25 febbraio 2018

FEDRA NELL'ABISSO DELL'EROS




Fedra. La figlia del sole nell'abisso dell'Eros
Rossana Rossanda

Leggendo La Luminosa. Genealogia di Fedra (Feltrinelli, 1990) di Nadia Fusini, mi venivano in mente le note di Wittgenstein sul Ramo d’oro di Frazer e l’impressione di lucida inutilità che mi lasciarono. Egli notava infatti, come più recentemente tutta la moderna antropologia culturale, che Frazer commisurava culture, riti e miti all’oggi, quasi che fossero una parafrasi primitiva d’un sapere, mentre ad ogni tempo essi avevano avuto la loro compiutezza e andavano studiati come segni di culture in sé significanti. Vero, ma neanche il rimando alla autoreferenzialità del mito - una volta fatta questa avvertenza - dà molto, e paradossalmente lo stupore e i raffronti di Frazer lo fanno rivivere con un impatto che una corretta e pura filologia non ha. Infatti le «Note» girano su se stesse, come semplice principio metodologico (e chissà se l’autore le avrebbe pubblicate).
Nadia Fusini è consapevole sia del contesto nel quale essa insegue, volta a volta, Fedra, sia del vivere del mito scorrendo da un età e, potremmo dire, da un campo strutturale all’altro, ogni volta perdendosi e diversamente ricomponendosi. E in questi allacci sta uno svolgersi della cultura non nella linearità della memoria ma nell’intreccio e nella contaminazione di lingue diverse, come se certi grandi territori della civiltà - come quella occidentale - non se ne potessero mai liberare e ogni volta essi ci chiamassero ad ascoltare. Chi ha l’orecchio per queste voci, la passione per il ritrovamento originario e le sue trasformazioni, e il dono di raccontarli nelle loro molte sonorità e rimandi ci porta per percorsi incantevoli. Nadia Fusini è di costoro. Per questo rompe i confini dell’accademia, si inoltra in territori che non sarebbero i suoi - è un’anglista - e in questi la sua scrittura scorre al massimo della problematicità e comunicatività e emozione.
Stavolta essa incontra Fedra nella tragedia di Euripide che prende il nome di Ippolito - quelle di Sofocle essendo andate perdute e anche una prima versione di Euripide. È un tema scottante l’amore d’una donna per il figlio del marito - passione vagamente incestuosa (Racine la dirà tale) - e tanto piu indegna in quanto il giovane è più che casto, è un cultore della sua intatta forza virile come forza non erotica (anche qui Racine cambierà). Fedra non vorrebbe dire il tumulto che la fa quasi morire, ma la nutrice le strappa la verità e cerca di persuadere Ippolito. Questi la respinge con orrore. Fedra ascolta - nessun dialogo è fra i due in Euripide - e si uccide, ma non prima di avere scritto su una tavoletta che Ippolito l’ha violentata. Al ritorno, il consorte Teseo maledice il figlio, invoca da Poseidon vendetta e Ippolito sarà straziato da un mostro che esce dal mare. Soltanto davanti al corpo del figlio morente Teseo apprenderà la verità, non da lui che ha giurato di non parlare, ma da Artemide, e non gli resterà che perdersi in una fine che la leggenda vuole vaga, lontana e niente affatto gloriosa.
Questa la trama per così dire privata, dei sentimenti e dei fatti, che sarà variamente ripresa. Ma i fatti sono soltanto l’esito di forze divine che si combattono: sono in scena sempre, muta ma potente, Afrodite e, alla fine parlante, Artemide, la dea dell’amore carnale e la dea della castità. È Afrodite che vuole vendicarsi del freddo Ippolito e scatena nel cuore e nei sensi di Fedra quella furia amorosa, ma poiché gli dei non si combattono tra loro, Artemide non può che assistere alla tragedia che ne consegue e salvare soltanto la memoria del suo giovane amico, svelando la verità e in qualche misura quindi discolpando anche Fedra. Le due dee, agendo nelle vite che hanno scelto come terreno dei propri fini - e in Fedra si maledicono gli dei - danno dunque alla tragedia la sua perfetta simmetria fra i personaggi e i tempi, e il suo secondo piano di lettura.
Ma questo a sua volta rimanda a più oscure profondità. La simmetria è la forma con la quale la tragedia «dice» la radicale dissimetria dello scontro: è Afrodite che vince. E in lei vince l’Eros, che mai appare nella tragedia - e non solo in Euripide - se non come forza del disordine, e come tale parente della furia e della morte, in questo diverso dal dionisiaco di Nietzsche. La cultura ellenica lo riceverà come un frutto delle civiltà passate, orientali e barbariche, mai con la consapevolezza che traspare in Ippolito. Fedra è infatti figlia di Pasifae che amò il toro e si fece costruire da Dedalo una forma di giovenca in cui immettersi e congiungersi con esso, generando quel Minotauro che Teseo sfiderà nel Labirinto, guidato dalla sorella di Fedra, Arianna. I legami - gli «allacci fatali» come scrive Nadia Fusini - rimandano a qualcosa che va oltre Afrodite, a un principio di eros che supera ogni umanità, diventa ferino, segna il passaggio fra la donna e la giovenca, l’uomo e il toro, nel mostro a due forme, perché sta - penso - nella «natura» e non nella cultura, sta prima del «logos», la parola dei greci, che esprime ma anche nega, e soprattutto cerca di negare nell’«indicibile», nel silenzio, questa potente forza che le sfugge e la cui collocazione è all’origine, là dove prima di qualsiasi immagine maschile sta la madre, la madre terra, la madre con i sacri animali ctonii come il serpente - in Esiodo come in altre civiltà. Fedra lo sa: regina greca e dunque cosciente di sé e della sua «forma», ammutolisce e quasi muore per questa presenza, lei sente che proviene dalla madre, e che è distruttiva, di lei e di Ippolito. Questi sarà mandato a morte dalle sue parole e da un mostro che esce dal mare nella figura d’un toro mugghiante che non solo lo uccide ma lo fracassa, gli rompe le ossa, gli spacca quel corpo che all'eros di natura non ha voluto sottomettersi. Artemide non potrà che acquietarne la fine; e forse, se Afrodite non parla, è perché lei stessa è veicolo di questo «nefando» in senso proprio, cioè indicibile.
Ecco dunque, ci dice Nadia, che Euripide ha «grecizzato», ridotto a civiltà della parola il mito, non greco ma cretese, della calda e dorata Creta, dove la dea madre montana era adorata come il principio. Ma non riesce a risolverla nell’unità d’un femminile che il «logos» vorrebbe verginale, sottraentesi, e profanato dall’eros: in Fedra, figlia di Pasifae, parla l’altro desiderio femminile - quello del congiungimento che la fa generatrice. E di nuovo le figure delle due dee, presenti ai lati della scena, riviano a due immagini della femminilità - Afrodite il desiderio del congiungimento, Artemide quello della verginità, intatta in se stessa; e di nuovo la filiazione dei due infelici protagonisti.
Fedra figlia dell’estrema amante Pasifae, e Ippolito, figlio dell'Amazzone, all’altra nemica e straniera, rivelano la dualità del femminile: potenza generatrice originaria e chiusa verginità. L’una irriducibile all’altra, compresenti nella donna come nell’ultima immagine che evoca Nadia: la antica figura di Catal Huyuk, rappresentante una possente donna assisa come dea o regina fra due leopardi, ritto il torso generoso e occhi fissi davanti a sé nel volto imperturbato. Ma dalle gambe esce una testa: forse è un atto di nascita, forse di congiungimento con l’uomo che le rientra in grembo - essa è in tutti e due gli eventi e in nessuno. Essa è due. Due - il «segno» di Nadia Fusini, la chiave di ogni sua ricerca, il tragico e splendido due.
Inutile dire i rimandi che da questa lettura sono sollecitati: dall’interpretazione dei testi e dei reperti archeologici - la meteorite nera di Pessinunte, l’eros, il segno oscuro di Pasifae e del Toro o la statuetta cretese, forse ripresa da Pausania nell'immagine di cui racconta delle due sorelle, Arianna immobile e pensosa e Fedra nell'altalena dal duplice movimento - alle avventure delle genealogie linguistiche, a quelle del preistorico, quando forse esistè come prima forma il matriarcato e il maschio non era che il paredro.
Ma il rimando può essere anche non nell’oscurità del tempo, bensì in quella dell’inconscio. Questo modo di «leggere», più si articola nella documentazione, più propone vie di interpretazione - e questa a sua volta rimanda alla figura della lettrice-scrittrice-evocatrice. Anche essa infatti esercita, come gli argolidi sui cretesi, come Euripide sul mito già elaborato che trovava, come poi farà su Euripide Seneca e poi Racine, un’opera di «traduzione». Che è sempre, quando davvero è, svelamemto e della materia cui si applica e della mente che la applica.
Mente femminile. Non so davvero se Nadia Fusini sia inquadrabile in una delle «scuole» del femminismo italiano: forse poche di esse ne accetterebbero il «due». Ma non si è donne per decreto di altre donne. E lei porta l’impronta inequivocabile d’un pensiero femminile che in autonomia ripercorre storia e cultura, affascinato e libero, liberatorio. Un libro come questo è impensabile nella cultura di pur valorosi storici o antro-pologi. Come sta nella cultura di «dopo il mito», gli uomini sono tutti figli e nipoti dei greci, e temono di sapere quel che gli antichi cretesi confessavano: il «deinon», fra divino e terribile, del femminile. Non a caso è una donna di oggi che può riavvicinarsi ad esso, senza adorazione ma senza timore.

La talpalibri – il manifesto, 1 giugno 1990.


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