02 aprile 2022

M. PINTACUDA, Il "terzo brillante" a Palermo

 



IL “TERZO BRILLANTE” a  PALERMO

di  Mario Pintacuda


Oggi, 2 aprile, mentre scrivo (sono le 16,30) a Palermo piove a dirotto e soffia un freddo vento da ovest. Il termometro segna 12° (mercoledì era arrivato, per la prima volta quest’anno, a 25°).
La pioggia battente mi fa tornare in mente l’espressione “terzo brillante” che ho sentito dire tante volte a Bagheria quando ero ragazzo. Capisco che pochi ormai la conoscono, quindi vedo di chiarirla.
I contadini siciliani, tradizionalmente, attendevano il 3 o il 4 aprile per pronosticare le condizioni meteorologiche dei successivi quaranta giorni: se in quelle giornate avesse piovuto, si prevedeva pioggia per quaranta giorni (se non in continuazione almeno con una certa frequenza); e non sarebbe stato male, perché sarebbe stata evitata la siccità.
Esisteva un’altra credenza ancor più minuziosa, che precisava la durata delle precipitazioni che ci si dovevano aspettare: venti giorni se pioveva il 1° aprile, 30 se pioveva il 2 (come oggi), 40 in caso di precipitazioni il 3.
Da qui i detti popolari siciliani (di fine ‘800): «I tri brillanti quaranta jorna tira avanti» oppure «Tri brillanti quaranta jorna continuanti». In altre parole, se il 3 aprile c’è cattivo tempo, questo continuerà per quaranta giorni.
Ma perché “brillanti”? Secondo alcuni studiosi, i primi quattro giorni del mese erano chiamati popolarmente “brillanti” per assonanza; infatti un antico detto definiva “aprilante” il primo giorno di aprile quando era piovoso.
Il dizionario Devoto-Oli ne dà conferma, riportando l’aggettivo (?) “aprilante” (derivato di “aprile”) e spiegandolo così: "D’aprile: solo nel proverbio 'quarto (o terzo) aprilante quaranta dì durante', il tempo che fa il quarto (o terzo) giorno d’aprile dura quaranta giorni”.

Il detto “terzo brillante” mi ha fatto sempre simpatia e mi è entrato in testa; e inevitabilmente, appena ad aprile cade un po’ di pioggia, parte il mio grido esultante e controcorrente: “Terzo brillante!”. E chi mi capisce mi capisce.
Non solo: quando piove, diluvia e tira vento, e tutti sono scocciati e invocano il sole, allora in tono rassicurante proclamo: «Però, che beneficio per la campagna!» (attirando sguardi perplessi degli interlocutori zuppi d’acqua).
Inoltre, se tutti si lamentano del freddo persistente e del cattivo tempo, io - con intonazione sicula - proclamo rassicurante: «Al massimo, cosa di tre-quattro mesi può essere!», intendendo dire che da qui all’estate il tempo cambierà per forza. [La stessa formula può essere usata in estate, quando tutti squagliano di caldo: «Cosa di tre-quattro mesi può essere!». Vale la pena di lamentarsi per qualcosa che deve finire?].
Piove ancora, a ondate.

Mario Pintacuda


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