02 luglio 2024

LA MEMORIA CORTA DI TANTI DISCEPOLI DI DANILO DOLCI

 


I 100 anni dalla nascita di Danilo Dolci, quell’omissione sulle accuse al padre di Mattarella e la condanna per diffamazione

di Giuseppe Pipitone | 1 LUGLIO 2024,  IL FATTO QUOTIDIANO

 

Lo hanno ricordato come il Gandhi di Sicilial’attivista non violento che scelse una delle terre più povere d’Europa per lottare in difesa degli ultimi. Ma se quell’isola era alla fame, la responsabilità era anche dello strapotere di Cosa nostra e dei suoi legami col potere politico. Ecco perché oltre a essere sociologo e poeta, Danilo Dolci fu anche cronista e attivista antimafia: fu il primo a indagare sul sistema clientelare che ha regolato i rapporti politici dal Dopoguerra. Ed è partendo da questo tipo di analisi che Dolci arrivò a denunciare i rapporti tra i boss ed esponenti di primo piano della Democrazia cristiana. Per questo motivo venne processato e condannato. Queste vicende, però, sono completamente scomparse dai ricordi pubblicati da giornali e dai siti d’informazione nel centenario della nascita del sociologo. Un’omissione abbastanza rilevante, se pensiamo che a portare a processo Dolci fu anche Bernardo Mattarella, il padre dell’attuale presidente della Repubblica. Ma andiamo con ordine.

Il primo processo – Originario di Sesana – oggi in Slovenia, ma all’epoca in provincia di Trieste – Dolci visse gran parte della sua vita a Trappeto, minuscolo centro tra Palermo e Trapani, dove all’epoca la miseria era talmente nera che i bambini potevano pure morire di fame. Molto si è scritto delle denunce di Dolci sulle condizioni di vita dei contadini in quella Sicilia del Dopoguerra. Il sociologo è l’inventore dello sciopero al contrario: nel 1956 organizza centinaia di disoccupati, che si mettono all’opera per ricostruire una strada abbandonata. Per questo motivo finisce sotto processo con l’accusa di invasione di terreni. In sua difesa si schierano tra gli altri Norberto BobbioItalo Calvino, Alberto MoraviaBertrand RussellJean-Paul Sartre. Ad assisterlo come avvocato c’è Piero Calamandrei, che nella sua arringa chiede l’assoluzione con queste parole: “Aiutateci, signori Giudici, colla vostra sentenza, aiutate i morti che si sono sacrificati e aiutate i vivi, a difendere questa Costituzione che vuol dare a tutti i cittadini del nostro Paese pari giustizia è pari dignità!”. Le tesi del padre costituente non bastano a convincere il giudice di Partinico: alla fine Dolci viene condannato a 50 giorni di reclusione.

Le accuse a Mattarella – Ma a essere omesso, nel centenario della nascita, è soprattutto il secondo processo al quale fu sottoposto il Gandhi di Sicilia. Una vicenda ancora oggi controversa, ma storicamente rilevante e che per questo motivo merita di essere ricordata. È il 1965 quando Dolci convoca una conferenza stampa a Roma, per presentare un dossier appena illustrato alla Commissione Antimafia, che sarà poi pubblicato nel libro Chi gioca solo (Einaudi). In quei documenti il sociologo accusa di collusioni con la mafia alcuni tra i democristiani più importanti dell’epoca in Sicilia: Bernardo Mattarella e Calogero Volpe. Entrambi deputati fin dai tempi dell’Assemblea costituente, in quel momento sono rispettivamente ministro per il Commercio Estero e sottosegretario alla Sanità del secondo governo di Aldo Moro. Le accuse di Dolci provocano molto clamore, i due politici reagiscono con una querela: il sociologo finisce di nuovo alla sbarra, insieme al suo collaboratore Franco Alasia. A difendere Mattarella ci sono due principi del foro: Giovanni Leone, già presidente della Camera, del Consiglio e futuro capo dello Stato, e Girolamo Bellavista, già deputato e in passato difensore di Michele Navarra, capomafia di Corleone, ma poi anche del suo assassino, il boss Luciano Liggio. Molto tempo dopo il nome di Bellavista comparirà tra gli iscritti alla loggia massonica P2: l’avvocato, però, era già morto da cinque anni quando nel 1981 gli elenchi di Licio Gelli diventano di dominio pubblico.

La condanna del Gandhi di Sicilia – Vista anche l’importanza dei protagonisti, il processo a Dolci e Alasia diventa un caso politico-giudiziario. Per due anni i giornali seguono le udienze in cui sfilano decine di testimoni: Giulio Andreotti, il cardinale Enrico RuffiniCharles Poletti, il commissario per gli Affari civili dell’Amgot, il governo militare americano nell’Italia occupata. Alla fine Dolci e Alasia non riescono a dimostrare le loro accuse contro Mattarella e Volpe: il 21 giugno 1967 il tribunale li condanna a due anni per diffamazione. Una pena che non viene scontata grazie all’indulto, approvato alcuni mesi prima. La sentenza verrà confermata dalla Corte d’Appello nel 1972 e poi l’anno dopo anche dalla Cassazione. Nelle motivazioni si legge che “Mattarella ha espresso sempre in modo inequivoco la sua condanna del fenomeno mafioso” e “non è mai entrato in contatto con l’ambiente mafioso da lui invece apertamente e decisamente osteggiato nel corso di tutta la sua carriera politica”. Secondo i giudici il padre di Sergio Mattarella ha “portato a conoscenza del Tribunale, obiettivamente documentandolo, l’atteggiamento di insuperabile contrarietà alla mafia assunto e mantenuto nel corso di tutta la sua carriera politica”. I magistrati non credono alle accuse di Dolci e Alasia: “Nulla di quanto contenuto nel dossier che ha costituito la base del massiccio attacco nei riguardi di Mattarella ha trovato quindi conforto e riscontro sul piano della prova, dimostrandosi le dichiarazioni raccolte dagli imputati nient’altro che il frutto di irresponsabili pettegolezzi, di malevoli dicerie se non addirittura di autentiche falsità”. Bernardo Mattarella non riuscirà a vedere Dolci condannato in via definitiva: morirà infatti l’1 marzo del 1971, un anno prima della sentenza di secondo grado, colpito da un malore mentre si trova Montecitorio. All’epoca era presidente della Commissione Difesa, dato che a partire dal 1966 Moro lo aveva estromesso dal suo terzo governo. Era appena cominciato il processo a Dolci, ma l’esclusione di Mattarella dall’esecutivo venne motivata semplicemente con “questioni di equilibrio” tra le correnti della Dc.

I Kennedy di Sicilia – La vicenda della condanna del Gandhi italiano per la diffamazione di Mattarella senior rimarrà confinata sulle vecchie pagine dei quotidiani fino al 2015, quando il figlio minore dell’ex ministro viene eletto al Quirinale. A quel punto tornano di attualità le ombre proiettate in passato sul patriarca della famiglia che in tanti definiscono “i Kennedy di Sicilia“. Come la dinastia del presidente Usa ucciso a Dallas, infatti, anche i Mattarella hanno avuto una storia politica costellata dai lutti e dal dolore: alle accuse di contiguità lanciate nei confronti del vecchio Bernardo (mai dimostrate e sempre smentite), si affianca l’attività antimafia del figlio Piersanti, il suo secondogenito. Fratello maggiore di Sergio, presidente della Regione Siciliana e allievo politico di Moro, venne ucciso da Cosa nostra e forse non solo. I killer lo ammazzano sotto casa il giorno dell’Epifania del 1980: tra i primi soccorritori, pochi minuti dopo gli spari, c’è anche il futuro capo dello Stato, fotografato da Letizia Battaglia mentre regge il cadavere del fratello, riverso sui sedili dell’auto. Nel febbraio del 2015 quell’istantanea in bianco e nero diventa la copertina dell’elezione al Quirinale dell’ultimogenito dei Mattarella, i Kennedy di Sicilia.

L’altra causa – Quando diventa il dodicesimo presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella ha già avanzato una richiesta di risarcimento danni da 250 mila euro nei confronti dello scrittore Alfio Caruso. Insieme ai nipoti Bernardo junior e Maria, infatti, il futuro capo dello Stato aveva accusato l’autore del volume Da Cosa nasce cosa (Longanesi) di aver “infangato la figura di Mattarella padre” e di aver descritto “in maniera grossolana” i rapporti politici del fratello Piersanti. Il libro era uscito nel 2000, ma i Mattarella fanno causa solo nel 2009. Otto anni dopo, nel 2017, la giudice della prima sezione civile del tribunale di Palermo Maura Cannella condanna Caruso al pagamento di 30mila euro. Alla base di questa sentenza, poi confermata in Appello, c’era anche la vecchia condanna di Dolci, prodotta dai difensori della famiglia Mattarella. A nulla sono servite, durante il processo, le richieste dell’avvocato Fabio Repici, legale di Caruso, che ha sostenuto come la sentenza del 1967 appartenenesse “a quella giurisprudenza reazionaria che spesso negava la stessa esistenza della mafia”. Il difensore ha depositato anche alcune dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Tommaso Buscetta e Francesco Marino Mannoia, arrivate molti anni dopo la condanna di Dolci per diffamazione: entrambi avevano accusato il padre dell’attuale dello Stato di aver avuto legami con Cosa nostra. Agli atti era stato depositato anche un verbale del 2016 in cui il pentito Francesco Di Carlo sosteneva di aver conosciuto Mattarella senior in qualità di “uomo d’onore” di Castellammare del Golfo, il borgo marinaro in provincia di Trapani da cui proviene la famiglia del presidente. Dichiarazioni, queste ultime, che il tribunale ha giudicato “tardive” rispetto ai termini istruttori.

La richiesta di revisione – È sempre utilizzando i verbali di Buscetta, Mannoia e Di Carlo che nel 2016 Repici chiede alla corte d’Appello di Roma di aprire un procedimento di revisione sulla sentenza di condanna di Dolci e Alasia. A sostegno della sua richiesta, l’avvocato sostiene che “successivamente al passaggio in giudicato della condanna (confermata dalla Cassazione nel ’73) sono intervenuti incontrovertibili elementi di prova che impongono, oggi, il proscioglimento dei due condannati”. Insomma: non sarebbe stato possibile condannare Dolci per diffamazione se le dichiarazioni di Buscetta, Mannoia e Di Carlo fossero già esistite negli anni ’70. Secondo l’avvocato, se Mattarella fosse stato ancora vivo negli anni in cui erano arrivate le dichiarazioni dei pentiti, “sarebbe seguita la sua iscrizione sul registro degli indagati per il delitto di concorso esterno in associazione di tipo mafioso”. E ancora, nel vecchio processo per diffamazione, Repici sottolineava la “pregiudiziale inattendibilità dei testimoni a discolpa in ragione dell’estrazione sociale o politica“: insomma, i giudici non ritennero credibili i testi a favore di Dolci perché erano tutti comunisti. Secondo l’avvocato, dunque, appariva “ormai doveroso che la memoria di Dolci, persona che ha illustrato la nazione italiana in ogni angolo del pianeta per il suo eccelso impegno sociale e umanitario che gli ha conquistato la fama di Gandhi italiano, e la figura del suo collaboratore Alasia vengano finalmente risarcite e sgravate da un’infame condanna, anche per liberare la giurisdizione italiana da un pronunciamento che ha segnato uno dei punti più bassi in materia di mafia e di antimafia”. La corte d’Appello di Roma, però, ha rigettato quella richiesta: per i giudici non ci sono gli estremi per aprire un procedimento di revisione. Dolci, dunque, resta condannato per aver diffamato Bernardo Mattarella e Calogero Volpe. Una vicenda sicuramente controversa, ma che provocò grande clamore mediatico. E che ebbe una profonda influenza nella vita di Danilo Dolci. Ecco perché ometterla tout court non rende probabilmente un buon servizio alla memoria del Gandhi di Sicilia. E in fondo neanche a quella del Paese.

Giuseppe Pipitone ,  IL FATTO QUOTIDIANO  1 luglio 2024

 


01 luglio 2024

VITTORIO SERENI, Tre poesie

 


Le mani

Queste tue mani a difesa di te:
mi fanno sera sul viso.
Quando lente le schiudi, là davanti
la città è quell'arco di fuoco.
Sul sonno futuro
saranno persiane rigate di sole
e avrò perso per sempre
quel sapore di terra e di vento
quando le riprenderai.

da "Frontiera"


Fissità

Da me a quell'ombra in bilico tra fiume e mare
solo una striscia di esistenza
in controluce dalla foce.
Quell'uomo.
Rammenda reti, tinteggia uno scafo.
Cose che io non so fare. Nominarle appena.
Da me a lui nient'altro: una fissità.
Ogni eccedenza andava altrove. O spenta.

da "Gli strumenti umani"


Periferia 1940

La giovinezza è tutta nella luce
d'una città al tramonto
dove straziato ed esule ogni suono
si spicca nel brusio.
E tu mia vita salvati se puoi
serba te stessa al futuro
passante e quelle parvenze sui ponti
nel baleno dei fari.

da "Diario d'Algeria"

IL VOTO FRANCESE

 


Il voto francese che interessa tutta l’Europa

di Andrea Inglese

A sentire qualche amico italiano, la situazione francese è davvero preoccupante, perché l’estrema destra francese non è come quella italiana, in fondo moderata e “bonacciona”, come il nostro popolo che sembrerebbe intrinsecamente inefficace anche nel fare il male. A me sembra, invece, di tremenda efficacia il governo Meloni, che per primo sancisce in Europa l’esternalizzazione del trattamento dei migranti giunti sul proprio suolo. Anzi, ancora una volta all’avanguardia del peggio, dal momento che i centri sovvenzionati in Albania per la “raccolta” dei nostri migranti possono costituire un modello da estendere ad altri paesi europei. Siamo già ampiamente fuori da un quadro di principi e di garanzie democratiche. Ma il governo Meloni non si occupa solo dei nemici esterni, ma anche di quelli interni, e quindi ecco il disegno di legge sicurezza, che prevede pene di prigione per il reato di blocco stradale con il solo corpo. Le proteste non-violente saranno punite con il carcere. Il superamento della frontiera tra democrazia e Stato autoritario è un processo per tappe. Lo si sa dalla storia novecentesca, e lo si sa ancora meglio dalla storia recentissima. È sufficiente osservate quello che è successo nella Russia di Putin. Nel 1993 la Russia si è dotata di una nuova Costituzione democratica e federale in linea con quelle delle democrazie occidentali. Dal 2000 ad oggi, ossia dalle elezioni che gli permisero di essere presidente della Russia per la prima volta al suo attuale quinto mandato presidenziale, Putin ha progressivamente imposto, nei fatti e in parte nelle leggi, un potere dittatoriale.

Le elezioni legislative francesi sono decisive anche per tutta l’Europa non solo perché il Rassemblement National costituirebbe un’estrema destra più “dura” di quella che governa attualmente in Italia, ma perché avrebbe la possibilità di cambiare ulteriormente gli equilibri europei, seguendo la via già aperta da Meloni e grazie alla maggioranza di elettori italiani. Il progetto di queste destre estreme è chiaro: distruggere spirito e forme della democrazia, nel rispetto di un’organizzazione capitalistica della società. “I nuovi fascismi si limitano a rinsaldare le gerarchie di razza, genere e classe; la strategia politica rimane quella neoliberista. La missione dei nuovi fascismi non è combattere un’opposizione inesistente, ma portare a termine il progetto politico che è alla base delle politiche neoliberiste”. È Maurizio Lazzarato che lo scrive in un libro del 2019, Il capitalismo odia tutti. Fascismo o rivoluzione (DerriveApprodi). Cinque anni dopo la sua pubblicazione, le vicende statunitensi, israeliane, italiane, francesi e più generalmente “occidentali” non fanno che confermare il nucleo delle analisi svolte in esso. Sono in disaccordo solo con l’idea che i nuovi fascismi abbiano da combattere un’opposizione inesistente. Un’opposizione esiste, e lo si vede almeno nel caso francese, che dal primo mandato presidenziale di Macron ha conosciuto un ciclo di lotte sociali estremamente duro – quasi del tutto assente, in Italia, invece. Ma queste lotte sono state represse in piazza da una gestione estremamente violenta della polizia e in parlamento da un politica di governo estremamente autoritaria. In un articolo apparso su “doppiozero” il 23 giugno, intitolato Elezioni europee: tragicommedia alla francese, ho messo in luce la strategia del tecnocrate Macron per liquidare politicamente la sinistra e puntare tutto su un duello con l’estrema destra. La strategia di Macron ha doppiamente fallito: le sue riforme anti-sociali sono state platealmente condannate dall’elettorato francese, ed è il Rassemblement National che raccoglie i maggiori risultati di questa condanna.

La situazione attuale è questa: la sinistra si è unita e ha proposto un programma che io, pur non essendo votante alle legislative in Francia, voterei. E lo dico dopo aver votato per diversi anni una sinistra italiana che, invece, non mi rappresentava. I risultati definitivi del voto, dopo il primo turno, vedono il Rassemblement National e i suoi alleati a 34,34%, il Front de Gauche a 27,99%, i macronisti a 20,04%. (Gli ultrafascisti di Zemmour non sono riusciti ad arrivare all’1%.) La sinistra ha dunque resistito e non ha perso voti rispetto alle precedenti legislative. Ora, sulla carta, ci sarebbero i numeri per creare un fronte repubblicano, in grado di sbarrare la strada all’estrema destra. La maggioranza di questo schieramento sarebbe costituito dal Front de Gauche, a cui dovrebbero sommarsi i voti dell’elettorato macronista. È quanto ha chiesto ufficialmente il primo ministro Attal, ma la proposta è venuta ancora prima dalla sinistra. Il secondo turno delle legislative, fra una settimana, prevede una serie di ballottaggi, in cui rischierebbero di presentarsi almeno tre candidature: estrema destra, unione delle sinistre e macronisti. Affinché non ci sia dispersione di voti, e viga lo sbarramento repubblicano, se il candidato o la candidata di sinistra è al terzo posto, non si presenterà e proporrà al proprio elettorato di votare per candidato/a della uscente maggioranza di governo. E così dovrebbe fare quest’ultima, favorendo una candidatura del Front de Gauche, nel caso un suo candidato o una sua candidata si trovi in terza posizione. Ma a questo punto entra in gioco la cultura politica della galassia della destra che ha sostenuto il governo Macron. Una galassia di neoliberisti convinti o moderati, che ha assimilato perfettamente l’equivalenza tra nuovi fascisti e sinistra radicale (La France insoumise), seguendo in questo la vulgata mediatica, e che quindi si sente dispensata da eseguire le indicazioni di voto del suo primo ministro. In poche parole, è molto probabile che sarà una fetta di quel 20% di voti macronisti, e una parte di candidati della maggioranza uscente che deciderà della conquista del governo o meno da parte di Bardella. Stavolta, almeno qui in Francia, i dirigenti delle sinistre non potevano fare di meglio, in termini di chiarezza e di presa di responsabilità. Quello che accadrà al secondo turno non potrà essere imputato loro. Di fronte a un pericolo estremo, hanno dimostrato coraggio e lucidità. Hanno saputo unirsi, hanno proposto un programma di sinistra e hanno accettato di fare compromessi, in grado di distinguere tra avversari politici (i macronisti) e nemici della democrazia (i nuovi fascisti). Ma anche questo il passato ce lo insegna: l’antifascismo per funzionare non può essere circoscritto ai partiti e agli elettori di sinistra.



FRANCESCA STASSI, Troviamoci da qualche parte

 




Troviamoci da qualche parte

ora che l'estate sembra decisa

a rimanere e i giorni sono così lunghi

da non sapere cosa fare.

 

Mi aspettano troppe malinconie,

la noia in agguato falsa i sorrisi

che sembrano più veri.

 

Ma troviamoci da qualche parte,

magari domani,

un fine settimana

o un lunedì mattina

quando ogni voglia si fa benedire.

 

Avrei da dirti tante cose

ma preferirei ascoltare

i tuoi occhi e le tue mani

mentre tu continui a parlare ...

 

FRANCESCA  STASSI

 


INGEBORG BACHMANN, Invocazione all' Orsa maggiore

 


Quel ch’è vero
.
Quel ch’è vero non sparge sabbia nei tuoi occhi,
per quel ch’è vero morte e sonno con te si scuseranno,
come incarnato, saggio per ogni dolore,
quel ch’è vero smuove la pietra dal tuo sepolcro.
.
Quel ch’è vero, caduto ormai, slavato
seme o già foglia, nel letto malsano della lingua,
un anno e un anno ancora ed ogni anno –
quel ch’è vero non crea tempo, lo salva.
.
Quel ch’è vero discrimina la terra,
pettinando sogno serto e coltura,
alza la cresta e colmo di frutti strappati
ti folgora, prosciugando ogni cosa.
.
Quel ch’è vero non spera la scorreria
quando per te forse è in gioco tutto.
Sei la sua preda, se le tue ferite sgorgano;
nulla ti assale, che non ti tradisca.
.
Giunge la luna, con brocche avvelenate.
Bevi il tuo calice. L’amara notte cala.
La feccia schiuma su penne di colombe,
se un ramo non è portato in salvo.
.
Schiavo del mondo, sei gravato di catene,
ma quel ch’è vero nel muro apre le crepe.
Vegli e nel buio vai scrutando intorno,
a ignota via d’uscita tu sei volto.
.
INGEBORG BACHMANN
.
da Invocazione all’Orsa Maggiore
(trad. di L. Reitani, Mondadori, 1999)