
una volta si chiamava la Storia e che ora può solo dirsi la maledetta
sfortuna d’ essere nato in un paese piuttosto che in un altro. Ma
Kundera, facendone non “il problema” ma solo una complicazione in più
dei guai della vita, elimina quel doveroso, allontanante rispetto che
ogni letteratura degli oppressi incute in noi immeritatamente
privilegiati, e in questo modo ci coinvolge nella disperazione
quotidiana dei regimi comunisti molto di più che se facesse appello al
pathos.
Il nucleo
del libro sta in una verità tanto semplice quanto ineludibile: è
impossibile agire valendosi dell’ esperienza perché ogni situazione cui
ci troviamo di fronte è unica e ci si presenta per la prima volta.
“Qualsiasi studente nell’ora di fisica può provare con esperimenti l’
esattezza di un’ ipotesi scientifica. L’uomo, invece, vivendo una sola
vita, non ha alcuna possibilità di verificare un’ ipotesi mediante un
esperimento, e perciò non saprà mai se avrebbe dovuto o no dare ascolto
al proprio sentimento”. Kundera collega questo assioma fondamentale con
corollari non altrettanto solidi: la leggerezza del vivere per lui sta
nel fatto che le cose avvengono una volta sola, fugacemente, dunque è
quasi come se non fossero avvenute. La pesantezza invece sarebbe data
dall’”eterno ritorno” ipotizzato da Nietzsche: ogni fatto diventa
spaventoso se sappiamo che si ripeterà infinite volte. Ma – obietterei –
se l’”eterno ritorno” (sul cui possibile significato esatto non ci si è
mai messi d’ accordo) è ritorno dell’ identico, una vita unica e
irripetibile equivale esattamente a una vita infinitamente ripetuta:
ogni atto è irrevocabile, non modificabile per l’ eternità. Se invece l’
“eterno ritorno” è una ripetizione di ritmi, di schemi, di strutture,
di geroglifici del destino, che lasciano spazio per infinite piccole
varianti nei dettagli, allora si potrebbe considerare il possibile come
un insieme di fluttuazioni statistiche, in cui ogni evento non
escluderebbe alternative migliori o peggiori, e la definitività d’ ogni
gesto risulterebbe alleggerita. Leggerezza del vivere è per Kundera ciò
che si oppone alla irrevocabilità, alla univocità esclusiva: tanto in
amore (il medico praghese Tomáš vorrebbe praticare solo l’ “amicizia
erotica”, evitando coinvolgimenti passionali e convivenze coniugali)
quanto in politica (questo non è detto esplicitamente, ma la lingua
batte dove il dente duole, e il dente è naturalmente l’ impossibilità
dell’ Europa dell’ Est di cambiare – o almeno alleviare – un destino che
non si è mai sognata di scegliere). Ma Tomáš finisce per accogliere in
casa e sposare Tereza, cameriera d’ un ristorante di provincia, per
“compassione”. Non solo: dopo l’ invasione russa del ‘ 68, Tomáš riesce a
scappare da Praga e a emigrare in Svizzera, con Tereza; la quale però,
dopo qualche mese viene presa da una nostalgia che si manifesta come
vertigine di debolezza verso la debolezza del suo paese senza speranza: e
rimpatria. Ecco allora che Tomáš, che avrebbe tutte le ragioni, ideali e
pratiche, per restare a Zurigo, decide di tornare a Praga anche lui,
pur sapendo di chiudersi in una trappola e d’ andare incontro a
persecuzioni e umiliazioni (non potrà più fare il medico e finirà
lavatore di vetri). Perché lo fa? Perché, pur professando l’ ideale
della leggerezza del vivere, e pur avendone un esempio pratico nel
rapporto con una sua amica, la pittrice Sabina, ha sempre avuto il
dubbio che il vero valore non sia nell’idea contraria, nel peso, nella
necessità. “Es muss sein!” “Ciò deve essere!” dice l’ ultimo movimento
dell’ ultimo quartetto di Beethoven. E Tereza, amore nutrito di
compassione, amore non scelto ma impostogli dal destino, assume ai suoi
occhi il significato di questo fardello dell’ ineluttabile, dell’”Es
muss sein!”. Si viene a sapere più in là (ecco come le divagazioni
formano quasi un romanzo parallelo) che l’occasione che aveva portato
Beethoven a scrivere “Es muss sein!” non era nulla di sublime, ma una
banale storia di quattrini prestati da recuperare; così come il destino
che aveva portato Tereza nella vita di Tomáš era solo un seguito di
coincidenze fortuite. In realtà questo romanzo intitolato alla
leggerezza ci parla soprattutto della costrizione: la fitta rete di
costrizioni pubbliche e private che avvolge le persone, che esercita il
suo peso su ogni rapporto umano (e non risparmia neppure quelli che
Tomáš vorrebbe considerare fuggevoli couchages). Anche il
dongiovannismo, su cui Kundera ci dà una pagina di definizioni
originali, ha motivazioni tutt’ altro che “leggere”: sia quando risponde
a una “ossessione lirica”, cioè ricerca tra le molte donne della donna
unica e ideale, sia quando è motivato da una “ossessione epica”, cioè
ricerca d’ una conoscenza universale nella diversità. Tra le storie
parallele il maggior rilievo va alla storia di Sabina e di Franz. Sabina
come rappresentante della leggerezza e portatrice dei significati del
libro è più persuasiva del personaggio a cui si contrappone, cioè
Tereza. (Direi che Tereza non arriva ad avere il “peso” necessario per
giustificare una decisione tanto autodistruttiva da parte di Tomáš). E’
attraverso Sabina che la leggerezza acquista evidenza come “fiume
semantico”, cioè rete d’ associazioni e immagini e parole su cui si basa
l’ intesa amorosa di lei e Tomáš, una complicità che Tomáš non può
ritrovare con Tereza, né Sabina con Franz. Franz, scienziato svizzero, è
l’ intellettuale progressista occidentale come lo può vedere chi,
dall’Europa dell’ Est, lo considera con l’ impassibile oggettività d’un
etnologo che studi i costumi d’ un abitante degli antipodi. La vertigine
d’ indeterminatezza che ha sostenuto gli entusiasmi di sinistra negli
ultimi vent’anni è indicata da Kundera con il massimo di precisione
compatibile a così inafferrabile oggetto: “Dittatura del proletariato o
democrazia? Rifiuto della società dei consumi o aumento della
produzione? Ghigliottina o abolizione della pena di morte? Non è questo
l’ importante”. Ciò che caratterizza la sinistra occidentale, secondo
Kundera, è quella che lui chiama la Lunga Marcia, che si svolge con la
stessa vaghezza di propositi e di emozioni “ieri contro gli americani
che occupavano il Vietnam, oggi contro il Vietnam che occupa la
Cambogia, ieri per Israele, oggi per i palestinesi, ieri per Cuba,
domani contro Cuba e sempre contro l’ America, ogni volta contro i
massacri e ogni volta in appoggio ad altri massacri, l’ Europa marcia e
per seguire il ritmo degli avvenimenti e non lasciarsene sfuggire
nessuno il suo passo diventa sempre più veloce, sicché la Grande Marcia è
un corteo di gente che corre e si affretta e la scena è sempre più
piccola, fino a che un giorno non sarà che un punto senza dimensioni”.
Seguendo i tormentosi imperativi del senso del dovere di Franz, Kundera
ci porta alle soglie del più mostruoso inferno generato dalle astrazioni
ideologiche quando diventano realtà, la Cambogia, e descrive una marcia
internazionale umanitaria in pagine che sono un capolavoro di satira
politica. Al polo opposto di Franz, la sua partner temporanea, Sabina,
fa da portavoce dell’ autore in quanto mente lucida nello stabilire
confronti e contrasti e paralleli tra l’ esperienza della società
comunista in cui è cresciuta e l’ esperienza dell’ Occidente. Uno dei
cardini di questi confronti è la categoria del Kitsch. Kundera considera
il Kitsch nell’accezione di rappresentazione edulcorata, edificante,
“vittoriana”, e naturalmente pensa al “realismo socialista” e alla
propaganda di regime, maschera ipocrita di tutti gli orrori. Sabina che,
stabilitasi negli Stati Uniti, ama New York per quanto vi è di
“bellezza non intenzionale”, “bellezza per errore”, è sconvolta quando
vede affiorare il Kitsch americano, tipo pubblicità della Coca-Cola, che
gli ricorda le immagini radiose di salute e di virtù tra le quali è
cresciuta. Ma Kundera giustamente precisa: “Il Kitsch è l’ ideale
estetico di tutti gli uomini politici, di tutti i partiti e i movimenti
politici. In una società dove coesistono orientamenti politici diversi e
dove quindi la loro influenza si annulla o si limita reciprocamente,
possiamo ancora in qualche modo sfuggire all’inquisizione del Kitsch… Ma
là dove un unico movimento politico ha tutto il potere, ci troviamo di
colpo nel regno del Kitsch totalitario”. Il passo che resta da compiere è
liberarsi dalla paura del Kitsch, una volta che ci si è salvati dal suo
totalitarismo e lo si può vedere come un elemento in mezzo a tanti
altri, una immagine che perde velocemente il proprio potere
mistificatorio per conservare solo il colore del tempo che passa, la
testimonianza della mediocrità o dell’ ingenuità di ieri. E’ quello che
mi pare succeda a Sabina, per cui possiamo riconoscere nella sua storia
un itinerario spirituale di riconciliazione col mondo. Alla vista,
tipica dell’ idillio americano, delle finestre illuminate in una casa di
legno bianco su un prato, Sabina sorprende in se stessa un moto di
commozione. E non le resta che concludere: “Per quanto forte sia il
nostro disprezzo, il Kitsch fa parte della condizione umana”. Una
conclusione molto più triste è quella della storia di Tereza e Tomáš; ma
qui, attraverso la morte d’un cane, e la cancellazione di se stessi in
una sperduta località di campagna, si arriva quasi a un assorbimento nel
ciclo della natura, in un’ idea del mondo che non ha al suo centro l’
uomo, anzi che non è assolutamente fatto per l’ uomo. Le mie obiezioni a
Kundera sono due: una terminologica e una metafisica. L’ obiezione
terminologica riguarda la categoria del Kitsch, di cui Kundera prende in
considerazione solo una tra le varie accezioni. Ma del cattivo gusto
della cultura di massa fa parte anche il Kitsch che pretende di
rappresentare la spregiudicatezza più audace e “maledetta” con effetti
facili e banali. Certo è meno pericoloso dell’ altro, ma ne va tenuto
conto per evitare di crederlo un antidoto. Per esempio, vedere l’
assoluta contrapposizione al Kitsch nell’immagine d’ una donna nuda con
in testa una bombetta da uomo non mi pare del tutto convincente. L’
obiezione metafisica ci porta più lontano. Riguarda “l’ accordo
categorico con l’ essere”, atteggiamento che per Kundera sarebbe alla
base del Kitsch come ideale estetico. “La differenza che separa coloro
che mettono in discussione l’ essere così come è stato dato all’uomo
(non importa in che modo o da chi) da coloro che vi aderiscono senza
riserve” è data dal fatto che l’adesione impone l’illusione d’ un mondo
in cui non esista la defecazione, perché secondo Kundera la merda è la
negatività assoluta, metafisica. Obietterò che per i panteisti e per gli
stitici (io appartengo a una di queste due categorie, non preciserò
quale) la defecazione è una delle più grandi prove della generosità
dell’ universo (della natura o provvidenza o necessità o cos’altro si
voglia). Che la merda sia da considerare tra i valori e non tra i
disvalori, è per me una questione di principio. Da ciò derivano
conseguenze fondamentali. Per non cadere nei vaghi sentimenti d’ una
redenzione universale che finiscono per produrre regimi polizieschi
mostruosi, né nei ribellismi generalizzati e temperamentali che si
risolvono in obbedienze pecorili, è necessario riconoscere come sono
fatte le cose, ci piacciano o meno, nel moltissimo a cui è vano opporsi e
nel poco che può essere modificato dalla nostra volontà. Credo dunque
che sia necessario un certo grado di accordo con l’ esistente (merda
compresa) proprio in quanto incompatibile col Kitsch che Kundera
giustamente detesta.
Segnalo un possibile refuso al nove-ultimo rigo: "stilistici" per "stitici", o no?
RispondiEliminaGrazie! Provvedo al più presto
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