20 febbraio 2018

LA COSCIENZA INFELICE DI B. FONDANE



Per Benjamin Fondane, filosofo ebreo morto ad Auschwitz, l’intera storia della filosofia non è che il cammino di un'illusione. Fondane si rifaceva a Lev Šestov (già marxista e poi negli anni Venti esule a Parigi) per il quale (come annota Camus nel suo Mito di Sisifo) “ il sistema più stringato, il razionalismo più universale, finiscono sempre per urtare contro l’irrazionale del pensiero umano».

Sergio Givone

Storia della filosofia, trappola micidiale

Negli anni trenta del secolo scorso a Parigi il pensiero di Hegel è prepotentemente rimesso al centro del dibattito filosofico. Proprio nel 1930 esce di Jean Wahl L’infelicità della coscienza nella filosofia di Hegel, un libro destinato a fare epoca. Ma risonanza non meno grande ebbero tra il 1933 e il 1939 i seminari che Alexandre Kojève tenne all’Ècole pratique des hauts études sulla Fenomenologia dello Spirito. Opera, questa, di cui negli stessi anni Jean Hyppolite, il principe degli hegeliani francesi, andava preparando la traduzione (sarebbe uscita nel 1941). Benché tali studi mostrassero forti differenze di prospettiva e di metodo, un elemento comune, quasi un filo rosso, li teneva uniti ed era l’idea che si potesse e anzi si dovesse leggere e interpretare Hegel in funzione anti-hegeliana.

Che cos’è che non andava in Hegel secondo questi neo-hegeliani? Una cosa sola: l’Autocoscienza. E cioè la conciliazione assoluta dell’essere e del pensiero. Agli occhi di costoro l’immane sforzo del pensiero, interamente volto a far emergere dal cuore del reale i suoi tratti irriducibilmente conflittuali, le sue fratture, le sue contraddizioni, rischiava alla fine d’essere completamente vanificato. Che frattura è quella già da sempre ricomposta? Che contraddizione può mai essere quella già da sempre risolta? Di qui la ricerca, all’interno del pensiero hegeliano, degli antidoti in grado di salvaguardare la potenza della sua dialettica: che doveva essere mantenuta aperta e non fatta servire alla chiusura del cerchio. Perciò Jean Wahl rivendicava alla coscienza infelice una sua irriducibilità: l’Autocoscienza non doveva né poteva spegnerne la voce dolente e malinconica.

A sua volta Kojève si spingeva anche più in là e insisteva sul fondo irriducibilmente irrazionale della stessa ragione. E Hyppolite poneva, contro Hegel ma in nome di Hegel, storicità e finitezza della condizione umana a fondamento di un’antropologia post-metafisica. Tutti temi, questi, che sembravano preludere all’esistenzialismo e alle filosofie della vita che di lì a poco avrebbero fatto irruzione sulla scena europea. Ma anche temi che porteranno alla cosiddetta decostruzione del logocentrismo, proposta da Derrida a partire dagli anni sessanta, e che avranno il loro obiettivo polemico nella ragione intesa come una divinità onnipotente ma cieca per non dire un moloch che tutto divora.

Impavido decostruttore del logocentrismo, ante litteram, fu Benjamin Fondane, rumeno di nascita (1898), naturalizzato francese, ma in quanto ebreo deportato e ucciso ad Auschwitz nel 1944. Fondane a Parigi aveva incontrato Lev Šestov, il filosofo russo che contro il totalitarismo della ragione (logocentrismo, appunto) aveva fatto esplicita professione di irrazionalismo, rivendicando con Pascal il diritto della ragione di farsi beffe della ragione e di appellarsi a un principio di segno contrario, la fede. Secondo Šestov anche la verità dev’essere superata.

Che cos’è infatti la verità? È un’evidenza prima, un’evidenza che non può essere negata. Ma che cos’è a sua volta questa evidenza prima che non può essere negata? Un principio di ragione, qual è ad esempio il principio di non contraddizione, e quindi un’astrazione, un teorema che pretende di spiegare la vita, ma che non spiega un bel niente, perché esso stesso non è niente, rispetto alla singolarità e all’unicità di ogni essere vivente. O si sta dalla parte della realtà vivente, o si sta dalla parte della verità e della ragione. Ma non si può stare dalla parte della verità e della ragione senza sacrificare il vivente in quanto tale.
    Lev Šestov

Giunto a Parigi, Fondane si mette alla scuola di Šestov e non esita a professarsi suo allievo. Ma al tempo stesso partecipa con la massima attenzione al movimento di idee che ha per epicentro Hegel. Decide così di dedicarsi allo studio di una figura fondamentale della Fenomenologia dello Spirito, per l’appunto la coscienza infelice. Ad essa dedica la sua opera maggiore, che esce nel 1936, avendo un buon riscontro, e viene ora pubblicata da Aragno: La coscienza infelice (traduzione di Luca Orlandini, pp. 430, euro 28,00).

Per Fondane la coscienza infelice sosta nei pressi di quella che Hegel chiama «la più terribile cosa», la cosa inerte, la cosa priva di vita e di futuro; ma se è capace di fissare il volto di questa medusa, non è per ritrovare tutto, anche la morte, nella superiore vita dello spirito, ma per denunciare questo tutto come falsità, come illusione, come nulla. La coscienza infelice considera la sua infelicità una specie di destino (tale in effetti è il malheur, come aveva tradotto Jean Wahl). Predendere di oltrepassarla nel mondo ideale ed eterno, il mondo delle idee, è illusorio. Significa infatti oltrepassarla nella direzione del nulla, poiché per lo sventurato le astrazioni razionali sono un nulla e soltanto un nulla.

Scrive Fondane: «Ciò che l’uomo percepisce sopra ogni cosa della natura è la possibilità imminente della Sventura. Non cercate di ‘frenare’ il vostro primo impulso, che è quello di toccare legno – sperate, opponetevi alla sorte! Le essenze ideali, immortali, eterne, non sostituiranno mai questi atti fondamentali. Avete provato vergogna nella speranza – e avete accettato che ponessero al di sopra di voi le cose eterne, il Triangolo di Spinoza, l’idea di Socrate, la Volontà di Schopenhauer, l’Evidenza di Husserl, l’Intuizione di Bergson e l’Esistenza di Heidegger! Perfino l’Esistenza al posto dell’esistenza o il Soffio vitale al posto della Vita!».
L’intera storia della filosofia è una trappola micidiale. La concretezza e la realtà della vita è sacrificata all’universalità del concetto. La singolarità è sacrificata alla totalità. Il divaricamento fra l’essere e il dover essere è tolto con un colpo di bacchetta magica. Ed ecco, la vita è fatta coincidere con la Vita: non più la mia vita, la tua vita, con quanto essa comporta di speranza, desiderio, amore, ma la vita sempre identica a sé, la vita che è quella che è e nient’altro. Certo, prosegue Fondane, è ben difficile obiettare alcunché all’essere dei filosofi. Questo essere non ha difetti. È perfetto. È quello che è e soprattutto è quello che non può non essere, né tantomeno essere altrimenti da com’è. L’identità è il suo scudo, il suo fondamento, la sua ragione. Peccato però… Peccato che questo essere sia soltanto ideale e nient’affatto reale. Che cos’ha esso a che fare con la vita di chi spera e dispera, magari irragionevolmente, ma potendo accampare delle ragioni che la ragione non conosce? Nulla. Non ha a che fare nulla perché a ben vedere questo essere è nulla.
A restare intrappolati secondo Fondane sono anche i filosofi che, al culmine di questa storia, hanno preteso di rovesciarne il corso: Nietzsche e Marx in particolare. Tutto lo sforzo di Nietzsche è volto a liberare l’uomo dalla catena della necessità. Salvo ributtarcelo: come dimostra l’idea dell’«amor fati», che alla maniera degli stoici risolve la libertà nell’accettazione nuda e cruda dello stato di fatto.
Quanto a Marx, nessuno come lui ha saputo rivendicare il primato della realtà rispetto all’idea. Ma l’idea che l’individuo non sia altro che «l’insieme dei rapporti sociali» è a sua volta un’idea nella quale l’individualità va inesorabilmente perduta. E allora? Dovremo guardare a una filosofia «altra» o a un’«altra» filosofia? Niente di tutto ciò, per Fondane. Alla filosofia non resta che volgersi contro se stessa e mettere in questione il suo stesso presupposto, la sua verità, il logos. Così come all’uomo non resta che volgersi all’impossibile.

Il Manifesto – 3 aprile 2016

Nessun commento:

Posta un commento