30 settembre 2023

MARIA SILVIA CAFFARI, Angelo fai tu

 



Angelo fai tu
Io devo riposare
Senza ali
Le forze sufficienti
A camminare
M'attrae l'orizzontale
Un letto la spiaggia
E il mare.

MARIA SILVIA CAFFARI

LA SICILIA PER LA PACE E LA GIUSTIZIA

 


La Sicilia aperta va in carovana

aa.vv
29 Settembre 2023

Tutta l’attenzione politica e mediatica è concentrata sulle nuove misure di repressione, respingimento, detenzione e criminalizzazione delle persone migranti e delle reti di solidarietà che si battono per difenderne i diritti. Eppure c’è chi continua a resistere alla caccia e alla guerra contro chi sceglie di migrare, esercitando la propria libertà di movimento, o è costretto a farlo. La Carovana della Sicilia aperta, solidale e smilitarizzata si è messa in cammino (dal 28 settembre al 3 ottobre) facendo tappa a Catania, Pozzallo, Augusta, Sigonella, Caltanissetta/Pian del Lago, Porto Empedocle, Campobello di Mazara, Cinisi e Palermo. Ecco il programma

foto tratta dalla pagina facebook della Rete Antirazzista Catanese

Giovedì 28 Settembre

Pozzallo mattina: ore 10 Hot Spot a fianco porto ; ore 11conferenza stampa in fondo viale dello sviluppo Modica/Pozzallo nuovo CPRI (Centro Per Rimpatri Immigrati). L’Hot Spot è sempre in funzione e sovraffollato, l’1 settembre è stato inaugurato nella zona industriale fra Pozzallo e Modica un nuovo CPRI per “accelerare” le operazioni di espulsione.

Augusta pomeriggio: incontro con Punta Izzo Possibile con visita al relitto del naufragio del 18 aprile 2015. Augusta è una base della Sesta flotta Usa, è fra le basi navali che può ospitare natanti a propulsione nucleare. Il comprensorio costiero di Punta Izzo è un bene demaniale attualmente in uso al Comando Marittimo di Sicilia e, per tale motivo, interdetto alla pubblica fruizione. Malgrado il poligono in località Punta Izzo risulti ufficialmente inattivo , la sua classificazione tra le zone normalmente impiegate per esercitazioni militari è riportata annualmente nel documento contenente gli avvisi ai naviganti diramato dall’Istituto Idrografico della Marina, pertanto finora non è stato dismesso né bonificato e si teme che venga riattivato.

Venerdì 29 settembre dalle 10 conferenza stampa/ presidio a Sigonella, interverrà Antonio Mazzeo. La base di Sigonella è la principale base terrestre della marina Usa nel Mediterraneo. Da Sigonella decollano i grandi droni spia Usa Global Hawk ed i pattugliatori marittimi Usa Poseidon, sempre più impegnati in operazioni di guerra nel mar Nero.

Caltanissetta Cpr di Pian del Lago dalle 14 presidio. Grazie a LasciateCIEntrare in questi anni si continua a monitorare le disumane condizioni di detenzione dei/lle migranti ed in Sicilia si cerca di strutturare una rete di supporto. Nell’estate 2004 nacque proprio a Pian del Lago con un presidio di tre settimane la Rete Antirazzista Siciliana a sostegno dei sudanesi soccorsi dalla nave Cap Anamur.

Sabato 30 settembre

Porto Empedocle- dalle 10 conferenza stampa al molo di levante c/o nuovo hotspot. Questa estate è stata costruita una tensostruttura per “accogliere” in pessime condizioni migliaia di migranti, provenienti da Lampedusa, si prefigura un nuovo hot spot.

Campobello di Mazara villa Comunale ore 17 : nel secondo anniversario del rogo, nel quale morì il bracciante Omar Baldeh, Contadinazioni-FuoriMercato organizzerà una manifestazione di migranti e solidali (https://bit.ly/3L92mtE)

Domenica 1 Ottobre

Cinisi-ore 11,30 : incontro con Casa Memoria Peppino Impastato e sosta pomeridiana in casa Felicia

Lunedì 2 ottobre

Palermo- ore 12 : iniziativa antimilitarista alla Fincantieri , Partecipazione ore 15,30 in via Lincoln 2 al workshop collettivo sul 3 ottobre

Martedì 3 ottobre

Palermo ore 10 commemorazione molo S.Erasmo dalle 16 piazza Teatro Massimo/Verdi Agorà di memoria: eventi promossi dalle organizzazioni antirazziste palermitane, dall’associazionismo migrante ed anti- militarista per una memoria viva che non dimentichi il decimo anniversario della strage di migranti a Lampedusa ed i crimini del regime di frontiera della fortezza Europa.

La Carovana è promossa da: CarovaneMigranti, Mem Med-Memoria Mediterranea, Caravana Abriendo Fronteras

Hanno finora aderito: Cobas Scuola-Sicilia, LasciateCIEntrare, Comitato NoMuos/NoSigonella-Catania, Contadinazioni, Partinico Solidale, Fuorimercato- Autogestione in Movimento, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -Palermo, Città Felice- CT, Comitato di base NoMuos-Pa, Assemblea NoGuerra-Pa, Laici Comboniani Agrigento, Punta Izzo Possibile-Augusta, Language Aid (Torino), Movimento NoTav, Fornelli in lotta, Action For, Forum Antirazzista Palermo, Comune-info/Benvenuti ovunque, presidio donne contro la guerra-Pa, SIAL Cobas-Milano, Lhive-Ct

Info-adesioni: catanianofrontex@gmail.com Per partecipazione: whatsapp +39 3803266160, +39 3662094375

L’idea di questa iniziativa nata a Torino mesi durante la presentazione di Memoria Mediterranea (Mem-Med) e l’esposizione dei Lenzuoli della Memoria. Son passati ben 5 anni dalle ultime Carovane e molte cose son cambiate, purtroppo in peggio. Le politiche di migranticidio della fortezza Europa e la militarizzazione della Sicilia si sono potenziate: la necessità di fare rete fra le realtà che ancora resistono è sempre più urgente. https://abriendofronteras.net/melilla2023/manifiesto2023/

QUANDO TU SARAI VECCHIA... versi di W. B. YEATS

 


Quando tu sarai vecchia

Quando tu sarai vecchia, tentennante
tra fuoco e veglia prendi questo libro,
leggilo senza fretta e sogna la dolcezza
dei tuoi occhi d’un tempo e le loro ombre.
Quanti hanno amato la tua dolce grazia
di allora e la bellezza di un vero o falso amore.
Ma uno solo ha amato l’anima tua pellegrina
e la tortura del tuo trascolorante volto.
Cùrvati dunque su questa tua griglia di brace
e dì a te stessa a bassa voce Amore
ecco come tu fuggi alto sulle montagne
e nascondi il tuo pianto in uno sciame di stelle.”

(da W. B. Yeats, trad. E. Montale, in “Quaderno di traduzioni”, a cura di Enrico Testa, ed. Mondadori)

29 settembre 2023

UNA SCUOLA PER FORMARE UOMINI NUOVI

 


Una scuola per formare uomini nuovi
in tempi disumani

C'è chi insegna
guidando gli altri come cavalli
passo per passo:
forse c'è chi si sente soddisfatto
così guidato.
C'è chi insegna lodando
quanto trova di buono e divertendo:
c'è pure chi si sente soddisfatto
essendo incoraggiato.
C'è pure chi educa, senza nascondere
l'assurdo ch'è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d'essere franco all'altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.
Danilo Dolci

RILEGGERE SUSAN SONTAG

 



MELANCONIE E INFINITE (MA GENIALI) TRISTEZZE: SOTTO IL SEGNO DI SATURNO DI SUSAN SONTAG

(fonte immagine)

di Armando Vertorano

Non serve essere appassionati di astrologia per conoscere il significato di espressioni quali “essere sotto l’influenza di Saturno” o “avere Saturno contro”. Anche il peggior detrattore di oroscopi sa che il pianeta con gli anelli è tradizionalmente associato a uno stato di melanconia, di profonda e talvolta indecifrabile tristezza. Eppure questo influsso non ha una connotazione del tutto negativa, anzi trova un certo fascino proprio grazie alla sua intrinseca ambivalenza: se per un verso il melanconico è senz’altro invischiato nelle sabbie mobili del mal di vivere, dall’altro la sua estrema sensibilità lo rende aperto a riflessioni più profonde, a piccole rivelazioni, innovative reinterpretazioni del mondo. Tali visioni o re-visioni non avranno per forza di cose connotati ottimistici eppure sono dotate di quello slancio creativo, che nei casi più eclatanti potremmo addurre alla sfera di ciò che, forse in modo un po’ inflazionato, amiamo definire genio. In un certo senso potremmo dire che la melanconia crea il genio o, viceversa, che non c’è mai stato genio senza una forma di tristezza.

Sotto il segno di Saturno è il titolo che Susan Sontag dà a uno scritto su Walter Benjamin apparso nel 1978, in cui il potere creativo della melanconia diventa la chiave di lettura per comprendere sia l’opera che il personaggio di Benjamin.  Due anni dopo Sontag usa lo stesso titolo per una raccolta di saggi brevi, oggi riproposta da Nottetempo con una nuova traduzione di Paolo Dilonardo, ciascuno dedicato a un artista contemporaneo che, in un modo o nell’altro, ha elaborato la propria tristezza fino a realizzare una o più opere segnanti. Lo scritto su Benjamin diventa così la title-track della raccolta, quella che permette in qualche modo di decodificare tutto il resto.

Il contenuto del volume è infatti piuttosto eterogeneo quanto ad approcci e toni utilizzati. Su Paul Goodman e Ricordando Barthes sono stati scritti a ridosso della scomparsa dei due scrittori, eppure risultano ben lontani dal classico panegirico post-mortem, il loro carattere è più quello di una dichiarazione d’ammirazione talmente schietta da potersi perfino permettere qualche appunto critico. Polemica più aperta e combattente la troviamo invece in Fascino fascista, il cui bersaglio è la riabilitazione culturale di Leni Riefenstahl, la regista cinematografica simbolo della propaganda nazista, che a distanza di anni – il saggio è del 1975 – ha continuato a lavorare uscendo indenne, o meglio “ripulita”, dalla Norimberga dell’opinione pubblica senza però aver mai del tutto abbandonato una certa estetica totalizzante. Accostarsi ad Artaud si propone di fare ciò che dice il titolo, ossia introdurre il lettore alla figura e allo studio di Antonin Artaud, uno dei grandi teorici del teatro contemporaneo la cui precaria salute mentale impedì una potenzialmente rivoluzionaria attività da teatrante. Esso però risulta solo in apparenza un saggio più canonico, perché mette il lettore in guardia da due aspetti complessi: il saccheggio culturale e spesso indebito che il teatro d’avanguardia ha operato nei confronti dello scrittore e, soprattutto, l’intima inafferrabilità della sua opera omnia.

Secondo Sontag Artaud può risultare comprensibile solo a fronte di uno studio frammentario, mentre “per chi lo legge da cima a fondo resta ferocemente irraggiungibile”. Troviamo poi L’Hitler di Syberberg, analisi puntuale sull’arte del regista sperimentale tedesco Hans-Jürgen Syberberg e in particolare sul suo capolavoro Hitler: un film dalla Germania, opera-fiume di oltre sette ore che i cinefili italiani più incalliti ricorderanno grazie ai ripetuti passaggi notturni su Fuori Orario di Enrico Ghezzi. A chiudere la raccolta c’è La mente come passione, un breve excursus su vita e scritti di Elias Canetti, autore complesso e sfaccettato, ossessionato dai libri e dal desiderio di vivere il più a lungo possibile.

Quando Sotto il segno di Saturno uscì per la prima volta, nel 1980, i personaggi esplorati da Sontag erano ancora “materia viva” nell’ambiente culturale occidentale, Goodman e Barthes erano appena scomparsi, Canetti stava pubblicando la sua corposa autobiografia, Leni Riefenstahl aveva pubblicato un libro fotografico sulla tribù africana dei Nuba, lo stesso Artaud pur morto da tempo, faceva sentire forte la sua traccia nel teatro sperimentale degli anni ’70. Oggi, a una lettura superficiale, il libro può apparire come un’opera di nicchia che parla di mostri sacri, tanto intoccabili quanto lontani dal presente, quasi una passeggiata tra le sale di un museo imponente ma polveroso.

Perché allora rileggerlo oggi?

Perché forse, in primis, sta a noi lettori fare uno sforzo per togliere quella polvere: se museo dev’essere, che sia di quelli immersivi, interattivi. La scrittura intellettuale ma impetuosa di Susan Sontag ci permette infatti di avvicinare questi autori, la raffigurazione della loro tristezza ce li rende più umani e, in quanto tali, meno inarrivabili e più imitabili. Riconoscendoci in alcuni aspetti della melanconia onnipresente di Benjamin o di quella trasfigurata dall’ironia di Barthes o di quella ossessiva di Canetti, il lettore sarà a sua volta tentato di lavorare sul proprio personale temperamento saturnino, di trarne una fonte d’ispirazione, un proprio personalissimo guizzo di genio.

C’è però un altro motivo, più squisitamente culturale, per cui è interessante rileggere questo libro. I sette saggi che contiene sembrano infatti nasconderne un altro in sottotraccia, una piccola saletta nascosta del museo dedicata alla stessa Susan Sontag. A distanza di quasi vent’anni dalla sua morte siamo forse più predisposti, in quanto lettori, ad avvertirne la presenza anche mentre discetta del lavoro altrui. Più o meno consapevolmente Sontag ci offre uno spaccato di sé, della sua indole altrettanto “saturnina” ma non arrendevole, di quel modo istintivo di raccontare il mondo, poco accademico ma incredibilmente lucido, talvolta controverso ma sempre coraggioso, e della sua ben nota ossessione per le immagini e il visivo, che si traduce in una scrittura spesso “fotografica”. In tal senso Sotto il segno di Saturno è un ulteriore e ben incastonato tassello dell’opera di riscoperta dell’autrice che la casa editrice Nottetempo ha iniziato nel 2018 con la pubblicazione di due volumi di diari e appunti e proseguita negli anni successivi. Un lavoro importante, per una voce tutt’altro che invecchiata, e che anzi, in tempi ferventi, mutevoli e arrabbiati come questi, avrebbe ancora tantissimo da dire.

28 settembre 2023

SULLA NATURA INSTABILE DELL' INFORMAZIONE

 



Citazioni sulla natura instabile dell’informazione (Darnton, Cristianini, Vonnegut)

Di Andrea Inglese

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Sono sempre parecchio scettico non nei confronti di chi addita l’estrema gravità di situazioni presenti o a venire – il male umano e sociale è un pozzo senza fondo – ma riguardo a chi vanta le grandi virtù di epoche passate. La prevalenza di uno sguardo “discontinuista”, l’accelerazione effettiva degli eventi portati dai mutamenti tecnologici, e un rimodellamento “in rosa” del passato da parte della nostra immaginazione, fa sì che sia difficile accedere a una prospettiva sufficientemente obiettiva rispetto alla nostra condizione storica. Per questo, mai come oggi, mentre il futuro incombe su di noi in modo prepotente, con un volto che, a seconda dei giorni, o dei minuti, muta da minaccioso a salvifico, è sacrosanto ristabilire un minimo di “proporzioni storiche”, ossia fare l’esercizio di guardarci non solo dal futuro, ma anche da quello che sappiamo del nostro passato. Ci esorta a farlo Robert Darnton in un libro del 2009, The Case for Books. Past, Present, and Future. (In Italia è apparso nel 2011 per Adelphi, con il titolo Il futuro del libro). Darnton studioso di storia delle idee e del libro, specializzato nell’inquieto XVIII secolo francese, direttore della biblioteca universitaria di Harvard dal 2007 al 2016, fa parte di quegli studiosi reticenti a forzare la moltitudine disordinata dei fatti in schemi anelastici ma puliti. Anche se poi proprio i fatti sono così difficili, per uno storico, da stabilire. Ma questo è già un tema interno alla ricerca di Darnton. In ogni caso, m’interessa fissare l’attenzione su un preciso passaggio del suo libro del 2009.

“L’informazione non è mai stata stabile. Può sembrare una banalità, ma merita riflessione. Questo potrebbe fungere da correttivo alla credenza che l’accelerazione delle mutazioni tecnologiche ci ha proiettato in un’età nuova dove l’informazione sfugge a ogni controllo. Suggerirei piuttosto che le nuove tecniche di comunicazione dovrebbero costringerci a riconsiderare la nozione stessa d’informazione. Non bisogna comprenderla come se essa avesse la forma di fatti duri o di pepite di realtà pronti e essere estratti dai giornali, dagli archivi, e dalle biblioteche, ma piuttosto come messaggi rimaneggiati di continuo nel corso del processo di trasmissione. Noi abbiamo a che fare con testi molteplici e mutevoli, piuttosto che con documenti solidamente stabiliti. Studiandoli con sguardo scettico sugli schermi dei nostri computer, noi possiamo apprendere a leggere i giornali quotidiani nella maniera più efficace – e anche imparare ad amare i vecchi libri”.

Al di là dell’amore dei vecchi libri, possiamo trarre una lezione da Darnton. Sì, è indubitabile, la nostra società della comunicazione globalizzata (istantanea e diffusa) ha reso immensamente più accessibile l’informazione alle persone, ma non le ha strappato, né potrà mai farlo, il suo carattere di “costrutto sociale”, esposto alle più varie diffrazioni ideologiche, culturali, politiche. Solo un’assoluta ingenuità nei confronti di un accesso diretto e trasparente ai “fatti puri” e “oggettivi” – mito ampiamente decostruito dal pensiero novecentesco –, può a un tratto trasformarci in disgustati e offesi sostenitori della falsificazione totale, a cui l’era di internet ci avrebbe sottoposto. Siamo costretti ad essere ancora una volta “post-moderni”, anche perché – come ci ha ricordato Bruno Latour – non siamo mai stati moderni. Ma il nostro post-moderno non è quello di una “società trasparente” – per riprendere il titolo di un celebre libro del 1989 di Gianni Vattimo. Si è in qualche modo creduto che la velocità dell’informazione costituisse un fattore di traslucidità: più un’informazione scorre velocemente nel suo canale, meno “tempo” sarà concesso ai fattori di diffrazione, mediazione e intorbidamento, per intervenire su di essa. Ma così non è. Questa è anche la lezione che ci viene oggi dal funzionamento degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale: il dato, che entra in un processo di “pulita” automazione, è già stato ampiamente “costruito socialmente,” e quindi inevitabilmente intorbidato dalle ideologie. Questo processo d’intorbidamento del “fatto” o del “dato”, è ciò che rende l’informazione instabile – sia nella sua circolazione sia nel suo calcolo. Nell’ambito dell’intelligenza artificiale si parla di bias, di un vizio a monte del funzionamento di un algoritmo, che riproduce un pregiudizio – ossia non un fatto statistico, ma una proiezione ideologica sui fatti.

Per costituire un parallelo tra l’instabilità dell’informazione, intesa come notizia, e di quella intesa come dato, faccio riferimento a un passaggio di La scorciatoia (il Mulino, 2023) di Nello Cristianini, professore d’Intelligenza Artificiale all’Università di Bath (Regno Unito).

“Il 23 maggio 2016 il giornale investigativo ‘ProPublica’ descrisse un sotware usato in alcuni tribunali americani per stimare la probabilità che un imputato diventi un recidivo. Il sotfware si chiama COMPAS (Correctional Offender Management Profiling for Alternative Sanctions) ed è usato in diversi Stati, inclusi New York, Winsconsin, California e Florida, per assistere alcune decisioni giudiziarie. Ricevere un punteggio alto può avere conseguenze pratiche per la libertà di un imputato, per esempio influenzando la sua possibilità di essere rilasciato ‘sulla parola’ in attesa di processo. L’articolo affermava che quei punteggi avevano un bias contro imputati afroamericani, dopo aver comparato i tassi di ‘falsi positivi’ e ‘falsi negativi’ in diversi gruppi etnici. La sua conclusione era: ‘gli imputati neri hanno probabilità quasi due volte superiore a quelli bianchi di essere etichettati ad alto rischio senza poi rioffendere in realtà’ e ‘quelli bianchi […] hanno una probabilità più alta di quelli neri di essere classificati a basso rischio e poi di commettere altri crimini’.”

Un acuto esperto (e dileggiatore) di intelligenza umana, ossia Kurt Vonnegut, tra i massimi scrittori satirici statunitensi dello scorso secolo, aveva già nel 1990 capito l’inghippo. Nel suo romanzo Hocus pocus, immagina un gioco elettronico – GRIOT – costantemente aggiornato “con notizie d’attualità riguardanti idraulici, podologhi, falegnami, riguardanti i profughi vietnamiti e gli immigrati clandestini messicani, gli spacciatori di droga, i paraplegici, insomma riguardanti ogni sorta di gente pensabile e immaginabile entro i confini di Stati Uniti e Canada”. Il giocatore deve fornire a GRIOT tutta una serie di dati sulla sua età, mestiere, città di provenienza, razza, famiglia d’origine, ecc., e l’oracolo elettronico gli restituisce una biografia completa, ossia la storia della sua vita così come potrebbe andare a finire. Se un giocatore riprova più volte, ottiene delle biografie diverse, ma globalmente sottoposte a uno stesso impietoso determinismo. Quando i detenuti – in maggioranza neri – del carcere dove lavora il protagonista, scoprono l’esistenza di GRIOT, si precipitano a presentargli tutti i dati che li riguardano, e ripetono la stessa azione svariate volte alla ricerca di un biografia minimamente decente. “A uno a uno gli fornirono i dati relativi alla loro razza e età, ai loro genitori, se li conoscevano, alle scuole frequentate e alle droghe prese e così via, e GRIOT li mandò tutti in galera, a scontare lunghe condanne”.

Anche il funzionamento di GRIOT era probabilmente viziato da qualche bias.

All’epoca del suo apprendistato di giornalista, il giovane Darnton lavorava al quartiere generale della polizia di Newark (1959). Non c’erano testate in rete, non c’era la rete, non c’era l’IA a orientare gli utilizzatori di piattaforme digitali. Darnton doveva reperire, tra i resoconti in continuo arrivo alla centrale, quelle notizie suscettibili d’interessare i redattori di cronaca esperti, i quali avrebbero poi trasformato il rapporto giunto alla centrale di polizia in trafiletto “gustoso” per il quotidiano del giorno seguente. E, ovviamente, anche Darnton apprese presto che interessa più l’uomo che morde un cane, piuttosto che il solito cane che morde un uomo. Un giorno gli capita sotto gli occhi un fatto ben raro: uno stupro seguito da omicidio. Si prepara quindi a trasmetterla ai redattori di nera, quando il luogotenente di polizia gli indica disgustato una posta tra parentesi dopo il nome della vittima e del sospettato. Così conclude l’episodio Darnton: “Solo allora mi sono reso conto che tutti i nomi erano seguiti da una B per Black, o da una per White. Ignoravo che i crimini riguardanti i Neri non avessero valore d’informazione”.

Ricordare che oggi, come per le gazzette del XVIII secolo, l’informazione ha una natura instabile, di “costrutto sociale”, non significa sostenere che l’informazione è finzione, ma che è parte di un processo continuo di negoziazione-interpretazione-elaborazione, in cui è coinvolta la società nel suo insieme, con tutte le tensioni e i conflitti che l’attraversano.  E nonostante l’informazione circoli a grandissima velocità e attraverso passaggi automatizzati – che non implicano l’intervento umano –, essa non per questo si rende più trasparente e univoca. L’Achille della tecnologia è sempre più veloce per acchiappare il “fatto puro”, ma la tartaruga della mediazione sociale l’ha già da sempre inevitabilmente alterato. E questo non è un fatto nuovo.

Pezzo ripreso da https://www.nazioneindiana.com/2023/09/18/citazioni-sulla-natura-instabile-dellinformazione-darnton-cristianini-vonnegut/




CARLO LEVI E' ANCORA VIVO

 


Pubblichiamo due articoli su Carlo Levi usciti sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che riprendiamo da https://www.minimaetmoralia.it/wp/ritratti/immagini-di-carlo-levi/ (fonte immagine).

IMMAGINI DI CARLO LEVI

Nella primavera del 1947 Carlo Levi e Ferruccio Parri arrivarono a New York su invito della Società americana per le relazioni culturali con l’Italia. Cristo si è fermato a Eboli era uscito da due anni, così come due anni prima, nel ‘45, si era consumata la breve esperienza di Ferruccio Parri da presidente del Consiglio, il primo governo nato nell’Italia libera.

Negli Stati Uniti, Levi venne accolto come una star della letteratura dell’epoca; il suo libro, il racconto insuperabile degli anni Trenta italiani visti da Aliano, il piccolo borgo lucano dove era stato confinato dal fascismo, fu uno dei primi acquisti di Roger Straus, fondatore di quella che oggi è Farrar, Straus & Giroux, casa editrice tra le più importanti al mondo.

Mescolando il tono del saggio e dell’indagine sociologica con quelli del romanzo, dell’autofiction e del reportage, Cristo si è fermato a Eboli fece breccia tra la critica americana, attratta da un intellettuale che combinava scrittura, arti visive e cultura scientifica. Alla morte, nel 1975, il New York Times ricordò Levi come «una figura di tipo rinascimentale: un medico esperto, un pittore, uno scrittore, uno scultore, un giornalista e un politico».

Sarebbe bene ricordarsene più spesso, di Carlo Levi, e della sua opera, possibilmente liberandolo dalle catene della retorica per restituirgli la vitalità che ebbe e per la quale merita di essere ricordato. A proposito di vitalità; quando Parri tornò da New York, nel ‘47, Levi rimase nella metropoli ancora qualche tempo. Seguiva le sorti fortunate del suo libro e da artista visivo scopriva le immagini, i dipinti e le forme del nuovo mondo.
Una sera accompagnò alla Wildenstein Gallery Greta Garbo, la divina del cinema per eccellenza, per una mostra su Paul Cézanne; ecco, non credo esistano troppe immagini migliori di quella che vede Levi e Garbo assieme a New York tra i quadri di Cézanne.

Pittura e narrativa correvano entrambe nelle creazioni di Levi, come vasi comunicanti, distribuendosi fluidamente. «Il cielo era rosa verde e viola, gli incantevoli colori delle terre malariche, e pareva lontanissimo», per descrivere il cielo lucano, l’arrivo a Grassano prima della destinazione finale, Aliano. E l’immagine perfetta, multisensoriale e completa, la troviamo in uno dei migliori incipit della letteratura italiana, nell’Orologio: «La notte, a Roma, par di sentire ruggire leoni. Un mormorio indistinto è il respiro della città, fra le sue cupole nere e i colli lontani, nell’ombra qua e là scintillante; e a tratti un rumore roco di sirene, come se il mare fosse vicino, e dal porto partissero navi per chissà quali orizzonti». Proprio nell’Orologio, uscito nel 1950, Levi raccontava stavolta la fragilissima Italia emersa dalle macerie della guerra, stretta nella lotta insorgente tra i partiti e le superpotenze mondiali alle spalle, il clima politico visto dalle stanze vuote o frenetiche dei grandi palazzi romani. Il lento logoramento e infine la morte politica del governo Parri, azionista come lo stesso Carlo Levi, direttore in quegli anni del quotidiano L’Italia libera.

Dopo aver vissuto nella Lucania «anarchica e disperata», ecco il torinese Levi nella Roma «disperata e tirannica», come da rispettive definizioni scritte in Cristo si è fermato a Eboli. Centro e periferia del Paese si tengono nell’opera di Carlo Levi, il «tipo rinascimentale» che fu amico fraterno di Rocco Scotellaro e suocero di Umberto Saba, un uomo del progresso capace di cogliere la magia sfuggente e antica del mondo contadino incontrata nel paesaggio aspro della Basilicata.

***

Protetta ai lati da due lastre di mattoni in cotto, e affacciata su una balconata che dà sul Pollino e sulle case di Aliano, la tomba di Carlo Levi è una delle mete delle passeggiate culturali e degli eventi promossi dal Parco letterario Carlo Levi, sorto negli anni Novanta per ricordare un artista così legato al territorio lucano da esprimere la volontà di esservi sepolto. Seguendo l’usanza ebraica, spesso la lapide è ricoperta di piccoli sassi, ma anche di fiori di campo raccolti nelle campagne vicine e bigliettini commemorativi fissati dalle pietre per sottrarli al vento.

Carlo Levi, il «torinese del Sud», morì a Roma il 4 gennaio 1972, ma nel corso della sua vita era tornato a percorrere il paesaggio lucano varie volte; Aliano, Grassano, Matera, Potenza, i calanchi. Nella pinacoteca di Aliano sono conservati – accanto a documenti storici, fotografie e litografie – diversi dipinti realizzati da Levi, il quale del resto fu prima pittore che scrittore. Negli anni Trenta il borgo ospitava duemila anime; oggi sono meno della metà. E così l’atmosfera, certamente meno afflitta dalla miseria, si è fatta se possibile ancora più aspro, spettrale, lunare, come scrisse Levi in un passaggio di Cristo si è fermato a Eboli riferito al borgo. «Non si vedeva arrivando, perché scendeva e si snodava come un verme attorno ad un’unica strada in forte discesa, sullo stretto ciglione di due burroni … e terminava nel vuoto … e da ogni parte non c’erano che precipizi di argilla bianca, su cui le case stavano come librate nell’aria; e d’ogni intorno altra argilla bianca, senz’alberi e senz’erba, scavata dalle acque in buche, coni, piagge di aspetto maligno, come un paesaggio lunare». La casa che ospitò Levi durante il suo soggiorno obbligato è oggi visitabile, bianca, spoglia, dalla cucina alla camera da letto.

Nel caso di intellettuali come Levi, capaci di saper leggere la realtà sociale e per certi versi antropologica che li circondava andando oltre la dimensione temporale da loro vissuta, viene spontaneo chiedersi cosa avrebbe pensato o scritto davanti ai mutamenti intervenuti nel tempo – o, d’altra parte, riguardo certe attitudini che sembrano immutabili. Come interrogare Pasolini sull’universo dei social media contemporanei, lui che già trovava scandalosa la televisione; così misurare la reazione di Carlo Levi davanti all’incredibile esplosione turistica che ha coinvolto Matera, al suo tempo centro di una desolazione vastissima e adesso popolata nei sassi di una fauna colorata tutta cocktail, street food e Instagram stories. È che proprio non riesco a immaginarlo alle prese con il poke hawaiano a piazza del Sedile.

Ma lo sguardo di Levi non fu solo antropologico; fu indagine, inchiesta. Fu politica, condotta fuori e dentro le istituzioni (venne eletto due volte al Senato tra gli indipendenti del Pci, prima nel collegio di Civitavecchia e poi di Velletri). E così dentro L’orologio ci ha lasciato una fantastica e insuperata suddivisione dei propri connazionali, quella tra contadini e cosiddetti «luigini», dal nome del podestà di Aliano.

I primi: contadini, appunto, del Nord come del Sud, ma Levi scorgeva contadini anche tra i proprietari terrieri e gli industriali. I secondi, i «luigini», sono tuttavia più numerosi, e dunque più forti; non solo burocrati o parassiti di varia natura, dalla Chiesa allo Stato, ma di nuovo operai e contadini, oltre che letterati e militari. Dalla loro i «luigini» hanno il numero, e allora trionfano sui primi, e continuano a farlo. Perché i contadini «sono una grande forza che non si esprime, che non parla. Il problema è tutto qui».

26 settembre 2023

L' INCONTRO TRA PASOLINI E POUND

 


Ezra Pound e Pier Paolo Pasolini: partiti da presupposti e punti di vista diametralmente opposti, giunti alla medesima conclusione, ovverosia quella di un'opposizione ferma e su tutti i fronti ad una società con radici non più piantate nel sacro bensì nell'effimero, dove a contare è l'avere a discapito dell'essere!

Morti (anche in questo frangente in maniera diversissima l'uno dall'altro) a tre anni e un giorno di differenza, Pound - anziano e sul proprio letto - il 1° novembre 1972, PPP - poco più che cinquantenne e nella maniera tragica che ben sappiamo - il 2 novembre 1975, nell'autunno del 1967 l'avvenimento epocale del loro incontro, presso la dimora veneziana del primo, in Dorsoduro.

In quell'occasione - di una intervista che Pasolini doveva tenere per la Rai Radio Televisione Italiana - il poeta bolognese-friulano dedicò all'amico/nemico americano gli stessi versi che quest'ultimo, in gioventù, aveva dedicato all'amato/odiato Walt Whitman, modificati chiaramente nell'onomastica:

 

"Stringo un patto con te, Ezra Pound.

Ti ho detestato ormai per troppo tempo.

Vengo a te come un figlio cresciuto

che ha avuto un padre dalla testa dura.

Ora sono abbastanza grande per fare amicizia.

Fosti tu ad abbattere il nuovo legno,

ora è tempo d’intagliarlo.

Abbiamo un solo fusto e una sola radice:

che i rapporti siano ristabiliti tra noi".

 

Emblematica, asciutta, senza fronzoli - come i suoi "Cantos" - la risposta del vegliardo: «Amici, allora. Pax tibi, pax mundi!».

Un patto stretto nel nome della poesia, stridente allora, figuriamoci oggi, nel mondo d’ oggi che aborrisce ciò che non è maneggiabile, conteggiabile.

 


E' VENUTA L' APOCALISSE

 


Se fossi religioso, direi che è venuta l’apocalisse.
Siccome non sono religioso,
mi limito a dire che sono venuti i nazisti,
il che, forse, è la stessa cosa.

Alberto Moravia,

GISELLA BLANCO, La poesia oltre il disincanto

 



LA POESIA OLTRE IL DISINCANTO. PORDENONELEGGE 2023

di Gisella Blanco

Odiare la poesia

La poesia, ancora?, domanda provocatoriamente nel titolo del suo ultimo saggio (Mimesis, 2021) Gian Mario Villalta, il direttore artistico dello storico Festival letterario Pordenonelegge, appena conclusosi nell’omonima cittadina friulana. Un quesito che insinua il dubbio nei cultori del genere, che appare più retorico che suggestivo a chi pensa che i versi siano noiosi, e che continua ad attanagliare le coscienze critiche più insaziabili.

Perché la poesia, ancora? Un gesto artistico apparentemente fine a sé stesso (come tutta l’arte, d’altronde, ma forse persino un po’ più di altre manifestazioni creative) che nell’attraversare il tempo di tutti i tempi e la storia di tutte le storie riunisce fenomeni, percezioni e psiche in una espressione formale che non è più solo autoriale.

Quell’ossessione per il genere letterario che, almeno a certe latitudini, resiste al confronto differenziale con la prosa, anche quando vi si avvicina così tanto da mimetizzarsi con esso (si pensi, per esempio, a Jean Marie Gleize e ai suoi saggi brevi raccolti in Qualche uscita – Postpoesia e dintorni pubblicati da Tic, che rimandano alle prose poetiche di Rimbaud, Baudelaire e Mallarmé), può diventare così insidiosa da trasformarsi in odio. Ma l’odio, si sa, è una forma d’amore inverso (in-verso?) potente e pervasiva.

La poesia intesa come ricerca dell’autentico, nell’impossibilità di identificarlo, non può che condurre nel più profondo horror vacui, nello sgomento semantico, nell’aberrazione ideologica, se si commette l’errore fatale di non considerare quello spiraglio linguistico aperto su un celaniano, microeterno silenzio, capace di parlare a chiunque e in ogni dove, attraverso il trauma dell’esistenza nella parola.

“Dopo molto tempo, la voce dell’uomo/Tace. Era bello parlare e parlare./Si alza. E il mare o bosco diventa/Una via piana che si estende verso la notte e il tuono.//Ma, in effetti, non c’è nessuna notte. Non c’è/Nessun tuono” scrive Allen Grossman, citato nel saggio Odiare la poesia di Ben Lerner (Sellerio, 2017), in cui l’autore afferma: “l’unica cosa che chiedo a quanti odiano la poesia – e neanche a me piace – è di sforzarsi di rendere il loro disprezzo perfetto, e di prendere perfino in considerazione l’ipotesi di usarlo per costruire delle poesie, dove             quel disprezzo non verrà affatto meno, ma si farà più profondo, e forse, creando uno spazio per la possibilità e per le assenze presenti (come melodie mai ascoltate), potrebbe arrivare a somigliare all’amore”.

L’importante, infatti, è che questo odio, reale, radicato o provocatorio che sia, non si riduca a una semplice postura anti-dialettica, a un atteggiamento non argomentato, a un fare nichilistico volto a un passato che non esiste più o a un futuro in cui distopia e utopia coincidono pericolosamente.

Contro le chiacchiere. Il potere del disincanto

“Prima di tutto si raccomanda – a partire dalla più giovane età – di evitare le chiacchiere” scrive Cesare Viviani nel saggio La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che…( Il Melangolo, 2018), in cui ribadisce la regola aurea per cui “chi prova amore per la poesia si tenga ben lontano dalla chiacchiera”.

E proprio contro tutto il brusio vanamente decostruttivo attorno alla poesia, nei molti e ricchi incontri dedicati alla scrittura in versi del fitto palinsesto di Pordenonelegge, sono emerse tematiche comuni e ricorsive tra autori, critici e operatori culturali.

Il disincanto, nei suoi molti significanti e nelle svariate accezioni in cui è contemplato, per accostamento o antitesi, è apparso il topos maggiormente presente nel discorso sulla poesia, rappresentando un fulminante spaccato di una contemporaneità controversa e contrastiva in cui non è più il sogno ad essere espressione di bellezza (e di salvezza).

Non appare, tuttavia, fuori dal coro ciò che afferma nel suo intervento Marco Munaro, editore de Il ponte del sale e autore dell’antologia Un tempo nel tempo. Poesie 1983-2021 (Ladolfi): “La voce della poesia si esprime in un attimo e può dilatarsi in una forma di eternità. La poesia è sempre un ritorno, si parte ma non si sa dove si va. È una forza benigna che ci chiede un azzardo totale, rischioso”. Nel dialogo tra Munaro e Pasquale di Palmo, curatore della collana Gli Insetti per Mc Edizioni e autore del Breviario delle rovine. Poesie 1986-2021 (Medusa), le due antologie messe a confronto hanno permesso di evidenziare come l’autoselezione di testi sia un momento di ri-creazione poetica, ed estetica, e la pubblicazione sia un’azione altamente complessa, nonché di grande responsabilità. E lo sa bene lo stesso Di Palmo per l’esperienza nella sua attività di curatela editoriale: “curare una collana è una scommessa, ci sono tanti elementi che remano contro, serve tempo e passione. Si privilegia la qualità, indipendentemente dalle tendenze stilistiche e dalle mode”.

La ricerca come riabilitazione storica

Altra suggestione ricorrente in questi incontri è il concetto di ricerca, quella ricerca ontologica e linguistica molto prossima alla ragione per cui si scrive. Così, per esempio, è per Antonella Anedda, che ha presentato la sua antologia Tutte le poesie (Garzanti) in un fitto e accorato dialogo con Antonio Riccardi, in cui è emersa la profonda relazione della poetessa con la letteratura internazionale e con l’arte visiva. Il suo sguardo dislocato e, al contempo trasversale, ha potuto radicarsi attraverso il suo bilinguismo, la possibilità di guardare da un’equa distanza i classici italiani e la scrittura straniera, lì dove il termine straniero riacquisisce il suo valore  creativo. Un ritorno all’io che attraversa la dissoluzione, la consapevolezza che l’identità non esiste se non alla fine della parola, forse all’estremo limite del dire, e dell’esistere.

Ancora un’altra necessità di ricerca è emersa dal confronto tra Isabella Leardini e Alessandra Corbetta, a partire da Costellazione Parallela – Poetesse italiane del Novecento, a cura della stessa Leardini per Vallecchi, in cui l’atto della ricontestualizzazione storica, osteggiata dalla rivoluzione mediatica e antitetica alle logiche consumistiche, può mettere in luce da un lato l’assenza di uno sguardo complessivo sulla letteratura (uno degli svariatissimi aspetti su cui l’ottica patriarcale ha inciso negativamente) e, dall’altro lato, la “parallela” presenza di un grave pregiudizio di genere sul canone novecentesco. Se il riferimento perpetuo di quest’antologia è il lavoro immortale sul femminismo di Biancamaria Frabotta, nella lunga introduzione è parso giustamente necessario alla curatrice menzionare le due antologie storiche di riferimento del secolo breve, e cioè Poeti italiani del Novecento a cura di Pier Vincenzo Mengaldo (che menziona solo Amelia Rosselli come poetessa) e Poesia italiana del Novecento di Edoardo Sanguineti (che non annovera alcuna poetessa). Restituire alla letteratura l’essenza dell’immaginario femminile implica l’importante missione di smentire i pregiudizi sulla scrittura delle donne, rendendo obsoleto, finalmente, anche il concetto stesso di “costellazione parallela” delle autrici.

L’osservazione dell’astro esploso

Un altro rilevante lavoro antologico di recente pubblicazione è stato l’oggetto del dialogo tra Tommaso Di Dio, curatore dell’opera già molto diffusa (e discussa), Poesie dell’Italia contemporanea. 1971-2021 (Il Saggiatore), e Roberto Cescon, a partire proprio dalla riflessione sulla crisi dell’antologia che compare negli anni Settanta, quando la poesia inizia a manifestarsi polifonica e irriducibile, un “astro esploso” secondo la definizione coniata da Alfonso Berardinelli. Il lavoro di Di Dio è un “racconto” svolto soprattutto sui testi (collegati per accostamenti, slittamenti e contrasti), e che si muove per paesaggi e approfondimenti. Per ogni scorcio – cinque in totale – sono menzionati i poeti più significativi per il curatore rispetto al periodo di riferimento. La pluralità delle voci, da ostacolo alla comprensione del panorama letterario, può diventare un vero e proprio metodo di ricerca. Ecco che torna ancora la ricerca come antitesi allo stato confusionale di oggi, nel tentativo di affrontare la radicale democratizzazione della poesia contemporanea senza incorrere in pericolosi semplicismi. Di Dio intende esaltare la rete di elementi di continuità tra generazioni, proprio attraverso la riduzione della funzione autoriale rispetto a ogni testo e la centralità dell’esperienza diretta del lettore sulla poesia, in tutta l’irriducibilità del trauma storico-antropologico di cui si fa portavoce l’atto poetico.

Alla mia domanda sulla sua opinione circa le operazioni che mettono in luce un solo particolare aspetto degli autori antologizzati, proprio come il genere, il critico risponde: “Non ho mai pensato all’antologia come a uno strumento di canonizzazione universale. Un genere esplorativo che, attraverso il punto di vista di un curatore, di una equipe o di un’occasione particolare, offre uno scorcio inedito sul panorama. Accolgo di buon augurio ogni tipo di sguardo antologico perché aiuta a focalizzare temi, aspetti e prospettive che sfuggono alla lettura dei libri singoli. Fra gli approcci più diffusi, non amo molto quello per generi, ma è solo un parere personale. Comprendo altresì bene il loro carattere rivendicativo: possono essere strumenti di polemica che fanno luce su determinati aspetti della società che necessitano di approfondimento e onestà intellettuale”.

Il nome della rivolta

“L’essenza profonda della poesia è un sapere metamorfico, un esercizio di trasformazione, di transizione permanente tra le identità”, continua a commentare Tommaso Di Dio. “La portata profonda e rivoluzionaria della poesia stessa, però, non è quella di rafforzare le identità ma di farci vivere le esperienze di identità diverse dalle nostre, nel tempo, nello spazio e nel genere. Per dirla con un motto alla moda, la poesia è da sempre queer: Ovidio che si dedica ai monologhi delle eroine si cala nella dimensione del femminile. La poesia ha sempre saputo oltrepassare le identità, fino all’anonimato con cui ha un legame profondissimo. La cosa più profonda della poesia è essere abitata nelle labbra di un altro”. Tali riflessioni traggono spunto dal dialogo della sera prima avvenuto tra il critico e Stefano Raimondi sull’ultima opera di quest’ultimo, L’Antigone. Recitativo per voce sola (Mimesis), non a caso formata da soliloqui femminili. Come sostiene Di Dio, dire “Antigone” significa indicare un antico problema, un inciampo, un vuoto: tutta la modernità democratica che si affaccia a vivere, si può ritrovare in quel nome tradito a ritroso, nel terrore di una distanza irrecuperabile e di una sorellanza rappresentata dal nome e sepolta nel classico. Dalla voce di un uomo, l’Antigone torna a parlare con l’articolo determinativo anteposto perché nominarla significa convocare le sue apparizioni lungo la storia, significa individuare le sue metamorfosi storico-letterarie. L’Antigone lotta contro le leggi formali della città per difendere la legge interiore del bene familiare, è una ribelle che si oppone ai dettami patriarcali. Questa Antigone appare profondamente sessuata, calata nei suoi desideri, in un corpo radicalmente emotivo e patico. Eppure, quel desiderio non è riproduttivo, è sterile, è teso al seppellimento dei propri morti. Sviluppa il tema del potere in senso oppositivo. Declina l’ispirazione testoriana al sangue, allo sperma, al respiro spiritualizzato e ritualizzato, reso rito e funzione esistenziale, ed è un personaggio che, in forme diverse, ricorre nelle varie opere di Raimondi, proprio a voler significare come il mito, perfettamente simbolizzato nel femminile in opposizione, si rigeneri nella quotidianità di ciascuno e, soprattutto, del poeta (indipendentemente dal genere).

Con un libro non si salva il mondo, ma lo si ama

Quasi tutti questi incontri si sono svolti a fianco della Libreria della Poesia a Palazzo Gregoris, letteralmente accudita nei giorni del Festival dai due librai Linda Del Sarto e Matteo Bianchi, entrambi scrittori e con uno spiccato senso della cura per quella parola poetica tanto bistrattata ma ancora così diffusamente necessaria. I loro due ultimi libri, Canzone nera di Wislawa Szymborska tradotta da Del Sarto per Adelphi e Il lascito lirico di Corrado Govoni – Dai Crepuscolari sul Po agli influssi emiliani di Bianchi per Mimesis erano esposti in una delle molte teche piene di saggi e di raccolte poetiche. Tra le svariate pubblicazioni presenti, spiccavano due saggi appena dati alle stampe, uno di Alberto Bertoni, Voci del grande stile – Poesie e prose fra due secoli (Il Mulino) e l’altro di Roberto Galaverni, Carte correnti – Nove lezioni sul senso della poesia (Fazi).

I due critici, nell’evento a loro dedicato, si sono confrontati sul senso dell’odierna critica poetica, sul ruolo del discorso sull’atto poetico e sulla relazione intensa e controversa tra autore, linguaggio e percezione del mondo. I loro due approcci saggistici sono diversi ma, entrambi, mettono al centro il lascito culturale ed etico dei grandi maestri del Novecento. Le poesie “auto-illustrative” di cui fa cenno Galaverni (anch’egli parte dai testi e non dagli autori) contrastano il fenomeno tanto ricorrente, oggi, delle poesie sulle poesie per riproporre esempi di testi altamente sintomatici dei loro autori, con una funzione paragonabile al correlativo oggettivo di ogni determinata poetica. La realtà rivive nelle parole che sono ben altra cosa, però, dalla realtà stessa (come d’altronde sosteneva lo stesso Giorgio Caproni), e qui si incarna il paradosso antropologicamente centrale della capacità espressiva, particolarmente comprovato dalla poesia. La letteratura non migliora la vita, ma influenza il punto di vista dell’individuo.

Bertoni sostiene l’esistenza di un attuale, grande bisogno di critica. C’è una necessità di analisi formale, poiché un testo è un oggetto linguistico e non si può ignorare la sua tessitura linguistica. Nella poesia c’è questa modalità di scrittura artificiale per cui si va a capo – “versus” – quando lo spazio tipografico non è ancora finito. I versi, da più di un secolo, sono liberi, quindi una cognizione metrico-prosodica è necessaria per comprendere un testo. Tutti hanno scritto troppo: Giudici, Neri, Bacchini sono felici eccezioni ma spesso si pubblicano testi francamente inutili e il critico deve saper fare distinzione tra di essi come atto fondamentale di responsabilità. “Basta con le biografie. Ci vorrebbero, a scapito delle scuole di scrittura, le scuole di letture e di lettura critica” afferma coraggiosamente Bertoni.

È importante che tra scrittore e lettore ci sia una certa intensità di frequenza nel loro dialogo silenzioso, di frequentazione culturale e ideale.

Bertoni, con una buona dose di autocritica, solleva il problema dell’assenza non intenzionale di voci femminili in questa sua ultima opera, pur ritenendo che in Italia le voci femminili siano preponderanti, anche qualitativamente, su quelle maschili. D’altronde, nelle sue precedenti opere saggistiche le donne sono sempre state presenti. Ricorre il ricordo dell’antologia di Mengaldo come esempio di crestomazia a netta maggioranza maschile (come già detto, annovera solo Rosselli come autrice), ed è estremamente interessante poter osservare come i temi ricorrano tra gli eventi in programma e nel discorso sulla poesia in generale. Galaverni ribadisce l’importanza di sostenere la poesia femminile, anche nel senso della revisione del canone del Novecento, affinché si promuova una parità letteraria ancora mai acquisita in modo solido e definitivo.

L’estetica del turbamento

Estremamente intenso il dialogo tra Franco Buffoni e Italo Testa, moderato da Tommaso Di Dio, in cui gli autori hanno mostrato le loro comuni esigenze etiche e letterarie a partire dalle loro ultime pubblicazioni, rispettivamente Invettive e distopie (Interlinea) e Autorizzare la speranza – Giustizia poetica e futuro radicale (Interlinea). La poesia, come ferita sempre aperta, richiede uno sforzo in più, un’attitudine alla contaminazione, una costante interrogazione. La ricerca, ancora una volta.

La scoperta e la formulazione di quelle percezioni che invadono gli spazi non prevedibili del linguaggio e delle relative forme sociali. Per Testa, la poesia appare come quella possibilità di sporgersi nel pensiero attraverso l’impensato e, forse, l’impensabile. Il disincanto, ancora una volta, che chiama a una tensione veritativa e immaginativa ulteriore, richiedendo all’io poetante di sbaragliare i codici dell’intelletto comune che non bastano più. Buffoni, invece, si sofferma sulla necessità di rivalutare la funzione estetica, terzo pilastro del confronto di cui fanno parte critica e poetica, la cui sinergia produce il canone. Il concetto di distopia, oggi, tormenta le coscienze e si è sostituito a quello di utopia, convincendoci alla decentralizzazione dell’uomo e alla crisi del ruolo della poesia, ma è proprio quest’ultima che manifesta l’ineliminabilità dell’orientamento al futuro.

“Da qualche anno Pordenonelegge ha iniziato una collaborazione con la Casa della Musica di Pordenone; la poesia contemporanea, nel suo “disincanto”, si confronta così con le sue origini, con la lingua del canto, della musica, con un pubblico che si emoziona, che è pronto a rivivere, in una lettura che è anche concerto, un rituale collettivo, per portare armonia e luce nelle zone meno confortevoli, più ferite, più temute della nostra esistenza. Così è stato per esempio l’incontro sulla violenza contro le donne a cui ho partecipato leggendo miei testi da Tutti gli occhi che ho aperto (Marcos y Marcos 2020), insieme a Nancy Fiumara (voce) e Giuseppe Parente (piano), che hanno eseguito canzoni d’autore, da La storia di Marinella di Fabrizio De Andrè, a Donna di Mia Martini, a Every breath you take di Sting, in un percorso che, dalle diverse forme e sfumature della violenza, spesso così difficile da riconoscere perché confusa con l’amore, ha portato infine il pubblico nella fiducia e nel sogno, con canzoni come La donna cannone di De Gregori e Imagine di Lennon” racconta Franca Mancinelli a proposito di questo tema così spiazzante.

Eppure, il disincanto si manifesta con preponderanza proprio nelle poetiche dei più giovani. Il Sedicesimo Quaderno Italiano di Poesia Contemporanea, a cura di Franco Buffoni e edito da Marcos Y Marcos, seleziona da molti anni una ristretta rosa di giovani autori che possano rappresentare il panorama letterario, con un comitato di lettura composto da critici e poeti come lo stesso Buffoni, Umberto Fiori, Massimo Gezzi, Fabio Pusterla, Claudia Tarolo e Marco Zapparoli. Quest’anno sono stati selezionati Michele Bordoni, Marilina Ciaco, Alessandra Corbetta, Dimitri Milleri, Stefano Modeo, Noemy Nagy e Antonio Francesco Perozzi, quasi tutti presenti all’evento a loro dedicato a Pordenonelegge. “È proprio il disincanto – specifica Corbetta – che si presenta in questi testi come una postura, una presa di coscienza sulla brusca interruzione del flusso magico nella visione d’insieme”. La realtà appare frammentata e inafferrabile, dominata da una rivoluzione digitale che crea uno scollamento percettivo, una orizzontalizzazione dei fenomeni, una perdurante perdita di illusione. Tale situazione, per Milleri, entra nel linguaggio come condizione dell’indicibilità e solo a partire dall’accettazione dell’impossibilità di comprendere il mondo è possibile ricominciare a indagare l’io e l’ambiente. Nagy concentra la sua attenzione sul corpo, parcellizzato nelle sue singole componenti e claustrofobico, ma ancora aperto alla possibilità di re-incantamento. Modeo individua nel disincanto l’insidia del disimpegno, della passività soggettiva e culturale e della sempre maggiore residualità dei dettami del Novecento, in linea con il nomadismo disperato delle nuove società. Bordoni lascia che il disincanto si confronti con il tempo e mostri un altrove che modifica la prospettiva e riveli un diverso presente, tornando indietro nel tempo e assistendo alla decomposizione dell’io. Attraverso l’immagine, però, è possibile uscire dalla ferita narcisistica e tornare ad abbracciare il mondo.

Sono tutti esempi, molto diversi fra loro eppure congruenti, di come questo topos interpreti una serrata analisi dello status quo non solo letterario ma anche sociale. La presa di distanza (di sicurezza?) dalla stupefazione appare come una rinuncia alla soggettività, perlustrando una realtà iper-realizzata e iperrealistica da cui, però, emerge un senso di rivalsa che non si fonda più sull’idealità ma risiede, forse, più in fondo, nelle coscienze.

La Poesia è una Strega

Non poteva mancare l’evento dedicato al Premio Strega Poesia, la cui premiazione si terrà il 5 ottobre a Roma. Presenti tutti e cinque i finalisti e, cioè, Silvia Bre, Umberto Fiori, Vivian Lamarque, Stefano Simoncelli e Christian Sinicco, sono stati introdotti da Gian Mario Villalta e da Elisa Donzelli che, oltre a riassumere brevemente le poetiche degli autori, hanno descritto le difficoltà e l’importanza del Premio promosso proprio quest’anno dalla Fondazione Bellonci e dal direttore Stefano Petrocchi. A sottolineare la rilevanza della scrittura in versi, è la riflessione sul presunto e percepito decadimento della lingua che descrive, seppur con le dovute differenze generazionali, lo stesso disincanto di cui si è lungamente parlato.

La Poesia è Gialla

A settembre e, in particolare, nei giorni del Festival, come è noto sono date alle stampe i nuovi libri delle famose collane Gialla e Gialla Oro di Pordenonelegge in collaborazione con Samuele Editore.

Roberto Cescon, storico collaboratore del Festival e curatore delle due collane assieme ad Alessandro Canzian, Augusto Pivanti e Gian Mario Villalta, così descrive le nuove opere dei più giovani: “Eucariota di Giuseppe Nibali ci ha colpito per il modo in cui tratta la voce che prende parola nei suoi testi. Siamo spiazzati, perché ogni volta dobbiamo entrare in quella voce e in quel corpo, di volta in volta uomo, donna, animale. Questa commistione di umano e non umano, uomo e animale si rileva nei comportamenti e nel modo di muoversi che nelle sue poesie accomuna appunto uomini e animali, per esempio per la violenza, l’inermità, la giustizia e la colpa, il male.

Clone 2.0 di Vincenzo Della Mea è un testo che farà discutere perché è costruito grazie all’intelligenza artificiale, nel senso che l’autore, che nella vita insegna informatica all’università, ha addestrato secondo particolari criteri una rete neurale caricando migliaia di testi poetici della nostra tradizione letteraria e aggiungendo altri testi afferenti alle neuroscienze e alle reti neurali. Questo libro ci ha colpito non tanto perché il tema dell’intelligenza artificiale è attuale: di fatto, abbiamo forzato i confini della lirica perché quello che leggiamo è il testo uscito da una macchina programmata da un uomo. Chi è io in questo caso? Le parole e il senso presente, nei versi, hanno un vero significato? La macchina ha fatto esperienza del mondo? Si muove? Ha un corpo? Ecco, allora, che quest’opera è come un test di Turing al contrario: attraverso di essa noi vediamo l’umano, l’autore umano riconosce la specialità e la creatività umana rispecchiata negli esiti della macchina. L’umanità artificiale della macchina invera l’umanità nell’uomo.

Terra dei ritorni di Alessandro Anil è un testo secondo noi originale nel panorama poetico dei nostri tempi: il suo verso lungo, che attinge alla tradizione orientale, è un luogo dove germinano continuamente immagini, ripetute e variate, una sull’altra, che conducono una melodia dominante: la sera e l’auspicio dell’incontro. L’incontro è animato dalla sete, altra parola importante che attraversa l’opera, e che ha che fare con la metamorfosi, il movimento, il desiderio di superare la fine, la morte che incombe. E poi c’è quella voce che chiede ripetutamente al tu, che è ora il lettore ora l’amica mia, “lasciami entrare”. La voce presente in quest’opera crea un movimento avvolgente in avanti e indietro, popola lo spazio del verso di presenze”.

Se con la Gialla sembra di entrare nel tempo dell’inquietudine, la Gialla Oro, con le firme di Mario De Santis, Martin Rueff e Tina Volarič, conferma la dislocazione socio-emotiva di questi tempi che è già cominciata da molti anni. Con De Santis in Corpi solubili, titolo ispirato da Antonella Anedda, si fa ingresso in un mondo sempre più periferico e conurbato, gremito anch’esso di sinistri avvertimenti rispetto a una spiazzante (ma forse anche suggestiva) perdita d’orizzonte. È lo sguardo perennemente in viaggio che sembra rimandare a cose sempre nuove, eppure costantemente contenute nello sguardo poetico. Rueff, invece, in Icaro grida in un cielo di creta coglie il nesso profondissimo tra lingua e poesia, accetta di arrivare da lontano, probabilmente da Mallarmé, ma anche di essere contemporaneo. La realtà risulta ricreata dalle parole, la poesia reinterpreta il concetto di anagramma attraverso la figura di un Icaro ucraino figlio dei nostri tempi. Tina Volarič, in Silenzi a più voci, fa emergere il rapporto indissolubile tra disegno e scrittura, in cui la natura, inquietante e umbratile, vive in una continua metamorfosi, avendo luogo nel verso dove l’io si riduce nei sommovimenti dell’ambiente che lo circonda e lo ingloba.

Tra gli eventi che, domenica 17, hanno concluso il Festival, c’è stato il Premio Pordenonelegge Poesia 2023, dedicato ai poeti di vent’anni. La vincitrice è Diletta D’Angelo con la sua opera Defrost, edita da Interno Poesia.

L’interminabile discorso della Poesia

Gian Mario Villalta così ha commentato la presenza centrale della poesia in un Festival di letteratura: “Il bello di Pordenonelegge è che c’è una Libreria della Poesia, con una sala per incontri dedicata solo alla poesia: un posto dove passare, fermarsi, darsi appuntamento, ritornare. E di poesia se n’è ascoltata tanta, interessante, varia, senza limiti ideologici, in nome di una passione che accomuna. E poi non posso dimenticare i sei volumi della Gialla e della Gialla Oro editi in collaborazione con Samuele Editore, frutto di una scelta che mostra la nostra grande attenzione alle sollecitazioni più intense del panorama poetico attuale. Occorre aggiungere l’accoglienza di voci nuove e la costante proposta di iniziative che, pur distribuendosi nell’intero arco dell’anno, nei giorni del festival trovano un loro momento speciale di condivisione”.

Si conclude così un excursus di una lunga serie di eventi sulla poesia concentrati lungo i giorni di un Festival polifonico e in perenne ascolto della società.

Se il disincanto è risultato essere il sentimento predominante fra le poetiche e la critica, una cosa è certa: al di là delle chiacchiere, della paura per il futuro, degli slanci e degli inciampi culturali della nuova estraneità che ciascuno prova rispetto al proprio io, la poesia non è morta, e sprona a un’insopprimibile vita: “Prima di cantare,/prima di fare silenzio,/il poeta deve vivere” suggeriva saggiamente Goethe.

 Pezzo ripreso da  https://www.minimaetmoralia.it/wp/letteratura/la-poesia-oltre-il-disincanto-pordenonelegge-2023/