04 gennaio 2016

COME SI IMBROGLIA IL POPOLO OGGI

In un breve saggio Marco Revelli tenta una interpretazione della realtà politica italiana che tenga conto delle profonde trasformazioni avvenute negli ultimi anni. E' un ulteriore approccio al tema del “populismo” oggi tanto dibattuto. Revelli ne vede bene le caratteristiche non solo di movimento di opposizione (Grillo, Salvini), ma anche di metodo di governo (Renzi). Un libro interessante, come interessante è la critica (che ne fa Marco Bascetta nella recensione che riprendiamo) di sottostimare i mutati rapporti tra le classi sociali che del fenomeno populista sono la causa prima.

Marco Bascetta

Un frammento del politico

Gli anni della grande crisi hanno recato in Italia evidenti novità politiche. Imponendo scenari inediti, ma anche portando a compimento processi e tendenze in corso ormai da molti anni. Tra questi due corni, tra continuità e rotture, si svolge la narrazione della più recente storia politica italiana che Marco Revelli condensa in un breve saggio (Dentro e contro, Laterza, pp. 140, euro 14) con l’intento di ricostruire i passaggi e le condizioni che hanno condotto all’attuale stile di governo, alle forme della politica su cui poggia, al suo programma di ridisegno degli assetti istituzionali e delle relazioni sociali.

Programma che ruota attorno all’opportunità di cavalcare l’evidente crisi della democrazia rappresentativa indirizzandola verso l’instaurazione di un rapporto tra governanti e governati fondato sulla subordinazione consensuale dei secondi ai primi a tutto vantaggio dell’efficienza competitiva del «sistema-paese» sul mercato globale.

È in questo quadro che si inscrive lo svuotamento dei corpi intermedi, partiti e sindacati, e delle assemblee elettive, in primo luogo il Parlamento, a favore di un costante rafforzamento dell’esecutivo. Il quale assume, tanto sul piano ideologico quanto su quello operativo la forma di un «populismo dall’alto», o «istituzionale», o «di governo» che si appella al rapporto diretto tra il premier e la «gente», rappresentata dalla platea sempre più risicata e imbrigliata degli elettori. Se scrivo «gente» non è per caso.

Il regno del «fare»

Si tratta infatti di un «populismo» assai singolare non facendo riferimento alcuno all’idea di «popolo» in quanto soggettività politica, sia pure astratta o immaginaria, e fonte della sovranità. Il che rende non poco problematico il ricorso estensivo a questa categoria politica nel descrivere un potere che si rivolge a quel regno borghese e operoso del «fare» e del mercanteggiare che siamo soliti chiamare, con indulgente simpatia, non «popolo» ma «società civile». È alle corporazioni che la compongono (con un occhio di riguardo per le più potenti), agli interessi e agli appetiti che la attraversano, alle pulsioni che la agitano, agli scambi che vi si svolgono, che la retorica governativa si rivolge, cercando di blandirne, di finanziaria in finanziaria, questo o quel segmento mascherato da «interesse generale». Di qui discendono quelle doti (e quella posizione sempre arrischiata e pericolante) di «funambolo» o di «illusionista» che Revelli riconosce a Matteo Renzi. Insomma un governo centralizzato e decisionista della frammentazione e della precarietà, attento a coglierne inclinazioni e potenzialità produttive, umori e paure, ma anche sempre esposto all’imprevisto.

Qualcosa di alquanto discosto, dunque, dall’afflato unificatore e omogeneizzante del populismo, del quale persiste semmai una robusta mano di vernice mediatica. Il «partito della nazione» e il suo condottiero emergono al termine di una vicenda almeno trentennale, «come la forma politica – scrive Revelli – con cui giunge a compimento la crisi terminale della democrazia rappresentativa. Non la produce, certo, quella crisi (perché essa è il risultato di un processo lungo di deterioramento, svuotamento e degrado). Ma la mette in sicurezza, per così dire. La certifica e la dichiara normale e definitiva.» Resta da spiegare però cosa abbia determinato quel deterioramento, svuotamento e degrado perché questo, e non la loro certificazione finale, è l’elemento su cui poggia il successo del nuovo corso intrapreso dalla fu sinistra italiana.

Pretese di governabilità

Si tratta di quella serie ininterrotta di sconfitte del movimento operaio, radicata nella profonda metamorfosi del lavoro, della sua natura e della sua percezione, che ha travolto forme politiche e organizzative, aspettative e strategie di vita. Sconfitta affrontata invano per un verso dai compromessi sempre più suicidi delle socialdemocrazie e per l’altro dalle illusioni resistenziali di una sinistra convinta di poter ripristinare condizioni ormai tramontate, di mantenere posture etiche private del loro fondamento culturale.

Sono il materiale umano e i rapporti sociali prodotti da questa profonda trasformazione ciò a cui il renzismo mette mano per normalizzarli e ricondurli nell’alveo della competitività di mercato, sulla base di un liberismo padronale non particolarmente innovativo. Vi mette mano anche, per altri versi meno convenzionali, il movimento di Grillo che, a dispetto del suo ideologismo giacobino, riesce comunque a tastare il polso del disagio sociale e a veicolarne il risentimento e il riflesso d’ordine.

La storia di questa normalizzazione viene, tuttavia, da molto lontano, Fin dall’insorgere di quella pretesa di «governabilità» che avrebbe messo fine alla prima Repubblica, ma soprattutto ai conflitti sociali che la avevano attraversata rappresentando un fattore di sviluppo, di diffusione del benessere e di riduzione delle diseguaglianze. La magistratura, con tutto lo strumentario repressivo ed emergenziale messo a punto nel corso dei tardi anni Settanta, se ne sarebbe dovuta incaricare. 
Ma come i Talebani messi in campo nella guerra fredda contro l’ «impero del male» i giudici schierati contro l’insubordinazione sociale sarebbero presto sfuggiti di mano ai loro stessi mandanti, finiti ingabbiati in quella opposizione tra legalità e illegalità che doveva sostituire il conflitto sociale e continua a pretendere di sostituirlo sotto le bandiere a 5 stelle.

Probabilmente, però, malgrado l’epopea dello scontrino, anche la stagione del protagonismo giudiziario volge ormai al termine, vittima di quello stesso principio di «governabilità» che era stato chiamato a garantire. Laddove decisionismo, efficienza e competitività, si affiancano e sopravanzano la retorica legalitaria sia pure senza entrarvi, almeno per il momento, in rotta di collisione.

La frenesia riformatrice del partito della nazione è tutta inscritta dentro questo equilibrio tra principio d’ordine e disinibizione esecutiva che si esprime, per esempio, nella soluzione prefettizia delle crisi politiche locali.

Si arriva così a quella manomissione della Carta costituzionale che si propone di conferire un quadro stabile e blindato al principio di «governabilità», e che Revelli descrive con chiarezza in tutti i suoi passaggi essenziali.

A questo punto si impone però una domanda di fondo che fuoriesce dalla contingenza politica. Una Costituzione (e ci riferiamo in particolare a quelle, come la nostra, stabilite al termine del secondo conflitto mondiale) può sopravvivere ai rapporti di forza tra le classi che ne hanno determinato la genesi e la natura? Il giurista risponderà di sì perché la Carta costituzionale non è solo un prodotto, ma anche uno strumento, una proiezione verso il futuro, un linguaggio comune, un quadro che non esclude evoluzione interna, un impianto categoriale «a priori», insomma. E anche lo storico potrebbe convenirne, ma dovrebbe onestamente aggiungere che questo è vero solo fino a un certo punto. E questo punto non è necessariamente, nel mondo contemporaneo, una rottura bellica o rivoluzionaria.

Non sono certo serviti i carri armati per inscrivere in Costituzione il pareggio di bilancio. Lo stesso articolo primo della Costituzione italiana, quello che nessuno si sognerebbe di toccare, rivela, a ben vedere, le ferite subite dalla storia: il lavoro si è infatti andato trasformando in qualche cosa sulla quale riuscirebbe impossibile fondare oggi una Repubblica. Ha cessato di essere, per dirla in estrema sintesi, una chiara soggettività politica rappresentabile nello Stato.

Riconfigurazioni istituzionali

Da questo angolo visuale la crisi della rappresentanza appare sotto tutt’altra luce. Non come tradimento dei rappresentanti arroccati nella cittadella della «casta», o asserviti agli interessi dell’oligarchia, ma come crisi dei rappresentati stessi, come trasformazione delle loro vite, delle loro aspirazioni e delle loro attività in qualcosa che non trova più il modo di incidere e pesare, né direttamente né indirettamente, sulla produzione di norme e sulla decisione politica.

Se i sindacati hanno lasciato cadere fuori dalla propria sfera di pensiero e di azione una fetta sempre più imponente di società, se i partiti si sono trasformati in compagnie di ventura e uffici di collocamento, questo non è l’effetto ma la premessa delle riforme che stanno riconfigurando la geografia istituzionale italiana. Se non si prende atto di questo sostrato la marcia trionfale dell’«esecutivo» appare come qualcosa di sostanzialmente abusivo, deviante, e dunque fragile.

La lettura tutta politico-istituzionale di questi processi sfocia inevitabilmente in una risposta politico-istituzionale. E cioè nell’idea che la parte migliore della rappresentanza, cresciuta consapevolmente nella crisi della medesima, torni a rappresentare attraverso una nuova forza politica parlamentare e in prospettiva popolare, gli sfruttati, gli svantaggiati e i cittadini defraudati degli strumenti della democrazia. Laddove il discorso e il programma anticipano le lotte quando non ne prendono direttamente il posto.

Una lettura focalizzata sulle metamorfosi del lavoro e sui rapporti di classe che ne conseguono sfocerebbe invece in quella idea di «coalizione sociale» che nel reciproco riconoscimento delle diverse soggettività investite dalla crisi e dalla sua governance liberista (nonché dalla percezione dei loro limiti) troverebbe la sua immediata politicità. Ma poiché di quest’ultima non è pronta a farsi pienamente carico si arresta sulla soglia della sua stessa esistenza.

Pur ben fondata sul piano dell’analisi resta incapace di continuità organizzativa e di esercitare forza politica . Troppo «in alto» gli uni, troppo «in basso» gli altri nella riproduzione perdente di quella distinzione tra sfera sociale e sindacale e sfera politica del tutto inadeguata a contrastare la poderosa fusione tra mercato e potere. Solo un rimescolamento generale imposto da una crescita fuori misura della pressione sociale sui livelli amministrativi e di governo potrebbe forse superare questo scarto. In Europa se ne vedono le tracce, in Italia assai meno.


Il Manifesto – 11 novembre 2015

03 gennaio 2016

UN MODO DIVERSO DI LEGGERE KAFKA


  • Kafka, disegno di Cargo Collective
    Kafka, disegno di Cargo Collective



Uno dei motivi per cui ho accettato di parlare in pubblico di un argomento rispetto al quale sono grandemente sottoqualificato è che mi dà la possibilità di declamare per voi una storia di Kafka che ho smesso di utilizzare nel mio corso di Letteratura e che mi manca di leggere ad alta voce. Il titolo tradotto è Una piccola favola.

“– Ahimè,– disse il topo, – il mondo si rimpicciolisce ogni giorno di più. All’inizio era così grande da farmi paura, mi sono messo a correre e correre, e che gioia ho provato quando finalmente ho visto in lontananza le pareti a destra e a sinistra! Ma queste lunghe pareti si restringono così alla svelta che ho raggiunto l’ultima stanza, e lì nell’angolo c’è la trappola cui sono destinato.
– Non devi far altro che cambiare direzione, – disse il gatto, e se lo mangiò”.
(F. Kafka, Piccola favola, in: Il messaggio dell’imperatore e altri racconti, a c. di Anita Rho, Frassinelli, Torino 1949, p. 87).

Una mia grande frustrazione quando cerco di leggere Kafka con gli studenti è che è impossibile far loro capire che Kafka è comico. Né tantomeno apprezzare il modo in cui questa comicità è intimamente legata alla potenza dei suoi racconti.

Questo diceva, nel 1999, uno dei più interessanti scrittori statunitensi del dopoguerra, suicidatosi troppo presto, David Foster Wallace (1962-2008), nello scritto dall’autoironico titolo: Alcune considerazioni sulla comicità di Kafka che forse dovevano essere tagliate ulteriormente (D. F. Wallace, Considera l’aragosta, 2005; ed. it. Einaudi, Torino 2006, p. 64: il saggio-reportage che dà il titolo al volume è un capolavoro che sarebbe piaciuto molto a Kafka). Wallace sosteneva che gran parte dell’umorismo di Kafka non è affatto sottile, o meglio è antisottile: “La comicità di Kafka dipende da una sorta di letterarizzazione radicale di verità solitamente trattate come metafore. (…) È  sempre anche tragica, e questa tragicità è sempre anche una gioia immensa e riverente. (…) Il suo in definitiva è un umorismo religioso eroicamente sano”. La conclusione di Wallace è che le storie di Kafka sono una specie di porta che si apre verso l’esterno: e questo è il comico.

Questa della COMICITÀ è la chiave con la quale leggo anch’io Kafka, perché, d’istinto, così lo lessi la prima volta, rimanendone io stesso sorpreso, all’età di quattordici anni. Ricordo che mia madre, che mi aveva passato un po’ scettica la sua copia dei racconti con la copertina nera e la muraglia cinese in rosso stampata sopra, rimase assai perplessa, e forse anche un po’ preoccupata, quando mi sentì sghignazzare durante la lettura della Metamorfosi. Le mie successive, e più sistematiche, letture di Kafka mi confermarono in questa impressione. Anche perché, negli anni Ottanta, i miei frequenti soggiorni nell’Europa centrale mi fecero sentire che il mondo rappresentato da Kafka si era fatto, in quelle realtà, con gli anni, sempre più tragicomico. L’incubo grottesco del cosiddetto “socialismo reale”, grazie a lui, appariva chiaramente comico. Per molti dei miei amici a Varsavia e Praga, Kafka costituiva una lucida chiave di lettura della realtà e la proposta di un salutare e resistenziale sghignazzamento. E infatti i suoi libri erano introvabili e, in Unione Sovietica, addirittura proibiti.  Il 27 e 28 maggio del 1963, nell’ottantesimo anniversario della nascita di Kafka, si tenne a Liblice, vicino a Praga, un poco ortodosso convegno di studi sulla sua opera che vide come protagonisti alcuni di quelli che sarebbero stati animatori della Primavera di Praga, e poi costretti all’esilio dopo l’invasione dei carri armati russi (cfr. Franz Kafka. La vita e l’opera negli studi marxisti degli anni ’60, a c. di Saverio Vertone, De Donato, Bari 1966).

Come ha giustamente scritto in seguito Milan Kundera: “Credo che il modo, non soltanto mio, ma dei cechi in generale, di capire Kafka è sicuramente diverso da quello vostro. Per noi Kafka è uno scrittore realistico perché la sua è una visione lucida della realtà. Nessuno di noi legge i suoi libri come se fossero delle allegorie. Inoltre siamo molto più sensibili al suo humour. La specificità dello humour di Kafka è che una certa comicità accompagna l’uomo in tutte le sue azioni”. Kafka “umorista realistico”? Ricordo che il dolce professore di Letteratura ungherese all’Università di Firenze e scrittore di teatro, Miklos Hubaj, raccontò una volta che, dopo il fallimento della rivolta di Budapest del 1956, molti intellettuali furono prelevati da casa dalla polizia, bendati e portati in camion in un viaggio di diverse ore, durante le quali tutti erano convinti che li avrebbe, alla fine, attesi la fucilazione. Quando i camion si fermarono, li fecero scendere e tolsero loro le bende, si trovarono difronte un paesaggio montano (erano in Romania) sovrastato da un enorme castello-prigione. Fu allora che il filosofo Georgy Lukàcs disse a voce alta, provocando una liberatori risata: “Ho sempre sostenuto che Kafka era uno scrittore astratto e piccolo borghese. Ora ho capito che era un grande scrittore realista!”. E ricordo anche che quando, nel febbraio del 1988, vidi al Thèatre du Gymnase di Parigi, lo splendido adattamento e messa in scena del regista inglese Steven Berkoff, de La metamorfosi di Kafka, con Roman Polanski nel ruolo principale di Gregorio Samsa, Polanski sostenne di scorgere da sempre nell’opera dello scrittore praghese una vena neanche tanto nascosta di comicità. E aggiunse: “Questa comicità sfugge completamente a uno spettatore non est europeo, abituato, o forse condannato, dalla scuola e da svariati libri, a considerare Kafka esclusivamente come lo scrittore della colpa e del vuoto”.

E un altro grande polacco (assai vicino alla sensibilità di Kafka), del quale mi sono occupato, Bruno Schulz, il geniale autore de Le botteghe color cannella (1934), nella sua introduzione all’edizione polacca (1936) de Il processo, tradotto dalla sua fidanzata Jòzefa Szelinska, aveva scritto: “Kafka stigmatizza e ridicolizza indefessamente la problematicità e la disperazione delle azioni umane in relazione dell’ordine divino (…). Il suo rapporto con la realtà è del tutto ironico, perfido, animato da cattiva volontà: il rapporto del prestigiatore con la propria attrezzatura. Egli simula soltanto l’esattezza, la serietà, la sforzata precisione di quella realtà allo scopo di screditarla ancor più radicalmente” (B. Schulz, Introduzione a F. Kafka, Il processo, a c. di Anita Raja, Feltrinelli/I Classici, Milano 1995, pp. 10-11).

Naturalmente la comicità non è l’unica chiave interpretativa dell’opera di Kafka: uno scrittore talmente grande, sfaccettato e profondo da poter e meritare di essere considerato da molti punti di vista. Uno, assai interessante, è, ad esempio, quello di Giuliano Baioni, per molti anni professore di Letteratura tedesca all’Università di Venezia, che, dopo aver sottratto Kafka all’interpretazione in chiave simbolica (Kafka. Romanzo e parabola, Feltrinelli, Milano 1962), ci ha dato con Kafka: letteratura e ebraismo (Einaudi, Torino 1984), un quadro assai chiaro e documentato della Praga ebraica (dove si confrontavano sionisti, ebrei assimilati e mistici ebrei orientali) e dei profondi legami di Kafka e la sua opera con l’ebraismo. Ma Baioni ha trascurato proprio il rapporto tra la comicità di Kafka e l’ebraismo. Un bel proverbio ebraico dice: “L’uomo pensa, Dio ride”. Coloro che lo credono, immaginano la nostra esistenza come un grande teatro comico per un solo Spettatore che da lassù sorride dei nostri goffi tentativi di capire il mondo, di dargli un senso: dal suo punto di vista, i nostri pensieri e le nostre azioni, anche le più terribili, sono probabilmente uno spettacolo divertente.

La cultura ebraica, oltre al rispetto, al timore e all’amore, ha sviluppato progressivamente una vena comica che, come nelle migliori tradizioni del cabaret, tenta di interloquire con quel solo membro del nostro pubblico collocato in alto. In un continuo confronto con Dio, anche dopo le più grandi sofferenze, l’umorismo ebraico cerca di mantener vivo questo singolare spettacolo, nel quale si impara e si tenta di affrontare la vita con una poetica filosofia della sopportazione, mai rassegnata. Una filosofia che non prende in considerazione la rinuncia né la resa, ma anzi si incaponisce a chiamare continuamente in causa Dio, per raccapezzarsi nel disordinato e oscuro teatro nel quale siamo stati, senza nostra scelta, chiamati a recitare. L’umorismo ebraico è una formidabile arma di difesa e di attacco. Come ha spiegato lo psicoanalista Cesare Musatti: “L’ebreo è colui che con le proprie caratteristiche, anche di sfortuna, di miseria e di stenti, e insieme dei personali elementi caratteriali da un lato, e la sua capacità dall’altro di sapersi destreggiare in queste situazioni difficili, riesce a convertire, attraverso gli artifici comici di cui lui stesso fa le spese, la propria infelicità in uno stato di dominio della situazione” (C. Musatti, Mia sorella gemella la psicoanalisi, Ed. Riuniti, Roma 1982). L’umorismo ebraico è uno degli elementi distintivi della Modernità e uno dei cardini della cultura occidentale. Con la cultura ebraica l’ironia non è più soltanto indirizzata verso l’“esterno” (com’è stata la Satira), ma si rivolge anche verso l’“interno”, diventando AUTOIRONIA.

In questo viaggio all’interno di se stessi, l’umorismo diviene materia per la Psicoanalisi, e non è un caso che Sigmund Freud abbia dedicato una delle sue opere più importanti all’indagine sull’ironia come uno dei meccanismi comunicativi che caratterizzano il linguaggio dell'inconscio: Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio (1905). Per scriverlo, il padre della psicoanalisi raccolse una gran quantità, probabilmente divertendosi molto, di “storielle ebraiche”. Freud sostiene che proprio in esse è contenuta una tipica forma umoristica che mette in mostra quegli aspetti caratteristici degli ebrei, che in genere attirano la critica aggressiva degli altri. Questo spirito autocritico può esser identificato con l’umorismo che si ha proprio quando l’autore, elevandosi sopra le proprie miserie, debolezze, piccole grandi viltà quotidiane, rende oggetto di risata questa sua condizione infelice. Ed è questo anche l’aspetto drammatico del vero umorismo ebraico: gli ebrei, mettendo in piazza i propri “difetti”, riescono a convertire l’aggressività degli altri, certe volte, in simpatia, altre addirittura in solidarietà. C’è, secondo Freud, una grandezza d’animo, qualcosa di elevato e nobilitante, nel comportamento umoristico.

Molti stentano a crederlo, ma l’ebreo praghese Franz Kafka era un tipo malinconico, tormentato e solitario, ma anche, e si potrebbe dire in egual misura, allegro, amichevole e ironico. Si racconta di come avesse fatto ridere tutti i suoi amici leggendo loro, per la prima volta, il capitolo iniziale del Processo (1925). In una lettera del 1913, indirizzata alla sua prima fidanzata, Felice Bauer (cfr. Lettere a Felice 1912-1917; che Elias Canetti “smascherò” come una vera macchinazione per farsi lasciare dalla fidanzata: cfr. E. Canetti, L’altro processo. Le lettere di Kafka a Felice, 1969; tr. it. Longanesi, Milano 1973), Kafka le descrive la scena della piccola cerimonia privata, con la quale si celebra la sua promozione e quella di due colleghi che con lui lavorano nell’Istituto di assicurazione contro gli infortuni dei lavoratori di Praga. Ne scaturisce un episodio degno di Woody Allen. Gli ingredienti ci sono tutti: il Presidente, descritto come “raffinato per l’occasione solenne, tale da ricordare un po’ l’atteggiamento del nostro imperatore nelle udienze”; gli impiegati, Kafka e i due colleghi, che vedono nel Presidente un essere superiore, l’emanazione di una creatura quasi divina; il cerimoniale, formale, apparentemente e assurdamente simile a mille altri; il discorso pomposo; gli atteggiamenti un poco forzati. E in più c’è lui, Kafka o, meglio, il suo vero volto nascosto. Nel mezzo dell’incontro, sente prorompere dal petto un irrefrenabile bisogno di ridere. Cerca di contenersi e si sforza di mascherare con ogni mezzo quell’improvviso, liberatorio bisogno: colpi di tosse, sguardo basso e come sempre timido, risate (probabilmente esagerate) ai garbati scherzetti del Presidente. Ma, fatalmente, si giunge al momento cruciale: “Allorché dunque con larghi gesti delle mani tirò fuori alcune frasi melense, fu troppo per me; il mondo che fino a quel momento avevo ancora avuto davanti agli occhi, scomparve del tutto, e attaccai una risata così cordiale, così forte, così priva di riguardi, come si può forse trovare tra alunni del popolo sui banchi di scuola”.

Ecco il DRAMMA e il RISIBILE: il dramma del non essere, e forse di non voler essere, all’altezza di un mondo che mostra un volto ostile e nemico; e, d’altra parte, il ridicolo della propria degradazione e inadeguatezza. Questa è la sua grandezza e la profondità delle sue vedute, del resto così attuali. Questa, in fondo, la sua umanità, con tutte le debolezze del caso. Come scrisse un filosofo da lui assai amato, Friedrich Nietzsche: “Probabilmente io so perché solamente l’uomo è capace di ridere. Egli soffre così profondamente che ha dovuto inventare il riso. L’uomo, ossia l’uomo più infelice e malinconico, è in tutta evidenza anche l’animale più allegro”.

Kafka è il TRAGICO che si fa COMICO. Lo ha spiegato bene il poeta Edoardo Sanguineti (Sanguineti’s song. Conversazioni immorali, a c. di Antonio Gnoli, Feltrinelli, Milano 2006, p. 91): “Non c’è dubbio che il grande comico convive con il tragico. Non è possibile esprimere il tragico. Non è possibile esprimere il tragico se non nella forma del comico. È quello che io chiamo fou rire. Presa alla lettera, la comicità diventa isterica e perciò tragica. Kafka, per esempio, è comico. C’è un aneddoto che per me è rivelatore di quel che dico. Kafka leggeva Il processo agli amici e a un certo punto non riusciva più ad andare avanti perché piangeva dalle risate. (…) L’arte tragica è surrogata dall’arte isterica”. Val la pena di citare in proposito ciò che dice il più grande amico di Kafka, Max Brod (1884-1968), al quale si deve, per disobbedienza alle sue ultime volontà, la salvezza dei suoi scritti: “Sovente gli ammiratori di Kafka, che lo conoscono soltanto per aver letto i suoi libri, hanno di lui una immagine totalmente falsa. Pensano che dovesse apparire ai suoi amici come una persona triste, anzi disperata. Era esattamente il contrario” (cfr, M. Brod, Kafka, 1937, 1954; tr. it. Mondadori, Milano 1956). Gli stessi concetti li ribadisce il suo più importante biografo: Ronald Hayman (R. Hayman, Kafka. Una biografia, 1981; tr.it. Rizzoli, Milano 1983).

E l’altro amico praghese, che tenne l’orazione funebre di Kafka (il 19 giugno 1924), anch’egli valente scrittore, Johannes Urzidil (1896-1970), nel prezioso libretto Di qui passa Kafka (1966; trad. it. Adelphi, Milano 2002), sostiene che l’ironia era la cifra di Kafka: “Quasi tutto in lui era ironia. (…). Aveva l’ironia dello sguardo rivolto su di sé con malinconica serietà”. Il suo era un “umorismo realistico” che, proprio nei contesti più seri, Kafka accentuava con fare irriverente e burlesco: “La satira di Kafka coglie l’insensatezza, ciò che è intricato e inattingibile, doloroso per natura, e che egli insegue con precisione sadica e spietata. Talvolta ciò che è doloroso viene mostrato in una maniera così esclusivamente bizzarra da non lasciare insorgere alcuna compassione”. Alla comicità in Kafka sono stati dedicati, in italiano, due interessanti libri: Guido Crespi, Kafka umorista (Shakespeare and Company, Roma 1983), che ha il merito di aver contrapposto per primo, nel nostro paese, all’immagine che si ha abitualmente di Kafka, quella di un uomo sofferente e perennemente angosciato, quella di un uomo apparentemente normale, dotato anzi di uno humour veramente fuori dal comune: Kafka vive di fronte all’assurdo, e l’assurdo non è solo terrificante, ha un aspetto ridicolo; e Renato Barilli, La comicità in Kafka (Bompiani, Milano 1999) che ci ha fornito una lettura psicoanalitica dei suoi scritti, mettendone in rilievo gli aspetti comici.

Come giustamente ha notato Lorenzo Tinti (L. Tinti, In dialogo con Kafka, l’imprendibile…, “Bibliomanie.it”) l’acquisizione della comicità dell’arte kafkiana da parte dei suoi esegeti è stata lenta e piena di riserve: “Eppure, lo spazio della narrazione kafkiana è lo spazio di una barzelletta vista dall’interno, è lo spazio privo di dimensioni da cui è preclusa ogni possibilità di distacco. E senza prospettiva la comicità si trasforma nell’orrore dell’insensatezza. La prima condizione di esistenza del comico è infatti una minima distanza di sicurezza che permetta di esorcizzarne la plausibilità (un classico adagio vuole che il comico sia “tragedia più tempo”), altrimenti ci si troverebbe invischiati in una dimensione apparentemente priva di logica o, meglio, dotata di una logica propria, sconosciuta e inconoscibile. Gli altri, all’esterno, riderebbero e noi, protagonisti inconsapevoli della loro barzelletta, ci dibatteremmo in una pania dagli esiti spesso drammatici”. Infatti, secondo Milan Kundera: “Ciascun personaggio di Kafka si trova rinchiuso nella barzelletta della propria vita come un pesce in un acquario; e la cosa non lo diverte affatto. Perché una barzelletta è divertente solo per chi è davanti all’acquario; la kafkianità, invece, ci fa entrare nelle viscere di una barzelletta, dentro l’orrore del comico. Nel mondo della kafkianità, il comico non rappresenta il contrappunto del tragico (il tragicomico), come avviene in Shakespeare; non è lì per rendere più sopportabile il tragico grazie alla leggerezza del tono; non accompagna il tragico, no, lo distrugge sul nascere, privando così le vittime della sola consolazione in cui possano ancora sperare: quella che si trova nella grandezza (vera o supposta) della tragedia”. Kundera (cfr. M. Kundera, L’arte del romanzo, 1986; tr. it. Adelphi, Milano 1988) collega giustamente Kafka con lo spirito nascente del Surrealismo nero praghese e sostiene che Kafka ci insegna a guardare oltre le apparenze e ridere delle nostre insensate tragedie.

Kafka, come ci ricorda sempre Max Brod (p. 44), era stato, fin da ragazzo, di una coscienziosità precisa e scrupolosa. Era maniacalmente attento ai più piccoli aspetti della vita e della realtà. Kafka era quindi comico perché il comico è minuzioso. Come ha notato Roberto Calasso (R. Calasso, K., Adelphi, Milano 2002, 2005, p. 78), questa è la regola di Kafka che formulò, ma subito cancellò, ne Il castello (il passo si può leggere nell’apparato del romanzo): “Il comico vero è senz’altro il minuzioso”. Calasso sostiene, a ragione, che questa regola è stata applicata in tutti i suoi scritti: “Di qualsiasi cosa si tratti, basta essere puntigliosi, esigenti nel precisare i passaggi, inflessibili nel seguirne le fasi – e il comico erompe. Invincibile, sovrano”. Sono surreali e ricchi di umorismo, e bisogna provare a leggerli con questa prospettiva per scoprirli davvero sorprendenti, tutti i romanzi di Kafka, da Il castello (1922), a Il processo (1925), ad America (1927), e i racconti, da La Metamorfosi (1912, ma pubblicata solo nel 1915), con il protagonista che si trova improvvisamente trasformato in un disgustoso insetto e si preoccupa, tra l’altro, dell’orario dei treni e dell’ufficio, a quella perla di umorismo nero che è, ad esempio, la conferenza di una “scimmia umanizzata” (Relazione per un’accademia, 1920).

Ma forse Un digiunatore (Ein Hungerkunstler,1922), uno degli ultimi racconti pubblicati in vita da Kafka, e uno dei miei preferiti, mostra più chiaramente come l’ironia emerga dalla tragedia. Il digiunatore sta sdraiato sulla paglia dentro una piccola gabbia di sbarre. La gente compra i biglietti per osservarlo. L’uomo, pallido, le costole sporgenti, si sforza di sorridere e di rispondere alle domande, o stende un braccio attraverso le sbarre perché sentano la sua magrezza. È controllato notte e giorno da rappresentanti del pubblico, solitamente macellai. Ma lui è l’unico a sapere che non c’è trucco, nel periodo di digiuno lui non mangia nulla, mai. Nondimeno l’artista non è soddisfatto di sé: nessun altro sa quanto sia facile digiunare. Dopo quaranta giorni si domanda: perché cessare proprio ora? Egli non vorrebbe lasciare la gabbia come il trapezista non vorrebbe lasciare l’aerea prigione. L’artista del digiuno sente che non c’è limite alla sua capacità di affamarsi. Ma la moda cambia. La folla non viene più. L’artista lascia l’impresario e si unisce a un circo. Ma non è più tanto famoso da essere presentato come parte dello spettacolo; la sua gabbia è posta accanto alle  scuderie, la gente ci passa accanto senza porvi mente. Lui reagisce affannandosi sempre di più. Alla fine dice: “Voi non dovete ammirare il mio digiuno. Sono costretto a digiunare, perché non ho mai potuto trovare il cibo che mi piacesse. Se l’avessi trovato non avrei fatto tante storie e mi sarei rimpinzato come tutti gli altri” (F. Kafka, Il digiunatore, in: La Metamorfosi e tutti i racconti pubblicati in vita, a c. di Andreina Lavagetto, Feltrinelli, Milano 1991, p. 207).

Per un comico paradosso, tutto kafkiano, l’unico racconto incessantemente drammatico dello scrittore praghese, come ha notato Alfonso Pasti (A. Pasti, Kafka: fra umorismo e paradosso, Biobliomanie.it), è La tana (Der Bau), in cui s’immagina una sorta di talpa intrappolata nel suo ricovero (una delle tante bestiole nelle quali, come ha notato Canetti, pp. 118-127, Kafka si incarnò). L’angosciante racconto si trova in un manoscritto di 16 fogli, scritti senza interruzione, probabilmente nell’inverno 1923-1924, alla vigilia della morte. Quello fu probabilmente, come ebbe a riferire lo stesso Kafka nei suoi diari e successivamente l’inseparabile amico Max Brod, l’unico periodo della sua vita in cui si sentì felice. Andò ad abitare a Berlino con Dora Dymant che aveva conosciuto mesi prima sulle rive del mar Baltico. Quella con Dora fu l’unica storia compiuta, quieta e bella, della sua vita. Del resto, nei suoi Diari, alla data 13 dicembre 1914, Kafka aveva scritto (F. Kafka, Confessioni e diari, a c. di Ervinio Pocar, Mondadori, Milano 1972, pp. 510-511; a questo frammento Maurice Blanchot ha dedicato un capitolo del suo Da Kafka a Kafka, 1981; tr. it.  Feltrinelli, Milano 1983, pp. 101-106): “Ritornando a casa dissi a Max (Brod) che sul letto di morte, premesso che i dolori non siano troppo forti, mi sentirò molto contento. Dimenticai di aggiungere, e in seguito lo omisi apposta, che quanto di meglio ho scritto ha il suo fondamento in questa mia facoltà di morire contento…”.


  • Kafka, disegno di Cargo Collective
    Kafka, disegno di Cargo Collective

L' INTERVISTA DI ENZO BIAGI A P.P. PASOLINI




Questa intervista riproduce parte  dell’intervento di Pasolini alla trasmissione di Enzo Biagi, "Terza B facciamo l’appello".

Nel luglio del 1971 sarebbe dovuta andare in onda una puntata di "Terza B: facciamo l’appello", trasmissione di Enzo Biagi. Ma fu sospesa per una vicenda giudiziaria che convolse Pasolini nella sua qualità di direttore responsabile di "Lotta Continua"("istigazione alla disobbedienza" e "propaganda antinazionale"). Sarà presentata quattro anni dopo, il 3 novembre 1975, all’indomani del suo assassinio. 

Produco poesia, una merce inconsumabile
Pier Paolo Pasolini risponde a Enzo Biagi


Lei ha scritto: "Sul piano esistenziale io sono un contestatore globale. La mia disperata sfiducia in tutte le società storiche mi porta a una forma di anarchia apocalittica". Che mondo sogna?

Per un certo tempo, da ragazzo, ho creduto nella rivoluzione come ci credono i ragazzi di adesso. Adesso comincio a crederci un po’ meno. Sono, in questo momento, apocalittico. Vedo di fronte a me un mondo doloroso, sempre più brutto. Non ho speranze. Quindi non mi disegno nemmeno un mondo futuro.



Mi pare che lei non creda più ai partiti.

No. Se lei mi dice che non credo più ai partiti mi dà del qualunquista, invece io non sono qualunquista. Tendo più verso una forma anarchica che verso una scelta ideologica di qualche partito, ma non è che non creda ai partiti.



Perché lei sostiene che la borghesia sta trionfando?

La borghesia sta trionfando in quanto la società neocapitalistica è la vera rivoluzione della borghesia. La civiltà dei consumi è la vera rivoluzione della borghesia. E non vedo altre alternative, perché anche nel mondo sovietico, in realtà, la caratteristica dell’uomo non è tanto quella di aver fatto la rivoluzione e di viverla, ma quella di essere un consumista. La rivoluzione industriale livella tutto il mondo.



Lei si batte contro l’ipocrisia, sempre. Quali sono i tabù che lei distruggerebbe: le prevenzioni sul sesso, lo sfuggire alle realtà più crude, la mancanza di sincerità nei rapporti sociali?

Mah, questo l’ho detto fino a dieci anni fa. Adesso non dico più queste cose perché non ci credo. La parola "speranza" è cancellata dal mio vocabolario. Quindi continuo a lottare per verità parziali, momento per momento, ora per ora, mese per mese, ma non mi pongo programmi a lunga scadenza perché non ci credo più.



Lei non ha speranze?

No.


Questa società che lei non ama in fondo le ha dato il successo, la notorietà…
Il successo non è niente. Il successo è l’altra faccia della persecuzione. E poi il successo è sempre una cosa brutta per un uomo. Può esaltare, al momento, può dare delle piccole soddisfazioni a certe vanità, ma in realtà, appena ottenuto, si capisce che è una cosa brutta. Per esempio, il fatto di aver trovato i miei amici qui, alla televisione, non è bello. Per fortuna noi siamo riusciti ad andare al di là dei microfoni e del video, e a ricostruire qualcosa di reale e di sincero; ma come posizione è brutta, è falsa.



Perché? Che cosa ci trova di così anormale?

Perché la televisione è un medium di massa, che non può che alienarci.



Ma oltre ai formaggini e al resto, questo mezzo porta in casa adesso anche le sue parole. Noi stiamo discutendo tutti con grande libertà, senza alcuna inibizione.

No, non è vero.



Sì, è vero. Lei può dire tutto quello che vuole.

No, non posso dire tutto quello che voglio.



Lo dica.

No, non potrei, perché sarei accusato di vilipendio dal codice fascista italiano. In realtà non posso dire tutto. E poi, oggettivamente, di fronte all’ingenuità o alla sprovvedutezza di certi spettatori, io stesso non vorrei dire certe cose. Ma a parte questo, è il medium di massa in sé: nel momento in cui qualcuno ci ascolta dal video ha verso di noi un rapporto da inferiore a superiore, che è un rapporto spaventosamente antidemocratico.



Io penso che in certi casi sia anche un rapporto alla pari: perché non potrebbe esserlo?

Alcuni spettatori, per privilegio sociale, possono esserci culturalmente pari... Ma in genere le parole che cadono dal video cadono sempre dall’alto, anche le più democratiche, anche le più sincere. L’insieme della "cosa vista" sul video acquista sempre un’aria autoritaria, fatalmente, perché viene sempre data come una cattedra. Il parlare dal video è sempre parlare ex cathedra, anche quando questo è mascherato da democraticità.


Lei è stato, molti anni fa, per Ragazzi di vita, uno dei primi scrittori italiani chiamati a comparire in tribunale sotto l’accusa di oscenità: a distanza di tempo, come giudica certi scrittori erotici di oggi e questo dilagare dell’erotismo nel cinema, nelle librerie e nelle edicole?
Mah, per me l’erotismo nella vita è una cosa bellissima, e anche nell’arte: è un elemento che ha diritto di cittadinanza in un’opera come qualsiasi altro. L’importante è che non sia volgare; ma per volgarità non intendo quel che si intende generalmente, ma una disposizione razzistica nell’osservare l’oggetto dell’eros. Ad esempio, la donna nei film o nei fumetti erotici è vista razzisticamente come un essere inferiore, quindi è vista volgarmente. Allora, in questo caso, l’eros è puramente una cosa commerciale, volgare.



Come mai un marxista come lei trae tanto spesso ispirazione dai soggetti che escono dal Vangelo o dalle testimonianze dei seguaci di Cristo?

Evidentemente il mio sguardo verso le cose del mondo, verso gli oggetti, è uno sguardo non naturale, non laico: tratto le cose un po’ come miracolose. Ogni oggetto per me è miracoloso: ho una visione – in maniera sempre informe, diciamo così – non confessionale, in un certo qual modo religiosa, del mondo. Ecco perché investo di questo modo di vedere le cose anche le mie opere.



Il Vangelo la consola?

Mah, non cerco consolazioni. Cerco umanamente, ogni tanto, qualche piccola gioia, qualche piccola soddisfazione, ma le consolazioni sono sempre retoriche, insincere, irreali… Lei dice il Vangelo di Cristo? No, in questo caso escludo totalmente la parola "consolazione": per me il Vangelo è una grandissima opera intellettuale, una grandissima opera di pensiero che non consola: che riempie, che integra, che rigenera… ma la consolazione, che me ne faccio della consolazione? "Consolazione" è una parola come "speranza".



Secondo lei gli intellettuali italiani scendono a troppi compromessi: facciamo dei nomi, citiamo dei casi… 
Il compromesso si può riassumere in un punto solo: quello di accettare in modo acritico – perché se fosse critico si potrebbe anche ammettere, anzi credo sarebbe inevitabile – l’integrazione.



Non l’accetta anche lei?

Sì, ma in modo critico (come vede, mi ero premunito). Cioè, certo non posso non accettarla: devo essere un consumista per forza, perché anche io mi devo vestire, devo vivere; non soltanto, devo scrivere o fare dei film e quindi devo avere degli editori, dei produttori…



Quindi anche lei produce per il consumo.

La mia produzione consiste nel criticare la società che in un certo senso mi consente, almeno per ora, di produrre in qualche modo.



La società ha sempre tremendamente amato chi produceva dicendo di non amarla.

Sì, è vero: può darsi che le signore della buona borghesia amino, in un certo senso, essere colpite. La società cerca di assimilare, di integrare, certo: è un’operazione che deve fare per difendersi. Però non sempre ci riesce, a volte ci sono delle operazioni di rigetto. Tanto più poi che non possiamo parlare di poesia come di merce: io produco, ma produco una merce che in realtà è inconsumabile, e quindi c’è un rapporto strano tra me e i consumatori. Immagini che a un certo punto, in Lombardia, arrivi uno che inventa un certo tipo di scarpe che non si consumeranno mai più, e che un industriale milanese costruisca queste scarpe: pensi alla rivoluzione che succederebbe nella Valle Padana, almeno nel settore dei calzaturifici. Io produco una merce, la poesia, che è inconsumabile: morirò io, morirà il mio editore, moriremo tutti noi, morirà tutta la nostra società, morirà il capitalismo ma la poesia resterà inconsumata.

Testo ripreso da:


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
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CONOSCENZA E COSCIENZA DEI LUOGHI


Becattini Giacomo

La coscienza dei luoghi. Il territorio come soggetto corale

"La coscienza dei luoghi" è un libro intestato al solo Giacomo Becattini, e probabilmente è giusto così, non fosse altro che il saggio in gran parte è composto da inediti dell'economista toscano e da testi pubblicati su riviste come "Il Ponte", "Il Sole 24 Ore", "Sviluppo locale", "Contesti". E' opportuno aggiungere però che la presentazione di Alberto Magnaghi e il lungo dialogo tra i due professori emeriti (frutto di diversi incontri tra il 2006 e il 2010) ci dice moltissimo sulla "lunga marcia degli studi economici verso il territorio". Ricordiamo, infatti, che la carriera accademica di Becattini si è caratterizzata per una particolare attenzione alle ricchezze dei distretti industriali, intese innanzitutto come accumulo di conoscenze ed esperienze di imprenditori e lavoratori. Interessi che hanno reso Becattini - da tempo convinto che gli studi economici non dovessero interpretare il territorio come semplice e neutro spazio geografico - l'interlocutore ideale di Magnaghi, non a caso fondatore della Scuola territorialista italiana. Quello che possiamo cogliere dal dialogo tra i due professori, forse con ancor più evidenza rispetto le pur apprezzabili pubblicazioni scientifiche, è che l'obiettivo di avvicinarci a un'economia cooperativa, al fine di limitare i danni della globalizzazione finanziaria e di un capitalismo finanziario "che ha fatto deragliare il processo di incivilimento", vuol dire innanzitutto implementare una "coralità produttiva". In altri termini proporre una sorta di globalizzazione alternativa, fatta di innumerevoli mondi locali cooperanti, e di altrettante "coscienze di luogo". Esattamente l'opposto di quanto sostenuto dai "brillanti strateghi" che avanzano l'idea di approfittare della crisi "per rinnovare il guardaroba della nostra industria, abbandonando - era l'ora! - le chincaglierie pseudo-artigianali del Made in Italy per affacciarsi in forze - quali forze? - sulle scene prestigiose dell'hight tech e della grande industria […] Non possiamo esimerci dal notare che quel modo di ragionar implica che la posizione di un paese nella divisione mondiale del lavoro sia una cosa da decidere a un tavolino romano, fra una carbonara e un abbacchio" (pp.19).
Becattini, invece, senza dimenticare "la divaricazione tra Pil e benessere" (precisata, oltretutto, da studiosi come Joseph E. Stiglit, Amartya Sen e Jean-Paul Fitoussi), ci dice che "il punto di partenza corretto dell'analisi produttiva dovrebbe essere che ogni luogo, per come l'hanno foggiato madre natura e le vicende della sua storia, ha, in ogni dato momento, un suo grado, diciamo, di coralità produttiva, basata, questa, non soltanto sula vicinanza tecnica, spaziale e culturale delle imprese, ma anche e più sulla omogeneità e congruenza culturale delle famiglie" (pp.59). Basandosi sulle analisi del pensiero di Marshall, di Giorgio Fuà e di altri eminenti studiosi, il nostro autore propone una via d'uscita dall'idea "anchilosante che vi sia un solo sentiero di sviluppo" (pp.93). Un modo per governare quelli che vengono definiti "i termini del conflitto della nostra epoca: il conflitto fra eterodirezione globale e autogoverno locale in comune dei mezzi della riproduzione della vita materiale e relazionale" (pp.220).
Un'analisi che, soprattutto nel dialogo col collega urbanista, viene valorizzata con casi concreti di stretta attualità, e che merita qualche ampia citazione. Così Magnaghi: "Faccio un esempio. E' nota la polemica sul sottoattraversamento di Firenze per la Tav [ndr: in realtà i fiorentini sono disinformati e, spesso, indifferenti se interrogati sulla vicenda], un'opera di cui nessuno è in grado di definire l'utilità. E' stato pubblicato un rapporto (cui ha partecipato il mio laboratorio dell'Università di Firenze, Lapei) che dimostra che una soluzione di superficie è più semplice, meno rischiosa e infinitamente meno costosa. Perché politici e amministratori non ascoltano nessuno - cittadini, comitati, movimenti, università - e insistono sulla soluzione più costosa e a rischio? Una risposta la si trova vedendo la composizione degli appalti: un intreccio indissolubile fra poteri e interessi economici e partitici. I politici locali si trovano a dover rispondere agli interessi delle imprese create dal loro stesso partito, per le quali più l'opera costa e meglio è" (pp.121). Situazioni simili, secondo Becattini, si sono aggravate ormai da decenni proprio a causa dei sempre più stretti rapporti tra politica e big business. E' altrettanto evidente che, in un'Italia dove la corruzione è stata sdoganata come "volano dell'economia" e dove le proteste degli ambientalisti e della società civile sono archiviate con la parola "comitatini" (cit. M. Renzi), sia Becattini che Magnaghi si fanno davvero promotori di un cambiamento di prospettiva: un'economia che torni ad essere "quello che era in origine, vale a dire lo studio dell’organizzazione sociale più favorevole alla felicità dei popoli". Del tutto coerenti quindi le parole di Becattini al termine della cosiddetta "metafora del lago", pubblicata nel 2012 per la società dei territorialisti: "L'economia è certamente la scienza degli affari, ma,'anche e più', essa è parte essenziale del discorso filosofico sull'uomo. O, come diceva John Stuart Mill: non può essere un buon economista chi sia soltanto un economista" (pp.114).

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE:
Giacomo Becattini, nato a Firenze nel 1927, è stato professore di Economia politica nell’Università di Firenze. È membro delle Accademie dei Lincei, Colombaria e dei Georgofili, nonché socio onorario di Trinity Hall (Cambridge). Fra i suoi libri ricordiamo: Il concetto d’industria e la teoria del valore, Boringhieri, 1962; Scienza economica e trasformazioni sociali, La Nuova Italia, 1979; Distretti industriali e made in Italy, Bollati Boringhieri, 1998; Dal distretto industriale allo sviluppo locale, Bollati Boringhieri, 2000; Il distretto industriale, Rosenberg & Sellier 2000; Miti e paradossi del mondo contemporaneo, Donzelli, 2002.
Alberto Magnaghi, architetto urbanista, professore emerito dell’Università di Firenze, è fondatore della Scuola territorialista italiana e presidente della Società dei territorialisti/e. Fra le pubblicazioni più recenti: Il progetto locale (Bollati Boringhieri, 2000, 2010), La biorégion urbaine (Eterotopia France, 2014), La regola e il progetto (Firenze University Press, 2014).
Giacomo Becattini,“La coscienza dei luoghi. Il territorio come soggetto corale", Donzelli (collana Saggine), Roma 2015, pp. XVI-224. Con una Presentazione di Alberto Magnaghi e un Dialogo tra un economista e un urbanista di Giacomo Becattini e Alberto Magnaghi.
Luca Menichetti. Lankelot, gennaio 2016

BRILLANTE SINOSSI DI UNA NUOVA RIVISTA





di Simone Scaffidi
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«Sono un fascista e morirò fascista»
Licio Gelli

(21 aprile 1919 – 15 dicembre 2015)

Il n° 2 di Nuova Rivista Letteraria continua il percorso di risemantizzazione del verbo informativo e decostruzione di stereotipi, cominciato in maggio con la prima uscita della nuova serie, dedicata alle Grandi Opere Dannose Inutili e Imposte. Questa volta la critica, più che mai necessaria e di dirompente attualità, si concentra sull’avanzata di un immaginario autoritario, identitario e razzista, e si propone – attraverso il fortunato connubio tra letteratura e azione sociale – di stimolare pratiche culturali volte ad arginare l’ondata nazionalfascista che va riversandosi nelle nostre vite. Depurata da retoriche e parole d’ordine di dubbia efficacia, quest’opera collettiva e trasversale, tifa per un’evasione performativa che agisca su una realtà complessa e sfaccettata di nero. Di seguito un commento ai singoli articoli che compongono il volume.

La rinazionalizzazione delle masse – Wu Ming 1
Il numero si apre con l’editoriale di Wu Ming 1, che nel titolo riprende la celebre opera di Mosse e nel testo il Pasolini di Petrolio, quello che i troppo occupati a blaterare di Valle Giulia hanno nascosto in cantina. Il fascismo che abbiamo di fronte è un fascismo fagocitato dalla globalizzazione e dal neoliberismo, interiorizzato dalla sinistra istituzionale europea, è una realtà conclamata che finge di combattere la tecnocrazia UE. «Non è detto – si domanda l’autore – che la falsa soluzione, a furia di aggravare il problema, non diventi essa stessa il problema principale».

La serialità del male – Silvia Albertazzi e Fausto Capitanio
Da Auschwitz-Birkenau alla risiera di San Sabba, dalle carceri cambogiane a quelle sudafricane di Robben Island. Banalità e serialità del male sono elementi della stessa prigione: acciaio, cemento ma anche assenza ed ombre. Fausto Capitanio con le sue istantanee in bianco e nero – che percorrono l’intera rivista fungendo da testo nel testo – coglie la violenza dell’assenza, dando voce al silenzio dei “colpevoli”. Silvia Albertazzi ribadisce l’esigenza di questa fotografia, una fotografia sociale che non faccia da corredo alle vittime ma aspiri a gettare nuovi sguardi sul presente.

Perché i bambini non sono razzisti? – Franco Foschi
Ci hanno insegnato che dai bambini non s’impara, ai bambini s’insegna. E ce l’hanno insegnato che eravamo bambini. Che i genitori, la scuola, la chiesa, lo Stato, educano; e i bambini devono stare in silenzio e seduti ad ascoltare, per imparare, per il loro bene. Be’ è arrivato il momento di ribaltare il paradigma. Quale bambino lamenta l’oscurità della pelle della propria compagna? Quanti genitori invece lo fanno quotidianamente? Sediamoci ad ascoltarli, e se all’inizio faremo fatica a capirli, sarà solo colpa nostra e delle costruzioni sociali identitarie che ci portiamo dentro.

Il nemico della città – Maysa Moroni, Andrea Natella, Giuliano Santoro
Si può fascistizzare lo spazio urbano? Certo che sì, e lo si può fare cominciando dal linguaggio, magari militarizzandolo. «Gli spazi pubblici sono soldati che hanno perso dei gradi (il degrado) e che devono riconquistarli con nuove decorazioni al valore (il decoro)». Reprimere la socialità e la vivacità dei quartieri popolari, con criminali operazioni di gentrificazione, è una delle armi dei fascisti dello spazio. Astronauti del pianerottolo, fautori di una guerra fredda che pretende espellere il conflitto dalla galassia urbana.

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Da «Prima gli italiani» a «Prima i poveri» – Fulvio Masserelli
«Prima i francesi!», «Prima gli italiani!». Bisogna ammetterlo, ci siamo sbagliati. Il fascismo, checché ne dicano i grandi esperti, non ha patria. Chiacchiera di Nazione, Dio, Sangue ma in fondo è troppo concentrato sul proprio ombelico e sui pronomi possessivi per essere davvero interessato al bene di una fantomatica comunità nazionale. Eppure la “priorità nazionale” è un concetto che piace alle vecchie-nuove-destre, e guarda caso viene fuori ogniqualvolta si tratti di difendere i propri interessi specifici. Con ogni mezzo: «la strumentalizzazione – ad esempio – di un caso particolarmente eclatante di “italiano povero” può divenire l’occasione per attivare il discorso e orientare l’iniziativa di gruppi o comitati verso la rivendicazione anche pratica della “priorità nazionale”»

Figli di Annibale – Agostino Giordano
«Respingere» è il motto degli italianissimi. Respingere dalle frontiere e respingere dalle città, dalle scuole, dalla società “per bene”. Osama, un ragazzo tunisino di quindici anni esprime così le pressioni di quel dito puntato come un manganello nelle costole: «È come trovarsi ogni volta su un palco sotto i riflettori, sapendo che ogni cosa uno possa dire, il pubblico comunque “ti insulterà, ti fischierà, ti sputerà addosso. Tu vorresti salirci su quel palco?». Akin, ragazzo nigeriano di quindici anni, invita gli italianissimi a non mettere gli stranieri su un palco ma ad aprire le orecchie e ascoltare una canzone: Figli di Annibale degli Almanegretta. Amhed sedicenne algerino ci consiglia di guardare film come Welcome di Lioret. È una guerriglia culturale, e loro lo sanno.

Il mito di Roma nell’immaginario vittimista italiano – Wu Ming 1
La chiamano ancora “Letteratura d’evasione”, per riferirsi a qualcosa di leggero, in fondo trascurabile. Eppure la buona fantascienza apre brecce temporali che ci costringono a riflettere sul presente, reinterpretarlo, plasmarlo. È questo il caso. Dal titolo ci si aspetta un saggio/reportage, dall’incipit un ingresso narrativo al saggio e invece no, è proprio un racconto di fantascienza. Il mito di Roma nell’immaginario vittimista italiano è il titolo della tesi del dottorando Tonio, studioso di storia italiana all’Università di Harvard 28 sul pianeta Terra 10, in anni in cui «la parola “Italia”, come molte altre, rimanda a immagini e vicende che la Specie si è lasciata alle spalle da 50mila anni». Questo racconto è una scheggia di meteorite depositata nei polmoni dei fascisti dei millenni a venire. E un omaggio a Luca Rastello.

Il mito di Venezia nell’immaginario nazionalista italiano – Piero Purini
«Venezia Giulia», quest’associazione di lemmi forzata e fortunata nasce per legittimare e dare una direzione al nazionalismo italico, ma è anche utile, come si esplicita nel testo, all’indipendentismo veneto e croato. In un’espressione ritroviamo la sintesi di due potenze politico-economiche che nei secoli hanno governato parte della penisola italiana: la Serenissima Venezia, baluardo a difesa delle invasioni d’oriente, e l’imperiale Roma di Giulio Cesare. La scelta non è chiaramente casuale e «il mito di Venezia – condito con qualche gladiatore – si dimostra comodo per tutti i nazionalismi a caccia di giustificazioni».

Venezia, o il racconto assente della violenza imperialista – Alberto Sebastiani
Venezia è una iena, non un leone. Si ciba di carcasse politiche ed economiche, succhia il sangue dell’impero bizantino per diventare grande e autoproclamarsi difensora dell’occidente dalle popolazioni d’oriente. Anche qui siamo di fronte a un pezzo ibrido che si serve della letteratura – storica e di fantascienza – per addomesticare il Leone di San Marco, farlo scendere dal piedistallo e riportarlo in piazza tra i piccioni. L’analisi di Sebastiani de Le catene di Eymerich e La luce di Orione di Valerio Evangelisti ci accompagnano alla scoperta di un imperialismo veneziano legato alle Crociate e alla repressione degli “eretici”, lo stesso imperialismo che verrà esaltato durante le Guerre d’Indipendenza e il periodo fascista per giustificare l’accaparramento delle terre di quella “Venezia Giulia” di cui ci parla il Purini.

Fascists love Putin – Valerio Renzi
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Per chi a sinistra non se ne fosse ancora reso conto è arrivato il tempo di farsi una spietata autoanalisi o di indossare la camicia rossobruna. Il corpo e la immagine di Putin generano orgasmi negli italianissimi. Tuttavia Putin più che essere considerato un vero e proprio camerata, rappresenta la possibilità di una svolta autoritaria, un alleato per contrastare il mondialismo dai palazzi che contano, un generoso finanziatore per imporre il nazionalismo in ogni paese.

L’Epopea del Nazionalismo Rivoluzionario Messicano – Fabrizio Lorusso
Francesco Vanzetti, aspirate docente di Studi Latinoamericani dell’Università Autonoma di Città del Messico, sostiene un colloquio per un posto da “professore-ricercatore non definitivo a tempo pieno”. L’ordinario, jefe de jefes, lo lascia parlare per un po’ di nazionalismi e populismi latinoamericani, poi s’irrigidisce: «Insomma, va be’, corporativismo, populismo, ma lei lo saprà, qui in Messico, ecco, noi abbiamo il “Nazionalismo Rivoluzionario”…». Istituzionalizzare la Rivoluzione di Zapata, Villa e i Magon si può? No, non si può. Quello che si può è cambiare le parole, trasformare la Controrivoluzione in Rivoluzione e costruire con la reazione un partito ambiguo ma solido: il Partido Revolucionario Institucional per l’appunto, rimasto al potere per più di 71 anni.

Bombay/Mumbai, il destino nel nome – Alberto Prunetti
È solo una sillaba ma contiene in seno l’affermazione politico-culturale dello Shiv Sena, partito xenofobo di estrema destra che nel 1995, approfittando della sua posizione di governo nello stato di Maharashtra, decise di cambiar nome alla città, per ragioni di purezza e rivendicazione delle origini marathi. L’autore, da un punto di vista d’osservazione privilegiato, ci racconta del «fuoco che ha devastato Mumbai. Un fuoco che è stato innescato dal gioco di specchi tra identità in opposizione, dalle finzioni delle etnie, delle identità, dei credi assoluti e incompatibili».

Libro e moschetto 2.0 – Giuseppe Ciarallo
Ma chi sono i gramsciani di destra? Esistono davvero? E ai neofascisti piacciono sul serio Che Guevara e Corto Maltese? Ma soprattutto, quali sono i punti di riferimento letterari degli acuti fascisti del terzo millennio? Ad alcune di queste domande Ciarallo prova a dare una risposta fornendoci una piccola enciclopedia di personalità letterarie care all’estrema destra italiana.
Pegida 

Non finirà mai! – Wolf Bukowski
Transitando dalla letteratura alla società, da Il passo del gambero di Gunter Grass, ai Mondiali di calcio del 2006, l’autore ci racconta una Germania vogliosa di un patriottismo sano che si lasci definitivamente alle spalle i fantasmi del nazionalsocialismo. Si tratta ovviamente di una menzogna, utile solo a ripassare i confini di nero e giustificare l’intransigenza economica dei potenti. Le destre, ben lungi dal stare a guardare, sventolano bandiere rosso-nero-dorate, tentando giochi di prestigio come quelli del Pegida, movimento ambiguo solo agli occhi di chi non ha il coraggio di riconoscere un’aquila travestita da passerotto. «Non finirà mai, dunque? No di certo, se neppure riconosciamo quando ricomincia».

Closelandia. Cosa importa che una terra sia vicina, se mi è preclusa? – Massimo Viaggi
Con l’aiuto del romanzo La figlia della catalana Uson, che narra la storia della secondogenita di Ratko Mladic – generale serbo accusato del massacro di Sebrenica – Viaggi mette a nudo le difficoltà di comprensione, anche interiori, generate dai nazionalismi e dall’esaltazione delle identità, nonché di decifrazione dei codici linguistici da essi adoperati. Nel momento in cui i significati delle parole saltano e s’impregnano di ambiguità, la confusione semantica può uccidere. «Ciò che rende devastante l’impatto di una parola è da un lato l’uso mediatico e di propaganda che se ne fa, e dall’altro il contesto storico-politico entro il quale viene usata». Per questo l’autore può permettersi di essere d’accordo con Borghezio che nel 2011 definì Mladic un patriota («anche se Mladic non rubava, Garibaldi bisogna vedere»): perché quella parola non ha più nulla a che vedere con gli ideali risorgimentali.

L’ignoranza è forza! – Paolo Vachino
Parole, parole e ancora parole. Comprimerle, nasconderle, dimenticarle, sostituirle con inglesismi, spettacolarizzarle al fine di somministrarle al pubblico, meglio se pigro, sfruttato, massificato. Che cos’è un Talk Show? Uno “spettacolo di parole”. Ci avevate mai pensato? In questo show, per fare un esempio, quanto costano le parole e a chi appartengono?

Quei temerari sulle patrie volanti – Milena Magnani
Identità locali e lingue minoritarie non sono naturalmente associabili a chiusura e nazionalismo, anzi. Un esempio di processo singolare e performativo è la rivista Usmis, sorta agli inizi degli anni ’90 e interamente redatta in friulano.«Usmis fu un laboratorio animato da sogjets zingars, da poeti e liberi pensatori anarchici e anticonformisti, un laboratorio che diede vita a psicogeografie e scioperi creativi»

Omo lava più bianco – Silvia Albertazzi
L’autrice ripercorre le immagini di My Beautiful Laundrette, film del 1985 diretto da Stephen Frears e sceneggiato da Hanif Kureishi correndo sul filo delle relazioni tra cultura di appartenenza, genere e classe. La comunità pakistana nell’Inghilterra della Tatcher viene descritta come un universo complesso, in cui lo sfruttamento economico non è solo subito ma anche agito contro gli strati più deboli della società. Immaginatevi poi uno skinhead razzista che irrompe sulla scena innamorandosi di un ragazzo pakistano “di successo”. Una miccia che aspetta solo di essere accesa in una società che è già una bomba ad orologeria. Un film da rivedere oggi in Italia – consiglia l’autrice – con una maggiore consapevolezza rispetto al 1985.

Muri (im)portanti – Cristina Muccioli
Il muro è pagina resistente, è arte e strumento di guerriglia culturale. A dipingere si è iniziato proprio dai muri e non si è più smesso. Artisti come Bansky e Blu, per citare i più noti, hanno ereditato una lunga tradizione di scritture resistenti murali. Obiettivo principale della loro opera è gettare uno sguardo altro e oltre, disintegrare muri per abbattere quella rettitudine che è barriera, frontiera, confine.

Ci sono sempre delle frontiere – Sergio Rotino
Analizzando il ciclo de Le città oscure dei due fumettisti belgi François Schuiten e Benoit Peeters, Rotino s’interroga sul peso che urbanistica e architettura giocano nelle nostre esistenze. Su come i modelli urbani influiscano sulle vite delle persone. Nei fumetti del duo belga è presente una forte critica a un’urbanistica che diventa scienza, senza tener conto del fattore umano e naturale. L’autore sposa la critica e ci invita a perderci nelle città di Schuiten e Peeters per comprendere attraverso il linguaggio e la ricerca delle immagini quanto lo spazio e il tempo urbano possano essere strumenti di costrizione e d’imposizione d’ordine.

«Più della metà delle cose che esistono / non esistono*
Le razze non esistono, ma il razzismo uccide»
* verso del poeta friulano Federico Tavan

 Documento tratto da   http://www.carmillaonline.com/  Pubblicato il  

PICASSO MAESTRO DELLA PITTURA CONTEMPORANEA

Nicola Figlia, Omaggio a Picasso 


Al Grand Palais di Parigi una singolare mostra ripercorre l’influenza che Pablo Picasso ha avuto sugli artisti del Novecento.

Francesco Poli

Da Lichtenstein a Cattelan. Picasso è diventato una mania

I grandi quadri multicolori dedicati al tema dei Moschettieri, insieme ai dipinti e alle incisioni di spudorata eroticità, sono le ultime vampate creative di Pablo Picasso, che muore a novantadue anni nel 1973. Questa produzione, esposta all’epoca nel castello di Avignone era stata giudicata da quasi tutti come il segno di una penosa decadenza. In modo sprezzante e stupido, il noto critico Douglas Cooper aveva addirittura scritto: «Sono scarabocchi realizzati da un vecchio frenetico nell’anticamera della morte».

Ma proprio come era successo con le opere di tutti i suoi precedenti periodi, anche con questa pittura così genialmente sgangherata (e con quella dei precedenti cicli di d’après) Picasso riesce di nuovo a lasciare il suo segno nella storia dell’arte. La rivalutazione eclatante del Picasso finale avviene con la svolta post-concettuale degli Anni 80. Nella grande mostra «A New Spirit of Painting» alla Royal Academy di Londra (1981), con un gruppo di questi ultimi quadri viene proposto come il maestro di riferimento del ritorno alla pittura in chiave postmoderna, ironica, eclettica, transavanguardista, neoespressionista, e finanche della «bad painting».

Con un paradossale cortocircuito culturale, il massimo inventore del modernismo avanguardista diventa così un alfiere dello spirito postmoderno. La messa a fuoco di questa inedita interpretazione di Picasso è uno degli aspetti principali dell’interessante esposizione «Picasso.mania» che si è aperta al Grand Palais di Parigi.
    Colescott, Demoiselles d’Avignon 

A partire dal Picasso «moschettiere postmoderno» si sviluppa una sezione che propone lavori di artisti che nei modi più svariati fanno riferimento alle sue opere, ai suoi stili e al suo personaggio, da Malcom Morley a Georg Baselitz, da David Hockney a Julian Schnabel, da Martin Kippenberger a Georges Condo e Jeff Koons. Ma nel suo complesso la mostra non è incentrata tanto sull’evoluzione recente del «picassismo» (la cui influenza si era fatta sentire pesantemente per decenni fino agli Anni 50) quanto piuttosto sulla fascinazione del mito dell’artista, che diventa lui stesso insieme alle sue opere più famose una vera e propria icona pop, un elemento pervasivo della cultura di massa. E questo lo avevano già capito molto bene i veri artisti pop, tra cui in particolare Roy Lichtenstein che in molti quadri traduce in chiave ironicamente fumettistica lo «stile Picasso».

Intorno a tre opere di Picasso ruotano i lavori di molti artisti. Si inizia con le Demoiselles d’Avignon (di cui sono presenti alcuni dipinti e disegni preparatori originali), oggetto di versioni parodistiche, come quella di Robert Colescott, di plagi espliciti come quelli di Mike Bidlo, o di omaggi alla sua africanità da parte di Romuald Hazoumé.

Segue Guernica, icona politica contro tutte le guerre, su cui nessuno osa scherzare. Di particolare intensità è il film, dal titolo omonimo, di Emir Kusturica. E veramente impressionante è l’immenso assemblage di animali carbonizzati (della stessa identica misura del dipinto) di Adel Abdessemed che si intitola Chi ha paura del gran lupo cattivo?. Ma l’intervento più intelligente è l’installazione di Goshka Macuga: un grande tavolo per riunioni politiche con sullo sfondo la grande foto della sala dell’Onu dove si vede Colin Powell che sta pronunciando il suo famoso discorso sulle armi chimiche di Saddam Hussein (inesistenti). Dietro di lui, nella sala, c’era un arazzo che riproduce Guernica, che per l’occasione fu nascosto con un telone. Svelando la censura e mettendo di nuovo in evidenza l’immagine dell’opera, l’artista polacca dimostra la malafede politica e la forza di impatto sempre attuale di quel capolavoro.
    Picasso, Donna che piange

La terza icona picassiana è La donna che piange, dove si vede il viso di Dora Maar stravolto. Questo dipinto ha ispirato un’affascinante e spiazzante videoinstallazione di Rineke Dijkstra, dove non si vede mai il quadro ma solo le espressioni delle facce di ragazzi che lo stanno guardando e commentando. Questo e altri ritratti femminili degli Anni 30 (di cui sono esposti vari esempi), con i loro tratti scombinati e gli occhi da una sola parte come le sogliole, sono diventati nell’iconografia di massa gli stereotipi più diffusi dello «stile Picasso», e nelle vignette comiche, insieme alle composizioni astratte alla Mondrian, gli esempi classici dell’arte moderna incomprensibile. In ogni caso a dominare dappertutto in ritratti, documentazioni fotografiche e filmati è lui stesso: la sua inconfondibile figura piccola ma carica di energia, il suo sguardo penetrante, l’universo magico dei suoi vari atelier, i suoi calzoni corti con la mitica maglietta alla marinière.
    Cattelan, Picasso

Ed è proprio Picasso in persona che ci accoglie all’entrata, ma trasformato in una comica e grottesca maschera da carnevale di Viareggio. Si tratta di una «statua», in fibra di vetro e polistirolo a colori, di Maurizio Cattelan. Nel 1998 il MoMa di New York gli chiede un progetto, e l’artista realizza questo pupazzo con il testone che (animato da un attore all’interno) passeggia davanti al museo, si fa fotografare con i visitatori e rilascia autografi. Picasso diventa come Topolino, e il museo d’arte un parco d’attrazioni.


La Stampa – 21 novembre 2015

LA VOGLIA DI VIVERE DI F. DOSTOEVSKIJ




" Si ha voglia di vivere e io vivo anche a dispetto della logica
Posso magari non credere nell’ordine delle cose, ma le foglioline vischiose che spuntano a primavera mi sono care, mi è caro il cielo azzurro e mi sono care certe persone, che a volte – lo crederesti? – non si sa neppure perché si amino, e mi sono care certe conquiste umane, nelle quali, forse, ho smesso di credere da un pezzo , ma che si continuano a venerare col cuore , come i vecchi ricordi...".

Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamàzov.