27 novembre 2018

L' ULTIMO TANGO DI BERTOLUCCI




 E' morto a 77 anni Bernardo Bertolucci. Ha attraversato la storia del cinema mondiale con capolavori come 'Novecento' e 'Ultimo tango'. Ma a noi piace soprattutto il bianco e nero pulitissimo e rigoroso dei suoi primi film da "Prima della rivoluzione" a "La strategia del ragno". 

Di seguito lo ricordiamo con un lungo pezzo di Irene Bignardi, che passa in rassegna l'intera produzione del regista,  ed uno stringato di Paolo Mereghetti concentrato sul suo celebre Tango.


Irene Bignardi

È morto Bernardo Bertolucci, l'ultimo grande maestro del Novecento



Se non fosse davvero esistito, il personaggio Bernardo Bertolucci – poeta, documentarista, regista, produttore, polemista, autore per eccellenza del cinema italiano, star del cinema internazionale - prima o poi, questo personaggio più grande che natura l’avrebbe inventato qualcuno, per raccontare, in maniera romanzesca ed esemplare, quello che ha attraversato il cinema nella seconda metà del secolo scorso, dallo sperimentalismo al cinema d’autore, dalla cinefilia alla grandeur, dai low budget alle megaproduzioni, dal provincialismo alla visione internazionale. Il regista di capolavori come Novecento, Ultimo tango a Parigi, Il té nel deserto, Piccolo Buddha e L'ultimo imperatore, il film da nove Oscar, è morto all'età di 77 anni a Roma dopo una lunga malattia.
Il figlio del poeta e la natia Parma

Bernardo Bertolucci, in queste avventure e capovolgimenti era sempre lì, da protagonista o da testimone del secolo. Così italiano e così internazionale. Così sofisticato e così nazional-popolare. Così letterario e così visuale. E non si può non restare stupefatti di fronte a una vicenda umana e a una carriera cinematografica che si sono aperte nell'Appennino di Casarola di Parma, la casa di famiglia dei Bertolucci, e hanno percorso le strade del mondo per viaggiare sempre, però, nello Zeitgeist, nello spirito del tempo, quello spirito che Bernardo, con antenne da vero artista, ha saputo identificare, interpretare, raccontare. Della favola, a tratti amara, sempre avventurosa che è stata la vita di Bernardo Bertolucci, ricordiamo l’inizio veramente da favola.

Quando il bel ragazzo ventenne, figlio di un grande poeta come Attilio Bertolucci, amico di Pier Paolo Pasolini, amato da Moravia, vicino a Elsa Morante, a Cesare Garboli, a Enzo Siciliano, a Dacia Maraini, vince a vent’anni il Premio Viareggio per la poesia con Il cerca del mistero. Da questo laboratorio culturale – in cui a tempo debito si muoveranno anche la sua bella moglie inglese Clare People e il fratello più giovane di Bernardo, Giuseppe -, dalla tradizione letteraria e musicale della sua natia Parma, discendono, oltre all’amore di Bernardo Bertolucci per i testi letterari, il gusto per il melodramma, l’amore per le scene madri, l’approccio mitico e popolare, la tendenza postmoderna a costruire con materiali preesistenti – quelli che, direbbe Violeta Parra, formano il suo canto. E quindi, su una filmografia di sedici film, a realizzare ben cinque film di origine schiettamente letteraria pur restando un autore straordinariamente visivo.

L'incontro con PPP e la nascita della Nouvelle Vague italiana

È un percorso cinematografico affascinante. Bernardo lavora come assistente di Pasolini, gira documentari, affronta il primo film, La commare secca, su un'idea di PPP e con atmosfere tipicamente pasoliane. Poi un secondo, Prima della rivoluzione, nel 1964, una riscrittura a chiave di La Certosa di Parma, che diventa il suo manifesto cinematografico, annuncia il suo lato cinefilo ("Non si può vivere senza Rossellini" è la citazione imperdibile) e lo promuove autore e cantore della borghesia di fronte ai cambiamenti drastici che segnano gli anni ’60. E se inizialmente il film viene accolto con freddezza dal pubblico e dalla critica italiana (ma, a Venezia, c’è chi gli consiglia di tornare a fare il poeta), e giusto un po’ meglio dai francesi, in compenso Pauline Kael, la dea della critica americana, assieme a un gruppo di "miracolosamente talentuosi ragazzi francesi" celebra anche Bernardo Bertolucci e il suo film, "stravagantemente bello per i suoi eccessi", dove si racconta la bellezza della vita "prima" della rivoluzione. Alberto Moravia, in una sua accesa recensione, equivocherà e parlerà di "dopo" la rivoluzione, reinterpretando il film secondo l'equivoco. Poco importa. Quello che conta è che dalla cinefilia e dalla poesia è nata una stella, a cui si affiancherà , un anno dopo, a costituire il nucleo della Nouvelle Vague italiana, Marco Bellocchio con l'eversivo I pugni in tasca.
Tra il '68 e Ultimo Tango

Nel fatidico '68 Bertolucci gira un film tipicamente sessantottino, Partner. Poi nel 1970, per la Rai, quello che all’epoca colpì tutti come un piccolo, sofisticato gioiello, Strategia del ragno, ispirato a Borges. Per darci nel 1970, ancora, quello che resta forse il suo film più compiuto, maturo, personale, Il conformista, che trasforma ed è al tempo stesso fedele al testo di Moravia. Un film che se non riuscì all'epoca a farsi amare dal pubblico italiano, di nuovo venne amato dalla Kael, che lo definì "un'esperienza sontuosa, emotivamente piena"- e che a tutt’oggi di Bertolucci resta il film più riuscito, concluso, coerente.

Ma il fenomeno internazionale B.B. esplode con Ultimo tango a Parigi, e la complessa vicenda giudiziaria/ censoria che seguì, e che rende difficile giudicare il film fuori dal suo contesto di scandalo. Uno scandalo paragonato dalla solita Kael allo shock culturale prodotto da Le sacre du printemps. E il fatto che Bernardo Bertolucci ogni tanto sia ritornato sulle sue responsabilità (o meglio sarebbe dire sulla sua irresponsabilità) nell’imporre scene e atmosfere brutali a Maria Schneider, non fa che rinnovare negli anni lo shock prodotto a suo tempo e a rendere più difficile un giudizio. Che all’epoca a taluni è sembrato semplice: intense le scene in interni, con un superbo Marlon Brando invecchiato e dolente, imbarazzanti le parti con Schneider e Leaud, appassionante (nonché discutibile) il tema della trasgressione e del sesso come unico valore.
I nove Oscar de 'L'ultimo imperatore'

La storia delle vicende giudiziarie di Ultimo tango è un romanzo in se stesso, un po' grottesco un po' horror, tra condanne alla perdita dei diritti civili e roghi medievali di pellicola. Ma è la storia che ha creato la fama internazionale di B. B. e che gli consente nel 1976, sempre sensibile agli umori del tempo e ad anni di cultura di sinistra dominante, di girare Novecento, un’epica grandiosa e “hollywoodiana”, piena di grandi nomi del cinema nostro e internazionale, che racconta cinquant’anni di storia padana, a tratti potente e commovente, a tratti retorica e manieristica , sempre audace per le dimensioni e le ambizioni.

Dopo la ricezione tiepida, nel 1979, di La luna, che racconta l’ambiguo e difficile rapporto , ai confini dell’incesto , di una madre e di suo figlio adolescente, dopo La tragedia di un uomo ridicolo ( 1981), una storia di avidità provinciale e rapimenti, che conquista a Tognazzi un premio a Cannes ma ha un risposta modesta dalle sale, nel 1987 Bertolucci conquista a sorpresa nove Oscar con un film veramente epocale, un trionfo di diplomazia e creatività, di gusto scenografico italiano e di abilità narrativa, L'ultimo imperatore, un grande successo a livello mondiale che apre le porte del mondo cinese e consacra Bernardo Bertolucci come un grande regista internazionale.

L'ultimo Bertolucci dal Té nel deserto a Io e te

Tornato in Italia dopo un lungo periodo a Londra, sua seconda patria, Bertolucci, con Io ballo da sola, da un racconto di Susan Minot, esalta la bellezza del Chiantishire e il piacere di vivere "dopo" la rivoluzione. Con Il té nel deserto (1990) riscopre l'opera di Paul Bowles e il mondo tragico ed elegante degli “expat”. Quindi si muove, nel 1993, verso il Nepal, per raccontare la storia di Piccolo Buddha e aprire alle culture orientali. Nel 1996, tornato a Roma, dirige tutto in interni la storia di un'ossessione amorosa, L’assedio.
Mentre nel 2003 ritorna all’amato, mitico '68 con la storia di tre ragazzi che intrecciano scoperte erotiche, politica e cinefilia in The Dreamers, un film di scoperto voyeurismo e di scoperta nostalgia che per molti versi riconduce alle atmofere di Ultimo tango. Ma la malattia che da anni lo assedia, sta avendo il sopravvento. Bertolucci non riesce a "montare" il suo Gesualdo da Venosa, un film a cui pensa da tempo. Gli restano le storie intime e private, e gira, praticamente sotto casa, un intenso incontro scontro tra fratello e sorella in Io e te ( 2012), dal romanzo di Niccolò Ammaniti. È la fine della bella favola. Ma Bernardo Bertolucci, il ragazzo poeta, il regista, la star, il premio Oscar, se ne va lasciando un segno che resta.

https://www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2018/11/26/news/e_morto_bernardo_bertolucci-212656049/?refresh_ce

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L'ultimo tango di Bertolucci

Per ricordare Bernardo Bertolucci, che se n'è andato, recupero la voce – stringata e a mio avviso perfetta - su una sua controversa opera dal Dizionario dei film 1996, 1995, Baldini & Castoldi, l'ormai celebre Mereghetti. (S.L.L.)


Ultimo tango a Parigi (Italia/ Francia 1972, col. 126') Bernardo Bertolucci. Con Marlon Brando, Maria Schneider, Jean-Pierre Léaud, Massimo Girotti, Maria Michi, Darling Legitirnus, Giovanna Galletti, Veronica Lazar. 
In un appartamento vuoto di Passy, a Parigi, si incontrano casualmente due storie e due corpi: Paul (Brando) è un americano sradicato, dalla vita intensa e drammatica, mentre Jeanne (Schneider) è una ragazza della borghesia parigina. L’accordo per un rapporto soltanto fisico, che esclude persino la conoscenza dei rispettivi nomi, viene rotto dall’uomo che, con una tragica illusione, vorrebbe cominciare una nuova vita. Film scandalo degli anni Settanta, sequestrato per quelle proverbiali prestazioni erotiche di Brando c della Schneider con il burro che in tempi di hardcore di massa non sconvolgono più nessuno.
Ultimo tango a Parigi (scritto da Bertolucci con Franco Arcalli) è invecchiato bene, ancora capace di parlarci della solitudine e della distanza fra i sessi nella nostra società: certo, molte cose sono superflue e anche «false» - come il personaggio di Léaud e certe strizzatine d’occhio a Bataille, a Freud e al romanticismo maledetto o il risaputo legame tra eros e thanatos - ma la «strana, infernale plasticità» di Brando, la luce pastosa di Vittorio Storaro e la «musicale mobilità» della macchina da presa di Bertolucci ne fanno un’opera indimenticabile. Un classico la colonna sonora di Gato Barbieri.

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