22 dicembre 2023

LA SOLITUDINE DI MARIO BENEDETTI E QUELLA DI CARLO LEVI

 


E'  STATO  UN  GRANDE  SOGNO  VIVERE

di Italo Testa

 

[Esce in questi giorni per Mup editore Individualismo solidale. Una nuova immagine dell’utopia, una raccolta di saggi, a cura di Ferruccio Andolfi, in cui scrittori, filosofi, sociologi, studiosi di scienze umane s’interrogano a più voci sulla possibilità d’una prospettiva che riconosca l’irreversibilità della valorizzazione degli individui avvenuta in epoca moderna, ma insieme la possibilità di conciliarla con istanze sociali di generosa reciproca dedizione. Pubblichiamo come anticipazione del volume il contributo di Italo Testa]

 

 

Approssimazione

 

Per approssimarmi al tema del nostro incontro, sia alla sua formulazione negativa – solitudine e legame sociale – che a quella affermativa – individuo e solidarietà, individualismo solidale – vorrei prendere le mosse da una poesia di Mario Benedetti, «Che cos’è la solitudine», pubblicata nella raccolta Umana gloria uscita per Mondadori nel 2004. Penso che questa poesia, nel suo legame con il titolo del libro, possa farci vedere qualcosa di ciò che ci riguarda, qualcosa che non può essere risolto e afferrato da un approccio puramente concettuale.

 

 

I funerali di Mario Benedetti

 

Mario Benedetti, tra i più importanti poeti italiani contemporanei, è morto a 64 anni di Covid nel marzo 2020 a Piadena, nella casa di cura in cui era ricoverato dalla primavera del 2018, a seguito di un ictus subito nel 2014, in un fisico già minato da una grave malattia autoimmune.

 

 Mario Benedetti, quando è morto, era una persona in qualche modo già separata dal mondo, inghiottita in una sorta di altro tempo, di tempo senza tempo, nella casa di cura in cui ormai viveva al di là di se stesso, come se non fosse più Mario Benedetti.

 

Mario Benedetti in qualche modo riappare pubblicamente con la sua morte in solitudine, e con l’impossibilità di assistere ai suoi funerali. Funerali che sono stati però ripresi con un telefonino dalle poche persone autorizzate ad assistervi – con una concessione straordinaria, perché in quel momento non era possibile – e visti su Internet da molti che l’avevano conosciuto, dalla comunità dei suoi lettori e amici.

 

Come se la sua separazione del mondo, il suo essere altrove pur essendo qui, si rendesse così pubblica, di pubblico dominio, in una forma estraniata, per certi versi oscena, e insieme straordinaria, riannodandosi, nel lockdown, con questa morte, al destino di tutti.

 

 

Che cos’è la solitudine.

 

Ora vorrei che leggeste «Che cos’è la solitudine», forse la più bella poesia italiana pubblicata negli ultimi vent’anni.

 

 

Che cos’è la solitudine.

 

Ho portato con me delle vecchie cose per guardare gli alberi:
un inverno, le poche foglie sui rami, una panchina vuota.

 

Ho freddo ma come se non fossi io.

 

Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro
come un uomo con un libro, ingenuamente.
Pareva un giorno lontano oggi, pensoso.
Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri,
il Natale nei racconti,
le stampe su questo parco come un suo spessore.

Che cos’è la solitudine.

 

La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,
si è distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto,
un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande.

 

L’ho letto in un foglio di giornale.
Scusatemi tutti.

 

 

Due solitudini. La solitudine di chi dice io, ma «come se non fossi io». L’uomo nel parco che ha in mano un libro e si pensa come un uomo in un libro, si guarda come dal di fuori, con uno sguardo straniato. La solitudine della donna, la sua storia letta in un ritaglio di giornale, il suo atto estremo.

 

E la solitudine di tutti. Noi inclusi, quei tutti di cui fa parte l’io, che si vede come tutti gli altri. Quelli che hanno visto il parco nei libri, nei quadri, il natale nei racconti, il funerale di Mario Benedetti su Facebook. Quelli che sono come lui, in cui si rivede, come in tutti gli altri. I tutti cui si rivolge, con i quali si scusa, per questa oscenità grande. L’oscenità del gesto della donna, l’oscenità del parlarne, l’oscenità dei funerali di Mario Benedetti che abbiamo visto da casa, origliando su internet.

 

 

Solitudine radicale e presenza degli altri

 

La poesia di Benedetti ci parla di una solitudine grande, di una solitudine radicale che investe l’individuo, di una separatezza che pare immedicabile. E di come anche in questa solitudine radicale, estrema, vi sia nonostante tutto il rovescio negativo della presenza degli altri, di un legame, che appare in forma straniata.

 

Chi dice io, nel parlare a se stesso, lo fa di fronte agli altri, in un monologo in pubblico, come se le sue poesie potessero essere origliate dagli altri sentendoli in ascolto. Come se anche questa separatezza non potesse non guardare ad una comunità possibile, immaginata anche in questo dolore, cui rendere conto, da invocare, per cui farsi testimoni. Come se questa separatezza fosse di tutti, qualcosa di condivisibile. Qualcosa in cui siamo come tutti gli altri, con tutti gli altri.

 

 

Sogno e straniamento

 

Gli effetti di straniamento di questa poesia – cosa vorrà mai dire «ho portato con me delle vecchie cose per guardare gli alberi», come se la panchina vuota, i rami, le foglie del parco, fossero le cose che chi dice io porta con sé per vedere il parco? Questi effetti non riguardano solo il linguaggio, i suoi procedimenti figurali, e anche gli automatismi della nostra percezione, che la tecnica dello straniamento, come teorizzava Viktor Borisovič Šklovskij, sospende, ci fa vedere in una prospettiva insolita.

 

Lo straniamento riguarda anche la solitudine del titolo, che vediamo come una forma di strano legame con tutti gli altri, nella posizione dell’io, di chi parla, come se non fosse se stesso, come se si percepisse in forma straniata, e proprio per questo, si indirizzasse agli altri, invocandoli, sentendoli presenti, toccando ex negativo un legame – un legame passivo, nella medietà di quel tutti, e di quel patire.

 

 

Umana gloria

 

È come se la poesia di Mario Benedetti articolasse quel «suono in cui dolore e sogno si congiungono», per usare le parole con cui Adorno nel Discorso su lirica e società parlava della lirica moderna.

 

È come se quel dolore grande, quella separazione radicale, fosse l’anticipazione di qualcos’altro, rendesse presente nell’immaginazione un’altra traccia. Come se quell’oscenità fosse il rovescio di un sogno, di quell’umana gloria che possiamo cogliere solo in forma straniata.

 

Ora leggiamo un’altra poesia di Umana Gloria

 

 

È stato un grande sogno vivere
e vero sempre, doloroso e di gioia.
Sono venuti per il nostro riso,
per il pianto contro il tavolo e contro il lavoro nel campo.
Sono venuti per guardarci, ecco la meraviglia:
quello è un uomo, quelli sono tutti degli uomini.

 

Era l’ago per le sporte di paglia l’occhio limpido,
il ginocchio che premeva sull’erba
nella stampa con il bambino disegnato chiaro in un bel giorno,
il babbo morto, liscio e chiaro
come una piastrella pulita, come la mela nella guantiera.

 

Era arrivato un povero dalle sponde dei boschi e dietro del cielo
con le storie dei poveri che venivano sulle panche,
e io lo guardavo come potrebbero essere questi palazzi
con addosso i muri strappati delle case che non ci sono.

 

 

È una poesia che parla delle origine contadine di Benedetti, in quel Friuli cancellato dal terremoto che viene richiamato dagli ultimi versi, da «i muri strappati delle case che non ci sono».

 

Questo grande sogno del vivere, in cui gli altri, tutti gli altri, sono venuti per guardarci: «Sono venuti per guardarci, ecco la meraviglia: / quello è un uomo, quelli sono tutti degli uomini». L’umana gloria è qui, nel linguaggio che lega dolore e sogno, in quel legame, in quel patire assieme degli uomini, in quel riso e in quel pianto, in quel dolore e in quella gioia congiunti nell’immaginazione.

 

 

La meraviglia di Levi

 

A questa meraviglia, dove la solitudine e l’umana gloria si toccano, vorrei guardare ora con gli occhi di Carlo Levi, con gli occhi attraverso cui il protagonista di Cristo si è fermato ad Eboli guardava ai contadini della Lucania. In particolare attraverso tre nozioni che Levi esprime nella lettera all’editore Einaudi che accompagna il libro: ‘la compresenza dei tempi’, ‘la coesistenza degli individui’, ‘la fraternità passiva’.

 

 

Compresenza dei tempi

 

Posto a fronte dell’esistenza degli esclusi della storia, dei contadini lucani che vivono in un tempo fuori dal tempo, nel tempo del mito, Levi si rende conto che nella modernità, e nella storia, l’arcaico, il mito, la natura, non sono semplicemente un passato, un residuo, ma qualcosa di compresente, di sincronicamente dato. Frammenti e tessere di un tempo ibrido, di una modernità, e di un legame sociale, dalla doppia natura, di un’«alterità presente», che non può essere più raffigurata in un modello semplicemente lineare e progressivo. Così scrive:

 

«Certo, l’esperienza intera che quel giovane (che forse ero io) andava facendo, gli rivelava nella realtà non soltanto un paese ignoto, ignoti linguaggi, lavori, fatiche, dolori, miserie e costumi, non soltanto, ma l’alterità presente, la infinita contemporaneità, l’esistenza come coesistenza, l’individuo come luogo di tutti i rapporti, e un mondo immobile di chiuse possibilità infinite».

 

 

Coesistenza degli individui

 

Realizzare questa compresenza dei tempi, nel sogno del vivere, per tornare a Benedetti – le case che non ci sono più del Friuli,  le storie senza storia dei poveri – e realizzarlo anche in noi stessi. Rendersi conto dell’«alterità presente», di come la nostra stessa esperienza sia attraversata da quest’alterità e compresenza di tempi, è anche la condizione per poter intendere ciò che Levi chiama «l’esistenza come coesistenza, l’individuo come luogo di tutti i rapporti», o anche, come scrive altrove, «la contemporaneità infinita e poetica dei destini».

 

Pensare l’esistenza come coesistenza, l’individuo come luogo di tutti i rapporti – pensare dunque, la questione dell’individualità, nel suo legame con gli altri individui e con l’alterità spaziale e temporale che li attraversa – richiede non solo di poter cogliere la compresenza dei tempi, qualcosa che travalica la concezione progressiva e lineare del tempo.

 

Perché la questione del legame, e della solidarietà tra gli individui, non può essere ristretta all’orizzonte del presente degli umani, ma si estende insieme al passato, e al futuro, e al modo in cui sono sincronicamente presenti. E non è questione solo del legame tra gli umani nel tempo storico e progressivo. Come aveva intuito Leopardi con le sue ginestre, queste piante pioniere che ci parlano di una solidarietà del vivente, di una solidarietà che non può essere afferrate senza pensare, e immaginare, il legame tra storia umana e natura,  e anche tra natura umana e non umana.

 

 

Conoscenza amorosa e giustizia poetica

 

Pensare l’esistenza come coesistenza sembra così richiedere una forma di intendimento amoroso – «la continua distinzione dell’amore» – di «poetica libertà», scriverà Levi, che consenta di cogliere le «contemporaneità infinita e poetica di tutti i destini». Vi è qualcosa in tutto ciò che possiamo afferrare, e cui possiamo rendere giustizia – una forma di giustizia poetica richiesta per poter cogliere la contemporaneità poetica dei destini –  solo con la conoscenza dell’amore, o in altri termini, solo laddove ragione e immaginazione si legano. Così Levi conclude la sua lettera a Einaudi:

 

«sarò capace di vivere la contemporaneità la coesistenza e l’unità di tutto il reale, e di intendere, fuori della letteratura, il senso di un gesto, di un volto, della parola, come semplice, poetica libertà!»

 

 

Fraternità passiva

 

La solidarietà dei viventi sulle pendici dell’Etna di Leopardi, ma anche il tempo fuori del tempo dei contadini lucani, e il suo legame con il tempo storico da cui l’intelligenza amorosa di Levi proviene, si rendono presenti come una sorta di fraternità passiva, un patire assieme che esprime una solidale, secolare pazienza.

 

«questa fraternità passiva, questo patire insieme, questa rassegnata, solidale, secolare pazienza è il profondo sentimento comune dei contadini, legame non religioso, ma naturale».

 

La solidarietà delle ginestre, la fraternità passiva di Levi esprimono quel sensus communis, quel patire comune del grande sogno del vivere, dell’umana gloria di cui ci parla Benedetti, con la meraviglia straniata del suo sguardo. Torniamo ora ai suoi versi:

 

 

È stato un grande sogno vivere
e vero sempre, doloroso e di gioia.
Sono venuti per il nostro riso,
per il pianto contro il tavolo e contro il lavoro nel campo.
Sono venuti per guardarci, ecco la meraviglia:
quello è un uomo, quelli sono tutti degli uomini.

 

 

Individuo e solidarietà

 

La nozione di individualismo solidale può apparire un ossimoro, e in parte lo è, almeno rispetto al modo consueto di pensare il senso dell’individualità come qualcosa di atomico, isolato, separato. Ho scelto di parlarne attraverso due poesie, perché penso che la questione del legame solidale, della solidarietà, non possa essere risolta tramite una descrizione concettuale, e nemmeno tramite una prescrizione normativa: non possiamo risolverla cercando di definire concettualmente cosa sia questa solidarietà, e cosa dovrebbe essere, e non possiamo risolverla se rimaniamo sul piano della ragione storica moderna, e della sua opposizione alla natura.

 

 

L’invenzione del possibile

 

La questione dell’individualismo solidale richiede in tal senso un surplus di immaginazione, è qualcosa che richiede di essere anticipato nell’immaginazione, sia anche nella forma straniata della solitudine – ed è qualcosa che richiede una forma di immaginazione utopica, che confina nella speranza. Il linguaggio della poesia, e dell’arte, è solo uno dei modi di articolare questa forma di immaginazione, cui siamo tutti chiamati, che è un patrimonio e un bisogno di tutti. Il bisogno di invenzione del possibile, e di una possibile convivenza che travalichi le forme già note del legame sociale.

 

 

[Questo testo è stato tenuto come conferenza in occasione dell’incontro Solitudine e legame sociale, Ape Parma Museo, Parma, 5 maggio 2022]

 

 

[Immagine: Enzo Cucchi, Coraggio, 1998-99, dettaglio]


Articolo ripreso da https://www.leparoleelecose.it/?p=48367

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