07 marzo 2022

LA FOLLIA DELLA GUERRA

 



Come formichine impazzite

Enrico Euli
07 Marzo 2022

Invocare l’amor di patria. Salvare bambini, pregare col papa e osannare le badanti ucraine dopo aver prodotto e venduto armi. Lasciare a Israele il ruolo di mediatore. Protestare con il solito corteo. Esclamare “impensabile, imprevedibile…”, dopo aver aggredito un gigante militare come la Russia. Questa guerra ha il suo alfabeto, già noto nel XX secolo. In realtà, scrive Enrico Euli, non siamo di fronte a una guerra tra Russia e Ucraina ma a uno scontro tra due imperi feudali ipercapitalisti: uno (Usa/Ue), palesemente e irreversibilmente in declino, e un altro (che lega Russia, Cina e India), palesemente e irreversibilmente in ascesa. Quel che otterranno sarà soltanto un ulteriore aumento catastrofico del caos sistemico globale: migrazioni, distruzioni e inquinamenti radioattivi, stragi di civili, guerre permanenti. Dove cercare speranza? Forse nei tremila obiettori russi, ignorati dal mondo, che non hanno seguito Putin?

Il terribile amore per la guerra ci attiva. Molto più dell’amore per la pace, o per il bene del pianeta. Come tante alacri formichine, gli ucraini si industriano per ogni dove a produrre ordigni, ad affastellare sacchi e cavalli di frisia, a cantare patriottici inni. Quel che li anima lo chiamano “amor di patria”, e non è altro che il solito, terribile “amore per la guerra”. Intanto, qui da noi, i sergenti cattivi, quelli che bellamente producevano e vendevano armi sino a un attimo fa per la gloria del Pil nazionale, ora fanno i sergenti buoni e si agitano a salvare bambini, a pregare col papa, ad amare le badanti (vedi Matteo Salvini e, si parva licet, Ugo Cappellacci).

L’onorevolissima Roberta Pinotti, già ministra della Difesa, invoca tradizioni partigiane, mentre lavora per proseguire a produrre armi da combattimento per Finmeccanica o Leonardo. Matteo Renzi ora attacca Vladimir Putin e adora i gialloblu, ma si scopre che il suo governo aveva venduto ai russi i blindati ora in uso, peraltro in un periodo in cui era già vietato dalle sanzioni. E anche Massimo D’Alema tratta tangenti per sé in cambio di armi per una repubblica delle banane in America del sud. Per non parlare di Silvio Berlusconi e delle sue felici, ormai superate, memorie sul lettone dell’amico russo.

E di Israele (Israele!) che si offre per mediare i conflitti, vista la sua grande esperienza di mediazione nei suoi territori (palestinesi). Ora: già si sfiora il ridicolo a veder negoziare delle parti già in guerra, come se – a questo stadio del conflitto – fosse ancora possibile farlo senza mediatori o arbitri. Ma se il mediatore è Israele, la soglia del ridicolo è ampiamente superata e si entra nel grottesco.

Tremila obiettori russi

Come non restare scettici anche davanti a tutto quest’agitarsi di volontari, ong, associazioni di solidarietà che nulla fanno contro la guerra, quando sarebbe il tempo, e ora si attivano per coglierne i malefici frutti? Ricordano i filantropi inglesi di fine ottocento che si prendevano cura dei derelitti con i soldi ricavati dalle conquiste coloniali, che – nel frattempo – proseguivano col loro sostegno. Ma “tanto è ladro chi ruba che chi para il sacco”, ci ricordava don Milani. La solidarietà non salverà un bel nulla, se non la nostra cattiva coscienza. Se fossimo capaci – prima – di essere umani, potremmo smettere – dopo – di fare gli umanitari.

Scopriamo che i “no war” contano sui media molto meno, dei “no vax”. Non ci si perita neppure di invitarli a trasmissioni o talk show, non se ne parla sui giornali. Semplicemente non esistono. E quando appaiono sono lì con i loro ingenui e utopistici slogan e balletti in piazza, in cui invocano – insensatamente e – giustamente – invano – la pace nel mondo con le loro bandierine iridate che non hanno mai detto null’altro che “lasciateci in pace”. E queste stesse manifestazioni “per la pace”, quando la situazione degli ucraini precipiterà, si trasformeranno in cortei che richiedono il nostro intervento militare, per salvarli ovviamente.

Intanto, si continuano a mostrare gli eroici soldatini civici della terra invasa, ma nessuno parla dei 3.000 obiettori russi che non hanno seguito Putin in questa metodica follia (o anche della mobilitazione degli insegnanti, ndr).

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E Roberto Bolle che sale sul palco a Dubai, invocando pace e unità dei popoli attraverso l’arte, e avvolge con la bandiera blu e gialla una danzatrice: si fa una scelta di campo e si spaccia l’arte per linguaggio di pace che unisce le genti.

É proprio per premesse come queste, quelle di chi – da buon “integralista democratico” – si sente buono e fa il male senza neppure averne o coglierne l’intenzione, che è scoppiata anche questa ennesima guerra. Se tu umili l’Iraq o la Libia, i problemi globali sono relativi (anche se vediamo ampiamente le conseguenze di quel che abbiamo combinato anche in quei paesi). Ma se tu umili un gigante come la Russia, se provi ad accerchiarlo e inglobarlo, a non riconoscerne i bisogni, se insisti soltanto a sfruttarne le risorse senza che si senta adeguatamente rispettato, ecco che allora – a un certo punto – qualcosa accade. E, come già accaduto con i radicalismi islamici, giù tutti ad esclamare: “Incredibile, impensabile, imprevedibile, assurdo…!”. Significa proprio non aver capito nulla di come funzionano gli umani.

Due imperi feudali ipercapitalisti

Questa guerra non è tra Russia e Ucraina. É uno scontro tra due imperi feudali ipercapitalisti in formazione: uno, ad Ovest (Usa/Ue), palesemente e irreversibilmente in declino, e un altro – la RusCindia – ad Est, palesemente e irreversibilmente in ascesa. La parte in ascesa vuole dare un altro colpo, con questa guerra, a un Occidente che – da parte sua – vede come sempre solo nella guerra una possibilità di ripresa e di riequilibrio dei poteri. Ma quel che otterranno – entrambi – sarà soltanto un ulteriore aumento catastrofico del caos sistemico globale: migrazioni ed esodi, distruzioni e inquinamenti radioattivi, stragi di civili, guerre permanenti, morte definitiva di qualunque istituzione regolativa internazionale.

E ancora una volta gli Stati Uniti si limiteranno a vendere e distribuire armi e guerra e a far sì che tutti i conflitti però si vivano in Europa: saremo solo noi a dover gestire le conseguenze – attuali e a lungo termine – di quel che sta accadendo oggi. Per quanto ancora più isolati e alla frutta, gli Usa ne usciranno comunque meglio di noi europei, come sempre. E noi ne diverremo ancora più dipendenti e li seguiremo in altre guerre e in altre disfatte (perché il corso della storia non si può forzare più di tanto, se l’unica nostra forza – e non ne possiamo neppure essere più tanto sicuri come un tempo – è la guerra).

Credere in qualcosa di diverso significa non aver capito nulla di quel che è già accaduto nel XX secolo e a quel che sta venendo a cambiare nel XXI. E molte cose stanno per cambiare, esclusa la guerra. Solo lei, sotto il trucco, è sempre la stessa.


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