24 febbraio 2017

H. ARENDT, Religione e condizione umana




La nostra informazione sui fatti non solo è limitata, ma le risposte alle domande sui fatti più importanti che concernono la condizione umana e l’esistenza in generale vanno oltre la conoscenza e l’esperienza fattuale”. Ed è per questo che la ricerca della verità rimane un inaggirabile problema, a cui si può rispondere per via teologica o per via filosofica, ma “non si può considerare l’intera faccenda come se Dio fosse una nozione inventata da un teorico pragmatista particolarmente acuto che sapeva cosa è buono e cosa non lo è”. Proponiamo uno scritto del 1950 in cui Hannah Arendt si interroga sul ruolo della religione nella condizione umana. Il testo è ripreso dall'ultimo interessantissimo numero di Micromega dedicato ai rapporti fra intellettuali e religione.

Hannah Arendt

Religione e condizione umana

La convinzione che «tutti gli eventi hanno le loro cause » non è specifica di un «punto di vista naturalista»; il naturalismo cerca di dimostrare che tutti gli eventi hanno cause “naturali”, ma considera il principio di causalità come un assunto. Non si tratta di un cavillo di poco conto, dal momento che il principio di causalità ha giocato un ruolo cruciale in tutte le discussioni teologiche del passato. Gli argomenti elaborati nel Medioevo per “provare” l’esistenza di Dio si sono spesso fondati su tale principio, ovvero sull’idea che ogni cosa esistente deve avere una causa. D’altronde, le teorie

genuinamente atee sono spesso contraddistinte dalla negazione di ogni catena di causalità e dall’assunto del carattere accidentale e coincidenziale di tutti gli eventi. Se non può essere dimostrata l’esistenza di alcuna catena di causalità che leghi un evento a un altro, allora il ragionamento che desume l’esistenza di un creator dall’esistenza di una creatura non è valido. Questo primo punto, inoltre, implica che la religione sia un esempio di “rimedio”, forse fallace, all’impossibilità di trovare una causa naturale, ma ciò non costituisce un’interpretazione naturalista della religione. Infatti, la tesi che tutto derivi da cause naturali è di per sé indipendente dall’esistenza di bisogni umani o da specifiche condizioni sociali. Essa è semplicemente una proposizione di cui va dimostrata la verità o la falsità.

Ciò che vorrei sottolineare è che se si assume la causalità come principio valido, si finisce sempre per costruire una “dimostrazione” dell’esistenza di Dio. Il problema di tali dimostrazioni è sempre il solito, come ha notato Kant: non è possibile dimostrare l’esistenza di un fatto attraverso una deduzione logica; allo stesso modo, non è neppure possibile mostrarne la non-esistenza. Se si considera la questione in termini scientifici, non possiamo provare né smentire l’esistenza di Dio. Un “approccio scientifico” che si ritenga in grado di svolgere questi compiti, in realtà non è altro che un punto di vista viziato da una superstizione acritica.
L’impossibilità di fare affermazioni valide sull’argomento ha comunque una certa rilevanza per il pensiero filosofico. Sembra che la condizione umana e la mente dell’uomo siano tali da lasciare gli uomini all’oscuro rispetto alle informazioni fattuali più interessanti. Questo è di per sé un fatto ed è aperto all’interpretazione. Un’interpretazione teologica potrebbe argomentare che senza questa ignoranza non ci potrebbe essere la fede, e quindi non si potrebbe ottenere la salvezza. Un’interpretazione filosofica potrebbe invece sostenere che senza questa mancanza di informazioni essenziali non potrebbe esistere nessuna libertà umana. L’”approccio scientifico” sarebbe connaturato all’essenza stessa della scienza, che è innanzitutto interessata ai fatti; la nostra informazione sui fatti non solo è limitata, ma le risposte alle domande sui fatti più importanti che concernono la condizione umana e l’esistenza in generale vanno oltre la conoscenza e l’esperienza fattuale.

A questo punto, vorrei mettere in guardia i lettori: non si deve sopravvalutare l’importanza del “revival della religione” che caratterizza l’epoca presente. Simili “ventate di Zeitgeist” si sono ripresentate ciclicamente qua e là a partire dal periodo dell’Illuminismo, che fu subito seguito dal Romanticismo. Se guardiamo alla vicenda da un punto di vista puramente intellettuale e se la consideriamo nei termini della storia di un’idea, troviamo che – più o meno ogni vent’anni – a una qualche versione di “naturalismo” (declinato di volta in volta come positivismo, materialismo dialettico, o pragmatismo) ha fatto seguito un revival religioso.

Ciò non sorprende; al contrario, sarebbe più sorprendente se il rapido declino della fede religiosa che si è verificato nella cultura occidentale durante gli ultimi tre secoli non fosse stato intervallato dal riaffiorare di queste memorie intellettuali – memorie che, dopo tutto, riguardano migliaia di anni di storia e cultura degli uomini. Da un punto di vista storico, non è importante la storia di una singola idea o quella degli intellettuali, ma la storia dell’umanità in generale, così come questa si è sviluppata in Occidente. Il fatto storico fondamentale, quindi, è che una stragrande maggioranza di persone ha smesso di credere in un Giudizio Universale che dovrebbe avvenire alla fine dei tempi.
Certamente, questo non significa che questa maggioranza sia divenuta più incline a adottare una prospettiva scientifica; anzi, si potrebbe anche dubitare che l’ascesa del pensiero scientifico durante il periodo considerato abbia causato un simile sviluppo, nonostante affermazioni del genere non siano affatto infrequenti. Le stesse masse che comunque non si erano preoccupate di approfondire i misteri degli scritti antichi, come l’In-carnazione o la Trinità, sono piuttosto inclini a credere più o meno… a qualunque cosa. Si tratta di semplice superstizione e l’unico legame che vedo tra la spaventosa credulità dei moderni e l’”approccio scientifico” è che i contenuti della superstizione intellettuale e di quella popolare cambiano più velocemente rispetto ai contenuti delle scoperte scientifiche.

Devo ammettere che ho sempre trovato piuttosto divertente l’idea che si possa o si debba organizzare la religione come un’istituzione soltanto per il piacere di riconoscersi in una cultura. Trovo davvero affascinante l’immagine di una persona che cambia il proprio modo di ragionare e inizia a credere in Dio, segue i suoi comandamenti, invoca il suo nome in preghiera e si reca regolarmente in chiesa, per fornire l’ispirazione ai poeti e rendere la cultura “integrata”.

La soluzione proposta dal cattolicesimo cerebrale ( Catholicisme cérébral) di cui si parla oggi costituisce uno dei modi più sicuri per uccidere la religione – cosa che la Chiesa sapeva benissimo, nel momento in cui ha messo all’indice gli scritti in cui questa dottrina veniva elaborata. Anche le proposte di utilizzare la religione come un’arma contro il totalitarismo o come “una difesa della tradizione civilizzata” non sembrano più valide.

Inoltre, pare che tutti questi tentativi siano destinati al fallimento e la manifestazione più drammatica di ciò si è avuta nella lotta contro il totalitarismo; la storia recente ha dimostrato quanto la religione organizzata sia debole e impotente quando si trovi a confrontarsi con le nuove forme di governo totalitario, nonostante la buona volontà e i frequenti atti di eroismo mostrati da gran parte del clero di quasi tutte le confessioni religiose.

Il vero problema, come in tutte le discussioni sulla religione, è questo: è inevitabile affrontare la questione della verità; quindi, non si può considerare l’intera faccenda come se Dio fosse una nozione inventata da un teorico pragmatista particolarmente acuto che sapeva cosa è buono e cosa non lo è. Non si può pensare in questi termini: o Dio esiste e la gente crede in lui – in tal caso si tratterebbe di un fatto molto più importante di qualunque manifestazione culturale o letteraria; oppure Dio non esiste e la gente non crede in lui – e nessuna immaginazione o trama letteraria potrebbe cambiare tale situazione a beneficio della cultura e degli intellettuali.

( Traduzione di Elisa Piras)
La Repubblica – 4 febbraio 2017


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