30 settembre 2011

U piritu

L'unica proprietà di li iurnateri dell'ultimo dopoguerra


ARCHIVIO DELLA MEMORIA : U PIRITU DI LU IURNATERI

Proletari, storicamente ed etimologicamente, sono stati coloro che, come unica proprietà, hanno avuto soltanto prole, ossia figli. Con l’avvento dell’economia capitalistica la forza lavoro dei proletari  divenne una merce tra le tante. E, nei primi anni del capitalismo, prima che il movimento operaio prendesse coscienza del proprio valore, la forza lavoro era considerata una delle merci più  vili. Anche per questo i proletari erano costretti a prestare la loro forza lavoro per salari miserabili. 
Nella Sicilia dell’ultimo dopoguerra le condizioni di vita dei contadini poveri (li iurnateri) erano  peggiori di quelle dei proletari del primo capitalismo. L’economia  dell’isola girava  attorno al latifondo ed era ancora in uso l’aratro a chiodo del periodo neolitico. I latifondi erano amministrati dai gabelloti mafiosi che costringevano  i braccianti  (iurnateri) a lavorare da li stiddi a li stiddi per salari di fame  ( spesso anche solo per avere un po’ di grano da seminare nel proprio fazzoletto di terra) .  
Vincenzo D’Aversa,  il contadino che abbiamo già conosciuto e mostrato nei precedenti documenti, in quest’altra testimonianza racconta di un compagno  intento a faticare con “ermitu e faucia”, a “scuttare” il suo misero salario,  mentre viene colto da una urgenza fisiologica. Il contadino non  riuscendo a controllarsi, mentre era  impegnato nel suo duro lavoro,  emise  un "piritu" e subito dopo, per dissimulare il proprio disagio, esclamò ad alta voce la frase “A la facci du patruni!”.
La frase,  colta a volo dal gabelloto che controllava  a vista i lavoratori,  viene intesa immediatamente come un intollerabile  segno di insolenza  nei suoi confronti  oltre che come un pericoloso segno di  ribellione nei confronti di un consolidato sistema di potere.
Ma l’arguto contadino, con grande abilità dialettica, riesce  a capovolgere il senso delle sue parole confondendo il gabelloto.


Franco Virga
Ezio Spataro
Ciro Guastella 
Vincenzo D'Aversa
 

29 settembre 2011

SUL VALORE DI UNA RISATA

Riproponiamo di seguito un brano inedito di VIRGINIA WOOLF, pubblicato lo scorso 4 settembre da Il Sole 24 ore, che aiuta a comprendere come una risata possa contribuire a darci la giusta misura delle persone e delle cose.

F.V.

La risata, più di qualunque altra cosa, mantiene il nostro senso delle proporzioni; è lì a ricordarci sempre che siamo soltanto umani, che nessun uomo è del tutto un eroe o completamente un malvagio. Immediatamente, appena dimentichiamo di ridere, perdiamo il senso delle proporzioni e della realtà. […]. Per poter ridere di una persona si deve, tanto per cominciare, essere capaci di vederla per come è. Tutto il suo paludarsi con le insegne della ricchezza, del rango e del sapere, se è soltanto un accumulo di esteriorità, non deve ottundere la lama tagliente dello spirito comico che affonda nel vivo. Tutti sanno che i bambini hanno una maggiore capacità, rispetto agli adulti, di conoscere gli uomini per quello che sono, e credo che il verdetto che le donne emettono sul carattere delle persone non sarà smentito il giorno del Giudizio.

Le donne e i bambini, dunque, sono i principali rappresentanti dello spirito comico, perché non hanno gli occhi annebbiati dal sapere, né le menti ingombrate da teorie libresche […]. Tutte le odiose, soffocanti escrescenze che hanno ricoperto a dismisura la nostra vita moderna, le cerimonie pompose, le convenzioni, e le noiose celebrazioni solenni, niente temono di più del balenare di una risata, che, come un lampo, le inaridisce e le dissecca fino a lasciarne solo le ossa. E perché la loro risata possiede questa qualità che i bambini sono temuti dalle persone consapevoli della propria affettazione e falsità; ed è probabile che, per la stessa ragione, le donne siano guardate con tanta sospettosa disapprovazione nelle professioni dotte. Il pericolo è che possano ridere, come il bambino nella favola di Hans Andersen, che notava apertamente che il re era nudo, mentre gli adulti ne ammiravano lo splendido abbigliamento che in realtà non esisteva. […]. Non c’è niente, in verità, tanto difficile quanto ridere e far ridere, ma non esiste qualità che valga di più. E’ una lama che recide ciò che è superfluo, restituisce giusta misura e sincerità alle nostre azioni e alla parola scritta e parlata.

Virginia Woolf

PER UNA NUOVA ALIMENTAZIONE 2

PUBBLICHIAMO LA SECONDA PARTE DELL'ARTICOLO DI PIERO CAREDDU estratto dal Manifesto Sardo


Provare per credere: schiacciare con la mano una foglia di un vigneto trattato e ascoltare l’inquietante croccantezza di foglia secca nonostante il finto verde brillante. Per questa ragione la maggior parte degli enologi, complici di questo modo malato di fare vino, obbligano gli agricoltori a diradamenti massacranti che hanno come risultato vini-caricatura i quali, essendo oramai privi di carica polifenolica naturale, necessitano di enzimi, tannini e aromi da legno nuovo. Aggiungo che i tannini indotti da legno non sono digeribili come quelli naturali dell’uva provocando spesso intolleranze e allontanamento dalla piacevole abitudine di bere un buon bicchiere di vino.

In un modello di società tardo-capitalista dove la forma e le mode continuano a prevalere su ogni altro valore e dove si continua a bere vino e consumare prodotti agricoli per il 95% della produzione mondiale se non malati sicuramente non sani, in pochi parlano dell’agricoltura intensiva come causa primaria della morte del pianeta, : ben oltre il problema pur grave delle emissioni.
Proviamo a immaginare che anche solo la metà di quelle foglie che non fanno più fotosintesi riprendessero per miracolo a fare il proprio mestiere, ebbene! avrebbero il potere e la capacità di fissare una tale quantità di carbonio da rendere inutili e sorpassati persino i protocolli di Kyoto! L’agricoltore di oggi è vittima e carnefice di se stesso: responsabile, spesso inconsapevole, dei cambiamenti climatici e della catastrofe. Attraverso l’attività microbica del suolo, dove ancora c’è, il carbonio raccolto dall’atmosfera attraverso i processi dell’humus, si trasforma in humus attivo, sostanza capace di trattenere tre volte il suo peso in acqua. Tutto è drammaticamente collegato: la zona più ricca di humus d’Italia era la Pianura Padana. L’humus tratteneva l’acqua piovana durante i periodi critici e la restituiva ai corsi d’acqua durante la stagione secca creando e rifornendo più grande fiume italiano.

Ora che l’humus è morto e il terreno non riesce più a trattenere l’acqua piovana, ad ogni abbondanza di pioggia avvengono inondazioni, frane, smottamenti e spesso morte e costi sociali elevatissimi. Ancora si può aggiungere che all’arrivo della stagione calda i fiumi, non avendo il naturale rifornimento da un sottosuolo ormai sterile, si seccano dando a fenomeni siccitosi con danni sociali incalcolabili.
Tutto questo per fare vini costruiti per un mercato che li chiede omologati e finti e per prodotti agricoli perfetti dal punto di vista estetico ma privi di valori nutritivi, armonie stagionali, personalità.
Vie d’uscita? Certo che sì, e ne parleremo in una delle prossime puntate.

Piero Careddu

25 settembre 2011

GRAMSCI SUL CRISTIANESIMO

L’ articolo che segue fa parte di un saggio più ampio, ancora inedito, a cui lavoro da anni. Anticipo alcune conclusioni cui sono pervenuto. Antonio Gramsci (1891-1937), unanimamente riconosciuto come il più grande ed originale pensatore marxista del 900, per tante ragioni è stato frainteso. L’uso che ne è stato fatto da Togliatti in poi, sia dai comunisti che dagli anticomunisti, è molto discutibile. Il Gramsci che ancora circola, nella vulgata marxista come in quella antimarxista, spesso è solo una caricatura del suo problematico pensiero. In questo articolo mi soffermo brevemente a mettere a fuoco il tema religioso che attraversa l’intera opera del sardo attraverso un veloce richiamo ad alcuni suoi scritti. La molla per scriverlo mi è venuta dall’ultimo scoop giornalistico circa la sua presunta conversione al cattolicesimo in articulo mortis.(fv)

In tutti gli scritti di Antonio Gramsci ( specialmente in quelli giovanili) si trovano a iosa non solo frequenti spunti polemici anticlericali ma anche nette affermazioni d’incompatibilità tra i principi del socialismo e la religione cattolica. Ma non va cercata in questi luoghi, che facevano parte del senso comune dell’epoca, l’originalità di Gramsci, quanto piuttosto nella singolare attenzione alle diverse espressioni della cultura religiosa, popolare e colta, cattolica e non.
Il sardo - che non disprezzava neppure la miriade di fogli e riviste parrocchiali che, pur sfuggendo ad ogni controllo critico, continuano a circolare in tutte le case – è particolarmente colpito dalla capacità della Chiesa cattolica di creare consenso attorno a sé, riuscendo a mantenere costantemente un rapporto tra intellettuali e semplici. Scriverà infatti nei Quaderni:
“la forza delle religioni e specialmente della chiesa cattolica è consistita e consiste in ciò che esse sentono energicamente la necessità dell’unione dottrinale di tutta la massa religiosa e lottano perché gli strati intellettualmente superiori non si stacchino da quelli inferiori.” (Q.pagg.1380-1381)
Proprio su questo punto Asor Rosa, nel suo Scrittori e popolo del 1965, prese un incredibile abbaglio, mai abbastanza stigmatizzato, considerando populista la ben più complessa nozione gramsciana di nazionale-popolare. Gramsci non ha mai mitizzato il popolo e non l’ha mai considerato naturaliter progressista. Il sardo, con il suo spiccato realismo critico, ha semplicemente osservato che senza la partecipazione popolare nessun cambiamento può essere realizzato.
Sarà proprio questo, peraltro, uno dei punti su cui Gramsci prenderà le distanze da Benedetto Croce. Quest’ultimo, infatti, ha avuto un’influenza decisiva sulla formazione del sardo che, lealmente, ha sempre riconosciuto:
Partecipavamo in tutto o in parte al movimento di riforma morale e intellettuale promosso in Italia da Benedetto Croce, il cui primo punto era questo , che l’uomo moderno può e deve vivere senza religione, e s’intende senza religione rivelata o positiva o mitologica o come altrimenti si vuol dire. Questo punto mi pare anche oggi il maggiore contributo alla cultura mondiale che abbiano dato gli intellettuali moderni italiani, mi pare una conquista civile che non deve essere perduta”.( Lettere dal carcere, 17 agosto 1931, ultima ediz. Einaudi 1997, p. 764)
“ Religione e serenità” è il testo crociano sull’argomento prediletto da Gramsci. Lo ritroviamo assunto a modello di analisi critica del fenomeno religioso, in modo singolarmente continuo e costante, dai suoi primi scritti agli ultimi anni di vita. Croce lo aveva pubblicato nel 1915. Gramsci vi si riconosce immediatamente e, nel 1917, oltre a proporlo nel numero unico “La Città Futura”, lo usa come pungolo nei dibattiti in cui impegnava i giovani socialisti torinesi nel suo “Club di vita morale”. Lo stesso saggio verrà riproposto nel 1920 su “L’ORDINE NUOVO. Rassegna settimanale di cultura socialista”. Ma è in una famosa pagina dei Quaderni che il testo crociano torna ad essere discusso, nel contesto di una più ampia ed articolata riflessione critica sul filosofo napoletano:
“ Per il Croce la religione è una concezione della realtà, con una morale conforme a questa concezione, presentata in forma mitologica. Pertanto è religione ogni filosofia , ogni concezione del mondo, in quanto è diventata ‘fede’ (…). Il Croce tuttavia è molto cauto nei rapporti con la religione tradizionale: lo scritto più avanzato è il capitolo IV dei ‘Frammenti di Etica”(…)Religione e serenità.” [1].
Segue una accurata analisi delle differenti posizioni assunte dal Croce e dal Gentile nei confronti della religione cattolica, con una punta polemica rivolta particolarmente alla riforma gentiliana che aveva introdotto l’insegnamento confessionale della religione nella scuola elementare. La nota si conclude con un significativo riconoscimento del Croce quale “vero riformatore religioso”, soprattutto per aver capito che “dopo Cristo siamo diventati tutti cristiani” poiché “la parte vitale del cristianesimo è stata assorbita dalla civiltà moderna”. Una straordinaria traduzione del testo crociano si trova nella memorabile lettera che Gramsci scrive nel 1931 alla madre. In essa infatti si trova riassunta, in forma toccante e personalissima, lo stesso punto di vista storicistico del filosofo napoletano:
“ Se ci pensi bene tutte le questioni dell’anima e dell’immortalità dell’anima e del paradiso e dell’inferno non sono poi in fondo che un modo di vedere questo semplice fatto: che ogni nostra azione si trasmette negli altri secondo il suo valore, di bene e di male, passa di padre in figlio, da una generazione all’altra in un movimento perpetuo. Poiché tutti i ricordi che noi abbiamo di te sono di bontà e di forza e tu hai dato le tue forze per tirarci su, ciò significa che tu sei già da allora, nell’unico paradiso reale che esista, che per una madre penso sia il cuore dei propri figli”. [2]
        Per concludere voglio ricordare una delle più creative pagine dei Quaderni dedicate alla riflessione attorno alla “storicità della filosofia della prassi” : il cristianesimo qui viene presentato come “ la più gigantesca utopia(…) apparsa nella storia, poiché è il tentativo più grandioso di conciliare in forma mitologica e si tenga presente che la figura del MITO nel pensiero gramsciano non ha sempre connotazione negativa – le contraddizioni reali della vita storica.” Infatti, affermare come fa la religione cristianauì II IiiiiiiiiiiiiiiiI “che l’uomo ha la stessa natura in quanto creato da Dio, figlio di Dio, perciò fratello degli altri uomini, libero fra gli altri e come gli altri uomini”, pur ammettendo che “tutto ciò non è di questo mondo e per questo mondo, ma di un altro, utopico ”, ha contribuito in modo decisivo a diffondere nel mondo le idee di uguaglianza, fratellanza e libertà. Queste ultime infatti “fermentano tra gli uomini , in quegli strati di uomini che non si vedono né uguali, né fratelli di altri uomini, né liberi nei loro confronti. Così è avvenuto che in ogni sommovimento radicale delle moltitudini, in un modo o nell’altro, sotto forme e ideologie determinate, sono state poste queste rivendicazioni” [3] . Per il cristianesimo non mi sembra questo un riconoscimento da poco. E certamente oggi ci sarebbero meno opportunisti in giro se ci fossero tanti miscredenti come Gramsci!
Francesco Virga


[1] Quaderno 10, Einaudi 1975, pag.1217.
[2] Lettere dal carcere, Einaudi 1965 , pag.442.
[3] Quaderno 11, pag.1488

PER UNA NUOVA ALIMENTAZIONE

Con questo articolo – tratto dal Manifesto Sardo www.manifestosardo.orginauguriamo una rubrica che vuole mettere a fuoco il complesso tema dei rapporti tra salute e ambiente. In particolare l’autore del pezzo seguente, Piero Careddu, sommelier magistrale e chef di eccellenza, spiega come mai quasi tutto ciò che arriva sulla nostra tavola è costituito da veleni e inganni. F. V.

L’idea centrale di questa rubrica è quella di ragionare su alimentazione e tradizioni con lo sguardo rivolto al disastro ambientale. Tenteremo di spiegare che praticamente tutto ciò che arriva sulla nostra tavola è costituito da veleni e inganni e che la principale colpevole della distruzione del pianeta e della nostra salute è l’agricoltura intensiva, insieme a un’idea di sfruttamento della terra e degli animali che ha come unico obbiettivo il profitto sopra ogni altro valore. Il rischio di essere accusati di fare terrorismo è forte ma, incurante di questa insidia, aggiungerò al concetto che qualsiasi articolo, qualsiasi manifestazione, iniziativa e dibattito su ecologia e distruzione del pianeta, è sempre troppo poco rispetto al dramma di un’apocalisse non troppo lontana.

Bottiglie senza radici. Un buon punto di partenza per questo percorso di analisi è il vino: elemento cardine della cultura alimentare quotidiana di gran parte degli esseri umani, impregnato di una grande quantità di valori simbolici e spirituali, negli ultimi settant’anni ha subito importanti mutamenti organolettici e concettuali che lo stanno privando di quella grande capacità di essere messaggero delle tradizioni e del linguaggio di un territorio. Utilizzerò il pretesto della vite e del vino per iniziare questo viaggio della speranza verso un’agricoltura che ponga al centro la salute e non gli utili netti delle multinazionali produttrici di fitofarmaci e pesticidi, ma vorrei precisare che i concetti che esprimerò più avanti valgono per qualsiasi prodotto della terra e , di conseguenza, per gli animali da allevamento.
Proviamo a vedere da vicino il modo naturale di nutrirsi della vite.
La parte “sotterranea” della pianta è costituita da un impianto di radici primarie grosse e legnose, che si sviluppano per pochi metri e hanno la funzione principale di ancoraggio al terreno, e un più complesso sistema di radichette secondarie, o peli radicali, che in condizioni di normalità può arrivare a molte centinaia di metri esplorando il terreno e individuando il nutrimento migliore per la pianta. I fertilizzanti chimici sono costituiti soprattutto da sali minerali che, somministrati disciolti in acqua, hanno sulla pianta un devastante effetto di mutazione di abitudini e personalità:
a) alla vite che beve quantità prestabilite di sali viene tolta la capacità di decidere, in sinergia con la luce solare, come e quando nutrirsi.
b) grazie al nutrimento artificiale le radici secondarie non hanno più voglia e bisogno di scavare nel terreno alla ricerca di “cibo”. Questo porta alla morte di quell’universo sotterraneo costituito, oltre che dai peli radicali, da tutta una serie di microorganismi che convivevano armonicamente e che conosciamo comunemente come humus. Aldilà della caduta di personalità di vini prodotti da piante incapaci di leggere ed esplorare il proprio terreno, la scomparsa progressiva dell’humus ha privato la terra di un importante filtro: di conseguenza tutto ciò che è farmaco, diserbante, pesticida riesce ad arrivare alle falde acquifere inquinandole.
c) nutrendosi di sale la pianta ha sempre maggiore bisogno d’acqua e irrigazione e questo stride non poco con la fase di emergenza idrica che attraversiamo. Inoltre l’eccesso d’acqua si insinua nei tessuti appesantendoli a discapito di qualità organolettiche e nutritive e li rende maggiormente attaccabili da parassiti fungini rendendo inevitabile l’uso di ulteriori prodotti chimici che rimangono nella pianta e in un terreno sempre più avvelenato!
d) dicevo che il metabolismo della pianta è regolato dalla luce e che la nutrizione artificiale ignora completamente le esigenze metaboliche della vite che accumula sali minerali in quantità eccessiva senza riuscire, appunto, a metabolizzarli. Questo eccesso di salinità fa letteralmente impazzire la povera pianta che cerca di difendersi dallo stress da ipernutrizione chiudendo gli stomi e limitando quella fotosintesi che è la base naturale del nutrimento biologico di tutto il regno vegetale.
Il fatto che in circa otto/nove mesi un vigneto si trasformi, da distesa spoglia e scheletrica, in un trionfo di materia sotto forma di foglie, raspi e acini e frutto della fotosintesi: carbonio gassoso trasformato in solido grazie all’aiuto del sole. La foglia, la maggiore utilizzatrice di energia solare dell’universo, già stordita dai trattamenti e dallo stress salino interrompe la fotosintesi con la conseguenza, tra le altre, di perdere aromi e polifenoli fondamentali nella costruzione della VERA personalità di un vino.
(continua)

Piero Careddu