31 ottobre 2015

LA FESTA DEI MORTI A PALERMO raccontata da MICHELE PERRIERA




Il 2 novembre a Palermo: l’antica tradizione dei giocattoli dall’Aldilà con gita di famiglia al cimitero Le pupe di zucchero dei morti


Michele Perriera, 2 novembre 2000 


Per i bambini siciliani «i morti» rappresentano Babbo Natale, perché portano i regali. Dai tempi antichissimi i bambini attendono il 2 novembre per scoprire accanto al letto i «doni dei morti». Il più classico è un cestino pieno di colorati «frutti di martorana» cioè di marzapane: dalla semplice mela alla più complessa opera architettonica, sempre e soltanto con farina di mandorle, albume, zucchero, il tutto dipinto con vividi colori. Accanto i «morti» allineano ogni tipo di giocattolo e le bambole di zucchero. Fino ad un decennio fa le imitazioni delle armi andavano per la maggiore e mobilitavano le divisioni oculistiche degli ospedali di Palermo e Catania per le ferite provocate dai proiettili di gomma. Una lunga campagna di sensibilizzazione e i divieti di legge ai fabbricanti hanno però risolto il problema.
Michele Perriera RICORDO che cos’era per me «la notte prima». La notte prima del giorno dei morti. Quand’ero bambino, dico. Uno spasimo gioioso, un’attesa abbacinante. «Non ascoltare. Non guardare. Se no i morti se ne vanno, non si soffermano qui in casa, non ti lasciano i doni».
Sul mio lettino claudicante mi rannicchiavo, tenendo gli occhi chiusi chiusi e infilando le estremità degli indici dentro le mie orecchie.
Avrei fatto qualunque cosa, mi sarei perfino rapato i capelli, perché i morti, nella notte, si sentissero a loro agio nella mia casa, perché liberamente scegliessero, non visti, dove lasciare i giocattoli per me; e le pupe di zucchero, i mirtilli, le frutta colorate, le nocciole. E anche quel tanto di carbone che m’ero meritato (speravo poco) con le mie marachelle. Non dormivo. Sveglio, cieco e sordo, ero tutto immerso nell’oscuro vuoto dove immaginavo che si stessero aggirando mio padre morto, la nonna morta, la zia Vincenzina spirata in veranda con in mano una ciliegia, la piccola e vecchia vicina di casa, così carina, che se n’era andata qualche mese prima. Il cuore mi batteva come un campanone impazzito: «Che cosa mi porteranno? Mi sarò meritato una bicicletta? I miei morti ce l’hanno i soldi per comprarla? Mi faranno trovare una fisarmonica? O che? O che? O che?». «Carissimi morti, perdonatemi le mie monellerie, non mi lasciate troppo carbone. Mi portate una stella filante?». Quanti bigliettini scrivevo ogni anno, la vigilia del 2 novembre quando comunicavo a tutto spiano con i miei morti. E mi pareva che fossero molto allegri e gli piacesse molto quando io li aspettavo. Mi addormentavo estenuato solo all’alba. LA RICERCA. «Svegliati. Sono venuti i morti. Non vuoi cercare i loro doni? Dai, vieni giù, cominciamo a cercare». Di corsa, verso le sorprese. Verso gli stupori, che stavano attendendo, nascosti. «Piano, piano! Si cerca lentamente, attentamente, senza troppo chiasso. Così vogliono i morti». D’accordo. Piano piano, tutto rattenuto nel mio pigiamino, scrutavo sotto i mobili, sbirciavo gli angoli, infilavo la testa negli anfratti. Com’erano eccitati anche i miei parenti. Felice e malizioso il loro sguardo mi seguiva attentamente. Dolcemente: come solo all’alba il giorno dei morti sa guardare Palermo. «Cerca, cerca.
Dove li avranno lasciati?». «Può essere che non sono venuti?». «Sono venuti, sono venuti. Non vengono se i bambini sono stati molto cattivi. Sei stato molto cattivo?». «A me non pare. Tanto tanto no.
Un poco forse. Non tanto». «Allora cerca, dai, sotto il letto. Sotto la credenza, sotto il tavolo, in bagno». Anche i morti vanno in bagno? «Sono confuso. Mi batte il cuore». Una stellare ricerca del tesoro. Un’avventura nel giardino sognante della vita. «Guarda! Ma guarda insomma!». C’è qualcosa. Cos’è? Un binocolo! Un piatto d’arance, un meccano, un tulipano che contiene caramelle. E qui? Cos’è? Una trombetta, un piccolo robot, un Robin Hood. «Beh? Suona la trombetta. I morti ne saranno contenti. Ascolta. Anche gli altri bambini, nelle altre case, suonano le loro trombe, le loro chitarrette, i loro tamburi». Suonavo a tutto fiato, nell’immensa orchestra, allegramente stonata, che invadeva lo spazio tutto intorno. Al balcone, di corsa. Quanti bambini, sulla strada! Quante stelle filanti, quanti aquiloni, quanti palloni. E carrettini, cavallini, pupini, violini... La mattina del 2 novembre a Palermo l’infanzia vede una città delle meraviglie e ne respira la dolce promessa. LA FESTA DEL RITORNO. Roba da vecchi tempi? Stravedo per la mia infanzia? Non credo. Sebbene non scrivano più, forse, letterine ai morti; e sebbene la vigilia vadano spesso assieme ai genitori nei grandi negozi e segnino col dito i doni che vogliono trovare, anche di questi tempi i bambini di Palermo vivono l’incantamento del giorno dei morti. Forse la «notte prima» non chiudono gli occhi del tutto e tendono un po’ le orecchie e si compiacciono di riconoscere, nel ruolo dei morti che portano i doni, i loro genitori vivi: il 2 novembre continua ad essere per loro una magica festa. E lo è per i grandi anche, non solo per i piccoli. Il ritorno, il ricordo dei defunti compie il sortilegio. Uno scatto fantastico di grande civiltà che fa della morte, della memoria dunque, uno scrigno di gioielli di vita. Sicché l’apparente paradossalità del punto di vista siciliano, coglie questa volta l’aspetto più gentile dell’anima: quello che sa collegare il futuro alla memoria. E così il lutto - la stessa dimensione del tragico - diventa una specie di fresca fonte delle possibilità a venire. Giocattoli e leccornie - offerti, nell’immaginario, dai morti - tolgono il «malaugurio» alla morte e la rendono, per quanto dolorosa, augurale. Dunque il 2 novembre a Palermo non vince l’oppressione della nostalgia o lo stracco sentimento dell’assenza e della mancanza. Al contrario, la città è come rianimata da un ritorno, da un ritrovamento, dalla presenza quasi tangibile di ciò che negli altri giorni si dà come svanito. E i gruppi, i piccoli cortei, le coppie, le donne sole o gli uomini soli procedono in macchina o a piedi con sorprendente vivacità, tutti portando fiori che non sempre sono crisantemi, più spesso sono rose, garofani, tulipani dai colori vivacissimi. Ed è in questo ritmo festoso, in questo trionfo di colori vivaci che si va al cimitero.
Certo, non mancano gli abiti neri per i parenti morti molto recentemente, né sfuggono gli occhi arrossati degli anziani rimasti soli o dei giovani a cui, con uno strappo, la vita ha tolto da poco la presenza corporea di un grande affetto. Ma il panorama prevalente è decisamente festoso. Anche gli abiti sono da festa, anche i vestitini dei bambini, che non di rado si accompagnano ai grandi nel dolce pellegrinaggio al campo santo. E tutto ha l’impronta di una piacevole scampagnata, come di una ricorrenza della speranza. Sicché, dentro i cimiteri, non c’è aria pesante. Leggero e febbrilmente attivo è lo slancio con cui si puliscono le tombe; il piacere con cui le si inonda d’acqua fresca; la cura e il puntiglio che dispone il fiore e gliene affianca un altro e poi un altro, fino a disegnare stelle, croci, splendenti e precisi simboli geometrici. E intanto si pronunciano languide e quasi lussuriose parole, che ricordano i morti di cui vengono citati i gesti e le parole che li distinguevano da vivi assai più dell’immobilità e del silenzio che li copre ora.
Proprio così: il 2 novembre a Palermo è la festa del ritorno degli assenti e tutte le procedure sono quelle dell’omaggio, dell’accoglienza, dell’abbraccio, della confidenza. Festa della vita che torna anche per chi l’ha persa e torna dunque ad augurare buona sorte a chi ancora la frequenta. E spesso questa festa del ritorno si celebra per un’intera giornata. Nella gente del popolo, almeno. Come accadeva a me quand’ero bambino: tutto il giorno si passava vicino alla tomba dei nostri morti, dalla mattina al tramonto. Quando ero bambino, il 2 novembre, al tramonto, quando lasciavamo la tomba dei nostri cari, mi aggrappavo alla gonna di mia madre come al lembo di terra a cui un naufrago si avvinghia estenuato. E facevo, nel silenzio, una solenne promessa ai miei invisibili portatori di doni.
Una confusa promessa il cui senso era: «Non smetterò mai di amare quelli che scompaiono nel buio dell’ignoto». L’ARRIVEDERCI. «Vai a letto, adesso. Sei stanco. Non è più l’ora di suonare la trombetta.
Il giorno dei morti è finito. Vai a dormire». Dio mio, era proprio finita la più bella giornata di Palermo, quella in cui la città sembra espiare tutte le sue colpe, tutte le sue arretratezze, tutte le sue presunzioni. L’unico giorno, forse, in cui Palermo è mite.
Quanta malinconia avvertivo - e forse ancora oggi avverto nei bambini - nel separarmi dai giocattoli portati dai morti. E quanta incantata fiducia avevo tuttavia che quei giocattoli, quelle leccornie, avrebbero avuto una speciale, lunghissima durata. Quelli che portano i morti sono giocattoli eterni, per i bambini di Palermo. Hanno uno strato di stelle sulle loro piccole e talvolta poverissime forme. E mi auguro che i bambini di oggi, come i bambini di allora - anche se sanno che non sono i defunti ma i vivi che portano i doni dei morti - avvertano la stessa ebbrezza che provavo io allora: di sentirmi in un mondo che non spezza l’abbraccio tra i vecchi desideri dei morti e i nuovi desideri dei vivi. Ricordo con tenerezza infinita la sera che lei mi prese la mano e mi disse: «Sei grande, ormai. Ora lo devi sapere. Ora lo devi sapere che non sono proprio i morti che portano i doni. Ora è giusto che io riveli il segreto che solo l’infanzia può concedersi. Ora sei grande: devi sapere come stanno le cose». Come stanno le cose. Il segreto svelato mi trafisse l’anima; la delusione produsse i suoi silenziosi lacrimoni. Ma in realtà, la maggiore coscienza, la maggiore concretezza, non mi avrebbe mai strappato - come non strappa alla parte più passionale di Palermo - il gusto e la gioia fantasticante di parlare, di incontrarsi, di giocare con gli assenti o con i forestieri, o con le reliquie dei più antichi e più recenti affetti. Dev’essere per questo che spesso i miei amici del Nord, venendo per la prima volta a Palermo, mi dicono spesso più o meno: «Però questa Sicilia... Tutte le sue violenze, tutte le sue miserie, tutte le sue arroganze... Me l’aspettavo più cupa, più minacciosa, più brusca. E invece trovo qui, tanto diffuso, un sentimento di strana luminosità, di dolce ospitalità. Insomma una città così... così...». Così capace di guardare alla vita senza ignorare la morte. Così capace di scherzare con la vita e con la morte. Mia sorella mi ricorda ancora che, da bambino, una volta dissi: «Mamma, ma i morti lo sanno che moriremo anche noi? E possono fare qualcosa per non farti morire troppo presto?».
Michele Perriera

30 ottobre 2015

PASOLINI RIVALUTATO SOLO POST MORTEM




Questa tardiva riscoperta e  rivalutazione dell'intellettuale più scomodo e detestato in vita mi appare sempre più sospetta.
E comincio a temere davvero che le chiacchiere di questi giorni, questo gran parlare che si fa oggi, su tutti i giornali e i mass media, intorno al nostro caro Pier Paolo possano finire per nuocere alla sua memoria.
fv

NON ASPETTARSI NULLA DAGLI ALTRI




«Non rinunciare mai, Catherine. Hai tante cose dentro di te e la più nobile di tutte, il senso della felicità. Ma non aspettarti la vita da un uomo. Per questo tante donne s’ingannano. Aspettala da te stessa»
 (Albert Camus)

IL RIMPIANTO DI PASOLINI




«Io mi guardo indietro, e piango i paesi poveri, le nuvole e il frumento; la casa scura, il fumo, le biciclette, gli aeroplani che passano come tuoni: e i bambini li guardano; il modo di ridere che viene dal cuore; gli occhi che guardandosi intorno ardono di curiosità senza vergogna, di rispetto senza paura. Piango un mondo morto. Ma non son morto io che lo piango. Se vogliamo andare avanti, bisogna che piangiamo il tempo che non può più tornare, che diciamo di no a questa realtà che ci ha chiusi nella sua prigione».

P.P. Pasolini, Significato del rimpianto, LA NUOVA GIOVENTÙ, Einaudi 1975

28 ottobre 2015

LA VERITÀ DI G. BATAILLE








" Credo che la verità abbia una sola faccia: quella della contraddizione violenta."

Georges Bataille

27 ottobre 2015

IL PASOLINI DI DOMENICO NOTARANGELO




       E' un piacere e un grande onore per me pubblicare oggi, in anteprima, un' inedito ritratto di Pier Paolo Pasolini scritto di pugno da Domenico Notarangelo, uno dei collaboratori del grande regista-poeta nella preparazione del Vangelo secondo Matteo . Come potete facilmente immaginare si tratta di una testimonianza unica e  preziosa e ringrazio di cuore Domenico per avermi fatto questo grande regalo. 
 
Il mio Pasolini

     Accadde 40 anni fa, era la notte fra l’1 e il 2 novembre del 1975. All’Idroscalo di Ostia si consumava l’assassinio di Pier Paolo Pasolini. Appresi la tragica notizia la mattinata del 2 novembre dai primi radiogiornali. La prima sensazione che provai fu di incredulità, poi di dolore e di rabbia, una sorta di impotenza. Ascoltavo e le lacrime mi uscivano come fiume in piena. In quei primi momenti non pensavo ai particolari di quella tragedia,  ero tutto concentrato sulle fitte di dolore che la notizia aveva provocato. Sul tavolo di lavoro la macchina da scrivere cessò di battere. Per l’intera mattinata mi rimase un groppo alla gola. Solo più tardi ripresi coscienza e cominciai a pensare all’accaduto. In  quelle ore di disperata solitudine ero tutto preso dai ricordi ancora vivi e palpitanti dei giorni in cui avevo visto Pasolini operare fra le grotte dei Sassi mentre dirigeva il Vangelo secondo Matteo. Erano passati dieci anni. Per l’intera mattinata non feci altro che ripensare ai giorni della nostra amicizia. Tutto ebbe inizio in una mattinata del giugno 1964, al mio tavolo di lavoro nella Federazione del PCI di Matera ero intento a scrivere un servizio per l’Unità. Si presentarono due signori, dissero che erano del Cinema e che venivano da Roma. Erano a Matera per preparare il set del Vangelo secondo Matteo che di lì a poco Pier Paolo Pasolini sarebbe ventuto a girare nella città dei Sassi. Erano Maurizio Lucidi, l’aiuto regista, e Manolo Bolognini, organizzatore generale del film. Temevano che anche a Matera potessero accadere tentativi di aggressione da parte di gruppi neofascisti come era già accaduto in altre città italiane perciò venivano a chiedere ai comunisti locali di organizzare una qualche vigilanza intorno al Maestro. Toccò a me, che ero segretario dei giovani comunisti materani, assolvere a tale compito. Qualche giorno dopo Pasolini volle incontrarmi. “Ho bisogno del suo aiuto” mi disse. Bisognava cercare una cinquantina di volti che potessero svolgere il ruolo dei sacerdoti e dei farisei. Mi sentii come investito da un sacro fuoco: Pasolini mi aveva invitato a collaborare al suo film. Già questo mi riempiva di orgoglio. Fu quello l’inizio di un’amicizia che doveva lasciare profonde e più durature tracce nella mia vita. In pochi giorni gli procurai quelle comparse. Non si trattava di comparse qualunque. “Devono essere, mi spiegò, facce stronze, fasciste”.
Oggi mi ritrovo a pensare che scegliendo Matera come set del suo Vangelo, Pasolini abbia risolto due problemi: quello di utilizzare lo struggente scenario dei Sassi e della Murgia come fossero la Gerusalemme di duemila anni or sono e l’antica Terrasanta senza nulla modificare o manomettere; e l’altro delle comparse, perchè nelle grotte e nelle caverne degli antichi rioni materani trovò il popolo autentico della Palestina e della Galilea dei tempi di Gesù. Ciò dimostrando come la città dei Sassi fosse rimasta immobile e immutata di fronte al muoversi della storia. Il popolo materano accorse con entusiamo.
Questa mia collaborazione doveva poi subire altri risvolti. Che furono fortunati e decisivi. Infatti a distanza di pochi giorni Pasolini mi mandò a chiamare di nuovo e mi propose di fare una “comparsa speciale”, mi disse, dovevo vestire i panni del centurione romano. Accettai e il giorno dopo ero sul set a seguir da presso il Cristo sotto la croce. Per tre giorni, sotto un sole canicolare, coperto di sudore e di stanchezza, seguii Gesù lungo le stradine e i vicinati degli antichi rioni materani e sulle impervie balze della murgia verso il Golgota. E fu una fortunata circostanza, perchè ebbi l’intuizione che quella poteva essere l’occasione, stando sul set, per fotografare Pasolini. E così fu. Quando non ero di scena, tiravo fuori le fotocamere e fotografavo Pasolini preoccupandomi soprattutto di ritrarlo nel contesto dei Sassi. Era quello, in fondo, lo scopo che mi ero prefisso. Riuscii a eseguire numerosi.
Ma il nostro fu un raporto anche di amicizia. Pasolini sapeva della mia militanza comunista e spesso mi impegnava in lunghe discussioni politiche.
In uno dei nostri frequenti incontri mi chiese cosa pensassimo noi comunisti della situazione degli antichi rioni dei Sassi che a quell’epoca erano interessati a gravi dissesti e a preccupante degrado. Da comunista ortodosso io cercai di spiegargli che, grazie anche alla lotta delle sinistre e dei sindacati, si stava compiendo un’opera di giustizia e di civiltà per eliminare quella che Palmiro Togliatti qualche anno prima aveva definito come una vergogna nazionale. Pasolini ebbe come un moto di insofferenza e, quasi rimproverandomi, mi redarguì: “Anche voi comunisti vi state rendendo responsabili dell’assassinio del mondo contadino”. Non ebbi coraggio di replicare, ma avvertivo che egli in fondo non aveva torto. Anzi, con la sua consueta chiaroveggenza vedeva quel che poi, a distanza di alcuni anni, tutta la sinistra italiana doveva riconoscere come un grave errore consumato nei Sassi in nome della demagogia elettoralistica.
Oggi, a distanza di mezzo secolo, ricordo e rivedo Pasolini nei giorni in cui dirigeva il film nei Sassi di Matera e sulle rocce brulle della Murgia. Lo ricordo concentrato nel lavoro, mai distratto, quasi circonfuso da un’atmosfera di massima penetrazione. A distanza di tempo riesco a rivivere quell’atmosfera come fosse oggi, tutti noi immersi in una calura spietata e in un silenzio assordante, e intorno a noi la storia millenaria di caverne dove fino a pochi anni prima c’era stata la vita, dove una volta si avvertivano i rumori e i ragli degli asini, dove si percepiva l’odore del pane fatto in casa e l’umore forte delle vinacce e il tanfo violento dei letamai e delle muffe, gli strilli dei mocciosi e i lamenti delle nonne. La presenza di Pasolini faceva tutt’uno con le scalinate infestate di erbacce e le pareti di tufo invecchiato, e le comparse che si muovevano con grazia spontanea sulla scena come se fossero i naturali e coevi abitatori della Palestina o di Gerusalemme; o con i tratturi impervi e le rocce brulle e arroventate della Murgia Timone sulla quale svettavano le tre croci del Golgota come tre bracci di alberi di mandorlo secchi d’atavica arsura. Già costruendo quei paesaggi e quegli attori Pasolini aveva creato un autentico poema epico, sposando sulla scena l’eternità dei millenni: Palestina e Murgia, Matera e Gerusalemme, Terra Santa e Sassi, braccianti e palestinesi, ebrei di ieri ed ebrei di oggi e di sempre, e su tutto e su tutti lo stesso sole e lo stesso vento e la stessa sorte.
Ancora oggi mi chiedo come mai Pasolini abbia scelto Matera per il suo film. Una risposta, anche se indiretta, la forniva lo stesso regista dopo il sopralluogo in Palestina dove non esistevano più le condizioni di due millenni prima. Bisognava cercare quei luoghi e quella antichità epica in altri siti, dove possibilmente la mano del tempo non avesse apportato mutamenti, dove tutt o si fosse fermata nella immobilità della storia. Dove, insomma, non fosse necessario trasportare il passato e dove il passato fosse ancora presente e drammaticamente vivo e attuale, conservato più genuinamente. Avvenne così che si pensò a cercare un luogo che fosse il passato, e questo luogo fu Matera e altri luoghi del Sud, la Calabria, Massafra, le cantine di Barile, i castelli federiciani di Puglia e Lucania, le falde dell’Etna. Matera in modo particolare, dove avrebbe girato le scene salienti del suo Vangelo: Gerusalemme, la Via Crucis, il Golgota e la crocifissione, il Sepolcro. A quell’epoca a Matera non si erano ancora fatti sentire i frutti del miracolo economico, i contadini e i braccianti erano povera gente come cento o mille anni prima, il popolo dei Sassi portava addosso i panni della miseria, sulle facce della gente erano evidenti i solchi delle rughe e dei patimenti. E c’era la disoccupazione di massa. Quel popolo si offriva alla perfezione a rigenerare le folle che seguivano Gesù nell’osanna e nella passione. A quel popolo Pasolini non concesse benefici economici, poiché misero era il compenso, ma diede lustro e identità, mostrandolo agli occhi del mondo nella nudità della sua condizione di vergogna nazionale e di custodi della dignità umana e della perennità della storia. Con quel film Pasolini ha dato molto a Matera, ora Matera deve pensare a restituire qualcosa a Pasolini, riconoscendo che se la città è diventata Capitale della Cultura Europea 2019, lo si deve anche a lui in grande misura. E finalmente quel momento è arrivato. Infatti nella ricorrenza del suo assassinio, il due novembre, il sindaco di Matera è intenzionato a intitolare il cinema comunale al nome di Pasolini. E’ un primo atto dovuto a risarcimento di quanto l’illustre regista ha fatto per la città dei Sassi. Ora bisogna pensare ad altri risarcimenti affinchè il nome e la memoria di Pasolini  vengano compiutamene e opportunamente recuparati alla storia di Matera.

                                                                     Domenico Notarangelo


UMBERTO ECO E LO SPETTRO DI MARX


Umberto Eco: uno spettro (di Marx) si aggira nella globalizzazione


Non si può sostenere che alcune belle pagine possano da sole cambiare il mondo. L’intera opera di Dante non è servita a restituire un Sacro Romano Imperatore ai comuni italiani. Tuttavia, nel ricordare quel testo che fu il Manifesto del Partito Comunista del 1848, e che certamente ha largamente influito sulle vicende di due secoli, credo occorra rileggerlo dal punto di vista della sua qualità letteraria o almeno – anche a non leggerlo in tedesco – della sua straordinaria struttura retorico-argomentativa.

Nel 1971 era apparso il libretto di un autore venezuelano, Ludovico Silva, Lo stile letterario di Marx, poi tradotto da Bompiani nel 1973. Credo sia ormai introvabile e varrebbe la pena di ristamparlo. Rifacendo anche la storia della formazione letteraria di Marx (pochi sanno che aveva scritto anche delle poesie ancorché, a detta di chi le ha lette, bruttissime), Silva andava ad analizzare minutamente tutta l’opera marxiana. Curiosamente dedicava solo poche righe al Manifesto, forse perché non era opera strettamente personale. È un peccato: si tratta di un testo formidabile che sa alternare toni apocalittici e ironia, slogan efficaci e spiegazioni chiare e (se proprio la società capitalistica intende vendicarsi dei fastidi che queste non molte pagine le hanno procurato) dovrebbe essere religiosamente analizzato ancora oggi nelle scuole per pubblicitari.

Inizia con un formidabile colpo di timpano, come la Quinta di Beethoven: «Uno spettro si aggira per l’Europa» (e non dimentichiamo che siamo ancora vicini al fiorire preromantico e romantico del romanzo gotico, e gli spettri sono entità da prendere sul serio). Segue subito dopo una storia a volo d’aquila sulle lotte sociali dalla Roma antica alla nascita e sviluppo della borghesia, e le pagine dedicate alle conquiste di questa nuova classe «rivoluzionaria» ne costituiscono il poema fondatore – ancora buono oggi, per i sostenitori del liberismo. Si vede (voglio proprio dire «si vede», in modo quasi cinematografico) questa nuova inarrestabile forza che, spinta dal bisogno di nuovi sbocchi per le proprie merci, percorre tutto l’orbe terraqueo (e secondo me qui il Marx ebreo e messianico sta pensando all’inizio del Genesi), sconvolge e trasforma paesi remoti perché i bassi prezzi dei suoi prodotti sono l’artiglieria pesante con la quale abbatte ogni muraglia cinese e fa capitolare i barbari più induriti nell’odio per lo straniero, instaura e sviluppa le città come segno e fondamento del proprio potere, si multinazionalizza, si globalizza, inventa persino una letteratura non più nazionale bensì mondiale.

È impressionante come il Manifesto avesse visto nascere, con un anticipo di centocinquant’anni, l’era della globalizzazione, e le forze alternative che essa avrebbe scatenato. Come a suggerirci che la globalizzazione non è un incidente avvenuto durante il percorso dell’espansione capitalistica (solo perché è caduto il muro ed è arrivato internet) ma il disegno fatale che la nuova classe emergente non poteva evitare di tracciare, anche se allora, per l’espansione dei mercati, la via più comoda (anche se più sanguinosa) si chiamava colonizzazione. È anche da rimeditare (e va consigliato non ai borghesi ma alle tute di ogni colore), l’avvertimento che ogni forza alternativa alla marcia della globalizzazione, all’inizio, si presenta divisa e confusa, tende al puro luddismo, e può venire usata dall’avversario per combattere i propri nemici.

Alla fine di questo elogio (che conquista in quanto è sinceramente ammirato), ecco il capovolgimento drammatico: lo stregone si trova impotente a dominare le potenze sotterranee che ha evocato, il vincitore è soffocato dalla propria sovraproduzione, è obbligato a generare dal proprio seno, a far sbocciare dalle proprie viscere i suoi propri becchini, i proletari.

Entra ora in scena questa nuova forza che, dapprima divisa e confusa, si stempera nella distruzione delle macchine, viene usata dalla borghesia come massa d’urto costretta a combattere i nemici del proprio nemico (le monarchie assolute, la proprietà fondiaria, i piccoli borghesi), via via assorbe parte dei propri avversari che la grande borghesia proletarizza, come gli artigiani, i negozianti, i contadini proprietari, la sommossa diventa lotta organizzata, gli operai entrano in contatto reciproco a causa di un altro potere che i borghesi hanno sviluppato per il proprio tornaconto, le comunicazioni. E qui il Manifesto cita le vie ferrate, ma pensa anche alle nuove comunicazioni di massa (e non dimentichiamoci che Marx ed Engels nella Sacra famiglia avevano saputo usare la televisione dell’epoca, e cioè il romanzo di appendice, come modello dell’immaginario collettivo, e ne criticavano l’ideologia usando linguaggio e situazioni che esso aveva reso popolari).

A questo punto entrano in scena i comunisti. Prima di dire in modo programmatico che cosa essi sono e che cosa vogliono, il Manifesto (con mossa retorica superba) si pone dal punto di vista del borghese che li teme, e avanza alcune terrorizzate domande: ma voi volete abolire la proprietà? Volete la comunanza delle donne? Volete distruggere la religione, la patria, la famiglia?
Qui il gioco si fa sottile, perché il Manifesto a tutte queste domande sembra rispondere in modo rassicurante, come per blandire l’avversario – poi, con una mossa improvvisa, lo colpisce sotto il plesso solare, e ottiene l’applauso del pubblico proletario... Vogliamo abolire la proprietà? Ma no, i rapporti di proprietà sono sempre stati soggetto di trasformazioni, la Rivoluzione francese non ha forse abolito la proprietà feudale in favore di quella borghese? Vogliamo abolire la proprietà privata? Ma che sciocchezza, non esiste, perché è la proprietà di un decimo della popolazione a sfavore dei nove decimi. Ci rimproverate allora di volere abolire la «vostra» proprietà? Eh sì, è esattamente quello che vogliamo fare.
La comunanza delle donne? Ma suvvia, noi vogliamo piuttosto togliere alla donna il carattere di strumento di produzione. Ma ci vedete mettere in comune le donne? La comunanza delle donne l’avete inventata voi, che oltre a usare le vostre mogli approfittate di quelle degli operai e come massimo spasso praticate l’arte di sedurre quelle dei vostri pari. Distruggere la patria? Ma come si può togliere agli operai quello che non hanno? Noi vogliamo anzi che trionfando si costituiscano in nazione...

E così via, sino a quel capolavoro di reticenza che è la risposta sulla religione. Si intuisce che la risposta è «vogliamo distruggere questa religione», ma il testo non lo dice: mentre abborda un argomento così delicato sorvola, lascia capire che tutte le trasformazioni hanno un prezzo, ma insomma, non apriamo subito capitoli troppo scottanti.

Segue poi la parte più dottrinale, il programma del movimento, la critica dei vari socialismi, ma a questo punto il lettore è già sedotto dalle pagine precedenti. E se poi la parte programmatica fosse troppo difficile, ecco un colpo di coda finale, due slogan da levare il fiato, facili, memorizzabili, destinati (mi pare) a una fortuna strepitosa: «I proletari non hanno da perdere che le loro catene» e «Proletari di tutto il mondo unitevi».

A parte la capacità certamente poetica di inventare metafore memorabili, il Manifesto rimane un capolavoro di oratoria politica (e non solo) e dovrebbe essere studiato a scuola insieme alle Catilinarie e al discorso shakespeariano di Marco Antonio sul cadavere di Cesare. Anche perché, data la buona cultura classica di Marx, non è da escludere che proprio questi testi egli avesse presenti.

© Editori Laterza - EM Publishers Srl 


UN PREMIO NOBEL CON CHI FUGGE


Herta Müller. Io sto con chi fugge



Il dramma dei migranti, gli egoismi d’Europa, il pericolo Putin. Raramente la scrittrice e premio Nobel affronta temi non letterari. Lo fa alla vigilia del suo viaggio in Italia per presentare l’ultimo libro, in questa intervista: “Il Novecento non ci ha insegnato niente”
.

Antonello Guerrera intervista Herta MüllerHerta Müller. Io sto con chi fugge, La  Repubblica, 25 ottobre 2015, pp.30-31 (e QUI)



26 ottobre 2015

GERMINAL DI EMILE ZOLA


Esce oggi in libreria il terzo volume dei Romanzi di Émile Zola, nei “Meridiani” di Mondadori: si conclude così un’opera, curata da Pierluigi Pellini, che offre al lettore italiano, con ampio corredo di apparati critici e in traduzioni finalmente accurate, i libri più importanti del maestro del naturalismo francese: il primo volume (2010) contiene Thérèse Raquin, L’Assommoir e Nana; il secondo (2012) Pot-Bouille, Au Bonheur des Dames e La Joie de vivre; questo terzo, Germinal nella traduzione di Giovanni Bogliolo, La Terre nella traduzione di Dario Gibelli e La Bête humaine nella traduzione di Donata Feroldi. Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo, con minime modifiche, alcuni stralci dell’Introduzione a Germinal.

Germinal e la felicità

di Pierluigi Pellini

Zola è Germinal. Lo sapevano i minatori di Denain, in delegazione ai funerali dello scrittore: in tenuta da lavoro, nell’immenso corteo che si snodava per le vie di Parigi avvicinandosi al cimitero di Montmartre, il 5 ottobre del 1902, scandivano il titolo del libro che per primo aveva dato dignità letteraria alla loro inumana fatica, voce universale alle loro sacrosante rivendicazioni, credito poetico, e profetico, al futuro germinare di una società più giusta. Lo sapevano i lettori comuni del Novecento, e lo sanno quelli del nostro secolo, che al romanzo sulle miniere del Nord hanno assicurato un saldo primato nelle vendite: da molti decenni, e in tutto il mondo, incontrastato best seller dei Rougon-Macquart.
Gli storici della letteratura possono obiettare con ottime ragioni che nello sviluppo del genere romanzo, dei suoi temi e delle sue soluzioni formali, conta molto di più L’Assommoir, per l’estremismo provocatorio delle sue scelte linguistiche e stilistiche, per la completa rinuncia del narratore borghese a ogni funzione giudicante, per la scandalosa esibizione di un corpo di donna indomito anche nel più estremo degrado. Con ragioni altrettanto buone, possono reputare per certi versi più moderni anche Au Bonheur des Dames, capace di descrivere l’alienazione dell’umanità in un universo di merci trasfigurate in feticcio; o Nana, che nell’intreccio iperbolico e frigido di sesso e denaro svuota di significato ogni impulso libidico e prefigura paradossalmente un mondo disertato dal desiderio; e perfino la giovanile Thérèse Raquin, che per la prima volta attribuisce al corpo e ai sensi quella centralità che sempre più spesso avranno nella letteratura e nelle arti dei decenni successivi. I lettori più inclini a gustare suspense e tinte forti potranno a loro volta preferire l’intreccio di amore e violenza, fatalità ereditaria e tecnologia avanzata, da cui si sprigiona il fascino conturbante della Bête humaine.
Rimane però incontestabile che nessun altro libro meglio di Germinal realizza quell’equilibrio perfetto e precario fra esattezza documentaria e afflato lirico, fra imparzialità e indignazione, fra descrizione oggettiva e visionaria mitopoiesi, che è la cifra più intima di Zola, e di quel tipo di romanzo che, pur con ogni possibile distinguo, ancora ha senso definire naturalista. Un romanzo che nasce – in Germinal è evidente a ogni pagina, quasi a ogni riga – da una stupefacente consustanziazione di linguaggio tecnico e scarto metaforico, di precisione referenziale e libertà figurale; o, per dirla come Zola (nella lettera celebre a Henry Céard del 22 marzo 1885), da una ossimorica «ipertrofia del dettaglio vero»: capace di far spiccare al dettato prosastico il più acrobatico «salto nelle stelle, sul trampolino dell’osservazione esatta», cosicché «con un colpo d’ala la verità s’innalza fino al simbolo».
Germinal, dunque, è romanzo al tempo stesso naturalista e simbolista: coevo, del resto, all’affermazione del simbolismo in poesia, nella Francia degli anni Ottanta e, ben presto, nell’Europa intera. È il capolavoro dello Zola creatore di miti moderni, che tanta critica novecentesca ha esaltato, contrapponendone i risultati letterari alle dichiarazioni di poetica (lo scientismo a tratti arido e dogmatico del Roman expérimental), l’immaginazione creatrice versicolore all’engagement grigio e monolitico (il santino un po’ sbiadito dello scrittore paladino dei proletari e di Dreyfus). Quale sia tuttavia l’argomento del libro, quale il suo fulcro estetico e ideologico, lo dice chiaro e netto l’autore – e non c’è ragione di mettere in dubbio la sua parola – alla prima riga dell’Ébauche, l’abbozzo manoscritto la cui prima versione precede l’inchiesta documentaria: «Il romanzo è la rivolta dei salariati, una spallata alla società, che per un istante scricchiola: insomma, la lotta fra capitale e lavoro. Per questo il libro è importante».
Per primo, Zola ha rappresentato un mondo che è ancora il nostro: dove il denaro non è solo onnipotente, come in Balzac; ma astratto, lontano dalle concrete vicende degli uomini, ormai quasi senza storia – e proprio per questo ovunque presente, sempre soverchiante. Per primo ha anche mostrato, con la doppia evidenza inoppugnabile della descrizione realista e dell’incubo visionario, che a questo mondo sarebbe inumano rassegnarsi.
Se è questo, di fronte alla Storia, il nucleo di verità di Germinal, scadono un poco d’importanza, pur conservando un indubbio valore documentario, le annose querelles sulla sua posizione ideologica (e su quella di Zola); sul suo eventuale messaggio politico; sulle sue fonti filosofiche.
Non è davvero decisivo, a ben vedere, stabilire se della propaganda rivoluzionaria dell’eroe, Étienne Lantier, sia sottolineata, come in molte pagine del libro, soprattutto la velleitaria inadeguatezza, l’abborracciata inconsistenza teorica (il protagonista è un autodidatta poco versato nel pensiero astratto: come peraltro anche il suo autore); oppure se ne sia messo in risalto il valore seminale, di precoce ma sicuro annuncio di futura rivoluzione, evidente non solo nelle ultime pagine, ma anche nell’intero canovaccio narrativo – quasi un Bildungsroman – che accompagna il minatore novizio dal primo, traumatico contatto con il mondo ctonio fino alla presa di coscienza dell’ingiustizia e dello sfruttamento.
Non è davvero decisivo nemmeno appurare se le simpatie di Zola vadano al riformismo moderato del bettoliere, Rasseneur, oppure al più o meno rigoroso collettivismo del protagonista, o perfino (magari inconsciamente) al nichilismo del terrorista anarchico, Suvarin, che dei tre attivisti politici è il più lucido, il più coerente, il più disinteressato, il più rocambolescamente coraggioso – autentico eroe della distruzione, e come tale non sprovvisto di un suo sinistro fascino.
Ancora meno decisivo, infine, accertare quale conoscenza avesse lo scrittore (scarsissima, a dire il vero, a metà anni Ottanta) del pensiero di Proudhon, di Lassalle, di Marx, di Bakunin, di altri pensatori socialisti o libertari eventualmente adombrati fra le righe di Germinal: non di molto si peccherebbe per semplicismo, sostenendo che le dispute ideologiche a null’altro servono, nel testo, che a creare, in una situazione di conflitto, i presupposti del racconto – contano le opposizioni in sé, assai più dei loro contenuti; e la polifonia del romanzo esclude, come sempre nei capolavori di Zola, ogni univoca conclusione dottrinaria.
Resta però il fatto che per la prima volta – quasi a anticipare di un decennio l’afflato profetico dei romanzi posteriori ai Rougon-Macquart – l’autore, di norma rigoroso nel limitare l’indagine al passato del Secondo Impero, concedendosi tutt’al più qualche sconfinamento nel presente della Terza Repubblica, evoca fin dall’Ébauche il «secolo XX»; e del romanzo in cantiere dichiara senz’altro: «Voglio che predìca l’avvenire». C’è, all’origine di Germinal, un’implicita sconfessione della deontologia naturalista che relega il romanziere nel ruolo tendenzialmente passivo dell’osservatore. E le riserve ideologiche, il prudenziale scetticismo del narratore, perfino il sarcasmo crudele nei confronti delle illusioni palingenetiche degli ignoranti protagonisti, si sgretolano di fronte a un referto di miseria e di oppressione – riscrittura romanzesca del privato reportage etnografico redatto da Zola in loco, a diretto contatto con i minatori e con il loro ambiente; riscrittura fedele, ma carica di una tensione etica che tutto può essere fuorché asettica e neutrale –, un referto, dicevo, che impone indignazione e rivolta, che attesta con troppo evidente urgenza il bisogno (avrebbe precisato Marx) «non più sopprimibile, non più eludibile, assolutamente imperativo» di Rivoluzione.
Come sempre in Zola, unica eloquenza inconfutabile è quella della carne: le gambe ritorte di Jeanlin, reso storpio da una frana nel pozzo della miniera; il cadavere clorotico della mite Alzire, morta di stenti; il seno floscio della loro madre, la Maheude, precocemente invecchiata per il lavoro e le troppe gravidanze; lo «sputo nero» che il loro nonno, il vecchio Bonnemort, espettora ogni volta che compare in scena – il testo, per accumulazione narrativa e intensificazione patetica, concentra in un’unica famiglia le più tremende disgrazie che la sorte di norma distribuisce fra i minatori: crolli, inondazioni, scoppi di grisou, anemia, rachitismo, fame, morte violenta.
Ma in Germinal non sono solo il deretano monumentale della Mouquette, umile eroina del libero amore, e i corpi dei minatori, su cui lasciano segni indelebili tutte le malattie professionali del pays noir, a intestarsi metaforicamente il discorso, a protestare contro lo sfruttamento capitalistico. Come nell’Assommoir, l’autore dei Rougon-Macquart offre cittadinanza romanzesca non mediata alla voce stessa del popolo. Era, in letteratura, «la voce del grande assente»: ancora flebile e confusa nella Comédie humaine, dove i personaggi principali sono nobili o più spesso borghesi (come ricorda Zola in un articolo pubblicato sul «Rappel» il 13 maggio 1870); finalmente dispiegata nei capolavori del naturalismo.
In Germinal il proletariato, alla lettera, prende la parola. Alla prima pagina, il decrepito Bonnemort esce dal suo atavico mutismo per introdurre Étienne nel mondo della miniera. Nel corso di una conversazione notturna intervallata dai gesti ripetitivi del lavoro e rischiarata in lontananza dai fuochi rossi degli altiforni, il patriarca dei Maheu compendia a beneficio del nuovo arrivato (e del lettore) i «centosei anni di macelleria» di cui è stata vittima la sua famiglia: e l’esposizione genealogica – quasi ripresa naturalista (seria, ancora una volta, non parodica) di uno stilema epico, come conferma un evidente accenno metaletterario: si tratta precisamente, per Bonnemort, di «raccontare così bene» la propria storia, senz’ombra di dubbio più eroica di ogni storia borghese – l’esposizione genealogica, dicevo, è il necessario prologo del nuovo epos proletario.
Quando scoppia lo sciopero, nell’incontro fra il direttore della Compagnia e la delegazione degli operai in rivolta, è il figlio di Bonnemort, il minatore modello, il docile e rassegnato Maheu, a trovare il coraggio per dire le sue ragioni, con eloquio prima incerto e poi franco, davanti a Hennebeau. La consapevolezza del torto subito gli presta insospettate virtù oratorie, riporta alla luce l’inconscio delle «cose accumulate in fondo al petto», in una scena che ancora oggi regge agli acidi di ogni possibile ironia blasée: indiscutibile capolavoro di commovente umanità.
Se tuttavia nell’Assommoir – la differenza è decisiva – il proletariato urbano conquistava la scena del testo esprimendosi nella sua lingua scandalosamente barbara, in un argot parigino al tempo stesso materico e immaginoso, in Germinal sono rare le concessioni al gergo dei minatori del Nord: che nella realtà parlavano un dialetto di assai difficile comprensibilità, lo ch’timi. È vero, esigenze comunicative e pedagogiche inducono Zola a adottare un francese standard di tono familiare. La giustificazione dello scrittore è tuttavia debole: «Se avessi scritto il mio romanzo nel patois del Nord, dubito che qualcuno avrebbe mai accettato di leggermi» («Le Matin», 7 marzo 1885). Vero. Ma la rinuncia al vernacolo locale non imponeva la tendenziale normalizzazione lessicale e soprattutto sintattica attuata in Germinal; tantomeno implicava la rinuncia (o quantomeno il ricorso assai sporadico) a quelle tecniche di delega enunciativa, prima fra tutte la narrazione “corale” affidata al discorso indiretto libero, che garantivano la modernità dell’Assommoir. Anche una lingua “tradotta” – lo sa bene Verga, che non scrive I Malavoglia in siciliano – può conservare l’impronta inconfondibile del parlato.
Se circoscritto all’ambito della lingua e dello stile, il confronto fra i due romanzi popolari dei Rougon-Macquart non può che dare atto di una netta involuzione. Falsando però, e sia pure per ragioni di gusto del tutto legittime (diciamo pure: giuste), la prospettiva storica. Perché la novità di una presa di parola davanti all’oppressore, di una voce articolata che sgorga dalle «bocche nere» dei minatori per sfidare tecnocrati e azionisti, non è meno dirompente del turpiloquio espressionista di Coupeau e compagni, che rimaneva pur sempre confinato nella cerchia dei miserabili. Delle due strategie opposte, quella volta all’eversione delle forme è gesto inaugurale di ogni avanguardia novecentesca; ma la compostezza sintattica di Germinal – se pure a volte concede qualcosa di troppo a una retorica non immemore di Victor Hugo; se pure al lettore odierno, con interferenza anacronistica che rischia di falsare la ricezione, può a tratti fastidiosamente evocare (ma sempre a ben altro livello di riuscita estetica) realismi socialisti e nostrani neorealismi – era pedaggio probabilmente inevitabile alla definitiva promozione del proletariato a attore serio, tragico, di una storia che, non più confinabile dalla buona coscienza borghese nel ghetto pittoresco delle periferie, reclamasse un significato universale, minacciasse la classe dominante fin dentro le stanze del potere, non fornisse, nemmeno involontariamente, alibi di comicità alla satira benpensante.
E poi, in realtà, anche in Germinal, a uno sguardo appena più ravvicinato, quasi a ogni pagina la lettura inciampa, la linearità del racconto si frange, l’imprevisto incrina la simmetria delle troppo ovvie contrapposizioni. Così, esemplarmente, fallito lo sciopero, dopo aver preso congedo da Suvarin riaffermando la propria fedeltà alla lotta, Étienne cambia idea. Sente Catherine (un’altra figlia di Maheu, di cui fin dal principio è segretamente innamorato) che si veste in silenzio, nel buio freddo prima dell’alba: la ragazza tornerà in fondo al Voreux, alla condizioni umilianti imposte dalla Compagnia, per salvare dalla fame quel poco che resta della sua famiglia. Senza motivo apparente, se non un goffo cedimento sentimentale, il protagonista decide di seguirla.
Nel dialogo fra i due giovani, il vagheggiamento di una vita tranquilla, «senza altra ambizione» che il pane quotidiano e l’affetto della persona amata, non è semplice riciclaggio di un topos usurato: al contrario, è tema profondamente radicato nell’immaginario di Zola; e infatti ha già trovato, prima di Germinal, la sua più memorabile incarnazione nell’Assommoir. Étienne fa suo l’ideale – minimo e umanissimo – di sua madre, Gervaise, rompendo improvvisamente ogni coerenza politica, dismettendo le velleità di ascesa sociale e intellettuale che hanno guidato la sua azione lungo tutto il corso del romanzo.
Non si tratta, però, di pura e semplice rinuncia ai valori della sfera pubblica, in nome di un affetto privato. Perché per realizzare tardivamente un «amore infelice» ci vuole – stando alla lettera del testo, che è al tempo stesso esattissima e sconcertante – «un poco di felicità» (un peu de bonheur). Non basta, cioè, la passione, finalmente libera e ricambiata, a rendere felici i protagonisti; al contrario, solo la garanzia di un minimo sindacale di felicità – mi si passi l’espressione –, inteso settecentescamente come diritto umano (in J’accuse, Zola citerà implicitamente gli illuministi, evocando l’«umanità che ha tanto sofferto e ha diritto alla felicità»), può rendere possibile l’amore. Se mancano le indispensabili condizioni economico-ambientali, nell’universo materialista dei Rougon-Macquart nessun sentimento è abbastanza forte da sopravvivere per autonoma virtù. Proprio nel momento in cui sembra plaudere a un intimismo tardoromantico e disimpegnato, Zola ribadisce perciò la natura eminentemente politica della sua ispirazione romanzesca: perché il bon heur, la “buona ventura”, che sia felicità o anche solo fortuna (a voler dar credito alle suggestioni dell’etimologia), è evidentemente di natura sociale; e, viceversa, senza appagamento sentimentale, senza liberazione degli affetti e delle pulsioni individuali, ogni rivolgimento sociale rimarrebbe incompiuto.
La decisione di Étienne di accompagnare Catherine al Voreux può perciò apparire bizzarra, o peggio colpevole, solo a una lettura superficiale: in realtà, per il personaggio è l’esito di un’improvvisa, profonda rivelazione, capace di produrre un immediato e quasi taumaturgico sollievo. Romanziere per formazione e per gusto prima balzachiano e poi flaubertiano, Zola ha inaspettatamente i suoi momenti stendhaliani: rinunciando alla coerenza rivoluzionaria e sacrificando a Catherine le proprie ambizioni politiche, Étienne sembra ripercorrere, mutatis mutandis, un itinerario interiore per certi versi simile a quello che svela a Julien Sorel, imprigionato a Besançon all’explicit del Rouge et le Noir, l’amore vero – per madame de Rênal, non per Mathilde de la Mole.
Paradossalmente, però, è proprio grazie a questa scelta, in apparenza contraria agli interessi della Rivoluzione, che Étienne potrà incarnare, negli ultimi capitoli del romanzo, le ragioni della vita e della rigenerazione: anche politico-sociale. E non solo, non tanto, perché il suo voltafaccia serviva a Zola per poterlo includere fra le vittime del sabotaggio di Suvarin, per dar ragione della sua discesa nella miniera inondata, della sua prigionia insieme a Catherine e al rivale Chaval. Soprattutto, perché sacrificio e rinuncia depurano l’impegno politico dell’eroe di ogni vanaglorioso egoismo; e lo inducono a accantonare il dogmatismo vuoto delle teorie politiche, per impegnarsi in una più sofferta riflessione esistenziale. Non a caso, proprio nel buio ctonio gli amanti proseguono a sbalzi, fra lucidità e delirio, una meditazione ispirata – viene da dire – a un originale eudemonismo.
Nell’attesa della morte, è al tempo stesso cocente e dolcissimo il rimpianto per un «amore inconfessato»; per un’unione sognata «fin dal primo momento» e mancata di un soffio, per banali incomprensioni e, ancor più, per la spietata vischiosità dell’esistenza quotidiana. Chiusi nelle viscere della terra, ormai prossimi al crollo per inedia, i due amanti – follia o forza dell’utopia? – rifiutano tuttavia di inchinarsi al destino nero che li sovrasta, dichiarano fiducia nella vita e nel futuro. Quando il romanzo sembra avviarsi a tragica conclusione, contro ogni logica il protagonista afferma che «niente è mai finito». Per realizzare un amore, basta «una circostanza favorevole», dice Catherine; o «un poco di felicità», ribadisce Étienne. Di nuovo, che significato preciso attribuisca Zola alla parola bonheur, è difficile dire: fra gli enigmi di Germinal, non è il meno affascinante. Di certo, però, la profezia del protagonista – se non deve essere derubricata a vaniloquio di un uomo allo stremo delle forze; o, peggio, a pietosa condiscendenza nei confronti delle illusioni dell’amata ormai morente – non può essere riferita al solo côté intimistico del romanzo. Evoca la possibilità di una palingenesi totale: sia privata, sia pubblica.
Lo sciopero è fallito, la miniera è distrutta, la morte renderà impossibile un’unione duratura fra i protagonisti. Nel presente, dominano le tenebre. Ma «basta un poco di felicità e tutto ricomincia». Il germe di una vita diversa è seminato: fuori testo, anni o magari secoli dopo la scomparsa di Étienne, di Catherine, del loro autore, e probabilmente anche di noi che oggi leggiamo Germinal, «sarà la volta buona», potrà germogliare – e con lui l’amore, e il socialismo.
Che la vicenda sentimentale dei protagonisti altro non sia che spezia romantica aggiunta per insaporire una ricetta socio-politica indigesta ai palati grossi, è ipotesi smentita, a livello genetico, dalle carte del romanziere; e soprattutto, a livello testuale, da un’altra evidenza a prima vista imbarazzante: a più riprese, il narratore ha compassione del direttore della miniera, Hennebeau, ne compiange le traversie matrimoniali, quasi sembra condividerne le squallide frustrazioni sessuali – il potente tecnocrate, tradito e respinto dalla moglie, invidia i più miserabili fra i minatori, cui mancano pane e companatico, ma non ragazze a profusione da mettere «a gambe all’aria in fondo a ogni fossato» (perfino in gennaio, con il gelo e la fame: con buona pace della più elementare verosimiglianza).
Superfluo stigmatizzare, ancora una volta, lo spicinio dei luoghi comuni, nella rappresentazione di un proletario bestialmente disinibito: autentico ritorno del rimosso, per il borghese catafratto nel dovere, alienato nel denaro, deprivato di ogni piacere fisico. Il punto è un altro: Hennebeau è almeno in parte portavoce dell’autore, quando afferma, tranchant, alla fine del capitolo v della Quinta parte, che solo un «idiota» può identificare «la felicità di questo mondo» con la «spartizione delle ricchezze». Perché la «sofferenza umana», «l’eterno dolore delle passioni» non potranno essere annullati dal superamento «dell’eterna ingiustizia delle classi»: così Zola, in una risposta a Édouard Rod del 27 marzo 1885, non immemore delle letture schopenhaueriane affrontate durante la preparazione della Joie de vivre.
Per l’autore dei Rougon-Macquart, un ordine sociale più giusto non è condizione sufficiente – necessaria sì, però: e non si stanca di ripeterlo – per un avvenire più umano. Amputato delle sue vicende sentimentali (quella scontata e melodrammatica di Hennebeau, quella tragica e memorabile di Étienne e Catherine), Germinal non sarebbe soltanto meno attraente per il volgo. Perderebbe un elemento decisivo della sua visione del mondo, del suo paradossale eudemonismo: che, in una sorta di doppio vincolo utopico, condiziona la possibilità dell’amore alla sussistenza di un minimo di bonheur socio-ambientale; e al tempo stesso subordina la collettiva «felicità di questo mondo» al libero dispiegamento dei desideri individuali.
È dunque molti romanzi in uno, Germinal: favola iniziatica, Bildungsroman socialista, catabasi rigeneratrice, racconto nero, melodramma sentimentale, resoconto documentario, tragedia erotica, romanzo storico, narrazione carnevalesca, prosa poetica e simbolica, epica moderna, mitopoiesi visionaria. Altro ancora, probabilmente. Zola sembra quasi mosso dall’ansia di compendiare l’intera enciclopedia delle forme narrative ottocentesche: con malcelata predilezione, a tratti, per i più screditati effettacci del noir popolare – precisamente quelli che la poetica del naturalismo condanna. Che di questo dramma a tinte forti, incline a esibire senza vergogna situazioni da polpettone d’appendice (libero sesso e omicidi multipli, triangoli erotici e tradimenti), e un’enfasi stilistica degna dell’odiosamato Victor Hugo, si sia potuto dire (e non del tutto a torto!) che «è l’unico romanzo fondamentalmente vero, un romanzo senza precedenti, e senza successore» (André Wurmser), è forse il paradosso più stupefacente della storia letteraria (non solo) francese.
Il fatto è che Germinal – non pare superfluo ribadirlo, in conclusione – è anche, e soprattutto, il libro che affronta con afflato profetico, e in forma di romanzo, «la questione più importante del secolo XX» (parole di Zola): «la lotta fra capitale e lavoro». Che è ancora la questione più importante del secolo XXI. Alla malafede che oggi nega il conflitto di classe, il testo del romanzo offre l’unica risposta carica di adeguata, icastica evidenza: quella materialista del corpo, cui per primo Zola ha conferito dignità letteraria e tragica serietà. L’oppressione e l’ingiustizia sono sedimentate nei polmoni di Bonnemort, per sempre intasati di polvere nera; sono scritte nei veri e propri «tatuaggi», incisi dal carbone sul corpo dei minatori; sono denunciate dall’esibizione «feroce» delle debordanti nudità della Mouquette; trovano specchio e condanna perfino nei «grandi occhi appannati» (e umani) di Bataille, il vecchio cavallo bianco, la cui orrenda agonia conta fra le pagine più potenti della narrativa ottocentesca.
E se oggi leggiamo la storia dei Maheu con immutata commozione, se gli errori di Étienne sono i nostri, e sulla nostra pelle sentiamo scorrere il sudore di Catherine, nell’inferno di «brace incandescente» di Jean-Bart, non è per curiosità documentaria, per esotismo miserabilista – quasi che Germinal fosse un racconto storico come tanti, o semplicemente un drammone romantico. Tantomeno per mero sfogo immaginario di pulsioni proibite – in materia di sesso e violenza, la letteratura a noi contemporanea usa imbandire pietanze ben altrimenti piccanti. E nemmeno in grazia di quella trasfigurazione mitico-simbolica che pure, non c’è dubbio, dietro e oltre la lotta di classe ci consente di leggere anche altro – fantasmi dell’inconscio, angosce individuali e collettive, traumi in cui si sovrappongono memoria atavica e choc della modernità tecnologica.
«Germinal è ancora oggi un libro terribile»: lo scriveva Erich Auerbach, in Mimesis, all’indomani degli orrori della Seconda Guerra mondiale; è vero a maggior ragione nell’epoca del capitalismo globale, che ha sancito l’estensione planetaria del potere assoluto, sui corpi delle donne e degli uomini, del deus absconditus della finanza.
Della forza perturbante del romanzo di Zola, del valore indiscutibilmente attuale e universale della storia che racconta, è motivo e garanzia – ieri, oggi e domani, finché Rivoluzione non germini – una sconvolgente evidenza: nelle condizioni di vita del proletariato, che l’autore dei Rougon-Macquart meglio di chiunque altro ha saputo raccontare, «sono riassunte», come sapeva Marx, «tutte le condizioni di vita della società moderna», anche le nostre, «nella loro asprezza più inumana». Finché Rivoluzione non germini, possa perciò Germinal esibire sotto gli occhi ipocriti del lettore borghese – forse non più scandalizzato, ma ancora e sempre a disagio: perché la forza straniante della parola letteraria lo spoglia di ogni buona coscienza – possa perciò esibire sotto gli occhi nostri il culo della Mouquette; possa perciò continuare a schizzarci in faccia lo sputo nero di Bonnemort.

LE GRANITE DI MANDORLA DI ELIO VITTORINI



Questa mattina un'amica mi ha fatto ricordare una bella pagina di un libro di Elio Vittorini da rileggere:



"(...) granite di mandorla, la più buona cosa da mandar giù ch'io ricordi della mia infanzia; e c'era la tenda rosso marrone che bruciava di sole come un sospeso velo di sabbia sopra i tavolini ... sarebbe bastato esserci, in quel punto, starci quieto, calmo, abbracciandomi le ginocchia, per sentirmi d'un tratto felice ... e davanti alle case scorgevo donne che tagliavano, salavano e stendevano al sole, sopra lunghe assi, i pomodori che poi d'inverno avrebbero mangiato conditi d'olio in mezzo al pane ... tutto cambiava, tutto era andato lontano e io mi slanciavo a raggiungerlo, quel 'lontano', a diventare lontano anch'io ... erano molecole di fede che si avvicinavano, si annodavano come una cosa che nascesse. Pensavo: è questo l'intenso? e sarebbe cresciuto ancora? sarebbe stato di più? sarebbe stato tutto l'intenso? volevo che fosse tutto ... era nel tuo diventarlo, l'intenso? finii di pensare, credetti che era l'intenso e mi prese una gran gioia, e nella immensità della gioia mi attaccai ai suoi capelli" ...

Elio Vittorini, Il garofano rosso

TOGLIATTI VISTO DA DOMENICO NOTARANGELO



Siamo particolarmente lieti stasera di pubblicare  l' articolo di un grande fotografo, Domenico Notarangelo, divenuto nostro amico in occasione del 50° anniversario del Vangelo pasoliniano. L'articolo è stato pubblicato ieri da un giornale lucano, ma l'Autore ci ha gentilmente inviato una copia del testo autorizzandoci a pubblicarla su questo blog.
D. Notarangelo, pugliese di nascita, lucano di adozione, ha svolto a Matera per oltre mezzo secolo l’attività di giornalista, di dirigente politico e operatore culturale. Come corrispondente de “l’Unità” si è impegnato in battaglie giornalistiche e politiche per il progresso delle popolazioni meridionali. Coincide con questo periodo la sua scoperta della fotografia per documentare e denunziare le condizioni di arretratezza e di miseria della Lucania. Da subito si impegna a svolgere ruoli importanti nella cinematografia collaborando con numerosi registi, fra cui Luigi Zampa, Pier Paolo Pasolini, Francesco Rosi, Liliana Cavani, i fratelli Taviani. Per ”Il Vangelo secondo Matteo” assiste il Maestro anche nella scelta di numerose comparse e interpreta la parte del centurione. A lui Pasolini permette di scattare sul set numerose fotografie.



Con Palmiro Togliatti a tu per tu
 Domenico Notarangelo


Fino a quel momento avevo visto Palmiro Togliatti solo in fotografia sui giornali o sui manifesti. Era il capo amato e indiscusso. Il suo nome rievocava momenti importanti della storia italiana. Lo vidi per la prima volta nel 1946 a Bari, durante la campagna elettorale. Il 2 giugno si doveva votare per la Repubblica o per la Monarchia e per la Costituente. Togliatti parlò in piazza Prefettura stracolma di folla. A Bari erano accorsi i comunisti da tutta la Puglia, con camion stracarichi di giovani e di lavoratori, di bandiere rosse e di cartelloni inneggianti al PCI. Era in corso il tentativo monarchico di salvare il re dopo il disastro del fascismo e della guerra. Io viaggiai su uno di quei camion. Togliatti quel giorno fece una discorso di forte denuncia del tentativo di restaurazione istituzionale e durante tutto il comizio se la prese proprio con un certo Lucifero, un noto esponente monarchico che doveva fare il comizio subito dopo nella stassa piazza.
Al ricordo del prestigioso leader del PCI mi legano numerose altre occasioni. Il 1953 Palmiro Togliatti capeggiò la lista del PCI nella mia Puglia. La mattina dell’8 giugno,
io ero in vacanza in Lucania. Era ancora notte quando mi imbarcai sul postale della Gambacorta per andare a prendere la coincidenza col trenino della Calabro Lucana allo scalo di Montalbano Jonico. Partivo per andare a votare al mio paese in Puglia. Era il mio primo voto. Mi esaltava il fatto che avrei potuto dare il mio voto di preferenza a Palmiro Togliatti. Arrivai al mio paese poco dopo mezzogiorno. Fui uno degli ultimi a entrare in cabina, mancava pochissimo alla chiusura dei seggi.
Quando aprii la scheda non ebbi più nessun indugio, avevo dinanzi a me il simbolo del PCI. E ci segnai sopra una croce. Avevo votato, e avevo segnato la preferenza al numero uno, a Palmiro Togliatti. Ogni voto era importante in quelle elezioni del 7 giugno 1953. Erano passati appena cinque anni dalla sonora sconfitta che il Fronte Popolare aveva subito il 18 aprile 1948, c’era in tutto il popolo comunista una indicibile voglia di rivincita. La DC aveva fatto approvare dal Parlamento la cosiddetta legge truffa per consolidare il suo potere. Si trattava di impedire che la DC e i suoi alleati prendessero il 50 per cento più uno dei voti, per evitare che scattasse il premio di maggioranza a loro favore. A urne scrutinate, festeggiammo la vittoria: la legge truffa non era scattata. 
Nel 1963 conobbi personalmente Palmiro Togliatti. Ero già in Lucania a quel tempo, e avevo ruoli dirigeniali nella federazione materana del PCI. Oltre che corrispondente dell’Unità, ricoprivo la carica di segretario provinciale della FGCI, la federazione giovanile comunista. Segretario della federazione era un leccese, Antonio Ventura. Il 28 aprile 1963 si doveva  votare per eleggere la quarta legislatura. Togliatti tornava a Bari per un comizio. Il compagno Antonio Romeo, segretario regionale pugliese del PCI, telefonò a Ventura invitandolo a Bari in occasione di quel comizio. Togliatti doveva parlare in piazza Prefettura, su un grande palco dinanzi al Teatro Piccinni. Noi eravamo già sul palco quando il mitico Ercoli fece ingresso sulla piazza accolto da un applauso scrosciante e da incontenibile entusiasmo della folla. Non ricordo per quale colpo di fortuna, io capitai proprio a fianco di Togliatti e potetti ascoltare il suo discorso quasi bevendo le sue parole. Ma la fortuna, quel giorno, era destino che dovesse pendere proprio dalla mia parte. Infatti dopo che Togliatti ebbe finito di parlare, i compagni baresi lo condussero a cena in una sala attigua ad un bar all’angolo di piazza Prefettura. Ricordo che l’entrata del bar si affacciava dirimpetto al monumento di piazza Massari. Era stata allestita una tavola torno torno alla sala, io venni sistemato proprio dirimpetto a Togliatti. Lo tenevo a due passi, lo guardavo emozionato. Togliatti parlava or con questo or con quello. Romeo lo informava sulla situazione politica in Puglia e sulle prospettive di voto. Avevo l’impressione che fossimo agli esami di stato, e Togliatti era l’esaminatore. Io mi sentivo piccolo piccolo, l’ultima ruota del carro e non immaginavo che Togliatti potesse rivolgermi la parola. Lo guardavo con gli omeri incassati sul busto, la testa quasi rigida, gli occhi mobili appena visibili dietro le palpebre socchiuse e le lenti molto spesse. Ricordo le sue inflessioni quasi torinesi, ma il suo italiano era perfetto, mostruosamente perfetto.
A un certo punto Togliatti, fissandomi negli occhi, mi rivolse la parola. Il compagno Romeo gli aveva detto qual era il mio ruolo nel partito e che io venivo dalla Lucania. Ed era la Lucania che intrigava Togliatti, doveva sapere tutto o molto della Lucania. Non erano poi passati neppure molti anni da quando, il primo aprile 1948, pronunciò a Matera il famoso discorso in cui denunciò la vergogna nazionale dei Sassi. Il tono era fra il gioviale e l’inquisitorio, e mi apparve subito chiaro che non potevo raccontare cose banali e propagandistiche. Era come stare dinanzi al confessore e bisognava dire la verità. Ricordo che gli feci un quadro preciso della realtà giovanile della Lucania. In quegli anni la Lucania era all’esordio della rivoluzione industriale in seguito al rinvenimento di vasti giacimenti di metano nella Valle del Basento, la DC stava tentando di imbrigliare il partito comunista e il movimento sindacale con la promessa di posti di lavoro nelle fabbriche. Togliatti volle sapere come avevano reagito i giovani lucani di fronte a questo rischio. Io gli feci un quadro realistico della situazione. Chi stava cedendo al ricatto democristiano non erano i giovani, ma le generazioni degli adulti, almeno consistenti frange di braccianti e manovali che da tempo erano disoccupati. I giovani avevano invece assunto un atteggiamento più spavaldo e si predisponevano alla lotta per imporre il loro diritto al lavoro in fabbrica. Togliatti ascoltava attento senza mai interrompermi. E fu solo un aspetto del lungo interrogatorio di quella sera. Quanto tempo parlai? Ricordo che il piatto di pastasciutta dinanzi a me, si era raffreddato mentre Togliatti e gli altri commensali avevano ripulito il proprio. Ma ne era valsa la pena.
L’anno successivo, a fine agosto, seguivo con trepidazione le cronache di Giuseppe Boffa sull’Unità sulle condizioni  di salute di Togliatti che a Yalta, ad Artek, era stato colpito da ictus. Eravamo tutti in apprensione per la sua vita. Con dolore appresi che l’amato capo del PCI era morto. Immediatamente misi in moto la macchina organizzativa. A Roma dovevamo portare non meno di venti pullman organizzando la partecipazione soprattutto di giovani e donne. Con altri compagni approntammo il piano logistico e finalmente, la notte del 24 agosto, il giorno prima del funerale, lungo l’autostrada per Roma sfilarono più di venti pullman stracolmi di comunisti materani. Provvidenzialmente avevo portato con me la macchina fotografica e la cinepresa super 8 con cui filmai il corteo funebre per le vie di Roma gremite all’inverosimile di gente commossa che si portava il fazzoletto agli occhi per asciugarsi le lacrime. Ho tenuto quel filmino nel mio archivio per molti anni e solo di recente riuscii a farlo digitalizzare. Poi la grande occasione. Un regista romano, Giuseppe Papasso, era venuto a Melfi a girare un film, Un giorno della vita, con Maria Grazia Cucinotta. Il film era imperniato appunto sulla storia dei funerali di Togliatti. Gli organizzatori del film avevano saputo che io ne possedevo un  filmino e mi chiesero di poterlo utilizzare.
Fu miele per il regista che lo utilizzò sul grande schermo nella parte conclusiva del film. Quando il film venne presentato a Matera in anteprima nazionale, io fui invitato alla proiezione nel cinema Duni. C’era anche Maria Grazia Cucinotta. Come descrivere la mia emozione quando, quasi a termine del film, sullo schermo cominciarono a scorrere le immagine tratte dal mio filmato? L’effetto fu straordinario. Mi resi conto di aver realizzato, nel 1964, un documento irripetibile. In quel filmato c’era un pezzo della storia d’Italia. A termine della proiezione Papasso e la Cucinotta vennero ad abbracciarmi.

                                                                               Domenico Notarangelo