03 luglio 2021

LUGLIO 1960 | CARLO BORDINI

 

luglio ’60 / carlo bordini

Nel 1960 ci fu un tentativo di instaurare in Italia un governo di destra, il governo Tambroni. Era un monocolore democristiano appoggiato dai neo fascisti dell’MSI. Questo governo voleva essere una risposta a una ripresa operaia che era cominciata in Italia nell’anno precedente, e che si esprimeva in una forte ripresa degli scioperi dopo gli anni bui del dopoguerra.

Il governo Tambroni si caratterizzò subito per provvedimenti illiberali (divieto di alcune manifestazioni e di alcuni comizi) e in questo clima fu permesso ai neofascisti, che si erano ricostituiti in partito da poco, di tenere un loro congresso a Genova.

Ora, Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, era una città antifascista sul serio. C’erano ancora i partigiani che quindici anni prima avevano cacciato i tedeschi dalla città. Si fece una grande manifestazione a cui parteciparono partigiani, portuali e la base del partito comunista. La polizia cercò di disperdere la manifestazione e ne nacque una grande battaglia in cui i portuali, gente molto dura, sconfissero nettamente la polizia. Molti poliziotti furono feriti e a molti di loro furono sottratte le armi. Questo avvenne il 30 giugno. La sera di quel giorno i partigiani tornarono ad accamparsi in montagna, nelle colline intorno a Genova, e accesero fuochi che si vedevano dalla città. Da questo episodio nacque l’insurrezione del Luglio 60.

Vi furono manifestazioni in tutta Italia. La polizia sparò e uccise diversi manifestanti. A Roma i partigiani furono caricati dalla polizia a cavallo. L’insurrezione si propagò da città a città, da notizia a notizia. Dopo alcuni giorni i sindacati indissero uno sciopero generale. Il governo Tambroni si dimise e da allora cominciò in Italia la lunga serie dei governi di centrosinistra che bene o male dettero all’Italia una democrazia più o meno normale.

Si tratta dunque di un episodio fondamentale nella storia recente italiana. Se non ci fosse stata la reazione di Luglio 60 la storia sarebbe stata molto diversa: l’Italia sarebbe tornata a una forma di fascismo strisciante e mascherato. I nuovi governi di centro sinistra non fecero miracoli, ma nazionalizzarono l’energia elettrica, fecero una riforma agraria che portò alla scomparsa della mezzadria e alla formazione di una vasta piccola proprietà contadina. Le lotte sindacali e politiche si svilupparono in un clima relativamente permissivo.

Luglio 60 non fu organizzato dal Partito Comunista. Nacque spontaneamente e si diffuse spontaneamente. Vi partecipò la base del PCI, ma il partito non prese mai una posizione netta. Non diresse le lotte. I giornali del PCI facevano articoli di fuoco che suscitavano la rabbia e l’indignazione, ma non davano indicazioni di lotta. La gente si riuniva, discuteva e partecipava.

Il PCI fece molta retorica sui “giovani dalla maglietta a strisce” che avevano partecipato a Luglio ’60 e salvato la democrazia, ma pian piano la cosa venne dimenticata. Nessuno ne parlò più. Nessuno si riferì più a quel periodo. Oggi nessuno ne sa nulla.

Luglio ’60 non diventò un punto di riferimento per nessuna forza politica. Non se ne parlò più, né per esaltarlo né per esecrarlo. Credo che questo dipenda dal fatto che fu un movimento che sfuggì di mano a tutti, e che potrebbe diventare un esempio pericoloso. Fu utilizzato e messo in disparte: sarebbe invece opportuno, oggi, ricordarne l’esistenza.

Post scriptum. Quando questo avvenne io avevo 22 anni. Non ho nulla da cambiare a quanto ho scritto, ma voglio aggiungere una considerazione: se non ci fosse stata la sinistra democristiana, che si alleò coi socialisti, e formò il centro-sinistra, l’esito della vicenda sarebbe stato diverso.

* * *

[da una mail circolare, con fotografie, di Carlo Bordini, 1 agosto 2018]

https://slowforward.net/2021/07/01/luglio-60-carlo-bordini/



CHI NON HA MEMORIA NON HA FUTURO

 





COME ERAVAMO. Miguel Littin e il cinema di Unidad Popular

 


Miguel Littin e il cinema di Unidad Popular

Due considerazioni a mo' di premessa

L'età e lo scoprirsi ammalati porta a riconsiderare il senso profondo delle cose e del tempo. Cambia soprattutto la scala di priorità. Può significare, come nel mio caso, assumere un atteggiamento più distaccato verso il presente a vantaggio del recupero di una memoria e di un percorso personale che in molti snodi si è intrecciato con dinamiche collettive e può quindi rappresentare un possibile punto di osservazione, per quanto ultraminimalista e provinciale, su momenti della storia della sinistra a partire dalla fine degli anni '60. Per questo nei mesi a venire Vento largo sarà in larga parte dedicato alla pubblicazione di materiali prodotti in vari momenti di un percorso iniziato con l'esplosione studentesca del 1967-68.

Iniziamo con un documento del 1978, quando in occasione della Festa provinciale dell'Avanti! mi occupai di organizzare una settimana della cultura socialista imperniata su una mostra di manifesti dal 1892 al 1978 e su una rassegna del cinema di Miguel Littin, grande regista cileno sostenitore convinto di Salvador Allende e dell'esperienza di Unidad Popular.

La proposta di trasformare una festa di partito in un momento culturale alto all'inizio suscitò non poche perplessità, la cosa era considerata troppo elitaria. Avrebbe interessato, si diceva,  solo un ristretto pubblico di intellettuali e di cinefili. Timori smentiti poi dal grande successo dell'iniziativa. Il Film Studio si rivelò insufficiente a ospitare tutti gli interessati, tanto che molti assistettero alle proiezioni in piedi o su seggiolini recuperati in modo avventuroso addirittura in bar vicini. Una cosa impensabile oggi, ma che dimostra quanto fosse culturalmente recettiva Savona in quegli anni e quanto soprattutto fosse ancora vivo e doloroso il ricordo dei fatti cileni.

È doveroso ricordare che l'organizzazione dell'evento fu resa possibile dalla fraterna collaborazione di Mirco Bottero, instancabile animatore culturale purtroppo oggi colpevolmente dimenticato, che, oltre a mettere a disposizione i locali, si occupò del reperimento delle pellicole. A me toccò la presentazione dei film e della conduzione dall'allora immancabile dibattito, oltre che dalla redazione del pieghevole illustrativo dell'iniziativa. Naturalmente, considerato che il diavolo notoriamente fa le pentole ma non i coperchi, la cosa non filò del tutto liscia: il tipografo omise di riportare dove le proiezioni si tenevano e questo mi costò ore di lavoro a scrivere su ogni depliant, ed erano davvero tanti, l'indirizzo del Film Studio. Proprio come il piccolo scrivano fiorentino di deamicisiana memoria, ma con almeno tre differenze: una bottiglia di whisky, almeno due pacchetti di Celtique, praticamente catrame puro, e una sfilza di bestemmioni da far impallidire anche il più feroce mangiapreti. Ma eravamo giovani, se questo può servire da scusante...

Giorgio Amico

Articolo ripreso da http://cedocsv.blogspot.com/2021/07/come-eravamo-miguel-littin-e-il-cinema.html

02 luglio 2021

DANTE, L'AMORE E LA GUERRA

 


DANTE, L'AMORE E LA GUERRA

di Marco Grimaldi

 

[A proposito di: Filippo La Porta, Come un raggio nell’acqua. Dante e la relazione con l’altro, Roma, Salerno Editrice, 2021].

 

1. Nel settembre del 1920, il Ministro della Pubblica Istruzione Benedetto Croce inaugura a Ravenna le celebrazioni per il sesto centenario della morte di Dante. Croce spiega che è difficile ricondurre Dante al presente e che non tutte le interpretazioni sono legittime; distingue tra un culto esterno fatto di monumenti, edifici, studi, edizioni critiche e un culto interno che si stabilisce «sulla relazione vera e salutare dei nostri spiriti con lo spirito di lui». E parla di un Dante simbolo e ideale che si oppone al Dante poeta, poiché è convinto che: «Nella sua realtà Dante non può rispecchiare gl’ideali dei nostri tempi, nostri appunto perché egli fu d’altri tempi ed ebbe i suoi proprii ideali». Ma il discorso è denso di contraddizioni. Per caratterizzare la Commedia e per separarla dalla letteratura medievale, Croce sceglie infatti un aspetto del quale il suo pubblico non può non avvertire l’attualità. Nel 1920 la Prima Guerra Mondiale non è ancora storia, è memoria quotidiana; la realtà politica e sociale è sempre più violenta e le elezioni del 1921 saranno le più sanguinose della storia d’Italia (“infernali”, le avrebbe definite Pietro Nenni). Ed è dunque significativo che Croce parli proprio della rappresentazione della guerra: «Non c’è più in Dante, il medio evo, il crudo medio evo […]: ché mai forse niun altro gran poema è, come quello di Dante, privo di passione per la guerra in quanto guerra, delle commozioni che accompagnano la lotta militare, il rischio, lo sforzo, il trionfo, l’avventura. L’epopea medievale appena vi romba da lontano». Questa idea è giusta sul piano letterario. È vero, infatti, che la Commedia, a differenza dell’epica medievale, non parla sempre e solo di guerra. Ma è falsa sul piano delle idee, perché Dante – che non era un pacifista – non esita per esempio a predicare in maniera del tutto esplicita, nelle epistole, la necessità della guerra contro le città che si oppongono all’Imperatore e a lodare, nella Commedia, la crociata e il crociato Cacciaguida. Ma sono partito da queste parole perché qui si può leggere il dramma dell’intellettuale che si accorge che la realtà fa irruzione nel suo sistema di pensiero. Croce non può ignorare che l’ardore guerresco e la feroce ascesi del Medioevo appartengono ancora alla sua età, all’Italia del 1920. E che la nuova Italia è in realtà una cruda Italia. In Croce è insomma evidente l’oscillazione perenne dei lettori dei classici. Nel momento stesso in cui li facciamo nostri, credendo di ritrovare in quei libri – come Petrarca che legge Agostino – «la storia del nostro peregrinare», dobbiamo allontanarli da noi per non tradirli e non illuderci che possano «rispecchiare gl’ideali dei nostri tempi».

 

2. Il libro di Filippo La Porta (Come un raggio nell’acqua. Dante e la relazione con l’altro, Roma, Salerno Editrice, 2021), che porta avanti una riflessione avviata in Il bene e gli altri. Dante e un’etica per il terzo millennio (Milano, Bompiani, 2018), non parla del Dante poeta, per dirla con Benedetto Croce. Parla del Dante simbolo, del Dante ideale, del Dante mito, di quel Dante che non possiamo non rendere nostro contemporaneo. La Porta spiega subito che con i classici «bisognerebbe sfuggire a due opposte tentazioni: attualizzarli forzosamente, trasformandoli in icone pop decorative, o congelarli in una bacheca museale, condannandoli a un venerabile silenzio» (p. 9). Dante è prezioso proprio in quanto distante e inafferrabile. Eppure, i classici «premono sul nostro presente con le loro mute domande, chiedono di essere tradotti […]» e di non essere consegnati ai soli specialisti. Ed è quindi legittimo accostarsi «a qualsiasi libro, di qualsiasi autore ed epoca storica, fuori e dentro il canone, come se fosse stato scritto per noi» (p. 10). E infatti La Porta non intende fare “critica dantesca”, «ma suggerire un uso etico-filosofico dell’opera di Dante riversandola […] nella nostra contemporaneità». A partire da una definizione di bene e male di Simone Weil, secondo cui il bene è ciò che dà realtà agli altri e il male ciò che gliela toglie, La Porta indaga «la questione della relazione con l’altro, intesa come base della polis, di ogni convivenza» (p. 10). Per farlo utilizza l’immagine del raggio di luce che penetra nell’acqua senza turbarla, che ritorna più volte nel poema, assumendola quale paradigma «di una relazione con l’altro che ci permetta di entrare financo nella sua intimità però senza violarla, e come modello di una conoscenza fatta di attenzione e passività ricettiva» (p. 12). Di questa idea, dopo un primo capitolo di Ouverture, La Porta segue le tracce nel Paradiso (cap. 2: Paradise now) e poi nel pensiero femminile del Novecento (cap. 3: Dantisti (quasi) involontari), confrontandosi con Edith Stein, Maria Zambrano ed Hannah Arendt, oltre che con l’«intruso» – maschio – Emmanuel Levinas. La lettura è ricca e stimolante perché La Porta non ricorre solo agli studi specialistici (sempre opportunamente e ampiamente citati), ma a un vasto campionario di scrittori, poeti, filosofi: Adorno, Woody Allen, Walter Benjamin, John Berger, Norberto Bobbio, Martin Buber, Judith Butler, Albert Camus, Aldo Capitini, Augusto Del Noce, Michel Foucault e moltissimi altri.

 

3. La Porta rilegge Dante da un presente in cui, a suo giudizio, ogni impegno civile «deve necessariamente partire da un impegno personale, capace di testimoniare già ora una polis diversa, di prefigurare cioè un mondo non più fondato sulla forza» (p. 13). L’etica incontra allora la politica, e impegno significa «assumere l’altro come inappropriabile, inassimilabile», in una «relazione fatta di attenzione e rispetto, prima cellula di qualsiasi auspicabile comunità». La Porta ritrova in Dante «una costante preoccupazione a non “fare oltraggio”» al prossimo, come quando di fronte agli invidiosi, nel Purgatorio, «decide di abbassare lo sguardo per non godere di un privilegio e per non metterli in uno stato di inferiorità» (p. 14). È un’etica del rispetto dell’integrità dell’altro che «convive evidentemente con i momenti di collera e furia del viator, con il rabbioso disprezzo con cui spesso si rivolge alle anime dei dannati», come con Filippo Argenti. E soprattutto «confligge con la sua vocazione politica a intervenire continuamente sulla realtà, a correggere e modificare gli altri, e con il suo spirito “militante”, con il proposito di difendere la cristianità con il sermone e con la spada» (p. 15). Al piano etico e politico è connesso quello conoscitivo. Nella Commedia sarebbe infatti possibile ritrovare un paradigma per il quale «la conoscenza si configura non tanto come esplorazione […] quanto come capacità di attenzione e attesa, come passività vigile, come aspettare che la verità delle cose […] ci raggiunga, come un abbandono alla realtà stessa» (p. 30). Ed è vero che per Dante la conoscenza delle cose divine concessa al personaggio della Commedia dipende dalla grazia ed è quindi un dono, non una conquista. Ciò che è permesso a Dante, insomma, è vietato a Ulisse. Potremmo allora, come propone La Porta, tradurre in termini laici questa idea di conoscenza: «la cognizione del limite potrebbe significare soltanto riconoscere che la realtà non è totalmente manipolabile e in nostro potere, che una regione dimentica dei propri fini si converte in mito, che la verità delle cose non si schiude sempre esattamente quando vogliamo noi, che si comanda alla natura obbedendole, come pure è stato detto agli albori della modernità e della rivoluzione scientifica» (p. 33). Ma è altrettanto vero che quel dono per Dante non è immanente, non dipende dalle cose o dalla natura; è un dono trascendente. Per restare più fedeli a Dante e nello stesso tempo fare un uso etico-filosofico della sua opera dovremmo forse aderire a un’idea dei rapporti tra uomo e natura come quella descritta nell’enciclica di Francesco Laudato sì, che ha però il difetto – per me agnostico – di non essere traducibile in termini laici. Sono queste le contraddizioni che attraversano il libro e che La Porta, brillantemente, lascia visibili.

 

4. Il libro, pieno di divagazioni e di approfondimenti (su Dante e Kubrick; su Dante uomo “del Sud” nel pensiero di Romano Guardini; su Husserl; sulla French Theory e via dicendo), è breve e intenso, ed è difficile dare conto di tutti gli spunti di riflessione e di tutte le intuizioni. Per mostrare in che modo viene svolta la tesi centrale scelgo quindi un solo esempio. Nelle belle pagine dedicate a Maria Zambrano, La Porta mette in luce nell’opera della filosofa spagnola un’idea di conoscenza come «lasciar alle cose il tempo e il modo di manifestarsi nel loro essere proprio», di «lasciare che l’altro venga alla presenza da sé», accompagnata dalla rinuncia all’intenzione, alla volontà e alla violenza in nome della meraviglia che «non vuole nulla» e a cui è del tutto estraneo il volere. La Porta nota quindi che Dante cerca sì la salvezza e la felicità della vita eterna, ma che «nella vertiginosa ascesa paradisiaca viene come sospinto verso l’alto, senza sforzo, mentre lo investe la pioggia di luce (che subisce “passivamente”)» (pp. 96-97). Poiché la passività, per Zambrano, è «cosa che accade per amore», capacità di ricevere e di abbandonarsi, ne deriva un possibile uso etico-filosofico: «Se i filosofi finora hanno interpretato il mondo adesso non tanto dovrebbero cambiarlo (l’idea che lo cambiamo noi è peraltro un’altra illusione) quanto impegnarsi ad ascoltarlo» (p. 97), a riceverlo passivamente come Dante in Paradiso. Ora, questa idea di passività e di ascolto del mondo è realmente seducente e molti di noi, oggi, vorrebbero farla propria. E molti di noi sarebbero disposti ad ammettere che Dante, come tutti i grandi poeti, ha senz’altro saputo ascoltare il mondo e tradurlo in versi. Tuttavia, a differenza dei poeti contemporanei, che vogliono cantare il mondo senza trasformarlo (basti pensare a Bob Dylan, che si ritiene un «uomo senza messaggio» che vuole solo «cantare quello che pensa»), Dante è un uomo con un messaggio, e quel messaggio intende trasformare gli uomini e renderli migliori e quindi, in un certo senso, violare la loro alterità.

 

5. Il libro parla anche del modo in cui si legge e si interpreta Dante. E alla fine del primo capitolo La Porta rivendica a buon diritto le ragioni di una lettura non specialistica dei classici e della Commedia in particolare: «Nel pluralismo conflittuale delle interpretazioni l’ultima parola non spetta ai filologi e agli studiosi – che pure devono compiere il proprio dovere –, ai professori universitari e agli “scienziati” della letteratura, ma al lettore, al lettore capace di far interagire quei versi con la propria esperienza morale. Proprio perché nulla è al riparo, siamo noi, in ultima istanza, che dobbiamo ogni giorno rileggere e inverare i versi danteschi nella nostra concreta esperienza, e così “interpretarli”, adempierli, tradurli in un agire e in una postura» (p. 38). Sono affermazioni difficilmente contestabili e quasi del tutto condivisibili. Si potrebbe obiettare forse solo che l’ultima parola, in fatto di interpretazioni, non spetta né ai filologi, né agli studiosi, né ai lettori. L’ultima parola, oggi, spetta al mercato. Ma d’altronde c’è chi ha parlato di una “filologia del lettore” per intendere appunto una lettura critica dei testi che tenga sempre conto del lettore, della sua storicità e delle sue esigenze. Eppure, io – che insegno filologia italiana – non credo che tutte le interpretazioni siano buone. Dante, con i suoi personaggi, le sue parole e le sue storie, è ormai diventato mito. In quanto tale viene riscritto e interpretato in molte forme ed è un bene che sia così – finché dura. Ma il compito dei filologi e degli studiosi è di porre dei limiti alle interpretazioni. Non per censurarle o per ridurre il conflitto, ma per consentire alle interpretazioni buone (che sono poche e spesso più difficili) di farsi strada nella rete delle interpretazioni cattive (che sono molte e spesso più facili). Sotto la pressione del presente, nella selva sempre più fitta – e sempre più interessante – dei prodotti culturali contemporanei, l’interpretazione dei classici dovrebbe restare il più possibile legata al testo.

 

In fondo ci troviamo ancora chiusi nella contraddizione di Benedetto Croce. C’è la realtà del presente, che preme e che ci spinge a interpretare Dante con categorie moderne e a trasformarlo in simbolo e ideale – in questo senso, il Dante contro la guerra di Croce è un perfetto equivalente del Dante della “passività ricettiva” di La Porta. Ma c’è poi la realtà del testo che resiste alle attualizzazioni. Poiché Dante non è un pacifista, poiché la Commedia è fondata sulla nozione di peccato e sulla certezza che nell’aldilà esista un rigido sistema di premi e di pene. Per Dante non c’è un solo e unico “altro”: c’è l’altro che pecca e va all’inferno e c’è l’altro destinato al Paradiso. Le contraddizioni di Dante che a noi paiono irrisolvibili sono quelle del pensiero cristiano: un concetto di grandezza irriducibilmente premoderno, che si traduce nella lode della Vergine Maria «umile e alta più che creatura»; un Dio creatore onnipotente così pieno di amore per le sue creature al punto da renderle libere di allontanarsi per l’eternità.

 

6. Un’ultima riflessione sul canone dei pensatori, che non riesco a condividere in pieno e che forse poteva essere più vasto. Io, infatti, se dovessi indicare un filosofo del Novecento per parlare di Dante sceglierei il colombiano Nicolás Gómez Dávila, che ha scritto tra l’altro: «Essere cristiani è trovarsi di fronte a colui cui non possiamo nasconderci, di fronte a cui non possiamo mascherarci. È assumersi il peso di dire la verità, anche quando offende». E ancora: «Amare è comprendere la ragione che Dio aveva per creare quel che amiamo» (da In margine a un testo implicito). A partire da questi aforismi si può spiegare ad esempio perché Dante avverte tanto fortemente l’imperativo morale di dire la verità. O perché Beatrice abbia un posto centrale in Paradiso. Anche un pensatore maschio, cattolico e reazionario può dirci molte cose utili su Dante. Certo, sarebbe più difficile riversare queste idee nella nostra contemporaneità e fare quindi un uso etico-filosofico dell’opera di Dante. Ma non sarebbe un uso meno legittimo.


articolo ripreso da  http://www.leparoleelecose.it/?p=41979&


DANTE SECOND0 MARCO SANTAGATA

 


L' ULTIMA MAGIA. DANTE, 1321

di Marco Santagata

 

[E’ uscito da poco per Guanda L’ultima magia. Dante, 1321, il romanzo postumo di Marco Santagata su Dante. Ne riproduciamo un estratto (il cap. 3 della parte IV), ringraziano l’editore e la prof.ssa Maria Cristina Cabani].

 

A volte capitava di scorgere una dama attraversare una stanza da una porta all’altra a passi piccoli e veloci, come se scivolasse sul pavimento. Nei giorni di maltempo si faceva luce con una lampada a olio. Quel fantasma era Alagia, la moglie di Moroello.

Di bassa statura, minuta, non bella ma aggraziata, benché al marchese avesse già dato cinque figli, tre maschi e due femmine, era ancora una donna piacente. Vestiva con semplicità, senza ornamenti e gioielli; non si toglieva mai le bende maritali. Sulla parte del volto lasciata scoperta dalle bende e dal soggolo spiccavano gli occhi: grandi, verdi, dolci e umidi. La bocca era sempre socchiusa in un leggero sorriso. Parlava di rado, quasi sussurrando, con voce pacata, soave. Partecipava molto raramente ai banchetti così graditi al suo sposo. Tuttavia curava che a quella tavola non mancasse niente. Anche con la servitù aveva modi cortesi; con le ragazzine più giovani quasi materni. Di lei tutti parlavano bene, indipendentemente dal fatto che fosse la moglie del padrone: veniva additata come il ritratto della remissività e della fedeltà coniugale. Certo, se non fosse stata la marchesa, con ogni probabilità sarebbe passata inosservata. Eppure era un gran dama, una Fieschi, nipote di un papa.

 

Lui e Alagia non si erano mai parlati. Incrociandosi, si scambiavano il buongiorno e la buonasera e nient’altro. Lei sorrideva con grazia e poi scivolava via. Non era scontrosa, si era fatto l’idea che fosse una donna timida.

In quel castellaccio deserto i giorni passavano sempre uguali, uno dopo l’altro. Soffriva di solitudine. Lo aveva preso una acuta nostalgia di Gemma e dei figli. Cercava di applicarsi al poema. Nel vano di alcune finestre erano scavati, uno a destra l’altro a sinistra, due sedili di pietra. Per montarvi saliva tre gradini, poi appoggiava una tavola di legno sulle ginocchia e ci collocava sopra il foglio e il calamaio. Benché scegliesse la più grande, anche quella finestra era piccola e stretta. Non solo, la luce, già scarsa, filtrava a stento attraverso lastre di alabastro. Lui sfruttava quel poco di luminosità che l’alabastro lasciava trapelare. Di aprire le imposte neanche parlarne, faceva troppo freddo. Anche così avrebbe potuto scrivere, il silenzio favoriva la concentrazione, e invece passava gran parte del tempo con gli occhi fissi sulle venature dell’alabastro, perso nelle sue fantasie. Quando si riscuoteva, il pensiero andava a Firenze. Da lì non arrivava alcun segnale e lui era sempre più preoccupato: presentiva che non gli avrebbero concesso il perdono. All’idea, gli si bloccava lo stomaco.

 

Quel giorno d’ottobre il tempo era inclemente, il cielo carico di nuvole nere. Aveva posato la tavoletta con i fogli e l’inchiostro sul sedile di fronte al suo: benchéfosse ormai mezzogiorno, dalla finestra filtrava una luce troppo fioca per scrivere. La stanza era immersa in una semioscurità quasi serale. Stava per scendere i tre gradini che lo separavano dal pavimento quando, a sorpresa, davanti a lui si era materializzata la marchesa Alagia. Doveva essere perso nei suoi pensieri, perché non l’aveva sentita entrare. Era scivolata fino al vano della finestra silenziosamente, come al solito. Con una mano reggeva un vassoio, con l’altra un recipiente di coccio.

«Queste le ho fritte io, maestro» aveva detto porgendogli un vassoio ricoperto di frittelle di castagne. «Spero tanto che vi piacciano.»

 

Lui non se l’era fatto ripetere: subito aveva messo in bocca una frittella ancora bollente. Alagia, forse divertita dalla sua voracità, lo aveva osservato per qualche istante in silenzio, poi aveva suggerito: «Spalmateci sopra questa ricotta freschissima».

Con la bocca piena lui farfugliava parole di ringraziamento e grandi elogi della bontà delle frittelle.

Lei lo guardava con il suo abituale sorriso mite. «Sono felice che vi piacciano.»

«Marchesa, vi confesso che il mio grande peccato e` quello della gola.»

«Più che un peccato, può essere una consolazione» aveva sussurrato lei flebilmente. Poi, alzando appena un poco il volume della voce, aveva soggiunto: «Mi era sembrato che oggi foste un po’ triste».

 

L’osservazione era troppo confidenziale, di quelle che una gran dama non dovrebbe lasciarsi sfuggire. E invece era suonata del tutto naturale. E nemmeno lui aveva avuto ritegno nel risponderle sinceramente: «Sì, pensavo alla mia casa. Ho paura che non la rivedrò mai più».

«La rivedrete, la rivedrete» si era affrettata a rassicurarlo emettendo un profondo sospiro. «Moroello lo vuole, e Moroello ottiene sempre ciò che vuole.»

Nel pronunciare il nome del marito negli occhi le era lampeggiato un impercettibile bagliore. Per lui Alagia nutriva una devozione totale, ne parlava come fosse un Giove onnipotente.

«Vi capisco» aveva mormorato, «anch’io provo nostalgia della mia Genova.»

Da allora Alagia non aveva quasi fatto passare giorno senza raggiungerlo alla sua finestra portando ogni volta dolciumi cucinati da lei. Il suo preferito era la spongata, una torta ripiena di marmellate, fichi secchi, canditi, mandorle e pinoli. Una volta gli aveva offerto una specie di pane, anch’esso ripieno di canditi, uva passa e zibibbo.

«Noi lo chiamiamo pandolce» aveva detto compiaciuta dei suoi borborigmi deliziati. «Lo manda da Genova mia cognata Manfredina.»

 

Con il passare dei giorni fra lui e Alagia era nata una timida confidenza. Adesso lei non restava più in piedi ad aspettare che lui avesse gustato i suoi dolciumi per poi scivolare via con un inchino imbarazzato, adesso si accomodava sul sedile di fronte al suo e assaggiava lei pure la spongata o il dolce di turno. Soprattutto, si parlavano. Per la verità, era lui a parlare.

Alagia, che aveva trascorso la giovinezza a Genova e poi, dopo il matrimonio, non era più uscita dalla Lunigiana, gli chiedeva con insistenza di descriverle le città nelle quali era vissuto. Gli occhi sbarrati e un’espressione estatica sul viso, lo ascoltava parlare di Firenze, di quanto fosse imponente il battistero di San Giovanni, della nobiltà dei palazzi dei Mozzi, dei Frescobaldi.

«Moroello mi ha promesso che un giorno o l’altro mi porta a Firenze con se ́» lo aveva interrotto, ma lo aveva detto con un tono quasi rassegnato.

E poi Bologna, la Garisenda che si innalza fino alle nuvole… E Roma, la città degli imperatori, dei papi… Per Alagia Roma era una di quelle città fantastiche di cui parlano le fiabe per i bambini.

 

Più di ogni altra cosa a suscitare la sua curiosità erano quei fogli che lui riponeva quando lei si avvicinava alla finestra. Si era accorto che Alagia vi gettava spesso rapide occhiate, ma solo per un attimo, e subito distoglieva lo sguardo quasi vergognandosi. Qualche volta aveva pure capito che stava per chiedergli qualcosa al riguardo. Ma solo dopo parecchi giorni, quando tra loro si era consolidata una sorta di complicità , lei aveva trovato il coraggio di domandargli: «Perdonate l’indiscrezione, maestro, mi piacerebbe molto sapere cosa scrivete su queste carte».

«Più che scrivere, penso» le aveva risposto. «Ho in mente un poema, un grande poema, ma sono solo agli inizi.»

 

Lei aveva assunto un’espressione interrogativa, e allora le aveva spiegato che si trattava di una visione, un viaggio da lui compiuto in sogno nell’aldilà, e che il viaggio cominciava all’inferno. Alla parola inferno il volto di Alagia per un attimo si era rabbuiato, ma poi, ripreso il suo abituale sorriso, timidamente aveva azzardato: «Mi fareste un grande regalo se mi concedeste di ascoltare ciò che avete scritto».

Lui non aveva esitato: «Con sommo piacere».

Si era sorpreso lui stesso della prontezza con la quale aveva accettato di esaudire la richiesta: quella piccola donna emanava un fascino a cui non sapeva resistere. In quel preciso momento aveva realizzato che il suo più grande desiderio era compiacerla, in tutto.

 

La lettura del poema era diventata un elemento fondamentale del rito che celebravano ogni pomeriggio. Alagia arrivava con in mano un vassoio di dolcetti, si sedevano uno di fronte all’altra, parlavano un po’ sgranocchiando qualche biscotto o una fetta di torta ripiena, dopo di che lui cominciava a recitare. Alagia ascoltava immobile e silenziosa, ma l’accavallarsi delle sensazioni prodotte in lei da quei racconti glielo si leggeva sul viso. Che paura la lince, il leone ruggente, ancor più paurosa la lupa magrissima e famelica! Che pena quei poveretti insanguinati da vespe e mosconi! Terribile il diavolo Caronte, che incrudeliva con un bastone sulle anime disperate! Ad Alagia, però , sfuggivano molte cose: chi era Virgilio? Chi erano quegli illustri personaggi che parlavano tra loro su un prato all’interno di un grande castello? Allora lui pazientemente le spiegava chi fossero, cosa avessero fatto, quali opere avessero scritto. Gli occhi di Alagia sprizzavano felicità.

Un giorno, quel giorno, lui le aveva annunciato: «Oggi, marchesa, vi leggo un racconto d’amore».

Lei aveva reagito come una bambina che sta per ricevere un premio.

Lui aveva attaccato il canto dei lussuriosi.

 

E proprio come una bambina Alagia seguiva la descrizione della bufera che travolge e sbatacchia di qua e di là le anime dei dannati con un’espressione intenta ma nello stesso tempo diffidente, come se quello spettacolo da cui era attratta potesse da un momento all’altro riservare una brutta sorpresa. Quando però lui aveva cominciato a elencare la lunga sequenza di nomi degli amanti morti per amore la tensione iniziale si era allentata, e dopo poco sul volto di Alagia era comparsa una leggera smorfia di delusione. Il suo sguardo, prima fisso su di lui, adesso vagava dalla finestra al vassoio vuoto appoggiato sul pavimento. Taceva, ma il suo atteggiamento lasciava intendere chiaramente che si aspettava una storia d’amore e non un susseguirsi di nomi di personaggi del tutto sconosciuti.

Poi lui aveva iniziato a recitare:

 

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende.

 

E Alagia si era fatta nuovamente attenta. Seguiva il racconto di Francesca da Rimini immobile come una statua. Lui recitava con fervore. Recitava proprio per lei, per loro, soli come Paolo e Francesca, e lei tratteneva il fiato e lo fissava con occhi luccicanti.

 

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,

prese costui de la bella persona.

 

Gli occhi di Alagia scintillavano, il verde delle iridi era diventato più intenso e più luminoso. Mentre lui leggeva, istintivamente si era sporta in avanti, fin quasi a toccarlo.

 

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

 

Nel silenzio lui percepiva che il respiro di Alagia si era fatto un poco affannoso. Il viso di lei era adesso vicinissimo al suo. I grandi occhi color smeraldo riempivano ormai il suo intero campo visivo.

 

Quando leggemmo il disiato riso

esser baciato da cotanto amante,

questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.

 

Avvinghiati, si rotolarono sul pavimento.


Testo ripreso da  http://www.leparoleelecose.it/?p=41987

I RAGAZZI DEVONO IMPARARE A SCRIVERE CON LA LORO TESTA E CON LA PENNA

 


Elogio della penna

Daniele Novara
01 Luglio 2021

Fra la penna elettronica e quella su carta quest’ultima ha il vantaggio di poter incidere su un vero materiale fisico sviluppando così, in modo più completo, le tante connessioni neurocerebrali in gioco. Molte ricerche mettono in luce il pericolo di voler a tutti i costi passare dalla penna alla tastiera, come a suo tempo si fece dal pennino alla penna. Non è per nulla la stessa cosa, ricorda Daniele Novara. Di certo, l’uso della penna facilita l’apprendimento soprattutto per i suoi tempi dilatati che costringono a selezionare i concetti più importanti e, di conseguenza, assimilarli meglio. Già, forse è proprio questa resistenza al dominio della velocità che non piace ai venditori di prodotti elettronici e agli ossessionati della Dad

Mentre la scuola si accinge alla digitalizzazione della didattica, penso sia importante mettere qualche paletto per evitare che la moda prevalga a prescindere da ogni consapevolezza scientifica, pedagogica e psicoevolutiva. Il punto più importante della questione è che ogni cosa ha il suo tempo e quello che vale per un ragazzo di quindici anni non può valere per un bambino né di un anno, né di tre, né di cinque, né di sei, né di sette, né di otto. 

L’infanzia è una fase della vita molto particolare dove la sensorialità, l’esperienzialità, la motricità, il movimento e la socialità devono prevalere su tutto e su tutti. Dare, viceversa, la precedenza assoluta al mondo virtuale appare una scelta estremamente incauta.

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Fra la penna elettronica e la penna su carta quest’ultima ha il vantaggio di poter incidere su un vero materiale fisico sviluppando così, in modo più completo, le tante connessioni neurocerebrali in gioco. Molte ricerche mettono in luce il pericolo di voler a tutti i costi passare dalla penna alla tastiera, come a suo tempo si fece dal pennino alla penna. Non è la stessa cosa. Già nel 2007, una ricerca pubblicata da Connelly – psicologo della Oxford Brookes University – e altri sul British Journal of Educational Psychology dimostrava che i temi scritti a mano dai bambini delle Scuole Primarie erano migliori rispetto a quelli scritti con una tastiera. Addirittura, dallo stesso studio emerse che i temi scritti al computer sembravano fatti da soggetti il cui sviluppo era indietro di due anni (un bambino di terza scriveva quindi come un bambino di prima). Nel 2011, lo studio di Sandra Sulzenbruck e altri analizzò il rischio che l’utilizzo continuo della tastiera per la produzione di testi possa contribuire in modo significativo alla perdita delle capacità di scrittura a mano. I vari studi condotti dalla neuroscienziata norvegese Audrey Van de Meer, dimostrano l’importanza dell’aspetto sensomotorio della penna sulla carta.

La penna consente connessioni neurocerebrali articolate e raffinate assolutamente improponibili e imparagonabili col puro e semplice battito del dito su una tastiera. Il movimento della mano che traccia lettere e parole, implica, nel bambino che sta incominciando a leggere e a scrivere, il riconoscimento di linee, curve, spazi, creando, dal punto di vista cognitivo, una connessione visivo-motoria. 

La scrittura manuale “costringe” in qualche modo a direzionare il movimento della mano a seconda della lettera che si deve scrivere.

Continuate a far usare la penna ai bambini

Il testo va orientato nello spazio e contenuto all’interno delle dimensioni di un foglio (per fare un esempio). Tutte queste azioni attivano la corteccia parietale preposta alla capacità di calcolo, linguaggio, orientamento spaziale e memoria. 

Più avanti, lo scrivere in corsivo richiederà necessariamente di saper collegare le lettere tra loro. La tastiera non richiede un simile sforzo: basta picchiare su tasti tutti uguali e le parole vengono da sé. L’uso della penna, inoltre, facilita l’apprendimento anche per i suoi tempi “dilatati” che costringono il cervello a selezionare i concetti più importanti e, di conseguenza, assimilarli meglio.

I rischi della scrittura su tastiera sono chiari: soprattutto nei bambini piccoli, viene impedito il corretto sviluppo di alcuni meccanismi cognitivi fondamentali. 

Sono noti i ritardi che l’uso della televisione, dei videoschermi, dei videogiochi e della tastiera provocano nei processi di lettoscrittura. Occorre ricordarli per evitare, fra anni, di ritrovarci con un aumento drammatico di disgrafie, disortografie se non, addirittura, ritardi nella vera e propria capacità di leggere e scrivere. 

Genitori e insegnanti non possono permettere che siano date informazioni non solo sbagliate, ma decisamente in malafede. A volte sono gli stessi venditori di questi prodotti che finiscono per promuovere convegni specifici sul passaggio dalla penna alla tastiera.

Le ricerche scientifiche lasciano poco spazio ai dubbi e quindi i bambini vanno, ancora una volta, tutelati nel loro mondo e nel loro pensiero che è pratico, operativo, concreto e sensoriale. Solo in questo modo potranno crescere e raggiungere le altre fasi della vita.


Appello di Daniele Novara, pedagogista e direttore CPP. Altri articoli di Daniele Novara sono leggibili qui


01 luglio 2021

RILEGGERE SCIASCIA PER CAPIRE LA SICILIA E IL MONDO 1 e 2

 


Ecco l'introduzione del mio articolo su Leonardo Sciascia pubblicato oggi sulla rivista DIALOGHI MEDITERRANEI 


RILEGGERE  LEONARDO SCIASCIA 

 PER CAPIRE LA SICILIA E IL MONDO

Ricorre quest’anno il centenario della nascita e il 32° anniversario della morte di Leonardo Sciascia (1921-1989). Gli anniversari sono i momenti peggiori per parlare o scrivere criticamente di un autore. Sciascia, peraltro, è stato un autore che ha sempre amato le polemiche ed è stato uno dei più grandi polemisti del 900. Anche per questo non meritava di essere sommerso da un diluvio di parole retoriche. Ma così va il mondo, cosicché anche quelli che, fino a poco tempo fa, dicevano e scrivevano che era giunta l’ora di smettere di leggerlo, si sono uniti al coro delle celebrazioni.

Sciascia, con Pasolini, è stato uno degli autori più controversi del 900. Negli ultimi vent’anni della sua vita, almeno a partire da Il contesto (1971), è stato attaccato da più parti: Gerardo Chiaromonte ed Emanuele Macaluso gli hanno dato del qualunquista [2]; Giorgio Amendola nel 1977 l’ha chiamato vigliacco e disfattista [3]; L’affaire Moro, oggi glorificato, quando uscì nel 1978, ignorato e incompreso da tanti, condusse Eugenio Scalfari ad evocare La trahison des clercs;  non parliamo del putiferio che scatenò nel 1987 l’articolo pubblicato dal principale quotidiano nazionale, con il titolo redazionale, I professionisti dell’antimafia.

professionisti-antimafia-articoloSi arrivò a dire che era stato “stregato” dalla mafia; e non si è voluto capire che in tutte le sue opere Sciascia ha messo alla berlina ogni forma di cultura mafiosa (da quella espressa da Capuana e Pitrè a quella di Don Peppino Genco Russo).

In questo articolo focalizzerò la mia attenzione su un testo poco noto dello scrittore siciliano. Eppure si tratta della sua prima articolata riflessione sul fenomeno mafioso, come indica il suo stesso titolo La Mafia. Il pezzo uscì nel lontano 1957 sulla combattiva rivista Tempo Presente di Ignazio Silone. Per raccoglierlo qualche anno dopo nel suo primo libro di critica letteraria e di costume Pirandello e la Sicilia (Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta 1961).

copertina-raccolta-lora-1991-1Sciascia non ha mai amato essere considerato un mafiologo; eppure non conosco scrittori che hanno scritto quanto lui sulla mafia e sulla cultura mafiosa. A lui dobbiamo soprattutto l’idea originale secondo cui il vero spirito mafioso si annida in ogni forma di potere assoluto. Per questo non conosce confini geografici e ha avuto nella storia molteplici incarnazioni, dagli antichi Tribunali della Santa Inquisizione ai più recenti campi di concentramento e gulag.

Sciascia comincia a scrivere di mafia in anni in cui pochi ne parlavano e molti ne negavano perfino l’esistenza. Lo ricorderà lo stesso Autore, con un po’ di civetteria, un anno prima di lasciarci:

«Ho dovuto fare i conti da trent’anni a questa parte prima con coloro che non credevano o non volevano credere all’esistenza della mafia e ora con coloro che non vedono altro che mafia. Di volta in volta sono stato accusato di diffamare la Sicilia e di difenderla troppo. […]. Non sono infallibile, ma credo di aver detto qualche inoppugnabile verità. Ho 67 anni, ho da rimproverarmi e da rimpiangere molte cose; ma nessuna che abbia a che fare con la malafede, la vanità e gli interessi particolari. Non ho, lo riconosco, il dono dell’opportunità e della prudenza. Ma si è come si è» [4]

Leonardo Sciascia ha studiato la mafia con la stessa libertà e la stessa passione che ha attribuito ad uno dei maggiori studiosi siciliani di tradizioni popolari: «In piena libertà, senza quelle remore, quelle preoccupazioni, quelle direttrici (e quei disguidi) che la carriera accademica impone, da anni Antonino Uccello studia le tradizioni popolari siciliane» (Leonardo Sciascia, Quaderno, Palermo 1991: 116-119). Anche per questo Sciascia ha potuto dire sulla mafia quello che gli storici accademici non hanno mai voluto o potuto dire.

FRANCESCO VIRGA

Ecco il link dell'articolo che potete leggere integralmente sulla rivista DIALOGHI MEDITERRANEI:  

http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/la-mafia-secondo-leonardo-sciascia/

Di seguito uno dei primi commenti ricevuti da Bernardo Puleio, autore di due libri importanti  sullo scrittore di Racalmuto:

"L'amico Francesco Virga ha appena pubblicato sulla rivista on-line Dialoghi mediterranei, un eccellente acuto e critico saggio su Sciascia e la mafia. Con particolare attenzione soprattutto allo Sciascia delle origini, diciamo così approssimativamente, della prima fase. Che poi era già uno Sciascia molto problematico e fuori dai confini del politicamente corretto o dell' intellettuale organico, concetto che all'epoca corrispondeva al politicamente corretto, secondo le attese, per così dire, progressiste e comuniste. Mi sono anche molto piaciute le oneste annotazioni che Virga scrive all'inizio a proposito delle tante censure che Sciascia ha ricevuto mentre era in vita anche da parte comunista: il saggista giustamente prende anche le distanze da alcuni giudizi sommari formulati da dirigenti di primo piano di quel partito al quale è stato tanto legato: è un segno di onestà intellettuale che non è per nulla scontato quando sono in gioco i sentimenti di appartenenza passionale a una ideologia.

Tra i passi citati in questo saggio mi permetto di sottolinearne in particolare due: quello in cui Sciascia, già alla fine degli anni 50, osserva, da laico, con scetticismo la " fede religiosa" dei contadini nel Partito Comunista, fede sulla quale aveva ironizzato in uno scritto inserito nella silloge Gli zii di Sicilia, esattamente nel racconto intitolato La morte di Stalin, che aveva scombussolato Italo Calvino, ufficialmente lontano dal PCI, dopo il 1956, aveva stracciato la tessera, ma, di fatto, ancora legato in maniera ambigua alle politiche del partito. L'altro passo è la citazione finale con la quale Sciascia anticipa già quello che succederà a partire dal 1960, mentre la procura di Palermo in quegli anni, sottolineava che il fenomeno mafioso stava per esaurirsi. E invece si assisteva una trasformazione del fenomeno mafioso che dall'ambito rurale dove era nato si trasferiva in città si urbanizzava ed era pronto a dare il sacco a Palermo, grazie anche alla complicità delle giunte comunali democristiane. E d'altronde, senza l'aiuto e la collaborazione del potere politico, la mafia non avrebbe mai potuto prosperare come aveva fatto a partire dal 1860 e come fa a maggior ragione dopo lo sbarco americano. sulla complicità tra gli uomini imposti dagli americani e i mafiosi Virga scrive cose interessanti proprio riproponendo alcuni passi di Sciascia. L'affermazione sciasciana dell'intervento della mafia quasi come, in piccolo, uno strumento di integrazione e di mediazione sindacale tra proprietà e i contadini, un' affermazione diciamo politicamente scorretta, verrà ripresa anche quando Sciascia, diventato onorevole, dirà negli anni 80 che la mafia è l'unica rivoluzione che è accaduta in Sicilia, un'affermazione molto polemica ovviamente. Infine un aneddoto, ricordato nella splendida biografia di Matteo Collura. L'ufficiale dei Carabinieri Raffaele Candida andò a trovare Sciascia prima che lo scrittore partisse per un viaggio e gli disse che aveva bisogno di parlare con lui. Sciascia fece il viaggio quasi con una sorta di timore, chiedendosi cosa volesse da lui un ufficiale dei Carabinieri. Al ritorno Candida che, secondo Sciascia, rappresenta il capitano Bellodi ne Il giorno della civetta, gli chiese di scrivere la prefazione al suo libro Questa mafia sulla quale con grande attenzione si è soffermato Francesco Virga nel suo bel saggio. L'ufficiale Candida fu trasferito da Agrigento dopo aver scoperto le collusioni di alcuni politici di sinistra, socialisti e comunisti, col fenomeno mafioso."

(Bernardo Puleio)